venerdì 2 dicembre 2011

Dieci considerazioni su Travaglio (e Magri)

Il commento di Marco Travaglio riguardo al suicidio assistito di Lucio Magri offre numerosi spunti di riflessione. Li elenchiamo senza ulteriori introduzioni.

1) Le prime righe sono “io non farei”, “io non direi”. Quando finalmente leggiamo “Ma qui mi fermo” è troppo tardi. Per l’ennesima volta siamo di fronte alla regola, suggerita e poi ritirata, che gli altri dovrebbero comportarsi come ci comporteremmo noi. Pareri, certo, ma dal sapore profondamente paternalistico e moralistico.

2) L’ipocrisia del suicidio assistito e il vero nome: omicidio del consenziente. Potremmo discutere di nomi e termini, ma se siamo disposti ad arretrare e a domandarci se possiamo disporre della nostra vita, ci accorgeremmo che i due concetti si sovrappongono. L’omicidio è moralmente condannato perché, tra le altre ragioni, viola la volontà di chi è ucciso. Se a “omicidio” aggiungiamo “consenziente” questa condanna vacilla. Inoltre parliamo di suicidio assistito quando ci muoviamo in campo sanitario. La malattia terminale non è una bacchetta magica per giustificare alcunché, ma una delle condizioni in cui si può discutere se è lecito o no domandare di essere aiutato a morire. Il problema è eventualmente il coinvolgimento del medico e la sua volontà, non che non ho una malattia terminale.

3) Eutanasia, Mario Monicelli o Eluana Englaro: “non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Come dicevo prima non ci sono solo le malattie terminali da considerare. Piergiorgio Welby non era un malato terminale. Ci sono molte condizioni cliniche croniche che alcuni non tollerano e non vogliono più vivere e che non possono essere considerate malattie terminale. Ce ne freghiamo di queste persone oppure vogliamo perdere un po’ di tempo a pensarci? Inoltre Travaglio sembra verosimilmente riferirsi a Eluana Englaro come “in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Giusto per precisione, qualora fosse rivolta a lei questa descrizione: Eluana Englaro era in una condizione che si chiama stato vegetativo persistente e permanente e non era attaccata a nessuna macchina. Aveva un sondino nasogastrico per la nutrizione e l’idratazione artificiale.

4) Suicidio assistito dal punto di vista logico: qui la logica salta del tutto. “Chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quellaltro” (il corsivo è mio). Quindi anche quando vado dal medico per farmi togliere le tonsille la mia vita non è più mia perché chiedo al medico di asportarle? O vale solo per la richiesta di morire? La morte fa parte della nostra esistenza e fa parte anche dell’esistenza del medico (come persona, ovviamente, ma qui prima di tutto come operatore sanitario). Quando Welby ha chiesto - ha “incaricato” - un medico ha forse regalato la sua vita al medico? E poi: se il medico è d’accordo come ne uscirebbe Travaglio? A nessuno piace crepare e sembra facile, stando seduto sul divano di casa comodamente, condannare la richiesta di persone in condizioni che è necessario conoscere prima di giudicare.

5) Suicidio assistito dal punto di vista giuridico: speravo di non ritrovarmi quella espressione terribile che finisce con il “punto” - scritto a lettere e poi seguito dal punto come segno di punteggiatura. Ma via è un dettaglio. Ciò che manca in questo punto di vista è il contesto sanitario. Insinuare l’analogia tra il boia e il medico è una mossa sporca e fuori tema. Inoltre si dimentica la volontà dell’individuo, che in campo sanitario (e in molti altri campi) distingue un atto di abuso da un atto lecito. Non dimentichiamo che la tecnologia medica oggi ci permette di ottenere risultati fino a qualche anno fa impensabili, ma ci mette anche di fronte a condizioni moralmente complesse. Le tecniche di rianimazione, per esempio, hanno l’effetto di far sopravvivere il nostro corpo anche con il nostro cervello distrutto - Eluana Englaro qualche tempo fa sarebbe morta - o le tecniche di respirazione e di nutrizione permettono di prolungare la nostra vita, ma a volte in condizioni che riteniamo inaccettabili. Dovremmo essere autorizzati a interrompere trattamenti o tecnologie di sopravvivenza e dovremmo essere assistiti - oppure il medico dovrebbe abbandonare i pazienti al loro destino? Dovrebbe girarsi dall’altra parte, dicendo loro di organizzarsi per proprio conto? A nessuno piace crepare e a nessun medico piace accompagnare alla morte i pazienti, ma l’alternativa al coinvolgimento dei medici (coinvolgimento difficile, emotivamente faticoso, giuridicamente scivoloso, un coinvolgimento che necessita di un dibattito serio e non ipocrita) è fare finta di niente. Ultima considerazione: perché non riferirsi - o almeno considerare - l’articolo 580 del Codice Penale, istigazione o aiuto al suicidio?

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