domenica 27 novembre 2011

Al posto delle mammane c’è il Cytotec. Cambiano i metodi, ma i rischi restano (aborti fai da te)

Come ogni fenomeno clandestino è difficile quantificarlo. Non ci sono numeri ufficiali, ma voci, sporadiche inchieste e qualche volta denunce. Denunce di medici che eseguono aborti nelle cliniche private o nel loro studio, o di persone che fanno aborti in condizioni sanitarie più o meno spaventose. Chi può va all’estero, come succedeva prima della legge 194/1978. Chi non può scivola nella clandestinità.
Negli ultimi anni abortire in Italia è diventato difficile, anche a causa dell’alto numero di obiettori di coscienza: la media nazionale supera il 70%, con punte regionali di oltre il 90.
Esiste un modo per abortire fai da te che sta riscuotendo sempre più successo: il Cytotec.
È un gastroprotettore. Il foglietto illustrativo avverte: “Come altre prostaglandine naturali e sintetiche, il misoprostol aumenta sia l’intensità che la frequenza delle contrazioni uterine. Il suo uso in gravidanza può comportare gravi danni per il feto, complicare la gravidanza o causarne l’interruzione. Pertanto il prodotto è controindicato durante la gravidanza accertata o presunta ed il suo impiego nelle donne in età feconda è consentito soltanto se vengono adottate contemporaneamente idonee misure contraccettive”.
Alcune donne prendono il Cytotec per ottenere proprio quell’effetto collaterale. Succede nei Paesi dove abortire è illegale, dove è l’unica alternativa a una gravidanza che non si può o vuole portare avanti e ai rischi degli aborti eseguiti con ferri da calza o altri mezzi rischiosi e non igienici.
Ma succede anche in Italia, dove esiste una legge che garantisce la possibilità di interrompere una gravidanza in modo sicuro. Almeno sulla carta.
Perché alcune donne invece di andare in ospedale prendono il Cytotec rischiando la salute e la vita? Il Cytotec non causa solo un possibile aborto, ma emorragie e complicazioni. A volte può farti morire. Sarà meno dannoso e più economico delle mammane, ma non è affatto sicuro. Lo sarebbe se fosse assunto in modo coretto e in un ospedale - lo stesso farmaco è infatti usato per indurre il travaglio e negli aborti tardivi.
Due anni fa una donna è arrivata in ospedale in condizioni critiche. È morta. Nel campo a Tor Sapienza dove viveva è stato trovato un blister bruciacchiato di Cytotec.
Sempre nel 2009 la Stampa denunciava lo spaccio del farmaco intorno alla stazione di Milano e nei sotterranei della metropolitana. Pochi euro per 5 pasticche, senza nemmeno procurarti la ricetta. Le prendi, aspetti e quando ti viene l’emorragia vai in ospedale simulando un aborto spontaneo.
Una possibile spia degli aborti clandestini potrebbe forse essere l’aumento di quelli spontanei. Secondo i dati Istat sono passati da circa 55.000 mila del 1988 agli oltre 77.000 del 2007.
È evidente che le vittime predestinate sono le donne più spaventate, con meno mezzi, magari senza cittadinanza italiana.
È impressionante che in Italia accada qualcosa di simile a quanto accade in quei Paesi in cui abortire è illegale. È ingiustificabile che l’accesso a un servizio pubblico sia tanto complicato e discriminatorio, perché a pagare il prezzo più alto saranno sempre le persone più fragili.

Calabria Ora, 24 novembre 2011.

giovedì 24 novembre 2011

Il riparatore


Il 23 dicembre 2007 Davide Varì pubblica su “Liberazione” una inchiesta su Tonino Cantelmi e le terapie riparative - ovvero quelle terapie che vogliono aggiustare gli orientamenti omosessuali. Cantelmi querela Varì. Non perché gli ha dato del riparatore, ma perché ha definito il suo studio “un porto di mare”.
Il processo s’è concluso da poche settimane con l’assoluzione di Varì: la sua inchiesta non ha varcato i confini del legittimo esercizio del diritto di critica e di cronaca e il fatto non sussiste, non è reato. Anzi, il giudice ha ritenuto che il pezzo avesse un interesse pubblico incontestabile. Le espressioni che hanno offeso Cantelmi non possono considerarsi diffamatorie. Inoltre - e questo è l’aspetto preoccupante - “non è apparso del tutto estraneo il Cantelmi alla cura dell’orientamento sessuale dei propri pazienti”.
Ma andiamo per ordine. La vicenda inizia nel 2007 con Varì che finge di cercare aiuto perché è a disagio con la sua omosessualità. Il sospetto è che ci siano alcuni terapeuti convinti che l’omosessualità possa essere curata, anzi debba essere curata. Ricordiamo che considerare di per sé patologico un determinato orientamento sessuale è insensato e scorretto e che per fortuna l’omosessualità non è più considerata una malattia. Ciò non significa che la propria sessualità non possa sollevare conflitti o disagi, ma che il malessere va cercato altrove e che l’omosessualità non è un errore da correggere. Eppure alcuni si ostinano nel considerarla un difetto, una deviazione o qualcosa che non va e che, dunque, deve essere riparata. Alcune associazioni sono esplicitamente a favore della riparazione, come Obiettivo Chaire, Living Waters, il Gruppo Lot o il Narth (National Association for Research & Therapy of Homosexuality) - ma molti altri preferiscono essere meno espliciti: come Scienza e Vita o Agapo, Associazione di genitori e amici di persone omosessuali (da non confondere con l’Agedo, Associazione di genitori di omosessuali). Il dominio dei riparatori ha confini nebbiosi e può includere tutti quelli che credono che l’omosessualità sia intrinsecamente sbagliata - questa premessa è la condizione sufficiente per sentire puzza di riparazione.

Varì chiede consiglio a Don Giacomo, che gli chiede se c’è stata penetrazione o no e poi gli consiglia di rivolgersi allo psichiatra Tonino Cantelmi: “chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto”.
Varì prende appuntamento e va a parlare con Cantelmi nel suo studio romano dietro a Piazza Bologna. “Lui e i suoi collaboratori durante le sedute mi chiedevano ossessivamente quale parte del corpo usassi nei rapporti, nessuno mi ha mai chiesto se provassi affetto, amore o emozioni. Che tipo di relazioni avessi o avessi avuto”.
Dalle domande emerge una concezione esclusivamente pornografica della omosessualità, fatta di domande ricorrenti: Attivo o passivo? Hai avuto rapporti completi? Sei anche stato passivo?
“Un’altra questione che mi ha lasciato perplesso riguarda l’appartenenza di Cantelmi all’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (AIPPC) - di cui è presidente. Durante la mia inchiesta ho incontrato molti psichiatri e psicanalisti, e tutti erano sconcertati che fosse presidente di una associazione di psichiatri cattolici. Che vuol dire? C’è una psichiatria cattolica e una non cattolica? Se il dogma cattolico precede la psichiatria, che validità ha questo atteggiamento?”.
L’aggettivo - e la conseguente connotazione - sembra essere o superfluo o dannoso. Se i dogmi e le credenze cattoliche prevalgono sulla disciplina specifica sarebbe un danno, se invece non sono influenti sarebbe inutile sottolineare l’appartenenza al cattolicesimo. Che senso avrebbe una associazione di fisici cattolici? O di muratori cattolici? Una appartenenza legittima ma privata, che non dovrebbe investire così pesantemente il dominio professionale. A pensarci bene esistono anche l’associazione di medici cattolici italiani e l’unione giuristi cattolici. Valgono le domande suddette. Dovrebbero esserci anche associazioni professionali protestanti, o induiste o targate scientology?

LA TERAPIA RIPARATIVA
Tu immagina di essere un ragazzino o una persona fragile (e sei vai dallo psichiatra è probabile che tu lo sia e poi chi non è fragile a volte e su alcune questioni?), ti sei innamorato del tuo compagno di banco o del tuo vicino, immagina di incappare in uno che ti dice che sei malato per questo. Immagina che effetto può avere non incontrare accoglienza ma condanna verso una parte di te, una delle più intime e profonde. Ti dice “sei sbagliato perché ami un ragazzo” (o meglio, perché ti fai penetrare o vuoi penetrare un ragazzo, i sentimenti non hanno molto spazio nell’anamnesi riparativa).
Continua Varì: “nel processo Cantelmi non ha mai negato che facesse queste pratiche riparative. Lui mi ha querelato su dettagli laterali e abbastanza irrilevanti della vicenda.
Per esempio perché avevo usato “porto di mare” per descrivere il suo studio. Questa cosa l’ha fatto imbestialire. Era terribilmente offeso. Il mio avvocato Giuseppe Lipera s’è trovato a difendermi da accuse davvero bizzarre”.
Per ben due volte Varì ha usato questo epiteto ingiurioso. Magari qualcuno può considerare questa definizione sgradevole o inappropriata, qualcuno può arrivare a querelarti per averla usata, ma quello che è certo è che sia - come sottolinea Varì - lontanissima dal centro del pezzo, lontanissima da quanto Varì denunciava.
“Mi ha regalato un libro, quello di Joseph Nicolosi (direttore e fondatore insieme a Benjamin Kaufman del Narth, specialista in terapie riparative o di conversione: dall’omosessualità o dalla bisessualità all’eterosessualità, mai da quest’ultima ad altri orientamenti sessuali, NdA). Uno psicologo che guarisce gli omosessuali, un libro fatto di storie di omosessuali guariti. Non è casuale no?
L’altra offesa da querela: averlo definito “guru della omosessualità”. E poi un particolare che aveva indispettito soprattutto la sua collaboratrice Cristina Cacace: che lo studio fosse targato Ikea. Io c’ho tante cose Ikea, che offesa è?”.
A questo punto sembrerebbe che a offendersi potrebbe essere Ikea.

La questione principale, Varì ci tiene a sottolinearlo, non è venuta fuori. E questo è preoccupante.
Pensiamo a chi magari vive un conflitto giovanile rispetto alla propria sessualità - ci ricordiamo che casino era da adolescenti? - e incappa in qualcuno che non ti accompagna alla comprensione e alla accettazione, ma ti fa sentire sbagliato e alimenta la preoccupazione dei tuoi genitori che t’hanno portato lì perché sono bigotti e hanno paura di cosa dirà la vicina di casa. “Un orientamento omosessuale viene intrinsecamente preso come indicazione certa di malattia, come un segnale di psicopatologia. Come un disagio mentale da curare. Devastante.
Nel suo studio c’erano molti ragazzini - non so perché. Ma l’idea che tra loro ce ne fosse anche solo uno portato dai genitori convinti che l’omosessualità fosse un male o una malattia... A curarvi dovete essere voi genitori!, che credete che vostro figlio sia malato perché omosessuale. L’ordine degli psicologi ha dovuto aspettare la mia inchiesta per dichiarare in un comunicato stampa che l’omosessualità non è una malattia”.

Di terapie riparative è necessario parlare, per ribadirne l’abnormità. Si fondano su pregiudizi diagnostici, su una concezione della psicopatologia intrisa di ideologie. Come è necessario parlare di chi pretende di riparare un omosessuale facendolo diventare o tornare eterosessuale, ribadire che nessun orientamento sessuale può essere colpevolizzato, come fanno molti documenti cattolici, Paola Binetti o Chiara Atzori, infettivologa dell’ospedale Sacco di Milano che durante una trasmissione su Radio Maria disse che i gay vanno normalizzati e che approvare qualsiasi forma di convivenza tra persone dello stesso sesso contribuirebbe a diffondere l’Hiv... E ancora Giancarlo Ricci e Roberto Marchesini, entrambi psicologi. Insieme a qualche altro sedotto dalla ideologia riparativa, hanno spesso espresso idee affini a quelle riparative. Gli ultimi tre sono, nel maggio del 2010, stati i relatori italiani delle due giornate di formazione con Joseph Nicolosi. La sua relazione si intitolava: “L’approccio all’omosessualità indesiderata: strumenti psicologici per la terapia”. È necessario parlare di chi insinua che certo i diritti, ma dire che siamo tutti uguali... E invece sì, siamo proprio tutti uguali - o meglio: nessun orientamento sessuale è giusto o sbagliato in sé e a priori.

Su Il Mucchio Selvaggio di dicembre.

martedì 8 novembre 2011

Dr. House

Gregory House è il prototipo del paternalismo. Non c’è puntata in cui, inseguendo la sua ragione, non calpesti i diritti dei pazienti. Come accade nei nostri ospedali quando, ad esempio, i medici obiettori si rifiutano di praticare un’interruzione di gravidanza per problemi di coscienza.

Se non ne ha ancora decretato la morte è indubbio che il paternalismo sia stato ferito al cuore dall’idea dell’autonomia del paziente. Il potere del medico è stato decisamente ridimensionato. Finché i medici avevano il coltello dalla parte del manico la decisione su cosa e come fare era loro, e il margine di discussione era davvero limitato. Oggi è il paziente a stringere quel coltello ed eventualmente a porgerlo al medico, indicandogli i limiti del suo intervento.
È ben immaginabile quanto possa essere faticoso rispettare una scelta che riteniamo sbagliata e dannosa. Anche su questioni non definitive come la morte: la nostra amica che si fidanza sempre con l’uomo “sbagliato” e che vorremmo sbattere al muro; nostra madre che continua a mettersi quel vestito da ventenne che la rende ridicola; il nostro vicino di casa che decide di fare l’ennesima vacanza avventura anche se è allergico a quasi qualsiasi pianta. La tentazione di prenderli per un braccio e imporre loro la scelta giusta è forte. Rafforzata magari dalle conferme passate: i pianti disperati e inconsolabili; l’offesa per una presa in giro; il rimpianto di una permanenza nel deserto. Ma sarebbe giusto cedere al richiamo della imposizione? Quale peso attribuiamo alla libertà? Siamo sicuri di essere in grado di sapere quale sia il bene delle altre persone e che cosa intendiamo per bene?
Non ci è certo negato di consigliare e suggerire, magari ricordando le passate disavventure. O magari possiamo rifiutarci di ascoltare i piagnistei e di consolare gli ostinati. Però obbligarli a fare quello che secondo noi è giusto non rientra tra le opzioni moralmente ammissibili. A meno che non abbiamo a che fare con persone non in grado di badare a se stesse in senso forte oppure di persone che rappresentano un pericolo per gli altri: penso a chi ha contratto una malattia infettiva o a chi guida dopo essersi scolato una bottiglia di ruhm. Le condizioni per sottoporre qualcuno a un trattamento sanitario obbligatorio sono rigide e riguardano quadri clinici gravi.

Che c’entra il dottor House? Gregory House è arrogante, a volte insopportabile, poco interessato alle volontà dei suoi pazienti, considerati inferiori. Gregory House non è tanto interessato a loro, quanto alla genialità delle sue ipotesi diagnostiche. E per dimostrare che ha sempre ragione calpesta qualsiasi diritto si ritrova tra i piedi. Il più breve e significativo scambio di battute al riguardo avviene tra uno studente di medicina e House. Dice il primo su un caso clinico discusso a scopi didattici: “The patient’s an idiot”. Risponde House: “They usually are”.

Su Il Mucchio Selvaggio di novembre.

mercoledì 2 novembre 2011

Catch 99

Non ho letto le “100 idee uscite dalla Leopolda”, le 100 proposte-wiki di Matteo Renzi. Poi però mi è arrivato un commento: “ma lo sai che c’è di mezzo anche il servizio civile obbligatorio?”.
Mi sono incuriosita e ho cercato. Ho scoperto che l’idea sul servizio civile era la numero 99. Riporto l’idea numero 99.

99 – Servizio civile obbligatorio
Un tempo di servizio agli altri coincidente con la maggiore età, della durata di 3 o 6 mesi. I contenuti ed i processi adeguati a gestirlo sono una responsabilità del terzo settore che deve inventarsi anche forme per sostenerlo e finanziarlo.

Ho letto queste righe e sono felice di essere vecchia. Felice di non rischiare di essere obbligata a svolgere un servizio civile obbligatorio per 3 o 6 mesi. A meno che non sia retroattivo.
Non ci sono ulteriori dettagli, perciò alcuni aspetti si possono solo immaginare. Come il fatto che riguarderebbe tutti i cittadini indipendentemente dal genere sessuale cui appartengono - non perpetuando l’ingiusta chiamata su base sessuale. Dettaglio che sembra l’unico a non essere ingiusto, per quanto riguardi un insopportabile obbligo. L’aggettivo che stona è infatti “obbligatorio”. Stona proprio parecchio.
Non si capisce se l’idea di fondo sia che è un bene per il cittadino oppure per il Paese (gli altri). Nel primo caso obbligare qualcuno a fare qualcosa per il proprio bene non ha precedenti rosei. Nel secondo nemmeno. Il sapore paternalistico e tirannico è troppo forte e resistente a qualsiasi altra ipotesi riguardo alle ragioni di questa idea n. 99.
Quell’incubo di obbligo militare o civile è definitivamente finito nel 2005, perché ora dovremmo resuscitarlo?
I commenti al momento sono 4 e quindi non offrono molti altri spunti. Il fatto che potrebbe essere una esperienza arricchente e indimenticabile (o che magari lo è stata per chi commenta e tanti altri) non basta per giustificare l’obbligo. Nemmeno ci arriva lontanamente a giustificare l’obbligo.
Chissà se sarà prevista l’obiezione di coscienza.

Giornalettismo, 1 novembre 2011.