sabato 24 settembre 2011

Maria Giovanna

La marijuana provoca in molte persone una reazione quasi pavloviana. La sola parola causa - invece che la bava - isteria, allucinazioni di morti collettive, terrore e tutti i sinonimi del caso.
Eppure basterebbe fermarsi a ragionare e porsi qualche domanda per bloccare l’eccesso di salivazione, senza la necessità di essere esperti di sostanze stupefacenti - che poi chissà come si fa a chiamare qualcosa “stupefacente” e poi a pretendere che sia illegale.
Intanto bisognerebbe ricordarsi che spesso si discute dell’uso medico della marijuana. In questo caso sembra davvero difficile capire le ragioni del no: perché ci si dovrebbe opporre a una sostanza in grado di sedare i dolori o placare la nausea? Parte della risposta potrebbe venire dalla considerazione che il dolore, in Italia e non solo, è scarsamente considerato. Il dolore non sarebbe un sintomo da trattare e da prendere sul serio, ma una specie di prova di coraggio, crudele e inutile. Se si arriva al pronto soccorso con una gamba rotta, ciò che interessa è l’osso rotto e non il dolore intollerabile che provoca. Certo, non è mortale e, certo, è bene aggiustare la gamba. Ma perché questa indifferenza verso la sofferenza? Lo stesso discorso vale per il dolore di patologie croniche e terminali: la sofferenza deve arrivare ad essere talmente intollerabile da meritare un po’ di morfina (“perché, sa, la morfina crea dipendenza” come se a un malato cronico o terminale potesse interessare davvero). Può sembrare ancora più inammissibile questo atteggiamento da condottieri spartani nel caso dei bambini, che spesso non sono nemmeno in grado di comprendere le ragioni del dolore e ne sono spaventati.

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre (a commento di un pezzo di Riccardo Ferraris sulla marijuana in California, Amerijuana).