Un articolo sulla riduzione embrionaria, pubblicato qualche giorno fa sul New York Times, ha scatenato molti commenti e reazioni a volte scomposte e dolenti (The Two-Minus-One Pregnancy, August 10, 2011, The New York Times): una donna viene a sapere di essere incinta di due gemelli e decide di interrompere lo sviluppo di uno dei due embrioni.
Il ricorso alle tecniche di riproduzione artificiale disegna scenari morali che fino a qualche tempo fa avremmo solo potuto leggere in un libro di fantascienza oppure osservare in un film distopico. Comodamente stravaccati sul nostro divano o masticando popcorn in un cinema, rassicurati dal fatto che non riguardasse noi e nemmeno qualche nostro amico – insomma nessuno in carne ed ossa. Le tecnologie sono spesso anticipate dalla fantascienza e dalla immaginazione di menti avveniristiche. Alcune di queste poi diventano reali. Come ogni strumento, dal fuoco al trasferimento nucleare, nessuna è intrinsecamente morale o immorale. Ognuna solleva dilemmi morali e comporta conseguenze complesse e a volte disturbanti. Il profilo morale emerge dalla considerazione di come le si usano e di quali siano le conseguenze del loro uso. Non è una soluzione ignorarle o pensare che, di fronte a una nuova possibilità moralmente controversa, sia sufficiente incrociare le braccia e non farvi ricorso. L’omissione è connotata moralmente quanto l’azione; la differenza è perlopiù psicologica, ma non morale. Spesso il non fare si colora anche di viltà e ipocrisia.
Ma torniamo all’aborto selettivo e alla sfida che pone a quanti sono a favore della libera scelta e della liceità morale e giuridica della interruzione di gravidanza (pro choice). La sfida è per loro perché – ovviamente – chi condanna l’interruzione di gravidanza, condanna anche la riduzione embrionaria (che altro non è che una forma di interruzione di gravidanza). Ma chi non condanna l’interruzione di gravidanza, perché dovrebbe condannare questo particolare tipo di interruzione di gravidanza?
Su iMille, 30 agosto 2011.
Il ricorso alle tecniche di riproduzione artificiale disegna scenari morali che fino a qualche tempo fa avremmo solo potuto leggere in un libro di fantascienza oppure osservare in un film distopico. Comodamente stravaccati sul nostro divano o masticando popcorn in un cinema, rassicurati dal fatto che non riguardasse noi e nemmeno qualche nostro amico – insomma nessuno in carne ed ossa. Le tecnologie sono spesso anticipate dalla fantascienza e dalla immaginazione di menti avveniristiche. Alcune di queste poi diventano reali. Come ogni strumento, dal fuoco al trasferimento nucleare, nessuna è intrinsecamente morale o immorale. Ognuna solleva dilemmi morali e comporta conseguenze complesse e a volte disturbanti. Il profilo morale emerge dalla considerazione di come le si usano e di quali siano le conseguenze del loro uso. Non è una soluzione ignorarle o pensare che, di fronte a una nuova possibilità moralmente controversa, sia sufficiente incrociare le braccia e non farvi ricorso. L’omissione è connotata moralmente quanto l’azione; la differenza è perlopiù psicologica, ma non morale. Spesso il non fare si colora anche di viltà e ipocrisia.
Ma torniamo all’aborto selettivo e alla sfida che pone a quanti sono a favore della libera scelta e della liceità morale e giuridica della interruzione di gravidanza (pro choice). La sfida è per loro perché – ovviamente – chi condanna l’interruzione di gravidanza, condanna anche la riduzione embrionaria (che altro non è che una forma di interruzione di gravidanza). Ma chi non condanna l’interruzione di gravidanza, perché dovrebbe condannare questo particolare tipo di interruzione di gravidanza?
Su iMille, 30 agosto 2011.










