lunedì 27 giugno 2011

Open

Quando cominci a leggere sei davanti alla tv di notte a guardare gli US Open. Mentre rileggi il resoconto dell’ultima partita di Agassi prima del ritiro, ti ritrovi a volere che vinca e a fare il tifo, anche se non ha nessun senso perché è già successo, è una partita che è stata già giocata e di cui ricordi il risultato. Eppure stai lì a sperare “tira più forte!”.
Non bisogna avere amato Agassi e il tennis di quegli anni per apprezzare questo libro. Ci sono tante altre ragioni.
La descrizione dei giornalisti per esempio, assetati di scandali e spesso troppo interessati ai suoi capelli e alle sue tenute stravaganti (l’hot lava psichedelico o i calzoncini in jeans).
A proposito del Roland Garros del 1996, un periodo di brucianti sconfitte, Agassi scrive: “I giornalisti sportivi mi accusano di aver perso volutamente, di non aver attaccato ogni palla. Non capiscono mai. Quando perdo volutamente, dicono che non sono abbastanza bravo; quando non sono abbastanza bravo, dicono che ho perso di proposito”.
E soprattutto dopo l’annuncio del ritiro, il divario tra le parole dei commentatori e il racconto di Agassi sembra incolmabile.
“Bud Collins, il venerabile commentatore storico del tennis [...] sintetizza la mia carriera dicendo che mi sono trasformato da punk a modello di paragone. Sono sconcertato. Secondo me, Bud ha sacrificato la verità sull’altare dell’allitterazione. Non sono mai stato un punk più di quanto sia un modello adesso”. Nessuna trasformazione da una cosa a un’altra, ma la formazione di qualcosa dal niente di un talentuoso ragazzino, confuso e ribelle come tanti ragazzini sono. Quando hai tutta l’attenzione puntata addosso, ogni stupidaggine diventa il pretesto per un massacro. E quando sei un ragazzino è facile fare stupidaggini. In effetti sono buffe anche alcune rassicurazioni: passerà, basta cominciare a vincere e passerà, gli dice un amico d’infanzia. Agassi però è perplesso: “Vincere? E a che serve? Perché vincere dovrebbe cambiare l’opinione che la gente ha di me? Che io vinca o perda, rimango sempre lo stesso”.
Durante Wimbledon 1993 i giornali inglesi sono fissati su un dettaglio insignificante: Agassi si è rasato il torace. Che abbia un polso dolorante, una carriera che va a singhiozzo, che vinca faticosamente al primo turno - lui, il campione in carica - tutto questa sembra non avere alcuna importanza rispetto ai pettorali glabri. “La mia conferenza stampa sembra uno sketch di Monty Python [...] I giornalisti britannici sono ossessionati dai peli”. E naturalmente dall’amicizia con Barbra Streisand: quando arriva al campo centrale si scatena un assalto vero e proprio.
Open, forse, è una risposta anche a loro e alle bugie che Agassi ha detto loro: dalle menzogne vere e proprie sulla droga o sul parrucchino a quelle più ambigue. “Amavi il tennis già in tenera età?”. “Sì. [...] Ci sarei andato anche a dormire, con la racchetta”. Ma invece non è vero, perché Agassi scrive di odiare il tennis, di averlo odiato selvaggiamente. Quell’odio viene dissimulato e addomesticato e le bugie al riguardo finiscono per sembrare vere anche a chi le pronuncia.
Oltre ai giornalisti ci sono gli avversari sul campo, alcuni dei quali oggetto di commenti impertinenti. Non si può non ridere a crepapelle leggendo le descrizioni dei rituali di Michael Chang, che ogni volta ringrazia Dio e Agassi non lo sopporta - un po’ anche perché ha vinto uno Slam prima di lui: “Invidio la sua etica del lavoro, ammiro la sua disciplina in campo - ma mi è antipatico. Continua a dire che Cristo è nella sua parte del campo, una visione distorta di Dio e della religione che mi fa arrabbiare”. Così come si leggono con gusto i commenti pungenti su Jimmy Connors. E chi se lo scorda con quel calzino infilato nel braccio e quella faccia strafottente perennemente sudata!
Nel 1988 la sconfitta di Connors agli US Open per mano di Agassi è tutta per noi. Negli spogliatoi Agassi lo avvicina per salutarlo e ricordargli che si erano già incontrati. Grazie al padre di Agasssi, infatti, il piccolo Agassi aveva palleggiato con grandi tennisti di passaggio a Las Vegas. A quattro anni e a sette anni, sorprendendo il pubblico improvvisato di un match tanto bizzarro. Un ragazzino e il mito del tennis. Un ragazzino che gli aveva anche portato le racchette incordate dal padre. Ma niente, Connors non si ricorda e liquida Agassi senza concedergli uno sguardo. “Il suo comportamento - commenta Agassi - concorda con tutto quello che ho sentito dire di Connors da altri tennisti. Uno stronzo, dicono. Un testa di cazzo villano, borioso, egomaniaco”. Responsabile, suo malgrado, di un’abitudine di Agassi: portarsi sempre la borsa. “Quando avevo sette anni avevo visto Jimmy Connors che si faceva portare la borsa come se fosse stato Giulio Cesare. Avevo giurato in quell’istante che la mia me la sarei sempre portata da solo”.
Connors è anziano, la folla lo spalleggia e prende in giro Agassi il punk, lo considera un arrampicatore strafottente che osa sfidare la leggenda, come lo chiama un tifoso dagli spalti (e non solo quel tifoso, si sa). “Spinto dall’adrenalina e dalla rabbia, nell’ultimo set il punk fa un culo così alla leggenda, 6-1”.
E poi la sfida di una intera vita, quella con Pete Sampras, l’avversario di moltissime partite e di tormentate finali del Grand Slam. I mostri sacri (“John McEnroe, che è come giocare con John Lennon”) e i giovani talenti (“Federer scende in campo che pare Cary Grant”). In oltre vent’anni di carriera se ne incontrano tantissimi.

E poi c’è l’Andre Agassi College Preparatory Academy. Come lo stesso Agassi dice, può sembrare un sogno bizzarro per chi detestava la scuola e non l’ha mai finita. Ma a pensarci bene non è bizzarro affatto, anzi è una ribellione a quelle schifezze di scuole che non puoi non odiare. L’idea è semplice: offrire una educazione pubblica e di alta qualità ai bambini che non potrebbero permetterselo. E un’altra idea semplice fa sì che “in otto anni non è stata rotta nemmeno una finestra, non una sola scritta è stata spruzzata sui muri”: la scuola è di tutti, studenti, genitori e vicinato.
Il 9 luglio Agassi entra nella International Tennis Hall of Fame e il suo commento è stato: “sono davvero onorato di far parte dei più grandi tennisti. La mia carriera mi ha dato l’opportunità di fare la differenza nelle vite di altre persone ed è stato davvero speciale condividere questo momento eccitante con gli studenti dell’Agassi Prep.”. Il Grand Slam (for Children), oggi, è un mezzo per raccogliere fondi - dal 1995 ha raccolto circa 92 milioni di dollari - e per offrire ai bambini la possibilità di cambiare le loro vite.

Su Il Mucchio Selvaggio di luglio-agosto.

Amore di plastica


Che cosa si cerca in una bambola? Quali sono le motivazioni che spingono qualcuno a comprare una Real Doll? Per molti sarà squallido e triste e falso - come se tutte le relazioni con altri esseri umani fossero interessanti e allegre e “vere” - ma se il controfattuale per l’acquirente X fosse la solitudine? O peggio?
Hanno qualcosa in comune con quelli che amano e “sposano” un animale?
Forse la lettera di Tom allo staff di Abyss non fornisce una risposta, ma suggerisce un punto di osservazione: “Le ragioni per cui ho deciso di comprare una bambola sono varie: ero un single (abbastanza felice), ma una volta che mi resi conto che questa bambola avrebbe potuto cambiare la mia vita di solitudine, ho cominciato a cercare in Rete. […]
È qui da circa 4 ore e ogni volta che entro nella stanza mi spavento un po’ come se qualcuno fosse davvero seduto lì. Questo significa che mi ha dato la sensazione di essere in compagnia dal primo minuto, e non avrei mai creduto che fosse possibile.
[…] A qualche giorno di distanza posso dire: sta andando sempre meglio. Le cose che scopri… Le cose che puoi o devi fare: fare shopping per lei, prendersene cura (lavarla, incipriarla), vestirla, muoverla… Baciarla, accarezzarla, coccolarla, sdraiarsi accanto a lei, tenerle la mano, lavarle la parrucca… […] Sono così felice di averla con me!”.
Tom sarà fuori di testa? Forse sì. Però se fosse vero quanto lui scrive (“Sono così felice di averla con me!”), non sarebbe già abbastanza per ripensare la condanna assoluta, considerando che non
fa male a nessuno? La sua felicità è irrimediabilmente fasulla e vergognosa? Siamo convinti che una genuina infelicità sia necessariamente preferibile a una felicità fittizia?

Su Il Mucchio Selvaggio di luglio-agosto 2011 (in Real Dolls).

domenica 26 giugno 2011

The Lazarus file: la poliziotta assassina incastrata dal Dna. Vent’anni dopo

Il 24 febbraio 1986 John Ruetten torna a casa e trova sua moglie Sherri in un lago di sangue. Sembra una rapina finita male e la polizia di Los Angeles indaga senza successo. Solo dopo oltre 20 anni si comincia a intravedere la verità, grazie all’avanzamento della scienza forense. Tra poche settimane comincerà il processo a carico di Stephanie Lazarus, accusata dell’omicidio di Sherri Rasmussens.

Il lungo articolo di Matthew McCough su The Atlantic, The Lazarus File, è insieme un resoconto della tragica morte di una giovane donna e una affascinante ricostruzione di come si sia passati dalle impronte digitali alle tecniche di analisi del DNA sempre più sofisticate.
In sintesi la storia è questa: verso le 6 del pomeriggio di quel 24 febbraio John Ruetten capisce subito che qualcosa non va perché la porta del garage è aperta e la BMW che ha regalato alla moglie non c’è - eppure Sherri dovrebbe essere a casa.
Entra in casa e trova il corpo della giovane donna nel salone; in casa evidenti segni di colluttazione. L’allora capo della squadra omicidi, Lyle Mayer, ipotizza che qualcuno sia entrato dalla porta non chiusa a chiave e sia stato sorpreso da Sherri, al piano di sopra. Dopo un tentativo di fuga da parte dell’aggressore e di difesa da parte di Sherri, quest’ultima era stata stordita e poi uccisa con tre pallottole: cuore, polmoni, colonna vertebrale. Nessuno aveva sentito colpi d’arma da fuoco, solo un po’ di trambusto e un grido, ma aveva ipotizzato che fosse un banale litigio.
L’assassino era poi fuggito rubando la BMW che John aveva regalato alla moglie. In casa, però, non era stato rubato nulla, nemmeno i gioielli di Sherri lasciati ben in vista. Mayer ipotizza che sia a causa della fuga frettolosa.
Il corpo viene esaminato solo alle 2 di notte. Lloyd Mahany cerca tracce e indizi sul corpo di Sherri. Ha un morso su un braccio che si rivelerà cruciale, anche se molti anni dopo.
Intanto arrivano a Los Angeles i genitori di Sherri. Il padre racconta a Mayer che la figlia si era lamentata di una ex fidanzata di John: qualche tempo fa era piombata in ospedale dove Sherri lavorava. Non ricordava il nome, ma sapeva che era un poliziotto ed era convinto che dovesse essere la prima sospettata - non certo il marito! L’appunto di Mayer non sembra suscitare interesse. Intanto la BMW viene ritrovata circa una settimana dopo, ma non c’è nessun indizio.
L’ipotesi della rapina viene rinforzata dal verificarsi di un episodio simile vicino alla casa di Sherri e John. I genitori offrono 10,000 dollari per qualsiasi informazione utile per scoprire l’assassino e il dipartimento di Los Angeles è concentrato su due presunti rapinatori latinoamericani.

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domenica 19 giugno 2011

La scorciatoia bugiarda di Assuntina Morresi

Assuntina Morresi non è nuova alle interpretazioni fantasiose e poco attente alla letteratura scientifica.
Ieri se la prende, per l’ennesima volta, con la Ru486, con l’interruzione di gravidanza e con la contraccezione d’emergenza che in realtà sarebbe un mezzo abortivo camuffato (La scorciatoia bugiarda dell’aborto inconsapevole, Avvenire, 18 giugno 2011). Ma andiamo per ordine.
Il primo problema è l’affermazione di Morresi sulla Ru486, ovvero il farmaco che induce farmacologicamente l’interruzione di gravidanza - il cosiddetto aborto medico o farmacologico - invece di intervenire chirurgicamente. Morresi sostiene che il suo uso sarebbe difficilmente conciliabile con la legge 194 che nel 1978 ha normato l’interruzione di gravidanza. Nel 1978 questa possibilità non esisteva, tuttavia all’articolo 15 si legge: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza” (il corsivo è mio).
L’altro ostacolo pretestuoso riguarda il ricovero in una struttura sanitaria - così come previsto dall’articolo 8 della 194. Due anni fa l’Agenzia Italiana per il Farmaco aveva sottolineato la necessità di garantirlo come prova del rispetto della legge sulla interruzione di gravidanza. Il motivo di questa decisione? La risposta non è semplice, ma il richiamo all’articolo 8 sembra insoddisfacente (qui Giuseppe Regalzi aveva commentato il comunicato stampa dell’Aifa).
Il problema dunque non sembra tanto essere che la legge 194 non possa conciliarsi con la Ru486, ma che Morresi non approvi l’interruzione di gravidanza, soprattutto se eseguita in modo meno invasivo per le donne (già abortire è moralmente ripugnante, ma almeno che si soffra il più possibile e che non si possa scegliere). Nel corso del tempo le strategie di Morresi sono passate dall’affermazione della pericolosità della Ru486 per le donne all’accusa di “aborto fai da te”, colpevole anche di eliminare lo spazio di colloquio con la donna da parte di quanti vorrebbero dissuaderla. Scriveva infatti nel 2008: “La 194 invece, propone una casistica e pretende la valutazione e la certificazione di un medico. Proprio per permettere di discutere le motivazioni che spingono ad abortire, dà molto spazio al colloquio con le donne e prevede un periodo di riflessione - sette giorni - fra la concessione del certificato per abortire e l’intervento. Avere uno spazio in cui inserirsi per incontrare le donne e per ascoltarle è fondamentale: è questo il momento in cui lavorano i volontari dei “Centri di Aiuto alla Vita”. È questo il motivo per cui stiamo lottando contro la pillola abortiva Ru486, sinonimo di “aborto fai da te”, un modo di abortire in cui incontrare le donne diventa impossibile” (Una battaglia per la vita a trent’anni di distanza, ilsussidiario.net, 17 marzo 2008).

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martedì 14 giugno 2011

La verità, vi prego, sulla contraccezione d’emergenza

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune: Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale.
Il documento parte dalla definizione di contraccezione d’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La contraccezione d’emergenza si definisce come “metodica contraccettiva”, poiché può solo prevenire e non interrompere una gravidanza”.
Va assunta in caso di un rapporto sessuale non protetto o nel caso in cui sia stato usato scorrettamente un altro mezzo contraccettivo. L’effetto sarà inversamente proporzionale al tempo trascorso tra il rapporto a rischio e l’assunzione del farmaco.
Dopo le descrizioni tecniche sulle confezioni disponibili in Italia e autorizzate dall’Aifa, il documento si sofferma sulla questione più importante: come funziona la contraccezione d’emergenza. Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si afferma: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto” (il corsivo è mio).

Non esiste una normativa ad hoc e, in modo condivisibile, il documento rimanda a due leggi: quella del 1975 sui consultori familiari (legge 405 del 29 luglio 1975; prima di allora i contraccettivi erano illegali) e quella del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza (legge 194 del 22 maggio 1978). Queste leggi garantiscono l’accesso ai mezzi contraccettivi. Non solo: il Comunicato del Ministero della Sanità n. 254 del 1 novembre 2000 afferma esplicitamente che “l’uso di questa pillola non viola la legge dello Stato…il farmaco oggi a disposizione…si concretizza come un mezzo di prevenzione dell’aborto e sottrae la donna al rischio di trovarsi di fronte a scelte drammatiche”.
E ancora “nel documento di schema d’Intesa Stato–Regioni per una migliore applicazione della Legge 194, del 15 febbraio 2008, in cui si sottolinea la necessità di:
- Garantire congruo orario di apertura del Servizio Consultoriale, anche prevedendo l’accoglienza senza appuntamento, con carattere di precedenza, per alcune richieste come: contraccezione d’emergenza, inserimento di IUD, richiesta di certificazione urgente per interruzione volontaria di gravidanza;
- Prevedere la prescrizione della “contraccezione d’emergenza”, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei Pronto Soccorso e nei servizi di continuità assistenziale (guardia medica).
Ben definito è quindi il diritto della donna alla prescrizione della contraccezione d’emergenza”.

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