mercoledì 27 aprile 2011

Uomini e topi


Nel dicembre 2010, su queste pagine, Umore Maligno fa una battuta sulla sperimentazione animale. I protagonisti sono un cagnolino sottratto alla ricerca medica e un bambino che sta morendo di leucemia. Nelle settimane seguenti alla redazione del Mucchio arrivano molte mail di protesta. I temi più comuni e ricorrenti sono l’inopportunità di fare dell’ironia su un argomento tanto spinoso e l’inutilità della sperimentazione animale. In tutte le lettere si condanna la vivisezione. La scelta del termine è significativa (box). Riguardo alla critica che scherzarci su non sarebbe ammesso o gradito, ognuno sceglierà se concordare o sollevare dubbi al riguardo. L’ironia è un’indubitabile manifestazione di cinismo indifferente? I controesempi, dai giullari a Train de vie, sarebbero tanto numerosi da portarci su un altro piano e su un altro pezzo. Lasciamo da parte il come si parla e si scrive e arriviamo ai contenuti: l’aspetto che più colpisce del dibattito sulla sperimentazione animale è il disaccordo sulla utilità scientifica del ricorso agli animali.

(A CHE) SERVE LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE?
Decido di saperne di più sulla storia e sui risultati medici ottenuti passando attraverso la sperimentazione animale e di parlarne con Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina alla Sapienza di Roma.
Quando è cominciata la sperimentazione animale e che cosa oggi dobbiamo alle ricerche passate? Come sarebbe la nostra esistenza senza? Corbellini ci riporta al 300 a.C. e alla scuola medica di Alessandria: la filosofia naturalistica antica cerca di capire come funzionano gli organismi viventi. Comincia la sperimentazione sugli animali umani e non umani. “Galeno, circa quattro secoli più tardi, ha costruito la sua dottrina fisiologica sulla sperimentazione animale. C’erano molte ingenuità, perché trasferiva agli uomini le osservazioni fatte sulle scimmie, sugli ungulati e sui cani, senza rendersi conto che non era possibile trasferire per analogia all’uomo queste osservazioni. Pensava che l’utero umano fosse a forma di corno, perché così era quello di cane”.

Dobbiamo aspettare la svolta nel ’600 per arrivare a una concezione moderna sia di sperimentazione che di scienza in generale. “Gli esperimenti dimostrano la loro utilità conoscitiva: si pensi alla scoperta della circolazione del sangue. Da quel momento se ne fanno di tutti i colori, non c’è alcun tipo di ritegno o limite morale. Gli animali vengono usati sistematicamente e per qualsiasi fine per tutto il ’600, il ’700, l’800 e il ’900. Quasi nessun ambito li risparmia, dalla biologia cellulare alla fisiologia. Le ricerche coinvolgono anche esseri umani, almeno alcune tipologie: i carcerati, come prezzo da pagare per avere danneggiato la società, e tutti i soggetti più deboli. Gli esperimenti di vaiolizzazione (prima del vaccino di Jenner, nel tentativo di immunizzare dal vaiolo lo si inoculava in forma lieve, con gravi rischi) nel 1721 a Londra vengono compiuti sui prigionieri e sugli orfani. Il manicomio divenne un altro luogo ideale per trovare cavie umane. Questo succede fino alla seconda metà del ‘900”.
Molti sanno delle sperimentazioni selvagge del nazionalsocialismo nei bracci dei campi: esperimenti brutali, e spesso anche inutili, su individui ritenuti inferiori e comunque destinati alla morte. Robert Jay Lifton, solo per fare un esempio, ha scritto molto sul pervertimento della medicina da parte dei nazisti. Esperimenti spesso dissennati, sempre dolorosi e moralmente controversi o rivoltanti. Colpisce che proprio Adolf Hilter sia stato un avversario della sperimentazione animale. In fondo aveva cavie umane.
La lista dei Paesi che si macchiarono di orrori mascherati da scienza e medicina è molto lunga: Stati Uniti d’America, Svezia, Danimarca. Corbellini aggiunge che molti esperimenti, oltre a essere moralmente inammissibili, erano inutilizzabili perché non erano sostenuti da alcuna metodologia: puoi avere quante cavie vuoi e non arrivare a nessun contributo conoscitivo. Come quelli sul congelamento o sulla bassa pressione, esperimenti senza alcun senso che offrivano risultati vaghi e la morte della cavia, spesso dopo atroci sofferenze.

IL PESO DEL PASSATO
Nella seconda metà del ventesimo secolo la situazione comincia a cambiare e forse in alcune circostanze accade talmente violentemente da delineare scenari drasticamente opposti: dall’assoluta assenza di limiti al divieto totale. A volte il peso del passato produce questo effetto boomerang.
Arriviamo ad oggi e alla contrapposizione quasi sempre insanabile tra i difensori degli animali e i difensori della ricerca - e chissà se la suddivisione corretta è questa, perché come vedremo in tanti parlano in nome della scienza. È proprio il nodo da cui siamo partiti, lo scontro tra l’utilità della sperimentazione e la sua inutilità.
In questa contrapposizione le posizioni più estreme sono, solo in apparenza paradossalmente, somiglianti, per quella wittgensteiniana aria di famiglia. Le modalità e l’esasperazione dei giudizi, pur riguardando contenuti diversi, finisce per far sembrare fratelli quelli che difendono a oltranza gli animali e quelli che li ritengono privi di qualsiasi valore. Avrebbero forse lo stesso profilo psicologico se si dovesse disegnarne i tratti.
Secondo Corbellini “sia gli sperimentatori accaniti sia coloro i quali hanno un trasporto emotivo assoluto verso gli animali sono persone un po’ disturbate. Per fare certi esperimenti sugli animali devi essere profondamente indifferente al dolore di un essere senziente - e riesci ad esserlo solo se hai un profilo psicologico di dissociazione, insomma non sei un tipo raccomandabile. D’altra parte quelli che si esaltano o mettono gli animali al di sopra degli uomini sono ugualmente pericolosi. I teorici della ecologia profonda sono nazisti. Sono due forme di perversione psicologica”.
A questo proposito mi viene in mente una riflessione di Konrad Lorenz che avevo letto tanti anni fa nel suo libretto scritto negli anni settanta, E l’uomo incontrò il cane: “Mi rattrista sempre sentire quella frase malvagia e totalmente falsa: ≪Le bestie sono migliori degli uomini≫. Non lo sono affatto!”. Non perché siano peggiori degli uomini, ma perché non sono paragonabili.
L’oggi comprende anche alcune domande cui non è possibile sottrarsi: a che serve sperimentare? Qual è l’alternativa alla sperimentazione animale? La rinuncia della ricerca, oppure? Ecco la lista di Corbellini: “tutta la chemioterapia, i vaccini, l’endocrinologia, l’abbattimento della mortalità infantile. Insomma tutta la medicina scientifica è passata per la sperimentazione animale, almeno sul piano della fase preliminare. Non basta il caso del talidomide per sostenere l’inutilità della sperimentazione animale (il talidomide viene commercializzato dopo una fase sperimentale. È indicato per le donne incinte, ma si scopre che è teratogeno. Nascono migliaia di bambini con gravi alterazioni dello sviluppo degli arti. Viene ritirato alla fine del 1961. Solo due anni fa, in Italia, alle vittime è stato riconosciuto un indennizzo di 4.000 euro). Dopo una lunga fase iniziale in cui la sperimentazione animale ha contribuito allo sviluppo delle conoscenze di base, grazie alle quali è stato possibile formulare ipotesi esplicative e poi terapeutiche, oggi è perlopiù uno strumento di sicurezza e di sviluppo delle terapie mediche”.
Per quanto riguarda le alternative o i mezzi per ridurre significativamente il coinvolgimento degli animali di rado si ipotizza un allargamento del dominio della sperimentazione. Nel farlo si toccano nervi scoperti e le reazioni sono perlopiù di isterismo. Come potrebbero cambiare quelle reazioni se sottoposte a un vaglio razionale? Alcuni spunti ce li offre Corbellini: “si dovrebbe consentire la sperimentazione su neonati e bambini al di sotto dei 2 anni senza alcuna speranza di vita e con gravissime patologie, garantendo loro l’assenza di sofferenza”.
Il contenimento della sofferenza è un principio che vale anche per gli animali e che si è imposto a partire dalla formulazione delle 3R negli anni cinquanta, ovvero replacement, refinement, reduction: questi sono i principi ispiratori della ricerca animale da quando, nel 1954, la Universities Federation for Animal Welfare commissiona uno studio al fine di stabilire i criteri per la sperimentazione animale. Qualche anno dopo Rex L. Burch e William M.S. Russell pubblicano a Londra The Principles of Humane Experimental Technique (Methuen & Co.).
L’eventuale possibilità di sperimentare su animali umani, come dicevo, tocca un nervo molto sensibile: la convinzione che gli esseri umani siano una specie superiore, intoccabile e imparagonabile alle specie animali non umane. Richard Ryder ha coniato il termine di “specismo” per denotare questa convinzione antropocentrica e discriminatoria che ci attribuisce il posto d’onore. Per quale ragione gli animali umani dovrebbero essere messi su un piedistallo? Egoisticamente la risposta è facile.
Continua Corbellini: “io non faccio differenza tra animale umano e animale non umano. In situazioni controllate e definite, perché non permettere la sperimentazione umana?”. Ci sono ragioni abbastanza forti per vietare in assoluto la sperimentazione su animali umani? Quanto c’entra la disinvoltura passata rispetto alla chiusura totale di oggi? “Appare bizzarro - continua Corbellini - che oggi siamo arrivati a questa ipertutela: si è passati da una fase in cui si facevano cose trucide senza alcuna limitazione ad oggi in cui nulla è permesso. Alcuni ginecologi cattolici italiani, che hanno pontificato su materie bioetiche, negli anni 60 collaboravano con gruppi di ricerca svedesi (in Svezia allora c’erano delle leggi eugenetiche che obbligavano le donne ad abortire contro la loro volontà) che prendevano i feti delle donne che erano state costrette ad abortire e li frullavano e ne analizzavano la composizione biochimica. Poi è arrivata la chiusura completa, con eccessi proibizionistici. La ricerca sugli embrioni umani ha avuto un destino simile: fino agli anni ’80 a nessuno importava degli embrioni umani. Oggi assistiamo a una vera e propria ossessione di protezione degli embrioni”.
In Italia la fine della sperimentazione embrionale è stata sancita dalla legge 40 del 2004.
Gilberto Corbellini prosegue il suo ragionamento: “si potrebbe aprire alle ricerche fisiologiche e a forme di sperimentazione che consentano anche di accedere a individui umani, a condizioni e con limiti precisi e strettissimi: non malati di mente, non oltre una certa età, e così via. Ma chi è d’accordo a sottoporsi a sperimentazione dovrebbe poterlo fare. So che molti mi considereranno un nazista. Il problema è che senza la sperimentazione sugli animali, umani e non, non avanziamo più di tanto. Possiamo solo in parte rimediare attraverso simulazioni e usando metodi alternativi. Colture cellulari, preparati fisiologici, modelli 3D per la didattica. Ma quando serve sperimentare sull’organismo e sul sistemico, non siamo in grado di riprodurli. Per limitare la sperimentazione animale dobbiamo aprire a quella umana. Se vuoi essere iperprotettivo con gli animali, dovresti esserlo meno su te stesso. Oggi però in occidente le persone disposte a sottoporsi a studi clinici sono pressoché zero. E allora cosa protesti? Gli animalisti più convinti spesso sono radical chic”.
Questo commento fa venire in mente molti esempi di persone che vivono nell’agio e protestano e si infiammano perché chi se la passa malamente magari accoppa un gatto e se lo cucina in tegame. Che poi è quello che in molti hanno fatto durante la guerra - ed è facile dire, seduti sul nostro divano, che sia immorale cibarsi di gatti perché i gatti sono i migliori amici dell’uomo dopo il cane.
Buffo poi come vadano tanto di moda i vari Survivor, programmi in cui il ganzo di turno finge di doversi arrangiare e si nutre di ogni essere vivente e senza dubbio se incontrasse il nostro gatto di casa mangerebbe pure quello. Chissà se piacciono anche agli animalisti queste imitazioni caricaturali di Robinson Crusoe.
Non solo cane mangia cane, ma quando si rischia la sopravvivenza ci si nutre anche dei propri simili. Nessuno si è mai dimenticato dei sopravvissuti nelle Ande. E come biasimarli? Mai perdere di vista il contesto e i bisogni primari.
Mi chiedo quanto pesi la lontananza odierna dalla campagna e dagli animali, da quella natura che viene spesso invocata e ammantata di romanticismo. L’ignoranza della vita contadina, per esempio, sembra essere una condizione necessaria per la trasfigurazione arcadica da Mulino Bianco. Non sto dicendo che non ci sarebbe spazio per i diritti degli animali e per la loro cura, ma mi domando se i modi di esprimere e di difendere tali diritti sarebbero diversi senza una idealizzazione campestre che rischia di confondere i confini e i pensieri. Che deforma e antropomorfizza gli stessi animali: trattare come un bambino un canetto, con cappottino e incontri con gli psicologi, è davvero nell’interesse del canetto?
Tornando alla sperimentazione animale, Corbellini ci offre una interpretazione interessante: “l’obiettivo di queste battaglie spesso non sono gli animali e la loro difesa, ma la scienza. Un insieme di procedure che sono percepite come lesive di un mondo che fu, disturbanti, estranee”.

LA PANCIA E LA SCIENZA
Torniamo all’utilità, alla percezione e alla sua valutazione. Secondo Corbellini “l’unico modo per far presa è affermare l’inutilità della sperimentazione animale su un piano scientifico. Non basta costruire il fronte morale, bisogna spostarsi su quello scientifico. O percepibile come tale. La gente ragiona in termini di utilità. Se si ha la percezione che il ricorso alla sperimentazione animale possa salvare bambini malati di una patologia oggi incurabile, non vai da nessuna parte. Devi abbattere quella convinzione. Se percepisco qualcosa come utile lo approvo, altrimenti lo condanno moralmente. Il giudizio morale intuitivo si muove così e la gente giudica quello che è giusto o sbagliato con la pancia. Anche chi è contro la sperimentazione spesso segue unicamente la pancia, pur mascherandosi da scienziato”.
Pubblicamente non puoi dire “la mia pancia sostiene che questo è immorale”. Non avrebbe presa un discorso così. Cosa dicono gli scienziati? Anche se la fiducia nei loro confronti è intaccata, il loro parere conta e la domanda non è aggirabile. Allora devi manipolare la scienza. “Il risultato - aggiunge Corbellini - dipende dall’apparato istituzionale, dal livello di salute della democrazia, dal profilo degli interlocutori. Se certe regole si rispettano la manipolazione rimane circoscritta, in Italia si sbraca e lo si fa a perfino livello istituzionale. Più vai in alto e più sbrachi”.
L’attacco alla scienza è conflittuale, la si attacca, ma sotto sotto ti rendi conto che devi farlo con argomenti scientifici. Quindi ecco la scienza alternativa. Sono contro questa scienza, non contro la scienza: io c’ho la vera scienza!
Non è una gran scoperta che vi sia grande confusone a livello di percezione e di opinione pubblica. Il piano diventa anche politico contribuendo alla confusione.
Il livello di alcuni argomenti è imbarazzante, come quello della coscienza. A metà dell’800 qualcuno lo tirava in ballo a vanvera. Fino al 900, se a farlo era un letterato o un politico, poteva ancora andare. Ma che Veronesi parli di coscienza e firmi il manifesto per l’autocoscienza degli animali, siamo al colmo! La coscienza di sé forse possiamo ipotizzarla per i primati, cioè per un dominio molto circoscritto. Comunque non è affatto questa la questione. Se fosse questa, lo ribadisco, un bambino di 1 anno e mezzo potrebbe essere usato per la sperimentazione, così come un individuo con gravi danni celebrali - penso ad Eluana Englaro. Si ignorano una serie di studi e dibattiti. Sarebbe divertente prenderli in giro. Dispiace che non ci siano antidoti nell’opinione pubblica e non si riesca a fare seria informazione. Viviamo il dramma di un Paese che non ha mezzi di informazione all’altezza di quello che vorremmo essere”.

[Box]
LA COSCIENZA DEGLI ANIMALI
Il manifesto dell’iniziativa nata esattamente un anno fa e voluta da Maria Vittoria Brambilla per promuovere il rispetto per “i nostri amici a quattro zampe” solleva perplessità fin dal titolo. Gli animali non umani avrebbero “un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti”.
Quando si passa alla gerarchia di importanza, allora si perde davvero la pazienza.
- È necessario porre un freno al massacro degli animali nella stagione venatoria, fino alla totale abolizione della caccia.
- Va eliminata la inumana detenzione di animali nei circhi e negli zoo.
- Va drasticamente vietata l’importazione di animali esotici da altri Paesi e continenti.
- Va regolamentato il barbaro trasporto di animali da macello in condizioni vergognose, senza cibo e acqua per giorni, ammassati in spazi invivibili. Anche agli animali presenti negli allevamenti occorre garantire un ambiente sano e che consenta libertà di movimento.
- Deve essere sempre vietato il feroce sgozzamento degli animali da macello senza stordimento e la conseguente agonia per dissanguamento.
- Va vietata e penalizzata la vivisezione, che è priva di reale validità scientifica.
- Va inoltre punito l’abbandono degli animali domestici e la loro detenzione in condizioni degradanti e va promossa un’azione di sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per ricavarne capi di abbigliamento, come le pellicce.
A parte la vaghezza dell’elenco e la mancanza di ipotesi per realizzare i punti indicati, a parte l’uso del termine “vivisezione”, a parte l’invito a regolamentare pratiche già regolamentate o a vietarne altre che già costituiscono reati (giustamente!, come l’abbandono o i maltrattamenti), a parte la perplessità di trovare Umberto Veronesi tra i firmatari del manifesto (sostiene il divieto della sperimentazione lui che incarna contemporaneamente la lotta ai tumori?), la promozione della sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per farne pellicce lascia davvero sgomenti.
Si vuole vietare l’importazione di animali esotici e solo sensibilizzare sulle pellicce? Allevare e scuoiare ermellini e volpi è moralmente preferibile alla detenzione in uno zoo? E secondo quale gerarchia? Quella delle prime alla Scala di Milano?

Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.

martedì 26 aprile 2011

Referendum rien ne va plus


Ogni gioco ha le proprie regole. Se non le rispetti non dovresti poter giocare o, almeno, gli altri dovrebbero accusarti di cialtroneria e estrometterti. Vale per gli scacchi e per il calcio, perché non dovrebbe valere per la deliberazione? Ecco, allora, quali sono le regole della buona deliberazione: conoscere il tema su cui si delibera, soprattutto nel caso di un referendum che ci invita a scegliere tra il “sì” e il “no” su una specifica questione; saper costruire buoni argomenti e saper riconoscere quelli fallaci o deboli; essere in grado di analizzare gli argomenti proposti a favore delle diverse posizioni e, dopo le necessarie informazioni, anche costruirne a sostegno della posizione prescelta. A contare insomma non è tanto il risultato finale, ma come ci arriviamo. Come in un processo non ci si può limitare, tanto nella difesa che nell’accusa, a proclamare: “Sono innocente!”, ma è necessario costruire ipotesi credibili e coerenti. Sembra scontato, ma non lo è affatto, abituati come siamo a sentir parlare tuttologi presuntuosi che si cimentano in monologhi di dubbia tenuta razionale. Di questo parliamo con il filosofo Giovanni Boniolo, autore di Il pulpito e la piazza, Democrazia, deliberazione e scienze della vita (Cortina, 2011, pp. 316, euro 26).

Cominciamo con alcune definizioni di concetti fondamentali della nostra vita politica: deliberazione, democrazia partecipativa, con particolare attenzione alla forma aggregativa, e referendum.
L’idea della democrazia partecipativa si basa sul fatto che siano i cittadini a partecipare attivamente al processo democratico. Nella versione deliberativa i cittadini, che partono da punti di vista diversi, attraverso un dibattito ben costruito dovrebbero arrivare a una scelta - politica o di etica pubblica - comune. Questa deliberazione dovrebbe essere basata su un processo razionale. Il referendum è uno dei modi in cui il cittadino viene chiamato direttamente a decidere, è una forma di democrazia diretta. Non prevede però alcuno strumento che permetta una buona costruzione del modo in cui decidere.
Soprattutto ora e specie in Italia, il referendum è diventato un modo di decidere senza una preparazione corretta, senza un precedente dibattito pubblico ben costruito e ben realizzato, senza un vero e proprio dibattito deliberativo. Prima ci si dovrebbe informare e discutere e solo poi andare alle urne. Sfortunatamente questo da noi non avviene quasi mai. Pensiamo a ciò che accadde con il referendum sulla Legge 40 nel giugno del 2005: la battaglia si è svolta a colpi di slogan e nessuno ha spiegato cosa fosse un embrione, quali fossero i problemi filosofici sollevati dalle tecniche riproduttive e perché i cittadini erano chiamati a votare. Di solito, si verifica una manipolazione dell’immaginario e della conoscenza collettivi, non si informa correttamente (cioè in modo non ideologico) il cittadino né gli si forniscono quegli strumenti che gli permetterebbero di ragionare in modo non fallace.Ma in fondo a chi veramente interessa un cittadino informato e razionalmente critico?

Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.

mercoledì 13 aprile 2011

“L’acqua che elimina l’acqua”


Ogni cittadino sa già che i prossimi 12 e 13 giugno 2011 si voterà su  4 quesiti referendari. Due di questi riguardano l’acqua e la sua  gestione: pubblica o privata? (Qui i quesiti per intero e le tappe che hanno portato fino al referendum).  La questione è complessa e lo spazio che il referendum lascia ai  cittadini è angusto. Non ci possono essere sfumature o aggiustamenti. È  richiesta una risposta secca: “sì” o “no”. In effetti ci sarebbe anche  la possibilità di annullare le schede, oppure quella di non andare a  votare. Se si vuole esprimere un parere in modo esplicito però rimane il  “sì” oppure il “no”, perché le ragioni dell’annullamento o  dell’astensione rimarrebbero oscure e implicite.
Tutte queste scelte hanno qualcosa in comune: il bisogno di sapere  cosa ci viene chiesto se non vogliamo calpestare il significato profondo  dello scegliere. Come potremmo scegliere se ignoriamo l’argomento di  cui si discute? Si può sempre votare a caso o decidere se votare o  andare in gita a seconda del tempo, ma non sarebbe l’esercizio di un  diritto di voto. Non sarebbe una scelta, ma un segno su un pezzo di  carta. Dopo avere conosciuto l’argomento, dovremmo conoscere le ragioni a  favore delle diverse posizioni e, infine, decidere come votare.
Un ben intenzionato cittadino X, simpatizzante per il sì, non ne sa  ancora abbastanza e vuole informarsi per tempo. Il nostro cittadino non  vuole votare tanto per fare, non vuole eseguire quanto il proprio  partito gli indica, né la portinaia o la fidanzata che magari è  ambientalista oppure è una fan delle privatizzazioni. Vuole conoscere le  ragioni a favore delle diverse posizioni per poi decidere quale gli  sembra più convincente, cioè quale possa vantare le argomentazioni più  forti. Vuole esercitare il suo diritto di scelta e non essere il  burattino nelle mani di qualcuno. Vuole trasformare la sua simpatia in  una argomentazione forte, magari per poter convincere altri cittadini –  correndo volentieri il rischio di dovere arrendersi alle ragioni del no,  se fossero migliori di quelle del sì.
Ecco allora il nostro cittadino che cerca su Google e arriva alla pagina del Comitato promotore per il sì all’acqua pubblica.  Sembra il luogo adatto. Alla sezione “perché l’acqua” il cittadino si  aspetta di trovare le ragioni per cui si dovrebbe votare sì.
“L’acqua deve essere pubblica perché ognuno di noi è fatto al 70% di  acqua” c’è scritto alla prima riga. Qui il cittadino si confonde, perché  non capisce l’argomento. Non è certo su quella percentuale di acqua che  siamo chiamati a votare. Non letteralmente insomma: non ci sono signori  grigi che vogliono comprare la nostra acqua, in una specie di versione acquatica di Momo.
Deve esserci qualche passaggio implicito, che però il cittadino non  riesce a cogliere. Spera che proseguire nella lettura possa aiutarlo a  capire, ma molti altri “perché” suscitano la sua perplessità.

Continua su iMille Magazine di oggi.


martedì 12 aprile 2011

Obiezione a costo zero

Lo scorso 25 febbraio, sollecitato da un quesito del deputato Udc Luisa Capitanio Santolini, al Comitato Nazionale per la Bioetica è stato chiesto di esprimersi riguardo alla possibilità per i farmacisti di fare obiezione di coscienza sulla cosiddetta pillola del giorno dopo, ovvero sulla possibilità di non vendere quei farmaci di emergenza «per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano». Nel comunicato stampa diffuso tempestivamente dalla Presidenza del Consiglio si legge che «in merito al problema specifico all’interno del CNB sono emersi orientamenti bioetici differenti», tuttavia, «a fronte dell’ipotesi che il legislatore riconosca il diritto all’obiezione di coscienza del farmacista e degli ausiliari di farmacia, i componenti del CNB si sono trovati d’accordo che, nel rispetto dei principi costituzionali, si debbano considerare e garantire gli interessi di tutti i soggetti coinvolti, come generalmente previsto in situazioni analoghe. Presupposto necessario e indispensabile per l’eventuale riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza è, dunque, che la donna debba avere in ogni caso la possibilità di ottenere altrimenti la realizzazione della propria richiesta farmacologia e che spetti alle istituzioni e alle autorità competenti, sentiti gli organi professionali coinvolti, prevedere i sistemi più adeguati nell’esplicitazione degli strumenti necessari e delle figure responsabili per la attuazione di questo diritto».
In linea di principio, dunque, il CNB riconosce al farmacista (e persino al suo ausiliario) il diritto di sottrarsi ai propri doveri professionali rimpallando allo Stato il dovere di garantire comunque l’accesso al farmaco da parte della paziente, in totale analogia con quanto già previsto per i medici nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza. Considerato il devastante impatto che il ricorso all’obiezione di coscienza ha avuto sull’applicazione della legge 194 (sono obiettori oltre il 70% dei ginecologi (con picchi dell’85% nel Lazio e in Basilicata), oltre il 50% degli anestesisti e circa il 43% del personale non medico (Relazione del Ministro della salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza Legge, 194/78 - Dati preliminari 2009, dati definitivi 2008) e l’importanza di assumere il farmaco il prima possibile (se il farmaco viene assunto nelle 12 ore successive al rapporto sessuale l’efficacia è di circa il 95%, si scende al 60% nelle 72 ore successive), c’è di che preoccuparsi. E dunque, seppure in attesa di poter leggere il documento del CNB (ora disponibile qui), non ancora disponibile nel momento in cui scriviamo, a dieci giorni dalla sua approvazione, cerchiamo di capire a cosa stiamo andando incontro.

Su Sapere di aprile.

sabato 2 aprile 2011

Violet

“Violet ha sicuramente un profondo desiderio di vendicarsi. Posso senz’altro dire che il suo primo motore sia proprio la vendetta. Vive inizialmente un dilaniante conflitto interiore tra il piano della giustizia privata e quello della giustizia vera e propria, quella che puoi scrivere con la G maiuscola. Avere dei superpoteri poi rischia di farti sentire al di sopra della legge, di indurti a usare la tua forza per comportarti come ti pare, in spregio alle regole e alle esistenze altrui”.
Tutti i supereroi si trovano a vivere un conflitto simile. È Spider Man ad avere espresso più esplicitamente e semplicemente l’implicazione di possedere dei poteri: “with great power comes great responsibility”. Aggiungendo poi che il potere è un dono, ma è al contempo una maledizione. Che farsene dei superpoteri?
Quando vanno usati e per quali finalità? È impossibile trovare una risposta facile e definitiva a simili domande.

Intervista a Mario Lucio Falcone, the Marius, su Violet, eroina le cui vicende sono ambientate a Napoli. Il Mucchio Selvaggio di aprile.