domenica 4 dicembre 2011

Far finta di dormire

Te l’avevan detto che finivi male
Francesco Guccini, Piccola storia ignobile

I’ve been running through these promises
to you that I made and I could not keep
Leonard Cohen, I’m your man

È senza dubbio ripugnante obbligare qualcuno a compiere un gesto che non vuole compiere. Ma il significato di «obbligare» dipende dal contesto: quando un gesto obbligato deriva da una nostra precedente libera scelta, possiamo ancora usare lo stesso verbo?
Sembra difficile, senza che il significato genuino del verbo obbligare sia disgiunto dalla parola, dal suono o dalla traccia nera su un foglio bianco.

La possibilità di fare obiezione di coscienza in campo sanitario delinea scenari preoccupanti, soprattutto per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza. Sia quando la possibilità concessa dalla legge è applicata correttamente, sia e a maggior ragione quando è applicata in modo disinvolto. D’altra parte la legge non stabilisce un tetto massimo – e come potrebbe farlo? – ma si limita a distinguere l’obiezione del singolo da quella della struttura. Quando va bene, perché non sempre è così e spesso poi la distinzione viene ignorata e si finisce con l’attribuire una coscienza anche alle strutture.
Che cosa faremmo se tutti i medici decidessero di essere obiettori di coscienza? Come garantiremmo le scelte dei pazienti?

Ci ritroveremmo forse a dover obbligare alcuni medici? E secondo quali criteri? Di certo non si può pensare di risolvere la questione aggrappandosi all’improbabilità di un simile scenario, all’idea che i medici sono persone e che le persone sono diverse e quindi sarebbe inverosimile che tutti i medici scegliessero di essere obiettori. È solo l’ennesimo tentativo di eludere queste domande. È solo un modo per non vedere che, in scala ridotta, succede già perché in alcuni ospedali tutti i medici sono obiettori.

Abolire la possibilità di fare per legge obiezione di coscienza sarebbe un gesto troppo brutale? Forse. Ma sarebbe ingiusto e illegittimo? Forse no, se il dominio su cui si vuole esercitarla è disegnato dalle nostre scelte e non è un dovere che vale per tutti.

Possiamo provare a rispondere prima a un’altra domanda: quali alternative abbiamo? Perché dovremmo almeno smettere di fare finta che non ci sia un conflitto desolante. «È sempre possibile svegliare uno che dorme, ma non c’è rumore che possa svegliare chi finge di dormire» scrive Jonathan Safran Foer. [1]
Quali alternative abbiamo per evitare che quanti si rivolgono a un medico non vengano schiacciati dalla sua visione del mondo? Per evitare che ciò che la legge concede a una persona venga corroso e annientato dalla coscienza altrui?

È senza dubbio ripugnante sgretolare le richieste che hanno a che fare con la nostra libertà di scegliere riguardo alla nostra esistenza, quando queste richieste non costituiscono una violazione di un diritto di qualcun altro in senso forte.
Il conflitto [2] tra la richiesta del paziente e quella del medico non sarà forse sanabile, ma per non rimanere sospeso in uno spazio senza significato, deve essere risolto attribuendo un peso a ciascuna richiesta. Il paternalismo sceglie di assegnare più peso alla scelta del medico. Quale peso vogliamo scegliere noi?

Ho raccontato solo alcune delle storie che si potrebbero raccontare sulla difficoltà di abortire o di esaudire una richiesta medica, che non è mai una richiesta solo medica, e temo di non essere stata esaustiva nemmeno sulla tipologia delle storie – ammesso che abbia senso parlare di una tipologia di storia. Queste storie meritano una risposta. Meritano la nostra veglia.

Conoscere quanto accade nei corridoi degli ospedali rende difficile continuare a pensare che si possa continuare a dormire. Certo, si può sempre fare finta.

NOTE

[1] Jonathan Safran Foer, Se niente importa, op. cit.
[2] Il conflitto è ben espresso da Sean Murphy: «Il tentativo di raggiungere un “equilibrio praticabile e rispettoso” tra gli interessi confliggenti di pazienti e operatori sanitari è lodevole, ma tralascia di considerare la natura del conflitto. Nei casi di obiezione di coscienza, i pazienti hanno interesse a ottenere un particolare prodotto o servizio, mentre gli operatori sanitari perseguono l’interesse di vivere e lavorare secondo le convinzioni della loro coscienza. Con sufficiente immaginazione e volontà politica, si potrebbe trovare il modo di conciliare gli interessi di entrambi. Ma i loro interessi non possono essere equilibrati, perché non sono misurabili; riguardano benefici radicalmente diversi». (Service or Servitude: Reflections on Freedom of Conscience for Health Care Workers). La soluzione auspicata da Murphy – dialogo, pianificazione, bilanciamento di interessi, immaginazione e volontà politica – potrebbe essere condivisibile; tuttavia la sua posizione sembra sbilanciata dalla parte degli operatori sanitari quando afferma che, in fondo, chi si vede rifiutare da un farmacista la contraccezione d’emergenza può sempre andare a cercare un’altra farmacia. O forse più che essere sbilanciata sembra non considerare un possibile scenario: che succede se anche il secondo, il terzo, il quarto farmacista rifiutano di vendere il farmaco? Che succede se tutti i farmacisti rifiutano?

Estratto da Cè chi dice no. Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezione di coscienza, Il Saggiatore.

venerdì 2 dicembre 2011

Dieci considerazioni su Travaglio (e Magri)

Il commento di Marco Travaglio riguardo al suicidio assistito di Lucio Magri offre numerosi spunti di riflessione. Li elenchiamo senza ulteriori introduzioni.

1) Le prime righe sono “io non farei”, “io non direi”. Quando finalmente leggiamo “Ma qui mi fermo” è troppo tardi. Per l’ennesima volta siamo di fronte alla regola, suggerita e poi ritirata, che gli altri dovrebbero comportarsi come ci comporteremmo noi. Pareri, certo, ma dal sapore profondamente paternalistico e moralistico.

2) L’ipocrisia del suicidio assistito e il vero nome: omicidio del consenziente. Potremmo discutere di nomi e termini, ma se siamo disposti ad arretrare e a domandarci se possiamo disporre della nostra vita, ci accorgeremmo che i due concetti si sovrappongono. L’omicidio è moralmente condannato perché, tra le altre ragioni, viola la volontà di chi è ucciso. Se a “omicidio” aggiungiamo “consenziente” questa condanna vacilla. Inoltre parliamo di suicidio assistito quando ci muoviamo in campo sanitario. La malattia terminale non è una bacchetta magica per giustificare alcunché, ma una delle condizioni in cui si può discutere se è lecito o no domandare di essere aiutato a morire. Il problema è eventualmente il coinvolgimento del medico e la sua volontà, non che non ho una malattia terminale.

3) Eutanasia, Mario Monicelli o Eluana Englaro: “non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Come dicevo prima non ci sono solo le malattie terminali da considerare. Piergiorgio Welby non era un malato terminale. Ci sono molte condizioni cliniche croniche che alcuni non tollerano e non vogliono più vivere e che non possono essere considerate malattie terminale. Ce ne freghiamo di queste persone oppure vogliamo perdere un po’ di tempo a pensarci? Inoltre Travaglio sembra verosimilmente riferirsi a Eluana Englaro come “in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina”. Giusto per precisione, qualora fosse rivolta a lei questa descrizione: Eluana Englaro era in una condizione che si chiama stato vegetativo persistente e permanente e non era attaccata a nessuna macchina. Aveva un sondino nasogastrico per la nutrizione e l’idratazione artificiale.

4) Suicidio assistito dal punto di vista logico: qui la logica salta del tutto. “Chi vuole sopprimere la “sua” vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quellaltro” (il corsivo è mio). Quindi anche quando vado dal medico per farmi togliere le tonsille la mia vita non è più mia perché chiedo al medico di asportarle? O vale solo per la richiesta di morire? La morte fa parte della nostra esistenza e fa parte anche dell’esistenza del medico (come persona, ovviamente, ma qui prima di tutto come operatore sanitario). Quando Welby ha chiesto - ha “incaricato” - un medico ha forse regalato la sua vita al medico? E poi: se il medico è d’accordo come ne uscirebbe Travaglio? A nessuno piace crepare e sembra facile, stando seduto sul divano di casa comodamente, condannare la richiesta di persone in condizioni che è necessario conoscere prima di giudicare.

5) Suicidio assistito dal punto di vista giuridico: speravo di non ritrovarmi quella espressione terribile che finisce con il “punto” - scritto a lettere e poi seguito dal punto come segno di punteggiatura. Ma via è un dettaglio. Ciò che manca in questo punto di vista è il contesto sanitario. Insinuare l’analogia tra il boia e il medico è una mossa sporca e fuori tema. Inoltre si dimentica la volontà dell’individuo, che in campo sanitario (e in molti altri campi) distingue un atto di abuso da un atto lecito. Non dimentichiamo che la tecnologia medica oggi ci permette di ottenere risultati fino a qualche anno fa impensabili, ma ci mette anche di fronte a condizioni moralmente complesse. Le tecniche di rianimazione, per esempio, hanno l’effetto di far sopravvivere il nostro corpo anche con il nostro cervello distrutto - Eluana Englaro qualche tempo fa sarebbe morta - o le tecniche di respirazione e di nutrizione permettono di prolungare la nostra vita, ma a volte in condizioni che riteniamo inaccettabili. Dovremmo essere autorizzati a interrompere trattamenti o tecnologie di sopravvivenza e dovremmo essere assistiti - oppure il medico dovrebbe abbandonare i pazienti al loro destino? Dovrebbe girarsi dall’altra parte, dicendo loro di organizzarsi per proprio conto? A nessuno piace crepare e a nessun medico piace accompagnare alla morte i pazienti, ma l’alternativa al coinvolgimento dei medici (coinvolgimento difficile, emotivamente faticoso, giuridicamente scivoloso, un coinvolgimento che necessita di un dibattito serio e non ipocrita) è fare finta di niente. Ultima considerazione: perché non riferirsi - o almeno considerare - l’articolo 580 del Codice Penale, istigazione o aiuto al suicidio?

Le altre 5 su Giornalettismo.

domenica 27 novembre 2011

Al posto delle mammane c’è il Cytotec. Cambiano i metodi, ma i rischi restano (aborti fai da te)

Come ogni fenomeno clandestino è difficile quantificarlo. Non ci sono numeri ufficiali, ma voci, sporadiche inchieste e qualche volta denunce. Denunce di medici che eseguono aborti nelle cliniche private o nel loro studio, o di persone che fanno aborti in condizioni sanitarie più o meno spaventose. Chi può va all’estero, come succedeva prima della legge 194/1978. Chi non può scivola nella clandestinità.
Negli ultimi anni abortire in Italia è diventato difficile, anche a causa dell’alto numero di obiettori di coscienza: la media nazionale supera il 70%, con punte regionali di oltre il 90.
Esiste un modo per abortire fai da te che sta riscuotendo sempre più successo: il Cytotec.
È un gastroprotettore. Il foglietto illustrativo avverte: “Come altre prostaglandine naturali e sintetiche, il misoprostol aumenta sia l’intensità che la frequenza delle contrazioni uterine. Il suo uso in gravidanza può comportare gravi danni per il feto, complicare la gravidanza o causarne l’interruzione. Pertanto il prodotto è controindicato durante la gravidanza accertata o presunta ed il suo impiego nelle donne in età feconda è consentito soltanto se vengono adottate contemporaneamente idonee misure contraccettive”.
Alcune donne prendono il Cytotec per ottenere proprio quell’effetto collaterale. Succede nei Paesi dove abortire è illegale, dove è l’unica alternativa a una gravidanza che non si può o vuole portare avanti e ai rischi degli aborti eseguiti con ferri da calza o altri mezzi rischiosi e non igienici.
Ma succede anche in Italia, dove esiste una legge che garantisce la possibilità di interrompere una gravidanza in modo sicuro. Almeno sulla carta.
Perché alcune donne invece di andare in ospedale prendono il Cytotec rischiando la salute e la vita? Il Cytotec non causa solo un possibile aborto, ma emorragie e complicazioni. A volte può farti morire. Sarà meno dannoso e più economico delle mammane, ma non è affatto sicuro. Lo sarebbe se fosse assunto in modo coretto e in un ospedale - lo stesso farmaco è infatti usato per indurre il travaglio e negli aborti tardivi.
Due anni fa una donna è arrivata in ospedale in condizioni critiche. È morta. Nel campo a Tor Sapienza dove viveva è stato trovato un blister bruciacchiato di Cytotec.
Sempre nel 2009 la Stampa denunciava lo spaccio del farmaco intorno alla stazione di Milano e nei sotterranei della metropolitana. Pochi euro per 5 pasticche, senza nemmeno procurarti la ricetta. Le prendi, aspetti e quando ti viene l’emorragia vai in ospedale simulando un aborto spontaneo.
Una possibile spia degli aborti clandestini potrebbe forse essere l’aumento di quelli spontanei. Secondo i dati Istat sono passati da circa 55.000 mila del 1988 agli oltre 77.000 del 2007.
È evidente che le vittime predestinate sono le donne più spaventate, con meno mezzi, magari senza cittadinanza italiana.
È impressionante che in Italia accada qualcosa di simile a quanto accade in quei Paesi in cui abortire è illegale. È ingiustificabile che l’accesso a un servizio pubblico sia tanto complicato e discriminatorio, perché a pagare il prezzo più alto saranno sempre le persone più fragili.

Calabria Ora, 24 novembre 2011.

giovedì 24 novembre 2011

Il riparatore


Il 23 dicembre 2007 Davide Varì pubblica su “Liberazione” una inchiesta su Tonino Cantelmi e le terapie riparative - ovvero quelle terapie che vogliono aggiustare gli orientamenti omosessuali. Cantelmi querela Varì. Non perché gli ha dato del riparatore, ma perché ha definito il suo studio “un porto di mare”.
Il processo s’è concluso da poche settimane con l’assoluzione di Varì: la sua inchiesta non ha varcato i confini del legittimo esercizio del diritto di critica e di cronaca e il fatto non sussiste, non è reato. Anzi, il giudice ha ritenuto che il pezzo avesse un interesse pubblico incontestabile. Le espressioni che hanno offeso Cantelmi non possono considerarsi diffamatorie. Inoltre - e questo è l’aspetto preoccupante - “non è apparso del tutto estraneo il Cantelmi alla cura dell’orientamento sessuale dei propri pazienti”.
Ma andiamo per ordine. La vicenda inizia nel 2007 con Varì che finge di cercare aiuto perché è a disagio con la sua omosessualità. Il sospetto è che ci siano alcuni terapeuti convinti che l’omosessualità possa essere curata, anzi debba essere curata. Ricordiamo che considerare di per sé patologico un determinato orientamento sessuale è insensato e scorretto e che per fortuna l’omosessualità non è più considerata una malattia. Ciò non significa che la propria sessualità non possa sollevare conflitti o disagi, ma che il malessere va cercato altrove e che l’omosessualità non è un errore da correggere. Eppure alcuni si ostinano nel considerarla un difetto, una deviazione o qualcosa che non va e che, dunque, deve essere riparata. Alcune associazioni sono esplicitamente a favore della riparazione, come Obiettivo Chaire, Living Waters, il Gruppo Lot o il Narth (National Association for Research & Therapy of Homosexuality) - ma molti altri preferiscono essere meno espliciti: come Scienza e Vita o Agapo, Associazione di genitori e amici di persone omosessuali (da non confondere con l’Agedo, Associazione di genitori di omosessuali). Il dominio dei riparatori ha confini nebbiosi e può includere tutti quelli che credono che l’omosessualità sia intrinsecamente sbagliata - questa premessa è la condizione sufficiente per sentire puzza di riparazione.

Varì chiede consiglio a Don Giacomo, che gli chiede se c’è stata penetrazione o no e poi gli consiglia di rivolgersi allo psichiatra Tonino Cantelmi: “chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto”.
Varì prende appuntamento e va a parlare con Cantelmi nel suo studio romano dietro a Piazza Bologna. “Lui e i suoi collaboratori durante le sedute mi chiedevano ossessivamente quale parte del corpo usassi nei rapporti, nessuno mi ha mai chiesto se provassi affetto, amore o emozioni. Che tipo di relazioni avessi o avessi avuto”.
Dalle domande emerge una concezione esclusivamente pornografica della omosessualità, fatta di domande ricorrenti: Attivo o passivo? Hai avuto rapporti completi? Sei anche stato passivo?
“Un’altra questione che mi ha lasciato perplesso riguarda l’appartenenza di Cantelmi all’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (AIPPC) - di cui è presidente. Durante la mia inchiesta ho incontrato molti psichiatri e psicanalisti, e tutti erano sconcertati che fosse presidente di una associazione di psichiatri cattolici. Che vuol dire? C’è una psichiatria cattolica e una non cattolica? Se il dogma cattolico precede la psichiatria, che validità ha questo atteggiamento?”.
L’aggettivo - e la conseguente connotazione - sembra essere o superfluo o dannoso. Se i dogmi e le credenze cattoliche prevalgono sulla disciplina specifica sarebbe un danno, se invece non sono influenti sarebbe inutile sottolineare l’appartenenza al cattolicesimo. Che senso avrebbe una associazione di fisici cattolici? O di muratori cattolici? Una appartenenza legittima ma privata, che non dovrebbe investire così pesantemente il dominio professionale. A pensarci bene esistono anche l’associazione di medici cattolici italiani e l’unione giuristi cattolici. Valgono le domande suddette. Dovrebbero esserci anche associazioni professionali protestanti, o induiste o targate scientology?

LA TERAPIA RIPARATIVA
Tu immagina di essere un ragazzino o una persona fragile (e sei vai dallo psichiatra è probabile che tu lo sia e poi chi non è fragile a volte e su alcune questioni?), ti sei innamorato del tuo compagno di banco o del tuo vicino, immagina di incappare in uno che ti dice che sei malato per questo. Immagina che effetto può avere non incontrare accoglienza ma condanna verso una parte di te, una delle più intime e profonde. Ti dice “sei sbagliato perché ami un ragazzo” (o meglio, perché ti fai penetrare o vuoi penetrare un ragazzo, i sentimenti non hanno molto spazio nell’anamnesi riparativa).
Continua Varì: “nel processo Cantelmi non ha mai negato che facesse queste pratiche riparative. Lui mi ha querelato su dettagli laterali e abbastanza irrilevanti della vicenda.
Per esempio perché avevo usato “porto di mare” per descrivere il suo studio. Questa cosa l’ha fatto imbestialire. Era terribilmente offeso. Il mio avvocato Giuseppe Lipera s’è trovato a difendermi da accuse davvero bizzarre”.
Per ben due volte Varì ha usato questo epiteto ingiurioso. Magari qualcuno può considerare questa definizione sgradevole o inappropriata, qualcuno può arrivare a querelarti per averla usata, ma quello che è certo è che sia - come sottolinea Varì - lontanissima dal centro del pezzo, lontanissima da quanto Varì denunciava.
“Mi ha regalato un libro, quello di Joseph Nicolosi (direttore e fondatore insieme a Benjamin Kaufman del Narth, specialista in terapie riparative o di conversione: dall’omosessualità o dalla bisessualità all’eterosessualità, mai da quest’ultima ad altri orientamenti sessuali, NdA). Uno psicologo che guarisce gli omosessuali, un libro fatto di storie di omosessuali guariti. Non è casuale no?
L’altra offesa da querela: averlo definito “guru della omosessualità”. E poi un particolare che aveva indispettito soprattutto la sua collaboratrice Cristina Cacace: che lo studio fosse targato Ikea. Io c’ho tante cose Ikea, che offesa è?”.
A questo punto sembrerebbe che a offendersi potrebbe essere Ikea.

La questione principale, Varì ci tiene a sottolinearlo, non è venuta fuori. E questo è preoccupante.
Pensiamo a chi magari vive un conflitto giovanile rispetto alla propria sessualità - ci ricordiamo che casino era da adolescenti? - e incappa in qualcuno che non ti accompagna alla comprensione e alla accettazione, ma ti fa sentire sbagliato e alimenta la preoccupazione dei tuoi genitori che t’hanno portato lì perché sono bigotti e hanno paura di cosa dirà la vicina di casa. “Un orientamento omosessuale viene intrinsecamente preso come indicazione certa di malattia, come un segnale di psicopatologia. Come un disagio mentale da curare. Devastante.
Nel suo studio c’erano molti ragazzini - non so perché. Ma l’idea che tra loro ce ne fosse anche solo uno portato dai genitori convinti che l’omosessualità fosse un male o una malattia... A curarvi dovete essere voi genitori!, che credete che vostro figlio sia malato perché omosessuale. L’ordine degli psicologi ha dovuto aspettare la mia inchiesta per dichiarare in un comunicato stampa che l’omosessualità non è una malattia”.

Di terapie riparative è necessario parlare, per ribadirne l’abnormità. Si fondano su pregiudizi diagnostici, su una concezione della psicopatologia intrisa di ideologie. Come è necessario parlare di chi pretende di riparare un omosessuale facendolo diventare o tornare eterosessuale, ribadire che nessun orientamento sessuale può essere colpevolizzato, come fanno molti documenti cattolici, Paola Binetti o Chiara Atzori, infettivologa dell’ospedale Sacco di Milano che durante una trasmissione su Radio Maria disse che i gay vanno normalizzati e che approvare qualsiasi forma di convivenza tra persone dello stesso sesso contribuirebbe a diffondere l’Hiv... E ancora Giancarlo Ricci e Roberto Marchesini, entrambi psicologi. Insieme a qualche altro sedotto dalla ideologia riparativa, hanno spesso espresso idee affini a quelle riparative. Gli ultimi tre sono, nel maggio del 2010, stati i relatori italiani delle due giornate di formazione con Joseph Nicolosi. La sua relazione si intitolava: “L’approccio all’omosessualità indesiderata: strumenti psicologici per la terapia”. È necessario parlare di chi insinua che certo i diritti, ma dire che siamo tutti uguali... E invece sì, siamo proprio tutti uguali - o meglio: nessun orientamento sessuale è giusto o sbagliato in sé e a priori.

Su Il Mucchio Selvaggio di dicembre.

martedì 8 novembre 2011

Dr. House

Gregory House è il prototipo del paternalismo. Non c’è puntata in cui, inseguendo la sua ragione, non calpesti i diritti dei pazienti. Come accade nei nostri ospedali quando, ad esempio, i medici obiettori si rifiutano di praticare un’interruzione di gravidanza per problemi di coscienza.

Se non ne ha ancora decretato la morte è indubbio che il paternalismo sia stato ferito al cuore dall’idea dell’autonomia del paziente. Il potere del medico è stato decisamente ridimensionato. Finché i medici avevano il coltello dalla parte del manico la decisione su cosa e come fare era loro, e il margine di discussione era davvero limitato. Oggi è il paziente a stringere quel coltello ed eventualmente a porgerlo al medico, indicandogli i limiti del suo intervento.
È ben immaginabile quanto possa essere faticoso rispettare una scelta che riteniamo sbagliata e dannosa. Anche su questioni non definitive come la morte: la nostra amica che si fidanza sempre con l’uomo “sbagliato” e che vorremmo sbattere al muro; nostra madre che continua a mettersi quel vestito da ventenne che la rende ridicola; il nostro vicino di casa che decide di fare l’ennesima vacanza avventura anche se è allergico a quasi qualsiasi pianta. La tentazione di prenderli per un braccio e imporre loro la scelta giusta è forte. Rafforzata magari dalle conferme passate: i pianti disperati e inconsolabili; l’offesa per una presa in giro; il rimpianto di una permanenza nel deserto. Ma sarebbe giusto cedere al richiamo della imposizione? Quale peso attribuiamo alla libertà? Siamo sicuri di essere in grado di sapere quale sia il bene delle altre persone e che cosa intendiamo per bene?
Non ci è certo negato di consigliare e suggerire, magari ricordando le passate disavventure. O magari possiamo rifiutarci di ascoltare i piagnistei e di consolare gli ostinati. Però obbligarli a fare quello che secondo noi è giusto non rientra tra le opzioni moralmente ammissibili. A meno che non abbiamo a che fare con persone non in grado di badare a se stesse in senso forte oppure di persone che rappresentano un pericolo per gli altri: penso a chi ha contratto una malattia infettiva o a chi guida dopo essersi scolato una bottiglia di ruhm. Le condizioni per sottoporre qualcuno a un trattamento sanitario obbligatorio sono rigide e riguardano quadri clinici gravi.

Che c’entra il dottor House? Gregory House è arrogante, a volte insopportabile, poco interessato alle volontà dei suoi pazienti, considerati inferiori. Gregory House non è tanto interessato a loro, quanto alla genialità delle sue ipotesi diagnostiche. E per dimostrare che ha sempre ragione calpesta qualsiasi diritto si ritrova tra i piedi. Il più breve e significativo scambio di battute al riguardo avviene tra uno studente di medicina e House. Dice il primo su un caso clinico discusso a scopi didattici: “The patient’s an idiot”. Risponde House: “They usually are”.

Su Il Mucchio Selvaggio di novembre.

mercoledì 2 novembre 2011

Catch 99

Non ho letto le “100 idee uscite dalla Leopolda”, le 100 proposte-wiki di Matteo Renzi. Poi però mi è arrivato un commento: “ma lo sai che c’è di mezzo anche il servizio civile obbligatorio?”.
Mi sono incuriosita e ho cercato. Ho scoperto che l’idea sul servizio civile era la numero 99. Riporto l’idea numero 99.

99 – Servizio civile obbligatorio
Un tempo di servizio agli altri coincidente con la maggiore età, della durata di 3 o 6 mesi. I contenuti ed i processi adeguati a gestirlo sono una responsabilità del terzo settore che deve inventarsi anche forme per sostenerlo e finanziarlo.

Ho letto queste righe e sono felice di essere vecchia. Felice di non rischiare di essere obbligata a svolgere un servizio civile obbligatorio per 3 o 6 mesi. A meno che non sia retroattivo.
Non ci sono ulteriori dettagli, perciò alcuni aspetti si possono solo immaginare. Come il fatto che riguarderebbe tutti i cittadini indipendentemente dal genere sessuale cui appartengono - non perpetuando l’ingiusta chiamata su base sessuale. Dettaglio che sembra l’unico a non essere ingiusto, per quanto riguardi un insopportabile obbligo. L’aggettivo che stona è infatti “obbligatorio”. Stona proprio parecchio.
Non si capisce se l’idea di fondo sia che è un bene per il cittadino oppure per il Paese (gli altri). Nel primo caso obbligare qualcuno a fare qualcosa per il proprio bene non ha precedenti rosei. Nel secondo nemmeno. Il sapore paternalistico e tirannico è troppo forte e resistente a qualsiasi altra ipotesi riguardo alle ragioni di questa idea n. 99.
Quell’incubo di obbligo militare o civile è definitivamente finito nel 2005, perché ora dovremmo resuscitarlo?
I commenti al momento sono 4 e quindi non offrono molti altri spunti. Il fatto che potrebbe essere una esperienza arricchente e indimenticabile (o che magari lo è stata per chi commenta e tanti altri) non basta per giustificare l’obbligo. Nemmeno ci arriva lontanamente a giustificare l’obbligo.
Chissà se sarà prevista l’obiezione di coscienza.

Giornalettismo, 1 novembre 2011.

domenica 30 ottobre 2011

Pagina 3 di domenica 30 ottobre

Aung San Suu Kyi, gita scolastica all’Apple store, la sensitiva fa causa al mago (Zeus), Guido Ceronetti, Tom Wolfe e Irene Tinagli.
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sabato 29 ottobre 2011

Pagina 3 di sabato 29 ottobre

Paul Auster, Seymour Hoffman, Apps for Autism, Philip Roth, Aridatece la Standa e la rivista patinata che costa 300.000 euro mentre mancano gli agenti carcerari e la situazione carceraria italiana è disastrosa.
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lunedì 24 ottobre 2011

Battaglie di libertà

Come si vive in Italia oggi e qual è la salute della democrazia e dei diritti fondamentali? La risposta non va cercata soltanto nel presente, ma ricostruita in una visione temporale più ampia. Sono passati più di sessant’anni dalla costituzione repubblicana: in questi anni spinte contrastanti, cambiamenti e conflitti mai risolti hanno caratterizzato la vita istituzionale e il sistema giuridico italiani e, di conseguenza, le garanzie dei diritti costituzionali. Sergio Lariccia ricostruisce il percorso accidentato della vita democratica italiana, con particolare attenzione alla storia costituzionale. Individuo, sistemi scolastici, laicità sono alcuni dei tasselli cruciali di questo affresco non ancora compiuto e a volte somigliante alla tela di Penelope.

La questione dei rapporti tra Stato e chiesa è ancora drammaticamente attuale e si presenta sotto forma di molteplici questioni. Come definire l’identità religiosa e come farla convivere con il pluralismo giuridico? “Anche nel nostro paese, come è avvenuto altrove, il problema dell’identità si è presentato soltanto dopo che si sono realizzate le condizioni per l’attuazione di un pluralismo ideologico: esso è dunque un problema caratteristico delle società democratiche” (p. 58). Certo poi il panorama cambia a seconda delle decisioni e della coerenza della società democratica. Per capire il nostro panorama ripercorriamo la storia dei diritti a partire dalla Costituzione del 1948. È una storia complessa e burrascosa e che riguarda ciascuno di noi. “L’Italia di oggi è il frutto delle scelte politiche compiute prima del 1950: è per questa ragione che, per una esatta valutazione di molti problemi tuttora dibattuti in tema di diritti, doveri e libertà dei cittadini italiani, occorre risalire al periodo del secondo dopoguerra, poiché è in quegli anni che si pongono le premesse dei problemi che oggi riguardano la vita della nostra società”.

Sergio Lariccia, Battaglie di libertà, 2011, Carocci.

Galileo, 24 ottobre 2011.

domenica 23 ottobre 2011

Pagina 3 di domenica 23 ottobre

Samuel Beckett, Il sorriso sotto le macerie. Obiettori contro le donne, di Anna Pompili. Filippo Gatti sullo spreco dell’aeroporto di Brescia (40 milioni di euro, 0 passeggeri), il censimento e la famiglia che è “una sola” (ma nessuno legge davvero l’articolo 29 della Costituzione), Carlo M. Cipolla e la stupidità.
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sabato 22 ottobre 2011

Pagina 3 di sabato 22 ottobre

Roberto Escobar e gli accanimenti (terapeutici e politici), Dio è nero secondo Dario Fo, il Festival della Scienza di Genova, Tahar Ben Jelloun su Gheddafi, Alice Hallgarten le parole svuotate di senso.
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martedì 18 ottobre 2011

C’è chi dice no


Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza (20 ottobre).

Provate a domandarvi: “chi sono gli obiettori di coscienza?”. In molti mi hanno risposto: “i medici che non vogliono eseguire aborti per ragioni di coscienza”. La risposta è parziale e approssimativa.
C’è di mezzo anche una questione anagrafica: oggi, al contrario di qualche tempo fa, di obiezione di coscienza si parla soprattutto in campo sanitario. Inoltre l’interruzione di gravidanza è uno dei temi più controversi dal punto di vista morale.
La risposta però è soprattutto l’effetto di un profondo cambiamento semantico avvenuto in questi anni.
Questo cambiamento è stato consacrato quando il diritto alla obiezione di coscienza è entrato come diritto positivo nelle leggi italiane: prima con il servizio civile alternativo alla leva, poi con la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza e la legge 40 sulle tecniche riproduttive.
Fino ad allora chi sceglieva l’obiezione di coscienza si opponeva a una legge, a un divieto o a una imposizione. Era un reo. Poi sono stati tracciati dei confini legali. Una specie di riserva in cui gli obiettori potevano essere addomesticati. L’obiezione di coscienza è entrata nel sistema normativo e l’obiettore, seppure a certe condizioni, è stato autorizzato dalla legge.
Qual è il significato originario della obiezione di coscienza? L’obiezione di coscienza è un esempio illuminante dei rapporti tra le scelte individuali e le leggi dello Stato; tra l’ambito normativo e lo spazio della nostra morale. La libertà di scelta altrui non è minacciata dalla decisione dell’obiettore genuino, se non in un senso debole per cui ogni nostra azione riguarda anche gli altri. Il conflitto non è tra un singolo e l’altro, ma tra un singolo e l’obbligo di rispettare un divieto o un ordine la cui violazione non lede il diritto di qualcuno. Non è un diritto positivo, ma un modo per “sottrarsi” – in via eccezionale – a una qualche norma. Anteporre un dovere morale a una legge comporta però un prezzo da pagare, spesso molto alto. L’obiezione di coscienza, inoltre, è una azione pacifica e individuale.
Il profilo dell’obiettore ha subìto negli ultimi anni un vero e proprio stravolgimento e oggi l’obiezione di coscienza è spesso usata, senza troppi complimenti, come un ariete per contrapporsi a diritti individuali sanciti dalla legge. È frequente che lo scontro sia tra un singolo e l’altro: “i medici che non vogliono fare aborti per ragioni di coscienza” entrano direttamente e personalmente in conflitto con le donne che richiedono quel servizio previsto dalla legge 194.
La manipolazione del suo significato è compiuta: l’obiezione di coscienza è spesso brandita come arma contro l’esercizio delle singole volontà. È un destino buffo per uno strumento dal sapore liberale e libertario, più affine all’individualismo e alla disobbedienza civile che all’autoritarismo e al moralismo legale.
Da Antigone alle donne che oggi chiedono di abortire, passando per il Dr House e per i medici che non vogliono prescrivere la contraccezione d’emergenza, l’odierna obiezione di coscienza merita una riflessione attenta. Non possiamo più eludere alcune domande: come può funzionare un servizio fiaccato dal 75% di defezioni (questa è la percentuale nazionale degli obiettori di coscienza rispetto alla interruzione di gravidanza)? È giusto scegliere una professione e poi chiedere un esonero? Perché dovrebbe valere solo per i medici, e non per gli avvocati, i giudici o le forze dell’ordine?

Pagina 3 di domenica 16 ottobre

Dashiell Hammett e gli eroi per un giorno, il restauro di Senso di Luchino Visconti, Cinzia Leone sul quartiere antipapalino Prati, il Dossier Rai, Leonardo su Giuliano Ferrare e il Blogfest 2011, Hilary Putnam sul realismo, la fantasia è meglio del realismo (letterario).
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lunedì 17 ottobre 2011

Pagina 3 di sabato 15 ottobre


Paolo Sorrentino intervista Tom Waits, Christopher Hitchens, il Riccardo III di Kevin Spacey e Sam Mendes, le biblioteche di Londra, Rudy Nureyev e la verità.
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lunedì 10 ottobre 2011

Pagina 3 di domenica 9 ottobre

A window on Baghdad, Chris Hondros

Daniel Dennet su Alan Turing, Luoghi Comuni a Palazzo Ducale, Remo Bodei, Mauro Dorato, Baghdad in D Minor di Chris Hondros e Bollywood.
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sabato 8 ottobre 2011

mercoledì 5 ottobre 2011

La vita immortale di Henrietta Lacks

HeLa è il nome di un tipo particolare di cellule umane: sono immortali, si moltiplicano e sopravvivono in laboratorio. Tutti i tentativi precedenti di mantenere in coltura cellule umane erano falliti: le cellule infatti morivano nel giro di qualche settimana.
Quasi ogni laboratorio ha in frigo HeLa. Secondo uno scienziato sono così tante che potremmo, disponendole una accanto all’altra, farci 5 volte il giro della Terra. Queste cellule sono state e rimangono fondamentali per molte ricerche e hanno permesso avanzamenti e scoperte, contribuendo alla messa a punto del vaccino per la poliomelite, della chemioterapia, delle tecniche di riproduzione artificiale e dei trattamenti per moltissime patologie.
Ma cosa significa HeLa? Forse pochi immaginerebbero che HeLa sta per Henrietta Lacks, morta di cancro nel 1951 al John Hopkins Hospital di Baltimora. Quasi nessuno, anche tra quanti hanno condotto ricerche usando queste cellule, ne conosce la provenienza e la storia.
Rebecca Skloot, autrice di La vita immortale di Henrietta Lacks, ha ricostruito la vita di Henrietta parlando con la sua famiglia e i suoi amici, consultando le cartelle cliniche e i pochi articoli che ne parlavano.
La sua storia solleva questioni importanti che vanno dalla scienza alla morale, dai limiti della ricerca alla proprietà del corpo fino a questioni razziali e di deontologia.
Questa donna minuta, morta a soli 31 anni, ha rivoluzionato suo malgrado le nostre esistenze. Ha subito però ingiustizie? Rebecca Skloot riporta la dichiarazione del marito di Henrietta - in uno dei rari articoli che parlano di lei e pubblicata su una rivista negli anni settanta. “Tutto quello che mi ricordo è che aveva questa malattia, e che subito dopo la sua morte mi hanno chiamato per chiedermi il permesso per prelevare un campione di qualche tipo. Decisi di non acconsentire”. Eppure le cellule vengono prelevate, messe in un disco di Petri, vendute, usate nei laboratori di tutto il mondo. Senza il consenso di Henrietta - come era consuetudine allora (magari ancor di più, trattandosi di una donna afroamericana proveniente da una famiglia povera). La famiglia Lacks riusciva a stento a sopravvivere mentre le cellule di Henrietta facevano guadagnare milioni e milioni di dollari ai laboratori.
Skloot ricostruisce la storia di Henrietta e quella di HeLa in modo affascinante, lasciando quasi intatte le voci eterogenee delle testimonianze e descrivendone puntigliosamente i risvolti morali, umani e politici.

Adelphi, pp. 504, euro 26
Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.

domenica 2 ottobre 2011

Pagina 3 di domenica 2 ottobre


Pagina 3 di oggi: Conflict Kitchen a Pittsburgh, Franca Valeri, il viagra di Benito Mussolini, Phastidio sul comma 29, Motherland a Roma, cartelli stradali "fai da te", Belgrado mon amour.
Podcast.

sabato 1 ottobre 2011

Pagina 3 di oggi

Il Festival di Internazionale a Ferrara, la scuola, lArmenia, Hans Küng ma soprattutto non ci sono più gli oroscopi duna volta! (Rizzoli (Pdl) alla Camera: “Gli oroscopi non valgono più, colpa dei parti cesarei”).
Podcast.

lunedì 26 settembre 2011

Nepotismo mon amour

Su Plos One esce un articolo di Stefano Allesina sul nepotismo accademico: è una desolante fotografia del sistema universitario italiano che fa arrabbiare molti baroni indigeni. Ci siamo fatti raccontare da Allesina, assistant professor all’Università di Chicago, come si misura il nepotismo e a che punto siamo arrivati

Non c’è dubbio che esistano famiglie talentuose. Lo stesso Allesina ne cita alcune all’inizio del suo articolo, Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia, pubblicato lo scorso agosto sulla rivista scientifica open-access della Public Library of Science: i Bernoulli si sono passati il dono della matematica per tre generazioni e nella famiglia Curie il talento per la fisica e per la chimica era contagioso. Queste sono eccezioni però e se, entrando in un dipartimento, ci imbattiamo nello stesso cognome scritto su troppe porte, dovremmo sentire puzza di bruciato, ovvero di nepotismo.
Qual è l’origine del termine “nepotismo”? Nel medioevo i papi, non potendo ufficialmente avere figli, riservavano posti prestigiosi e favori ai nipoti. Poco importa se il nipote avesse qualità o no. Questa pratica invade come una metastasi l’università italiana, dove la parentela e il clientelismo hanno sostituito le competenze. Il barone è il protagonista di questa distopia reale: crea e distrugge carriere a suo piacimento.
“La situazione accademica italiana” racconta Allesina “è afflitta da vari problemi tra cui il nepotismo, sebbene non ci siano dati certi della sua diffusione. Davanti al database del Cineca (www.cineca.it) mi sono chiesto se fosse possibile pesare il nepotismo, andando oltre i casi isolati di denunce. Tutti quelli che conosco sanno di 1, 2 o 3 casi, ma quanti sono in totale? L’evidenza raccolta è fatta da aneddoti. Io volevo i numeri”. E i numeri disegnano un sistema profondamente basato su pratiche nepotistiche.
Ci sono oltre 61.000 professori divisi in discipline, circa un accademico ogni 1.000 persone. “Se fossero assunti in base al merito” prosegue Allesina “la distribuzione dei cognomi per ogni disciplina dovrebbe essere equivalente alla distribuzione nazionale dei cognomi. Ho contato i cognomi distinti e li ho confrontati con quanti dovrebbero essere. Cosa penseremmo se tirassimo un dado mille volte e uscissero solo 4 numeri?”.

Allesina non si è concentrato sulle università, ma sulle discipline che sono distribuite in modo abbastanza uniforme sul territorio. “C’è una distribuzione naturale dei cognomi, anche per la particolare geografia italiana. Per vedere cosa succede in una università, bisognerebbe fare il confronto con il contesto locale - è ciò che hanno fatto Durante, Labartino, Perotti e Tabellini nel 2008, in Academic Dynasties: Nepotism and Productivity in the Italian Academic System. Io volevo condurre un’analisi meno ambiziosa: far emergere la scarsezza sospetta dei cognomi nei settori disciplinari”.
Molti hanno puntato il dito verso il rischio che gli omonimi potrebbero passare per raccomandati. Allesina precisa: “io mi aspetto che il numero di omonimi in una disciplina sia lo stesso presente nel contesto nazionale. Il rischio che corro è di sottostimare il fenomeno, perché non vedo la maggior parte dei casi di nepotismo: amanti, amici, mogli, figli e nipoti con cognome diverso - tutte persone non favorite in base al merito e che non riesco a misurare”.
Un esempio: a medicina mancano 300 cognomi. Allesina spiega che non basterebbe assumerne 300 (scelti secondo criteri di merito): per raggiungere la media nazionale dei cognomi ne servirebbe 650 circa, cioè il 6% dei professori. Siccome il metodo rileva solo un caso su due, il 10% di quelli in carica andrebbe licenziato e rimpiazzato.

Al di là di strumenti, leggi, rimedi, l’unico vero argine al nepotismo è cambiare mentalità? Come si fa?
“Provare a sradicare alcune idee assurde: che tutte le università siano altrettanto buone, per esempio. È una follia come lo sarebbe dire che le squadre di calcio di serie A sono tutte allo stesso livello, indipendentemente da chi ci gioca. I finanziamenti in Italia seguono questa logica e i criteri andrebbero completamente cambiati. Poi abolire il valore legale del titolo. Perché non dare i soldi agli studenti, sotto forma di prestito? Incentivarli così a cercare l’università migliore e non un pezzo di carta?”.
Il sistema della ricerca andrebbe profondamente cambiato: invece di dare fondi scarsi a molti, sarebbe più utile selezionare meglio i destinatari e finanziarli sul serio. Secondo Allesina in Italia è ossessivamente diffusa l’idea della necessità di una regolazione dall’alto: arriva un ministro che sa meglio di tutti, fa leggi complesse e incomprensibili e tutto per magia si risolve... Invece rimane tutto come prima. La chiave è trovare un modo per far sì che convenga promuovere i più bravi. Se tu non vali nulla, non conviene a nessuno che diventi ordinario: non a chi raccomanda - che dovrebbe risponderne - non agli studenti e quindi all’università che si accolla il costo di un mediocre. “Io sono ecologo e penso in termini di sistema: un sistema in cui il vantaggio del singolo è anche un vantaggio del sistema è perfetto. Si potrebbe partire da questa idea semplice. Non servono leggi impossibili - qualsiasi legge può essere aggirata”.

Una idea semplice, in effetti, che sembra schiacciata da una gestione claustrofobica e tipicamente di casta. O dai tentativi di imitare altri sistemi universitari, per poi rimanere impantanati in discussioni infinite su cosa voglia dire “buon ricercatore” o “buona università”.
“Ci sono situazioni paradossali in cui un paper su “Nature” è considerato alla pari di un pezzo sulla rivista del Museo tridentino di scienze naturali... Però non possiamo passare anni a discutere su come stabilire i criteri biometrici mantenendo tutto fermo. Il sistema utopico non esiste, il metodo perfetto di misurazione è difficile da realizzare, ma si potrebbe cominciare magari prendendo ispirazione dal sistema statunitense. Creare un team con competenze diverse, distinguere i ricercatori puri da chi insegna - come i lecturers, che sono valutati e assunti per insegnare - incentivare gli scambi disciplinari”.

Sembra difficile indicare una soluzione in Italia anche immaginando di avere i superpoteri. “Se ci fosse un magnate che vuole finanziare l’università italiana, mi piacerebbe fondarne una privata d’eccellenza. 60 milioni di italiani meritano almeno una università di gran calibro. Siamo ormai l’unica nazione del G7 a non averne nemmeno una tra le prime 100. Questo si riflette sulla classe dirigente, sul pubblico, sulla formazione in generale. Farei una specie di MIT, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology, prendendo i più bravi in giro per il mondo. La mia riforma si fonderebbe su un solo concetto: chiunque può essere assunto come associato o ordinario se ha una posizione equivalente in una delle prime 100 università del mondo. Oggi se uno volesse insegnare in Italia, provenendo magari da una prestigiosa università estera, inciamperebbe in un incubo. Non c’è permeabilità. Non ci sono i visti, che fai vieni da Harvard e vai a fare la fila in questura? O alla segreteria della Sapienza? Non ci sono nemmeno le infrastrutture”.

Per questa ragione molte persone sono andate via e non hanno voglia di tornare. “Sono andato via nel 2004. A livello universitario non mi sono mai pentito, tutto è filato liscio e in fretta. Sul piano personale mi dispiace che mio figlio di 2 anni e mezzo veda poco i nonni. Non è facile nemmeno lasciare gli amici. Ma insomma se avessi fatto l’astronauta non avrei mica potuto mica farlo in provincia di Modena. Faccio il mio lavoro dove ci sono le condizioni per farlo. Vivo in una società multiculturale, quasi una società a parte, separata dal mondo. Rischia di essere una bolla, un mondo ideale in cui si rischia di perdere di vista la realtà. Penso sempre a mio figlio e al rischio di questa prospettiva limitante. Certo è anche arricchente. All’asilo tutti i bambini parlano lingue diverse, 50 lingue per 20 bambini! Qui alla University of Chicago ti prendi un caffè e incontri un astrofisico, un filosofo o un matematico, sembra l’accademia platonica. In Italia è impossibile immaginarselo. In Italia se hai la fortuna di diventare ricercatore, ti pagano talmente poco che devi avere anche la fortuna che mamma e papà ti pagano la casa. Poi magari diventi associato quando hai un piede nella fossa, è angoscioso, ti fa venire l’ansia al solo pensiero”.

La pubblicazione su Plos One ha suscitato molte reazioni. Manco a dirlo, in patria molte sono state livorose. “Si vede che ha funzionato! Se Luigi Frati (rettore dell’università di Roma “Sapienza” e capostipite di una famiglia talentuosa: moglie e due figli ordinari nello stesso ambito disciplinare, nda) si arrabbia, è la prova che hai fatto centro! Mi ha fatto ridere che mi abbia attaccato personalmente: “questo sfigato che ha solo 30 pubblicazioni...”. Si risponde da solo. Io sto a Chicago - che è tra le prime 10 università al mondo, e vanta tra i suoi studenti 85 premi Nobel - che altro dire?”.

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.

domenica 25 settembre 2011

Tano D’Amico

“La prima gita dei ricoverati del Santa Maria della Pietà”, 1978

“Pensando a quella foto vorrei rendere omaggio a quelli che hanno reso possibile quella apertura. Prima ancora che ai parlamentari e ai sostenitori della legge Basaglia, penso ai ragazzini delle scuole di Roma nord che andavano a parlare con i ricoverati attraverso la rete che limitava il Santa Maria della Pietà. Il cortile della scuola confinava infatti con il cortile del manicomio, e attraverso quella rete si scambiavano doni e oggetti. I ricoverati portavano la frutta coltivata da loro e la scambiavano con caramelle e sigarette.
Certi muri possono crollare fisicamente quando sono crollati nell’animo delle persone, e quei ragazzini hanno contribuito a erodere quel muro tra pazzi e normali.
Quella foto l’ho scattata la prima volta che sono usciti in città. Non c’è stato un giorno preciso in cui hanno aperto i cancelli, è stata una apertura graduale - durante le feste e le assemblee si poteva entrare e partecipare, e io ci andavo spesso. Quel giorno era il primo giorno di libertà. Quei due hanno voluto quel ritratto. Non avrei fatto una foto così, con quell’obiettivo - un 28 mm che non va bene per i ritratti, è troppo grandangolo - e controluce. Ma non avrei potuto rimandare. Se avessi detto “cambio obiettivo e voi spostatevi”, avrei rischiato di essere percepito come qualcuno che la stava tirando per le lunghe. Sono loro gli autori di quella immagine, le braccia sono più grosse di quanto dovrebbero, sembrano grandi gomene di navi che li legano l’uno all’altra. Non volevo tirare per le lunghe, come tanti avevano già fatto con loro”.

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.

sabato 24 settembre 2011

Maria Giovanna

La marijuana provoca in molte persone una reazione quasi pavloviana. La sola parola causa - invece che la bava - isteria, allucinazioni di morti collettive, terrore e tutti i sinonimi del caso.
Eppure basterebbe fermarsi a ragionare e porsi qualche domanda per bloccare l’eccesso di salivazione, senza la necessità di essere esperti di sostanze stupefacenti - che poi chissà come si fa a chiamare qualcosa “stupefacente” e poi a pretendere che sia illegale.
Intanto bisognerebbe ricordarsi che spesso si discute dell’uso medico della marijuana. In questo caso sembra davvero difficile capire le ragioni del no: perché ci si dovrebbe opporre a una sostanza in grado di sedare i dolori o placare la nausea? Parte della risposta potrebbe venire dalla considerazione che il dolore, in Italia e non solo, è scarsamente considerato. Il dolore non sarebbe un sintomo da trattare e da prendere sul serio, ma una specie di prova di coraggio, crudele e inutile. Se si arriva al pronto soccorso con una gamba rotta, ciò che interessa è l’osso rotto e non il dolore intollerabile che provoca. Certo, non è mortale e, certo, è bene aggiustare la gamba. Ma perché questa indifferenza verso la sofferenza? Lo stesso discorso vale per il dolore di patologie croniche e terminali: la sofferenza deve arrivare ad essere talmente intollerabile da meritare un po’ di morfina (“perché, sa, la morfina crea dipendenza” come se a un malato cronico o terminale potesse interessare davvero). Può sembrare ancora più inammissibile questo atteggiamento da condottieri spartani nel caso dei bambini, che spesso non sono nemmeno in grado di comprendere le ragioni del dolore e ne sono spaventati.

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre (a commento di un pezzo di Riccardo Ferraris sulla marijuana in California, Amerijuana).

C’è chi dice no

C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza (in stampa).

martedì 30 agosto 2011

Aborto selettivo, frontiera del dibattito sull’aborto

Un articolo sulla riduzione embrionaria, pubblicato qualche giorno fa sul New York Times, ha scatenato molti commenti e reazioni a volte scomposte e dolenti (The Two-Minus-One Pregnancy, August 10, 2011, The New York Times): una donna viene a sapere di essere incinta di due gemelli e decide di interrompere lo sviluppo di uno dei due embrioni.
Il ricorso alle tecniche di riproduzione artificiale disegna scenari morali che fino a qualche tempo fa avremmo solo potuto leggere in un libro di fantascienza oppure osservare in un film distopico. Comodamente stravaccati sul nostro divano o masticando popcorn in un cinema, rassicurati dal fatto che non riguardasse noi e nemmeno qualche nostro amico – insomma nessuno in carne ed ossa. Le tecnologie sono spesso anticipate dalla fantascienza e dalla immaginazione di menti avveniristiche. Alcune di queste poi diventano reali. Come ogni strumento, dal fuoco al trasferimento nucleare, nessuna è intrinsecamente morale o immorale. Ognuna solleva dilemmi morali e comporta conseguenze complesse e a volte disturbanti. Il profilo morale emerge dalla considerazione di come le si usano e di quali siano le conseguenze del loro uso. Non è una soluzione ignorarle o pensare che, di fronte a una nuova possibilità moralmente controversa, sia sufficiente incrociare le braccia e non farvi ricorso. L’omissione è connotata moralmente quanto l’azione; la differenza è perlopiù psicologica, ma non morale. Spesso il non fare si colora anche di viltà e ipocrisia.
Ma torniamo all’aborto selettivo e alla sfida che pone a quanti sono a favore della libera scelta e della liceità morale e giuridica della interruzione di gravidanza (pro choice). La sfida è per loro perché – ovviamente – chi condanna l’interruzione di gravidanza, condanna anche la riduzione embrionaria (che altro non è che una forma di interruzione di gravidanza). Ma chi non condanna l’interruzione di gravidanza, perché dovrebbe condannare questo particolare tipo di interruzione di gravidanza?

Su iMille, 30 agosto 2011.

sabato 27 agosto 2011

Pagina 3 di sabato 27 agosto

Super 8 di J.J. Abrams, Voi siete qui, Tom Waits, Zygut Bauman sul web e le rivoluzioni, Dove vivono le idee di Angelo Orlando, DNA: scopri quanto vivrai di Letizia Gabaglio.
Podcast.

venerdì 26 agosto 2011

Episodes


Beverly e Sean Lincoln sono due sceneggiatori inglesi di successo.
Durante la consegna del BAFTA Award, prestigioso premio britannico, sono avvicinati da Merc Lepidus, presidente di un network statunitense. Il loro show, Lyman’s Boys, è al quarto anno di programmazione e in Gran Bretagna è molto amato.
Merc sembra essere tra i più entusiasti ammiratori. Preceduta da moine e complimenti, ecco che arriva a Bev e a Sean la proposta di una versione americana. Un po’ come The Office - ma niente sceneggiatori americani, chiarisce Merc. Lo show è talmente bello che non lo si può rovinare. Merc vuole teste inglesi. Dopo un po’ di indecisione i due decidono di accettare e volano a Los Angeles.
I sintomi del disastro ci sono fin dall’inizio, quando Bev e Sean vengono sistemati in una villona in cui hanno da poco finito di girare un ennesimo reality con 12 supermodelle - il bagno odora di vomito e le colonne sono di polistirolo - e il guardiano non li riconosce mai all’ingresso. E poi Bev e Sean non ci mettono molto a scoprire che Merc - pur avendoli fatti venire fin lì - non è affatto affidabile, non ha mai visto il loro show, vuole stravolgerlo completamente e, soprattutto, è un tipo che è meglio non inimicarsi. E poi scoprono anche che il protagonista della versione inglese, Julian Bullard, deve fare un provino e se Merc gradirà... Insomma non era tutto stabilito nella pietra, come i due sceneggiatori avevano creduto. La produzione, poi, ha in serbo una proposta irresistibile. Chi sarà il protagonista della versione californiana della serie? Matt Le Blanc!, il protagonista di Friends. Ma come, non lo conoscete? Non siete entusiasti? E questo è solo l’inizio di una disavventura annunciata e del terremoto che investirà le vite di Beverly e Sean. Un incubo costruito magistralmente dagli autori, che mischiano la sfavillante Hollywood a una composta Londra, giocando con i luoghi comuni e la diversità dei mondi. Il produttore cialtrone, la vecchia gloria che vuole un nuovo successo, l’attrice svampita, i party deliranti: ogni dettaglio sembra fatto apposta per rendere impossibile la realizzazione dello show e l’esistenza di Bev e Sean... Un incubo molto divertente per chi guarda, andato in onda lo scorso anno in sette puntate da 30’ ciascuna su Showtime.

In Cult TV, Il Mucchio Selvaggio, settembre 2011.

giovedì 25 agosto 2011

HIV +



Keith Haring, John Holmes e Gill Scott Heron hanno una cosa in comune: sono morti di Aids come milioni di altre persone dall’inizio dell’epidemia. Oggi, grazie ai farmaci, se contrai l’Hiv puoi condurre una vita quasi “normale”, ma la colpevolizzazione e la discriminazione sono ancora molto diffusi.

“All’inizio stava solo perdendo peso, si sentiva solo un po’ acciaccato, Max disse a Ellen, e non chiamò il suo medico per prendere un appuntamento, secondo Greg, perché stava cercando di continuare a lavorare più o meno allo stesso ritmo di sempre, ma smise di fumare, Tanya sottolineò, cosa che suggerisce che fosse spaventato, ma anche che volesse, anche più di quanto potesse rendersi conto, essere in salute, o più in salute, o forse solo recuperare qualche chilo, disse Orson”.
Quella paura che non basta a spaventarti, perché “ammalarsi gravemente era qualcosa che accadeva agli altri, una allucinazione normale, fece notare a Paolo, se uno ha 38 anni e non s’è mai preso una malattia grave”.
E poi non è detto che quel malessere sia qualcosa di grave. In fondo “le persone ancora si beccano malattie banali, di quelle brutte, perché ipotizzare che debba essere proprio quella”.

Iniziava così un articolo di Susan Sontag sul “New Yorker”. Era il 24 novembre del 1986. The way we live now. Da pochi anni si era diffusa una malattia spaventosa e carica di condanne moraliste. Una malattia che avrebbe cambiato il nostro modo di guardare il mondo.
Nel giugno 1981 il Morbidity and Mortality Weekly Report (“al contempo il migliore e peggiore nome mai inventato per una pubblicazione”, commenta Amy Davidson molti anni dopo sempre sul “New Yorker”) annuncia che 5 uomini si sono ammalati in modo inconsueto. Quel giugno di 30 anni fa il report descriveva “una polmonite da Pneumocystis carinii (ora P. jiroveci) in 5 uomini omosessuali di Los Angeles, California, USA, documentando per la prima volta quella che sarebbe stata poi conosciuta come sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). L’editoriale introduttivo suggeriva che la patologia potesse essere collegata al comportamento sessuale degli uomini. Un mese più tardi, il MMWR segnalò ulteriori diagnosi di polmonite da P. carinii, di altre infezioni opportunistiche (OIs) e di sarcoma di Kaposi (KS) in uomini omosessuali a New York City e in California. Questi articoli furono i primi segnali di quella che diventò una delle peggiori pandemia della storia, con oltre 60 milioni di infezioni, 30 milioni di morti, e nessun accenno di una fine” (Reflections on 30 Years of AIDS, Emerging Infectious Diseases, Vol. 17, No. 6, June 2011). Era il debutto dell’Aids.
Come viviamo oggi, a molti anni di distanza dal report e dalla descrizione di Sontag?

IL GIORNO X
Non ho mai amato gli anniversari perché in molti casi sembrano essere una scusa per relegare una questione in un ambito con confini netti e precisi (il giorno x), evitando di pensarci il resto del tempo. Una riserva da cui non si può fuggire.
Non mi sono nemmeno mai piaciuti perché somigliano a una pianificazione della contentezza, a un obbligo di festeggiare - nel caso in cui sia l’anniversario di qualcosa di positivo.
Però non mi piace nemmeno che - una volta stabiliti - passino nel silenzio e nella indifferenza. Magari si può protestare e eliminare il giorno x, ma fare finta che non esista è la scelta peggiore.
E poi ci possono essere molti modi per ricordare. Un anniversario può essere usato per un buon fine, per esempio cercando di rompere quegli angusti confini temporali. Cercare di prolungare quel giorno x per quanti più giorni possibile.

Sono passati 30 anni dai primi casi di Aids. Questo trentennale è passato quasi sotto silenzio sulla stampa italiana. E se la ricorrenza è indubbiamente dolorosa, non è un buon motivo per fregarsene e poi si può anche metterla in modo diverso: 30 anni fa - o anche 20 anni fa - vivere con l’Hiv era molto più disagevole di oggi. La scoperta dell’infezione era spesso una ineluttabile condanna a morte.
Almeno dal punto di vista medico lo scenario è molto cambiato. Si sarebbe potuto ricordare, infatti, che è anche il quindicesimo anniversario della terapia antiretrovirale.
Oggi i farmaci, se presi regolarmente e dopo una diagnosi tempestiva, permettono di condurre una vita che potremmo definire normale, se questo aggettivo non fosse tanto connotato moralisticamente. E questo è un dettaglio positivo. Naturalmente il contesto in cui si vive è fondamentale e la differenza tra paesi è profonda.
Quello che non è molto cambiato è la percezione dell’Hiv - o meglio (e questo potrebbe essere un primo passo?) la percezione rispetto alle persone che hanno l’Hiv. Non è cambiata l’educazione. Quel poco che si muove in Italia si muove sulla prevenzione rispetto alla trasmissione - ma non è abbastanza. Né sulle modalità di trasmissione - basta consultare i sondaggi sulle informazioni sessuali per capirlo - né in un panorama meno angusto, in cui si considera l’esistenza di una persona con l’Hiv nella sua interezza: rapporti sociali, lavoro, genitorialità.
Non siamo un Paese ridicolo che ha deciso di bloccare l’albo di Lupo Alberto perché vi si nominava il luciferino preservativo? Che si nasconde nella ipocrita visione che chi contrae l’Hiv è un reietto che in fondo se l’è cercata e quindi deve scontare la pena senza infettare gli altri né pretendere di non essere discriminato? Abbiamo addosso quella visione manzoniana degli untori, una visione ingenua e carica di moralismo. Di ignoranza.
Tutto quel mondo che può renderti la malattia più leggera o può caricarla di una sofferenza assurda e evitabile - e forse per questo ancora più intollerabile.
Fate una prova con voi stessi: come reagireste se sapeste che il cuoco del vostro ristorante preferito ha l’Hiv? O la tipa che fa ginnastica proprio vicino a voi? O la maestra di vostro figlio?
Non barate e non fatevi questa domanda se avete una conoscenza abbastanza approfondita - e quindi fate parte di una microscopica minoranza.
Questa cosa si chiama stigma ed è brutta anche la parola, figuriamoci trovarsi a subirlo. E tu devi già ricordarti di prendere i farmaci, devi pensare se dirlo e come (questioni fortemente legate alla percezione altrui: la malattia come punizione per qualcosa), devi reimpostare la tua vita e imparare a conviverci. E devi bure beccarti le occhiate di traverso, e le discriminazioni e la disattenzione. E, ancora una volta, la vergogna è la migliore alleata della violazione dei propri diritti. Eppure non c’è nulla di vergognoso nell’avere una patologia.

GLI INSOSPETTABILI
Trentenni rampanti e quarantenni giovanili; mariti e padri; persone convinte della fedeltà del proprio partner; mogli e fidanzate. Lontani dal luogo comune del malato di Aids, eppure infetti.
Il 5 gennaio 2010 una ragazza invia una lettera al Corriere della Sera: Io, 21, anni, bocconiana, sieropositiva. Non chiudete gli occhi sull’Aids. “Ho 21 anni e vivo a Milano, studio all’università Bocconi, [...] appaio come una ragazza «normale». Eppure c’è un però, sono sieropositiva, e l’ho scoperto qualche mese dopo aver compiuto i miei 18 anni. [...] Due milanesi al giorno si infettano, e questi non sono ragazzini di 16 anni, ma sono padri di famiglia, che tradiscono le proprie mogli e che le infettano, e che rovinano la vita dei loro familiari”.
I ragazzini però non stanno messi meglio quanto a precauzioni. Il sondaggio “Sei maturo per il sesso sicuro?”, condotto lo scorso giugno dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) su 1.130 maturandi, disegna un panorama poco rassicurante.
Solo 1 su 3 porterà in vacanza i preservativi anche se il 64% pensa che avrà rapporti sessuali occasionali. Il 32% ha rapporti prima dei 15 anni, nella metà dei casi in estate. Il 42% degli intervistati ha già avuto da 2 a 5 partner, il 10% da 6 a 10 e il 9% più di 10. In pochi usano regolarmente i contraccettivi: il 19% non li usa perché non li ama, il 23% li dimentica e solo il 16% delle donne prende la pillola.
Un altro sintomo è: incontro un tipo, mi piace, facciamo l’amore, le prime volte gli faccio mettere un preservativo perché sono una tipa attenta alla salute, poi dopo un paio di mesi che ci frequentiamo non ci faccio più caso, perché poi fare l’amore senza preservativo è meglio e ormai ti conosco. Chi non c’è mai caduto?

IL DENTISTA
Nel forum della LILA, la Lega italiana lotta all’Aids, un utente racconta di un colloquio svoltosi con un amico-collega.

amico: come stai?
io: sto bene.
amico: la salute come va?
io: bene.
amico: bene?
io: cosa sai?
amico: lo so.
io: allora sto male.
amico: perché non me lo hai detto?
io: perché non avevo molta fiducia nella tua capacità di comprendere questa situazione.
amico: comprendo benissimo.
io: questa malattia ha dei risvolti sociali non indifferenti in termini di discriminazione.
amico: sciocchezze.
(silenzio)
amico: lo hai detto al nostro amico dentista che sei sieropositivo?
(silenzio)
io: gli ho detto che ho l’epatite e le precauzioni che con me deve prendere per l’epatite sono le stesse per l’hiv.
(silenzio)
io: e comunque un medico deve conoscere e applicare le regole sulla profilassi a prescindere dalla comunicazione del paziente.
(silenzio).

Come si legge nella sezione Info Aids della Lila, infatti, la decisione di informare o meno il medico di famiglia o il nostro dentista spetta a noi. “Non tutti i medici di base sono aggiornati rispetto all’evoluzione continua dei dati riguardanti questa infezione; se però hai con lui o con lei un buon rapporto di fiducia, il suo supporto potrebbe esserti di aiuto. Anche verso gli altri specialisti, ad esempio i dentisti, non ti devi in nessun modo sentire in obbligo di comunicare la tua condizione. Per legge hanno l’obbligo di adottare norme igieniche generali che proteggono i medici e gli operatori sanitari dal rischio di contrarre infezioni, a prescindere dalla conoscenza dello stato sierologico di chi hanno davanti.
Queste norme sono importanti perché proteggono sia loro che te stesso dal rischio di contrarre nuove infezioni.”
Già non avere bisogno di ricordarlo potrebbe essere un vantaggio. La prossima volta che andate dal dentista fate caso a come è vestito.

IL SILENZIO
Scrive marcomilano il primo giugno scorso.
“Gironzolando qua e là su questo forum, noto che il consiglio unanime di tutti gli iscritti è quello di PORTARSI QUESTO ENORME SEGRETO FIN DENTRO LA TOMBA... Le ragioni sono ovvie e più o meno condivisibili...
discriminazione, ignoranza, paura, volontà di non dare dispiaceri ai cari...
beh... io mi porto questo flagello solo da un mese e voi, seppur gentili, disponibili, discreti, ma pur sempre a me sconosciuti, siete le uniche persone ad esserne a conoscenza...
finora ho quindi seguito il consiglio...ma mi sento di scoppiare! Vorrei poter gridare al mondo che ho l’HIV e che non me ne vergogno...che lo ereditato inconsapevolmente da un atto d'amore... che ho comunque la voglia e la forza per affrontarlo... ma anche che mi sentirei più forte con la comprensione di chi mi sta vicino...
Sono già stanco di mentire... di inventarmi balle quando sparisco per andare in ospedale... di nascondere la mia preoccupazione...”.
In molti consigliano di tacere o almeno di procedere con molta calma, di non cedere alla tentazione di sfogarsi.
Y38 per esempio scrive: “Non dirlo a nessuno! Lo stigma sociale è così grande (e così pure il dispiacere e la preoccupazione che puoi dare a quelli che ti vogliono bene davvero) che vale la pena tenersi per sé questo stato”.
Qual è l’effetto dell’essere costretti a tacere? È facile fare una prova “per difetto”: scegliamo qualcosa che ci preoccupa o ci angoscia e immaginiamo di non poterlo dire a nessuno, di non poter chiedere aiuto o consigli, di non poter manifestare la paura o la rabbia. Che effetto fa?

QUANDO DIRLO?
Nel forum di Anlaids, è Gioia a domandarlo (il 25 ottobre 2007, “Quando dirlo ad un uomo”). Le risposte sono varie: subito, dipende dal rapporto, mai.
La risposta di Gioia, il 17 marzo 2008, descrive il dilemma: “su questo siamo d’accordo ma come fai a sapere a priori se una persona la frequenterai 1 - 10 -100 - 1000 volte o tutta la vita? Si certo è che a priori si capisce se uno ti piace e può nascere qualcosa oppure no, ma in genere se decidi di uscire con qualcuno (almeno parlo per me) vuol dire che ti piace e una volta visto non sai come andrà a finire. Il problema è molto più profondo, perché, indipendentemente da come tu lo dica, dicendolo subito si rompe la magia perché questa è sempre una notizia che raggela! E se non lo dici subito, poi ti dovrai giustificare in mille modi, ma c’è che si potrebbe arrabbiare... Secondo me questa problematica è alla base di ogni rapporto! Per quanto ci si possa presentare come rassegnati, comunque decisi a vivere la propria vita fino in fondo, è un gran caos. Anche perché va bene voler essere corretti fin da subito, ma non si può dire una cosa così personale a tutto il mondo! E inoltre ogni volta che lo si dice è un pò come riviverlo!
Io ci ho provato due volte ed è stata una tragedia. Alla fine mi sono trovata a dover consolare l’altra persona perché sono rimasti tutti scioccati. Che stress! Da allora non l’ho più detto, ma ho nemmeno frequentato quasi nessuno per più di una/due volte! Il mio stato psicologico non mi permette di lasciarmi andare, e nemmeno questo è giusto!”.

Lo scenario sarebbe diverso se ci fosse una maggiore informazione sull’Hiv? È verosimile pensare che sì, perché la discriminazione si fonda essenzialmente sulla ignoranza. E l’ignoranza confonde i confini e sovrappone la prudenza all’isterico terrore. L’ignoranza ci rende temerari, indifferenti ai rischi, e allo stesso tempo ingiusti verso chi vive una condizione patologica. Vogliamo relegare gli infetti in un ghetto rassicurante (per noi) e immaginare che l’Hiv sia come un tratto somatico facilmente rilevabile. Così possiamo scartare i pezzi difettosi. Nello spazio di poche pagine non possiamo che accennare alle complesse questioni che riguardano l’Hiv e l’Aids, che comprendono questioni mediche, scientifiche, di salute e di opinione pubbliche. Però il primo passo è davvero banale: se avessi l’Hiv come vorrei essere trattato? Ah, ma tanto non può mica succedere a me.

Su Il Mucchio Selvaggio di settembre.

mercoledì 24 agosto 2011

La Casa Famiglia “Sisto Riario Sforza” di Napoli rischia di chiudere


Da un anno e mezzo le ASL non pagano. Il Don Guanella, il 14 agosto, intima di saldare il debito entro il 31 agosto, altrimenti la Casa chiuderà. Nessuno interviene.

Nel 2003 nasce la Casa Famiglia Cardinale Sisto Riario Sforza dal progetto Caritas “Aids e vita”. È una delle due case alloggio Hiv/AIDS operanti nel vasto territorio campano (l’altra è la Casa Alloggio Masseria Raucci).
La Casa Famiglia accoglie persone affette dal virus HIV e in AIDS conclamata, fino a un massimo di dieci, ed è gestita da 3 organismi religiosi. L’Opera Don Guanella segue gli aspetti amministrativi e giuridici; la Caritas diocesana di Napoli si dedica alla formazione del personale; le Figlie della Carità gestiscono la Casa e coabitano con gli ospiti. Lo stabile è di proprietà delle suore carmelitane dato in comodato d’uso al Don Guanella.
Dalla nascita della Casa Famiglia sono stati effettuati 85 ingressi, con vissuti e profili personali complessi e dolorosi: disturbi psichiatrici, dipendenze, violenze familiari.

LA VITA NELLA CASA FAMIGLIA - I 5 operatori e la suora responsabile si trovano a gestire quotidianamente la diffidenza e la paura derivanti da una esistenza di deprivazione e malattia; problemi sociali e relazionali; isolamento culturale e patologie incurabili. Sono stati elaborati percorsi educativi individuali - che includono anche la formazione professionale in vista di un reinserimento nel tessuto sociale - e sono state avviate collaborazioni con i servizi territoriali per evitare che quell’isolamento diventi assoluto e irrimediabile una volta varcata la soglia della Casa Famiglia. Nelle situazioni di malattia conclamata e terminale, gli operatori hanno anche il doloroso compito di assistere gli ospiti fino alla morte. Tra gli ospiti della Casa c’è una madre con una figlia di poco più di due anni: in questo caso gli operatori hanno seguito anche i difficoltosi passaggi per l’affido e l’adozione.

MEDIATORI DEL TEMPO - L’Hiv, che è la ragione emergente dell’accoglienza, si aggiunge insomma a un quadro clinico e sociale già estremamente travagliato. È ben immaginabile quanto sia difficile accettare una situazione di patologia cronica e quanto questo aspetto vada a pesare su uno scenario già deprivato di un futuro, a volte anche del presente. “Ci ritroviamo a essere mediatori del tempo, tra quello cronologico e quello vissuto, tra il tempo burocratico - penso ai tempi di una pensione di invalidità - e l’urgenza di vivere un presente abbozzando un futuro che è reso labile non soltanto dalla malattia ma anche dalle incognite delle politiche sociali e dei vari dispotismi di potere come quello che la nostra Casa ha subito nell’ultimo anno e mezzo”, raccontano gli operatori della Casa Famiglia. In equilibrio precario in questo tempo sospeso ci sono anche due signore, che cucinano e si prendono cura della Casa, e una suora volontaria.

IL FANTASMA DELLA CHIUSURA - Già, perché da un anno e mezzo la Casa vive una situazione di assoluta precarietà. Nell’aprile del 2010 il Don Guanella, a causa di gravi ritardi nel pagamento da parte delle ASL, ha manifestato l’intenzione di cedere il servizio: l’onere economico è troppo forte e serve un cambio amministrativo. Da allora parte una trattativa tra gli ordini religiosi. La chiusura è un fantasma spaventoso che la Casa cerca di allontanare in tutti i modi (ricordiamo che la struttura è una delle due uniche Case di accoglienza a Napoli per persone affette da Hiv o AIDS).
Nel giro di qualche giorno lo scenario peggiora: nessuna soluzione sembra essere realizzabile e da Don Nino Minetti, guanelliano Superiore della provincia di Roma, arriva il divieto alla Casa di accogliere nuovi ospiti. La Casa è in stallo e le nuove richieste di ingresso devono essere respinte: dall’aprile 2010 ad oggi sono arrivate circa 15 domande di accoglienza scritte - e rimandate al mittente - e quasi altrettante telefonicamente.

Continua su GiornalettismoL’Asl non paga: chiude la Casa famiglia.

sabato 20 agosto 2011

Pagina 3 di sabato 20 agosto

(No) Life on Mars, Miracle worker dei Superheavy, lomeopatia raccontata da Samuele Riva di Blogzero, Guido Ceronetti tra economia e depressione, il comunista Leonard Bernstein.
Qui il podcast.

domenica 14 agosto 2011

Pagina 3 di domenica 14 agosto

Adriano Sofri e il digiuno per le carceri, Yoani Sanchez sul matrimonio di Wendy e Ignacio, Santanchè e i giochi di parole (la bustina di Umberto Eco), il boss con l'hobby della rassegna stampa, gli USA e la ricerca e Henry Purcell by Bobo Stenson (Music for a while).
Podcast.

sabato 13 agosto 2011

Pagina 3 di sabato 13 agosto

A tourist walked in front of a segment of the graffiti painted wall at the East Side Gallery in Berlin, Aug. 12.
(Pawel Kopczynski/Reuters), from Remembering the Berlin Wall, The Big Picture.

A 50 anni dalla costruzione del Muro di Berlino, amore e interesse, Mina Welby commenta il disegno di legge sulle direttive anticipate e Clitemnestra non è più solo un mostro morale.
Podcast.

sabato 30 luglio 2011

Si fa presto a dire salute

Che significa stare bene? Qual è la definizione di salute? In un editoriale del dicembre 2008 sul BMJ, Alex Jadad e Laura O’Grady avevano invitato a ridefinire il concetto di salute attraverso un processo collaborativo e collettivo (A global conversation on defining health: Alex Jadad and Laura O’Grady, 10 december 2008: alcuni dei commenti al post sono molto interessanti).
La proposta è stata accolta e sviluppata in rete e in un convegno svoltosi nel 2009 nei Paesi bassi. Fiona Godlee è tornata sull’argomento a circa tre anni di distanza dall’inizio di questa global conversation (What is health?, BMJ, 27 july 2011) perché proprio in questi giorni Jadad e i suoi collaboratori ne hanno presentato i risultati. La proposta per la nuova definizione è la seguente: la capacità di adattarsi e di cavarsela di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive.
Definire la salute - e definire qualsiasi argomento di cui parliamo - è fondamentale perché se non lo facessimo non avrebbe alcun senso, per esempio, affermare l’importanza del perseguimento della salute o delineare gli strumenti per garantirne l’accesso. Dobbiamo sapere cosa cerchiamo e cosa perseguiamo per rendere il discorso sulla salute un discorso sensato.
È interessante anche quanto emerge dalla discussione rispetto alla definizione di salute fornita dal World Health Organization (WHO) nel 1948: la salute era allora stata definita come completo benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto come assenza di una patologia o di un malessere (“a state of complete physical, mental and social well-being and not merely the absence of disease or infirmity”). Questa definizione non solo sarebbe inutile, ma perfino dannosa perché utopica. Il benessere completo rischia di esistere solo sulla carta. Basterebbe un piccolo acciacco, una lieve alterazione dei nostri valori del sangue o di altri parametri fisiologici per esserne esclusi - insomma, ognuno di noi potrebbe illudersi di corrispondere alla definizione del 1948, essendone in realtà più o meno lontano. Senza pensare che con tutta probabilità non abbiamo fatto un test genetico e quindi qualche malattia asintomatica potrebbe starsene nascosta nel nostro organismo.

Galileo, 29 liuglio 2011.

venerdì 22 luglio 2011

Tutelare l’obiezione di coscienza o un servizio sanitario equo?


A 1437 studenti di medicina – frequentanti la St George’s University di Londra, la Cardiff University, il King’s College di Londra e la Leeds University - è stato inviato un questionario per rilevare il loro parere sulla obiezione di coscienza: pensate che ai dottori dovrebbe essere permesso di fare obiezione rispetto a procedure che considerano moralmente ripugnanti? Il Journal of Medical Ethics ha pubblicato il risultato dell’indagine, e il quadro che ne emerge è molto interessante.

Hanno risposto in 733 (51%) e circa la metà ha risposto affermativamente. Tra gli studenti di medicina musulmani è maggiormente diffusa l’idea che un medico abbia il diritto di rifiutare di eseguire un aborto, di prescrivere contraccettivi o di curare un paziente ubriaco o drogato. Il questionario infatti prevedeva anche alcune domande sulle credenze religiose, il sesso, la specializzazione intrapresa e l’etnia. Un terzo ha dichiarato di non avere fede, poco più del 17% di essere protestante. Atei e cattolici hanno risposto in percentuali simili (circa il 12%).

A essere d’accordo con la liceità dell’obiezione è stato il 45% del campione; il 14% ha manifestato incertezza e il 40% ha risposto negativamente. Tre su quattro studenti musulmani hanno risposto di sì, circa la metà tra gli studenti ebrei, protestanti e quelli con altre credenze religiose. Tra chi ha risposto affermativamente si passa dal 34% appartenenti alla fede induista al 46% per quella cattolica. Tra gli studenti che avevano scelto il corso di studi di 5 anni la percentuale arriva al 21%; molto più bassa quella degli studenti che frequentano un corso di 4 anni (3%).

L’interruzione di gravidanza è l’argomento più controverso - in Italia lo si capisce anche dalla difficoltà nel garantire il servizio, difficoltà che è a volte prossima alla impossibilità. Non è difficile rendersi conto che in un ospedale in cui un solo medico non è obiettore di coscienza il servizio è gravemente compromesso e sospeso nel caso in cui il non obiettore vada in ferie, in malattia o in pensione. Le relazioni annuali del ministero della salute disegnano una curva pericolosamente in salita in questi ultimi anni, fino ad arrivare alla media nazionale che sfiora il 75% di ginecologi obiettori di coscienza, con punte di oltre l’80 in alcune regioni (Relazione sull’interruzione volontaria di gravidanza, 2006-2007, in particolare si veda la Tabella 28).

Galileo, 22 luglio 2011.