domenica 28 novembre 2010

Un diritto sempre più negato: l’aborto

L’interruzione volontaria di gravidanza è un argomento moralmente molto controverso.
Fino al 1978 in Italia era illegale interrompere una gravidanza e ancora oggi in molti Paesi ci sono norme molto restrittive.
La ragione principale dei divieti è l’attribuzione dello status di persona all’embrione: come soggetto detentore di diritti la sua esistenza non deve essere interrotta.
L’attribuzione di diritti, però, non può essere una premessa apodittica, ma andrebbe sostenuta da argomentazioni forti e l’impresa non è affatto semplice. Si potrebbe discutere a lungo sulle altre ragioni che spingono alla coercizione: la concezione della donna come madre, il controllo sulle vite e sulle decisioni delle persone, una idea paternalistica e moralistica che nega ai singoli la possibilità di scelta.
Decidere di interrompere una gravidanza, seppure si rifiuti la visione personale dell’embrione, mette comunque in conflitto due visioni: quella della donna e quella dell’embrione. La sentenza 27/1975 della Corte Costituzionale esprime bene l’inevitabilità del conflitto e indica la soluzione più ragionevole: “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”.

Sul numero speciale di A.

giovedì 25 novembre 2010

Ogm e scienza


Dario Bressanini è docente di chimica presso il dipartimento di scienze chimiche e ambientali dell’università dell’Insubria, a Como.
Appassionato divulgatore scientifico, ama i Beatles, Bach e la buona cucina. Nel suo blog Scienza in cucina e nel suo ultimo libro di Pane e bugie (2010, Chiarelettere) combatte i luoghi comuni che affliggono la scienza e gli OGM.

Prima di tutto, ci puoi spiegare cosa sono gli organismi geneticamente modificati (OGM)?
La definizione di OGM è legale, non scientifica perché non sono una specie biologicamente a parte. Si usa solo in Europa, mentre negli Stati Uniti si parla di genetically engineered organisms. La legislazione europea chiama OGM quegli organismi nel cui genoma sono stati inseriti uno o più geni utilizzando la tecnica del DNA ricombinante, che permette selettivamente di scegliere quali geni spostare. La definizione di OGM si basa quindi non sul risultato finale o sulle proprietà, ma su come è stato ottenuto. Da sempre l’agricoltura è una storia di trasferimento di geni: incroci e selezioni che hanno modificato le piante, con mutazioni che si fanno ancora oggi. Molte piante che mangiamo sono modificate geneticamente, ma con altre tecniche, e non vengono chiamate OGM anche se biologicamente lo sono.
Negli anni ’70 si usava l’irradiamento nucleare: spari a casaccio per vedere l’effetto che fa e ogni tanto salta fuori una modifica genetica che fa comodo, per esempio l’altezza del grano. Un tempo ci si poteva nascondere in un campo di grano, oggi le piante sono molto più basse e nessun amante può più nascondersi. L’energia della pianta serve per farla diventare più produttiva, non sprecando nulla in altezza.

A che servono? Che vantaggio ne possiamo trarre?
Per migliorare le piante. Quando fai un incrocio standard tra padre e madre, i figli avranno il 50% dei geni da ciascun genitore. Hai un pomodoro apprezzato dai consumatori e saporito. In più vuoi renderlo resistente alla siccità o all’attacco degli insetti. Con le tecniche tradizionali puoi incrociarlo con una pianta che resiste, ma non ottieni il risultato pomodoro 1 + le proprietà desiderate che vuoi aggiungere. Rischi di perdere le caratteristiche positive di 1. Utilizzando le tecniche del DNA ricombinante puoi scegliere le caratteristiche che vuoi aggiungere e scartare quelle che non ti interessano: magari resiste a una malattia ma ha un cattivo sapore o è brutto. Puoi trovare dei geni da specie affini: per esempio Silverio Sansavini ha trovato una varietà di mela selvatica brutta ma resistente a una malattia, ha preso questi geni e li ha inseriti in una royal gala. Esiste già questa mela! Non deve essere trattata con pesticidi. Siccome i geni li puoi trasferire solo così, altrimenti perdi le caratteristiche buone della gala, questa mela è bollata come OGM e trattata come una bomba biologica: è una fuori legge. La gala che mangiamo oggi ha subito molti trattamenti, così come le mele biologiche.
A volte i geni che ti servono li trovi in un’altra specie: penso al golden rice. Il beta carotene non lo trovi in un’altra specie di riso, ma nel mais. La gente ha paura dei trasferimenti tra specie perché si è inconsciamente creazionisti, si vedono le specie a compartimenti stagni. Ma il DNA è DNA, non fa differenza di specie. Gli incroci tra specie diverse accadono anche casualmente, anche se rarissimamente. Noi riusciamo a farlo in modo mirato. La paura viene principalmente da idee ingenue.

Come ingenua è l’idea della natura o del biologico come garante di genuino?
La santificazione della natura è un fenomeno moderno. Quando le persone vivevano davvero a contatto con la natura ne avevano paura: sapevano che portava disastri e malattie. Il latte veniva bollito, si sapeva che crudo era dannoso. Con l’urbanizzazione e la scomparsa del contatto tra uomo e natura vera è comparsa una idea arcadica. Su questo si è innestato il marketing, che ti vende l’idea che un tempo era tutto armonico e perfetto. Vendi di più e a più soldi: il biologico costa quasi il doppio del non biologico. Il marketing sfrutta anche la paura della chimica, legata ad alcuni disastri industriali che non c’entrano però nulla con quanto mangiamo. È passata l’idea che l’intervento umano sia dannoso. Si è inventato un passato mitologico, in cui frutta e verdura crescevano spontaneamente. Non c’è alcun motivo scientifico per pensare che le piante lasciate a se stesse siano più sane. Anzi. Se non le proteggi dagli attacchi degli insetti producono “insetticidi naturali” - i veleni più potenti sono naturali! Eppure c’è un fiorire di cosmetica e shampoo naturali, ti fai il sapone da solo come lo faceva la nonna. E la soda fa dei danni! Qualcuno finisce in ospedale. Come chi si fa le lozioni solari con il lattice del fico: è naturale, quindi fa bene! Invece finisci all’ospedale con una naturalissima ustione...

Non è bizzarro che il principio di precauzione, onnipresente e vacuo, sia invocato quasi solo per gli OGM?
È un principio politico di gestione del rischio di fronte all’opinione pubblica. La vulgata classica è: se non siamo sicuri che x sia sicuro al 100% non possiamo mangiarlo o coltivarlo. Sembra buon senso, ma non lo è. Non esiste il rischio zero, ma una sua valutazione che si può fare considerando anche i benefici e le alternative. Un esempio: la mortalità del parto cesareo è inferiore a quello naturale. Non è zero, non può essere zero. Si dovrebbe vietare il cesareo perché non è a rischio zero? La fragola non GM contiene allergeni e ogni anno qualcuno finisce in ospedale con uno shock anafilattico. Per il principio di precauzione la dovremmo vietare perché addirittura siamo sicuri che ci sono rischi. È un principio strumentale, lo si tira in ballo spesso a sproposito. La legislazione è più complicata e richiede la misurazione e la quantificazione dei rischi.

Esiste qualche ragione o dimostrazione che gli OGM sono tossici e ci fanno male?
No. Anche perché non puoi trattarli come organismi a parte. Bisogna controllarli caso per caso: nulla in comune tra un OGM e l’altro. Quelli attualmente approvati hanno subito controlli rigidi che li rendono almeno altrettanto sicuri dei non modificati. Alcuni si è dimostrato che hanno benefici e qualità superiore. Il mais GM per esempio contiene meno microtossine di quello non modificato. Il mais non GM viene attaccato dagli insetti che si scavano gallerie, l’insetticida all’interno non arriva. In queste caverne si sviluppano dei funghi che producono delle tossine, le fumonisine, che sono sostanze pericolose, responsabili, in grandi quantità, della spina bifida o altri problemi per i nascituri. Nel mais GM, resistendo agli insetti, ci sono molte meno muffe e tossine. Dal punto di vista sanitario è meglio.
Fino a qualche anno fa buona parte della produzione italiana di mais biologico e convenzionale era fuori legge per questo motivo. Finché un parlamentare verde ha alzato i livelli burocratici di sicurezza! E ogni tanto il nostro mais viene messo sotto osservazione perché i livelli tollerati dagli altri Paesi sono più bassi.
Anche l’idea che possano contaminare le colture tradizionali circostanti è ingenua: “se coltivi un campo di mais GM come convive con le colture biologiche? Poi le infetta”. C’è questa concezione dell’OGM come virus che modifica le altre colture. Ma una pianta è un pianta. Il mais si impollina con altro mais, non con cipolle o pomodori.

Mi parli della fragola-pesce?
È una leggenda, non è mai esistita. Non si sa chi è il padre, ho provato a cercarlo ma non c’è alcuna traccia. È comparsa dal nulla, come i coccodrilli nei water. È un cavallo di battaglia dell’immaginario anti OGM. È uno spauracchio emotivo, nessuno parla della mela di Sansavini, perché non colpisce e non spaventa. Il bersaglio della letteratura anti OGM e anti scienza è il lato emotivo e non quello razionale.  Penso anche al pomodoro con dentro un feto umano. Sono tutte campagne emotive per spegnere il cervello: “ragiona con la pancia e non chiederti le ragioni”.
Un altro classico è l’argomento dell’omino di paglia: si costruisce una posizione falsa o estremizzata degli avversari per ridicolizzarla. Nessun OGM attuale serve per aumentare le rese agricole o per risolvere la fame del mondo. Si spera che possa accadere in futuro, ma oggi nessuno scienziato sensato dice questo. Gli oppositori hanno inventato questa pretesa per criticarla: “non è vero che possono risolvere la fame del mondo, quindi noi abbiamo ragione”.
Gli OGM in circolazione servono contro gli insetti e per usare meno insetticidi, o per facilitare la vita degli agricoltori con i diserbanti. Nessuna utopia salvifica. Al più gli OGM sarebbero inutili, non dannosi, e perché li vieti? Saranno affari dell’agricoltore e del consumatore in caso. L’importante è che siano sicuri per l’ambiente e per la salute umana. Questo è ciò che andrebbe dimostrato per condannarli e per vietarli.

Su Il Mucchio Selvaggio di dicembre.

giovedì 18 novembre 2010

Il bambino dimezzato



Non è certo nella speranza di aprire un dialogo con Lucetta Scaraffia che ci si avventura nel commentare il suo pezzo odierno, Omofilia, omofobia  posizioni e le disuguaglianze create in loro nome, Il Riformista, ma per cercare di bilanciare l’ingiustizia di quanto scrive, che si aggiunge a una preesistente ingiustizia giuridica.

“Sembra che ormai sia diventato tutto normale, normalissimo, e chi osa avanzare qualche dubbio è considerato un vecchio barbagianni un po’ rimbambito. Sto parlando della nascita di famiglie gay, di coppie gay che “procreano” un figlio e lo allevano nell’amore e nell’accordo, di coppie gay che si voglio sposare perché pieni di fiducia nel loro amore eterno mentre le coppie eterosessuali (questa è la parola d’obbligo, dire “normali” vuoi dire linciaggio assicurato!) sono sempre meno propense al matrimonio e alla riproduzione e vivono rapporti brevi e distratti”.

Si comincia così, con un elenco di ambiguità semantiche usate per alimentare la nebbia e l’incomprensione: normale, normalissimo? Quale significato vuole attribuire Scaraffia a “normale, normalissimo”? Forse sano, forse statisticamente rilevante, forse che si attiene a una norma - ma quale? Non si può esserne certi. Si potrebbe cominciare da qui: chiarire il significato delle parole scelte qualora non siano abbastanza intelligibili. Poi scivoliamo in una mossa retorica abbastanza trita: si ridicolizza l’avversario per dire “ma guarda che hai torto marcio”. A parte l’uso delle virgolette (“procreano”) che ammicca al lettore e che veicola l’avvertimento “ehi, questi non procreano davvero”, Scaraffia disegna il mondo che vuole criticare in modo talmente ingenuo e caricaturale che è difficile intravedere resti di verosimiglianza. A proposito di parole: meglio usare “riprodursi” invece che “procreano”, dal sapore creazionista, e meglio ricordarsi che la genitorialità non coincide con la riproduzione e con il legame genetico.
Le famiglie gay, prima di tutto, costituiscono un universo eterogeneo e complesso, non hanno i medesimi desideri e vivono - ovviamente - realtà diverse e irriducibili a un dominio compatto. Presentarle come stucchevoli e pretenziosi nuclei più finti delle famiglie che popolano le pubblicità sceme è un tentativo di screditarle e di ridicolizzare una sacrosanta richiesta: l’uguaglianza di diritti. Perché questa è l’unica differenza tra alcune famiglie e altre famiglie: non potersi sposare, non poter garantire ai figli la tutela giuridica che li proteggerebbe in caso di morte del genitore biologico o in caso di separazione, non poter risolvere con una legge tutti gli ostacoli burocratici e quotidiani che derivano dall’essere, il genitore non biologico, un estraneo. Abbandonato al buon cuore delle persone che incontra ma privo di diritti e doveri genitoriali. E così un bambino che ha due genitori, di cui solo uno biologico e riconosciuto, è un bambino dimezzato.
Anche le coppie eterosessuali, poi, vengono ridicolizzate e trasformate nel nemico retorico da contrapporre a quelle gay. Un giochino inutile e che dimentica, ancora una volta, il nodo centrale: la discriminazione.

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mercoledì 17 novembre 2010

Nessuno aveva osato tanto

Giuseppe Noia è il presidente della Associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici. Ci sarebbe forse da interrogarsi sul senso di una associazione medica cattolica, ma lasciamo correre e concentriamoci sulle ultime dichiarazioni di Noia.
Verso i medici cattolici - dice Noia in occasione di un convegno al policlinico Gemelli di Roma - ci sarebbe “un pregiudizio culturale molte forte, che in passato ha anche penalizzato nel lavoro e nella carriera. [...] Si pensa che per via della religione e dell’etica non si possa fare una buona scienza, ma è invece proprio con l’etica che si può fare una buona scienza”. Dipende da quale etica si sceglie e dipende da quali rapporti si intende mantenere tra religione e scienza. E dipende anche molto dalla religione. Essere presidente di una associazione cattolica di ginecologi e ostetrici non è incoraggiante però: la religione è quella e se è presentata come vera e infallibile c’è poco spazio per altro. La prima domanda è: in quale modo si dovrebbe distinguere un ginecologo cattolico da uno che non vuole etichettarsi pubblicamente come cattolico? Dal punto di vista professionale non dovrebbero esserci distinzioni: rivolgendosi a un medico ci si aspetta di avere a che fare con un professionista che ha determinante competenze, una formazione specifica e alcuni doveri. Il profilo confessionale, politico, i suoi gusti alimentari e sentimentali non dovrebbero riguardarci, a meno che non diventiamo amici - ma questo esulerebbe dalla richiesta professionale.
Nemmeno dal punto di vista personale dovrebbe essere rilevante per la propria professione: se sono cattolico, ma anche ateo o buddista, il mio comportamento professionale non dovrebbe risentirne. In entrambi i casi stona quella appartenenza confessionale sbandierata e usata per distinguersi da associazioni che non vogliono dirsi cattoliche, magari perché non viene in mente a nessuno di fondare una associazione spaziale protestante.
Noia lamenta poi una discriminazione verso il personale cattolico e obiettore di coscienza. Non si sofferma però sui dettagli e non abbiamo modo quindi di valutare la verosimiglianza della sua denuncia. Tuttavia la sua proposta conclusiva ci trova entusiasti: “sarebbe opportuno riservare metà dei posti disponibili a personale obiettore, e l’altra metà a chi non lo è, in modo da garantire il servizio e tutelare al contempo le posizioni di tutti”.
La metà! Sarebbe un risultato insperato. Considerando che oggi negli ospedali la percentuale degli obiettori supera il 75%, con picchi dell’85, per arrivare addirittura a forme di obiezione di struttura - proprio come nel caso del policlinico Gemelli - avere la garanzia che la metà del personale medico non si sottrae nascondendosi dietro alla propria coscienza sarebbe grandioso.

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lunedì 15 novembre 2010

Curare il nemico? È un dovere

Berlino. Un chirurgo scopre in sala operatoria che il suo paziente ha un tatuaggio del Terzo Reich sull’avambraccio. Il chirurgo è ebreo e afferma che la sua coscienza non gli permette di eseguire l’intervento. Lascia la sala operatoria. Dice alla moglie del paziente “non opererò suo marito perché sono ebreo”. Il paziente è poi operato da un altro medico. Questa è la notizia riportata dall’Ansa e da altri quotidiani qualche giorno fa.

Il comportamento del medico è ammissibile? Senza dubbio è comprensibile. La nostra pancia ci porta a giustificare il medico, ma una analisi più a freddo ci obbliga a cambiare idea. È bene innanzitutto ricordare l’età dei due soggetti coinvolti: 46 anni per il medico, 36 per il paziente. È bene anche ricordare che un medico non può decidere chi operare e chi no in base a una valutazione morale del proprio paziente: anche agli assassini o agli aggressori è garantita l’assistenza medica.

In questo caso poi ci troveremmo più davanti a un reato d’opinione che a un vero e proprio reato: il tatuaggio non implica un comportamento criminale del paziente stesso. Può indicare una adesione a idee che ci suscitano orrore e ripugnanza, ma non è una dimostrazione di null’altro. Anzi, sappiamo bene che alcuni individui scelgono di tatuarsi o di uniformarsi a canoni di abbigliamento o di acconciatura senza essere nemmeno tanto consapevoli del significato di quei simboli.

In ogni modo l’aspetto più importante è che seppure scegliessi, nella totale consapevolezza, di rasarmi i capelli e di tatuarmi aquile e facce da Hitler non significherebbe che io sia colpevole di un qualche reato. Anche lo fossi alcuni diritti mi dovrebbero essere garantiti. Il medico si è trovato in una situazione sgradevole, ma la risposta non può essere quella di sottrarsi ai propri doveri.

Se giustificassimo la sua scelta di coscienza, configurabile come una obiezione di coscienza, fin dove potremmo spingerci? Dovremmo poi essere disposti a giustificare se un medico ceceno si rifiutasse di operare un russo investito da un camion? Oppure un tutsi potrebbe incrociare le braccia davanti a un paziente hutu? Non sembra che il paziente abbia corso dei rischi e che sia stato facile trovare un altro medico disposto a eseguire l’intervento chirurgico, ma se fossero stati tutti della stessa idea quale destino avrebbe avuto il paziente?

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giovedì 4 novembre 2010

Ognuno ha l’imbarazzo che si merita

Francesco Belletti, responsabile del Forum delle famiglie, è imbarazzato da Silvio Berlusconi. Eugenia Roccella è imbarazzata da Francesco Belletti. Qualsiasi persona ragionante è imbarazzata da Eugenia Roccella. Arrampicandosi sugli specchi per l’ennesima volta il funambolico sottosegretario alla salute dichiara: “l’unica cosa che può imbarazzare chi sostiene la famiglia sono le prese di posizione e gli attivismi dei politici contro l’accoglienza della vita, a favore dei matrimoni omosessuali e delle adozioni da parte di coppie gay, per la fecondazione eterologa, le pillole abortive e l’introduzione dell’eutanasia, ovvero tutti i provvedimenti che indeboliscono la cultura della vita e la famiglia descritta dalla nostra Costituzione”.
Manca solo il terrorizzante omino Michelin di Ghostbusters per avere un elenco completo degli attentati alla cultura della vita. Peccato che Roccella non sia una promoter di Scientology perché farebbe una carriera fulminante, magari riuscirebbe addirittura a scalzare la memoria di Ron Hubbard. Nel frattempo a Eugenia Roccella si adatta perfettamente una delle regole principali di Scientology: “Le sue capacità sono illimitate, anche se non attualmente conosciute”. Si sa che ogni religione che si rispetti aspira alla eternità e che il presente aspira all’imperituro, perciò non disperiamo.

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