sabato 19 giugno 2010

C’eravamo tanto amate


Francesca e Maria stanno insieme 10 anni. Hanno 2 figli. Si lasciano e Francesca, che è la mamma biologica, impedisce a Maria di vedere i figli. Maria chiede l’affido congiunto al Tribunale dei Minori. È la prima volta che in Italia l’omogenitorialità arriva in tribunale.

In Italia due donne (o due uomini) non possono sposarsi e se fanno un figlio il genitore non biologico è, per la legge, un estraneo. Se la mamma biologica decide di allontanare l’altra mamma il diritto è tutto dalla sua parte. La conseguenza di questa disparità ricade soprattutto sui figli, che non hanno la garanzia di poter mantenere un rapporto con chi li ha desiderati, cresciuti e amati – pur non condividendone il patrimonio genetico.
Quello che è successo a Francesca e Maria ne è un esempio.
Dopo essere state insieme per quasi 10 anni e avere cresciuto due figli, nel dicembre 2003 si lasciano. La gestione della separazione è complicata. All’inizio Francesca permette a Maria di incontrare i bambini: 2 fine settimana al mese e alcuni giorni di vacanza da passare insieme. Ma presto le regole vengono cambiate.
“Non ho più potuto mettere piede in casa, nella casa che era stata anche la mia” racconta Maria. “I bambini li lasciavo al piano terra, lei scendeva con l’ascensore e salivano insieme. Dal marzo 2006 Francesca cominciò a diminuire gli incontri, finché decise di escludermi del tutto. Da giugno mi impedì di vedere e di parlare con i miei figli.
Mi ero illusa che con il tempo la situazione sarebbe migliorata. Invece è stata una totale rimozione chirurgica della mia presenza”.
Da due fine settimana al mese si passa a poche ore un sabato sì e un sabato no, poi a incontri fortuiti e “rubati” ai giardinetti. Alla fine nemmeno questo.
“Gli ultimi mesi sono stati un incaprettamento. Avevo paura che muovendomi avrei accelerato una fine ormai inevitabile, ma volevo passare tutto il tempo possibile con i bambini e non farli sentire abbandonati.
La fine della nostra relazione doveva ricadere su di loro il meno possibile. Una delle ultime immagini sono le mani di Greta sul finestrino della macchina mentre Francesca la porta via, avendomi visto arrivare al parco. Poi il finestrino che si abbassa e la voce di Francesca: ‘Voglio proprio vedere quando la pianti’. Io non la pianterò mai di sentirmi la loro madre”.
Maria si rivolge al Tribunale dei Minori e chiede l’affidamento congiunto, la possibilità e la regolamentazione degli incontri. Il Tribunale, dopo alcune udienze con le parti, non può che dichiarare la carenza di legittimazione, in quanto l’affidamento congiunto riguarda la filiazione biologica o legale (non esiste una legge, in Italia, che avrebbe permesso a Maria di adottare i figli della sua compagna, acquisendo lo status di genitore legale). Tuttavia rimette gli atti al Pubblico Ministero affinché approfondisca il vissuto dei bambini e valuti quale sia il loro miglior interesse: una decisione non dovuta e un importante segno di apertura, soprattutto perché Maria ne è ammessa come parte.
Questo procedimento si conclude nell’ottobre 2009 con un decreto a dir poco contraddittorio. O, per usare le parole di Maria, ponziopilatesco.
Nel decreto vengono fatte affermazioni coraggiose, visto l’angusto contesto normativo italiano. Si afferma che Francesca e Maria hanno vissuto “secondo uno schema tipicamente familiare” e che Maria è stata percepita dai bambini come una figura genitoriale. Si aggiunge che i bambini hanno vissuto male la separazione da Maria e la conflittualità alimentata da Francesca, e che per Greta “si può ipotizzare l’emersione di quella che comunemente viene chiamata la Sindrome di Gardner”. Questa sindrome è stata delineata da Richard A. Gardner negli anni Ottanta come un disturbo che può insorgere nelle controversie per l’affidamento dei figli. La principale manifestazione consiste in una campagna ingiustificata di denigrazione di un genitore da parte del figlio. È il risultato di una serie di indottrinamenti del genitore alienante nei confronti di quello alienato.
I periti affermano: “L’alienazione che ne è conseguita fa parte di un processo di allontanamento che (Francesca) ha posto in atto consapevolmente per quanto concerne (Maria), ma abbastanza inconsapevolmente per quanto concerne la trasformazione dei vissuti nella mente dei minori che sembrano aver aderito al pensiero materno sperimentando però la sofferenza e il dolore che comporta la negazione dei propri sentimenti”.
Tuttavia il decreto non sembra trarre le conseguenze che ci si a - spetterebbe. “Nominano la sindrome di alienazione parentale”, commenta Maria “ma poi tre righe dopo dicono che i bambini per ora non hanno sintomi e quindi non facciamo niente”.
Durante gli incontri con i periti si cerca di valutare l’effetto dell’allontanamento di Maria. Si legge ancora dal decreto: rispetto a Maria, Francesca “mette poi in atto un’equivalenza: l’esperienza dolorosa deve essere eliminata e quindi eliminata deve essere qualsiasi persona che la provoca, sia anche una persona con cui sussiste o sussisteva un legame affettivo […]. La scelta è legittima e rispettabile, se fatta per sé, ma sembra tenere in poco conto la presenza dei figli e la totalità dei loro bisogni”.
Siccome però i bambini sono “funzionanti”, il decreto stabilisce che “non vi è l’insuperabile necessità di disporre oggi la ripresa della relazione tra X e Y e la sig.ra A”. Il foglio su cui, anni prima, Francesca e Maria avevano scritto le lorocondizioni in caso di separazione
è carta straccia. I certificati di nascita - i bambini han no come secondo e terzo nome quelli di entrambe le mamme - non valgono niente. Così come tutte le altre
testimonianze di vita familiare.
“Francesca ha tagliato i ponti con me e con chiunque avesse rapporti con me. Nemmeno la sofferenza dei bambini l’ha fatta vacillare. In uno degli incontri con i periti, Greta scoppia a piangere e mi urla: ‘Tu non hai più voluto vederci!’. E Davide, di fronte alle mie sollecitazioni di ricordi dei momenti passati insieme, ha commentato: ‘Lo sapevo che non poteva essere tutto così brutto’. Un’altra volta mi ha sgridato ‘E poi tu mi hai portato la bici sul pianerottolo!’. E io gli ho risposto: ‘Ma era bellissima, gialla e c’era la faccia della tigre, ero sicura che ti sarebbe piaciuta’. Lui è rimasto perplesso: questa risposta non era stata prevista. O ancora Greta che ripete una frase che so essere suggerita da Francesca (l’aveva usata lei stessa in un precedente incontro): ‘Al cinema ci potevo andare anche con la vicina di casa’.
A volte infatti, vedendoli così poco, la via più semplice per recuperare un po’ di familiarità era quella di fare insieme qualcosa, come andare al cinema, e stare vicini vicini. Loro avevano un’immagine negativa di me, costruita da Francesca giorno dopo giorno, che si incrinava un pochino in mia presenza. Ma io non avevo più tempo”.
Maria è espulsa e la legge non può o non vuole opporsi. La legge è a favore di Francesca. “Durante gli incontri con i periti di parte”, racconta Maria “mi hanno rimproverato di essere troppo tesa a cercare una mediazione. E come avrei potuto non esserlo essendo priva di qualunque diritto? Forse in una condizione di parità sarei stata più tranquilla. Francesca aveva addirittura chiesto il mio allontanamento fisico dall’area di residenza.
Come si fa con i padri abusanti. Mi ha chiesto di restituire le foto che io avrei trafugato - erano le foto che avevamo scattato negli anni di convivenza.
Per cancellare tutto. Una rimozione totale di quella che è stata la nostra vita comune, non solo quella affettiva, ma genitoriale. Mi ha addirittura accusata di chiedere troppe volte scusa ai bambini - lo facevo se mi accorgevo di avere sbagliato.
Oppure ha detto che mi ero rivolta al Tribunale dei Minori per farle portar via i bambini in quanto mamma lesbica. Non sapevo se essere più incazzata con lei o con chi le credeva, conoscendo anche me.
Una volta ho incontrato un’amica comune che mi ha detto: ‘Certo Maria andare al tribunale...’. Io l’ho guardata e le ho chiesto: ‘Ti sembra verosimile?’. Non ho mai voluto fare una guerra, ho solo cercato di preservare il mio rapporto con i miei figli”.
Il decreto non è una sentenza, perciò Maria potrebbe ripresentare un quesito al Tribunale dei Minori, qualora ci fossero indizi di disagio da parte dei bambini.
Ma la strada è lunga e giuridicamente troppo squilibrata. Potrebbe rappresentare però un varco, per quanto angusto, per altre persone. Oggi, grazie ai pionieri e al lavoro associativo di Famiglie Ar cobaleno, chi affronta un percorso simile ha maggiore
consapevolezza. Ancora nessuna tutela legale, però.
“Io mi auguro che storie come la mia non ci siano più. Posso solo sperare che i miei bambini abbiano un dubbio prima o poi sulla versione unica che è stata raccontata loro. Hanno vissuto con me, mi conoscono. Greta mi chiedeva spesso di raccontarle la storia della nostra famiglia. Non può essere sparito questo, è stato solo sotterrato e spero che riemerga”.

Il Mucchio Selvaggio, 671, giugno 2010.