domenica 23 maggio 2010

E io la pillola non te la do

Il 21 Aprile viene presentato un disegno di legge dal titolo: “Disposizioni in materia di obiezione di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza”. Sebbene il testo non sia ancora disponibile nel sito del Senato al momento in cui scriviamo, alcuni giornali ne hanno riportato il contenuto, d’altra parte immaginabile fin dal titolo.
È quindi possibile fare alcune considerazioni al riguardo.
Prevedere per legge l’obiezione di coscienza per la cosiddetta pillola del giorno dopo comporta una serie di problemi.
Innanzitutto la questione generale di poter ammettere per legge una eccezione bizzarra.
Bizzarra perché oggetto di una normativa positiva e perché incrina i doveri che derivano da una libera scelta. Il caso più eclatante, e affine alla pillola del giorno dopo, è quello della legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza, articolo 9. Perché un ginecologo che esercita in una struttura pubblica (compiendo 3 gradini di scelta: iscriversi alla Facoltà di Medicina, poi alla scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia e, infine, esercitare la professione in una struttura pubblica) potrebbe sottrarsi ad uno dei suoi doveri sanciti da una legge dello Stato? La domanda richiederebbe una trattazione a parte e che rimandiamo ad altra sede. Qui affronteremo aspetti che sono problematici indipendentemente dalla risposta che si abbraccia alla suddetta domanda.

Sul prossimo numero di A.

venerdì 14 maggio 2010

La terapia riparativa? Un inganno

Gay Liberation Monument
“La verità è che non si è omosessuali, ma eterosessuali latenti. Far uscire la nostra vera identità maschile è possibile: noi ci siamo riusciti e siamo qui per tenderti una mano!”.
Questa e altre chicche si possono leggere sul sito che presenta l’imminente convegno di Joseph Nicolosi a Brescia il 21 e 22 maggio.
Nicolosi è uno dei padri della terapia riparativa, ovvero quella che ripara dalla omosessualità. Meglio sarebbe chiamarla ideologia riparativa, perché è difficile definire terapia qualcosa che ha la presunzione di “curare” ciò che non è intrinsecamente una malattia - proprio come sarebbe incongruo riparare ciò che non è rotto. Gli orientamenti e le preferenze sessuali costituiscono un dominio fluido ed eterogeneo e l’eterosessualità non è il golden standard cui ispirarsi o, peggio, l’unico modo sano e giusto di amare e fare l’amore.
L’ideologia riparativa è un inganno crudele e pericoloso, in cui purtroppo si può inciampare per varie ragioni: informazioni sbagliate, paura, pregiudizi (è ancora molto diffusa l’idea che l’omosessualità sia una patologia o una perversione, un difetto nello sviluppo sessuale e affettivo). Ragioni che portano a formulare una domanda di aiuto che riceve la risposta più sbagliata.
Meglio quindi conoscere i riparatori e lasciarli alle loro farneticazioni. Tra i rappresentati italiani presenti al convegno ci sono Chiara Atzori, Roberto Marchesini e Giancarlo Ricci.

Dnews, 14 maggio 2010.

giovedì 6 maggio 2010

Don Franco Barbero




Da almeno 25 anni don Franco Barbero è sotto processo canonico per i suoi libri sul Gesù storico. “Io ho detto cose ovvie: cioè che Gesù è figlio di Maria e Giuseppe, e che Giuseppe non era quel vecchietto che ci dicono altrimenti sarebbe stato messo al muro se avesse sposato una ragazza di soli 13 anni”. Per questo negli anni ’80 è stato deferito al tribunale nazionale. Nel 2000 l’ultima goccia: era l’anno del giubileo, ma non per gli omosessuali. “Io a Roma intervenni e parlai del cammino di Abramo – ricorda don Franco – e parlai del dono dell’omosessualità. Questa parola fu indigesta. Due giorni dopo il vescovo mi convocò d’urgenza e mi disse che quella parola l’avrei dovuta ritrattare. – È vero che hai detto il dono dell’omosessualità? – mi chiese. Non solo – gli risposi porgendogli il mio blocco degli appunti – l’ho anche scritta, e non la ritratterò. A meno che non mi dimostriate che è sbagliato. Non ricevo ordini come un adolescente. Di’ pure al Papa che non sono disponibile a ritrattare”. 2003 con una sentenza inappellabile del “Sommo Pontefice Papa Giovanni Paolo II”, resa esecutiva dal vescovo di Pinerolo, don Franco è dimesso dallo stato clericale.
Don Franco risponde sempre allo stesso modo alle ammonizioni: non vuole tradire le persone. “Quando sono diventato prete ero molto tradizionale, ero addirittura venerato dai miei superiori. Poi in confessione ho incontrato le prime donne lesbiche e i primi gay, ero giovane e ignorante. Dicevo loro di venirmi a trovare, da soli o in coppia. Ascoltandoli lentamente ho capito che è solo un modo diverso di percepire il proprio corpo, ma la sostanza e i sentimenti sono gli stessi. È stata la scelta più felice della mia vita. Se uno ha l’occhio della meraviglia – io ero come un pulcino che esce dall’uovo – scopre nuove cose”.
Don Franco accoglie tutte le persone che gli chiedono aiuto, tutte quelle che la società emargina, anche i separati che la chiesa considera eretici, salvo poi ripensarci quando l’eretico è un potente e può far comodo perdonarlo. O i transessuali. “Una vita di incontri e di persone che ti parlano con il cuore. L’amore ha aspetti così diversi! È l’evento più bello per cui ringrazio Dio”. E tanti giovani tormentati dalla condanna dell’omosessualità, magari respinti anche dai loro cari. Don Franco li ascolta e non riesce a capire come alcuni genitori possano rifiutare un figlio per il suo orientamento sessuale. E rimane sbalordito quando, per giustificarsi, gli dicono che è perché gli altrinon lo accetteranno e in questo mondo avrà una vita difficile. “È quasi diabolico. Dipende dalla condanna degli altri. Il mondo sarà difficile e tu ti aggreghi ai carnefici?”.
Don Franco cerca di capire i problemi quotidiani delle persone che gli si rivolgono. Alcuni anni fa una ragazza gli va a chiedere consiglio: ha già un figlio e ora non vorrebbe averne un altro. Ha sentito parlare della pillola. Don Franco le suggerisce di andare dal medico perché lui non se ne intende. Questa ragazza pensa che le stia facendo uno sconto del peccato, magari perché è giovane e ancora inesperto, va dal confessore anziano e gli dice “don Barbero mi ha detto di fidarmi del mio medico”. Inammissibile per la chiesa gerarchica e tirannica. “In una assemblea mi ha accusato perché permettevo la pillola – commenta don Franco – violando anche il segreto del confessionale. Ho ricevuto una ammonizione pubblica”.
Don Franco è convinto che l’istituzione non sappia e non voglia ascoltare. Tutti i documenti ufficiali sull’omosessualità, per esempio, sono stati scritti senza ascoltare le persone. Anteponendo una presunta e crudele Verità all’amore e senza curarsi della sofferenza. “Non c’è alcuna accoglienza, ma solo odio e patologia. È un concetto perverso, la verità non dovrebbe farti morire. Chi cita la Bibbia a sostegno della condanna della omosessualità non sa leggere la Bibbia. Parlano di rispetto, ma è solo ipocrisia: è tipicamente ecclesiastico e talebano”. È addolorato al pensiero di quanto dolore possa causare un simile atteggiamento, un dolore inutile ed evitabile. Secondo don Franco molti scelgono di seguire strade già tracciate senza pensare, con passiva obbedienza: “in una società della paura e che non aiuta a pensare, per molti è l’unico modo di esserci. Nella concezione cattolica c’è un altro motivo: la negazione di sé. Per assumere posizioni che siano controcorrente dentro l’istituzione devi avere guardato in faccia la tua vita, la tua affettività e la tua sessualità. Se non hai fatto questo e ti sei adeguato a un modello, qualsiasi esso sia, hai disimparato a specchiarti nell’onestà della vita. L’obbedienza cavalca la tua esistenza e vivi in una contraddizione di infelicità. È una matassa oscura che non vuoi guardare”.
Don Franco non risparmia le critiche alla strumentalizzazione politica del crocifisso e delle radici cristiane. “Difendono il crocifisso che è un pezzo di legno e crocifiggono le persone in carne ed ossa. Quanta infelicità inflitta in nome di Dio e di una religione! Sono torturatori, costruttori di angosce e infelicità” commenta don Franco, che rifiuta l段dea che per essere buoni sia necessario essere tristi e soffrire. La teologia che studiai da giovane ti insegnava che se eri allegro non eri virtuoso. Ho capito dopo perché una persona infelice la governi meglio, una libera dall’angoscia non la controlli. Questa è una delle ragioni del celibato. In questa Italietta il pensiero cattolico come religione civile ha ancora una influenza, anche se poi, come sappiamo, viene contraddetta e ignorata in molte occasioni”.
Purtroppo nel clero la riflessione e lo spirito critico sono quasi assenti e ci si fida di una autorità sacra che dice delle cose fuori dal mondo. “È una specificità tutta italiana e dipende dall’avere la disgrazia del Vaticano qui”. Secondo Don Franco lo pensano in tanti, ma quasi nessuno lo dice perché si ha paura di perdere la cattedra o qualche altro privilegio.
Il Vaticano si è messo alla testa di un movimento politico reazionario, si è fatto portabandiera del fondamentalismo omofobico che aggrega – tutti i fondamentalisti sono parenti, politici e religiosi. Quelli che nella chiesa anglicana non accettano la riforma e l’omosessualità diventano cattolici e a loro si fa uno sconto, anche se sposati. “Se vuoi sposarti ti fai anglicano e dopo 5 anni diventi cattolico. È una perversione mentale. Molte leggi nascono con Letta che va a trovare Bertone e il parlamento vota. Questo è il cosiddetto cristianesimo criminale. Da credente soffro nel vedere che abusano del nome di Dio e Gesù. È delittuoso. Gesù è estraneo a tutto questo,non può essere coinvolto in queste bassezze. Lui era a favore dell’amore e della solidarietà. Non aveva frontiere, era vicino alle persone. Non diceva come comportarsi e non giudicava. Amava la libertà e la tenerezza, grandi assenti oggi insieme alla giustizia. L’azienda cattolica usa il suo nome, ma lui non c’entra. La vera chiesa esiste fuori dalla chiesa”. Gesù per don Franco non è mai stato cultore dell’infelicità e dell’angoscia. Non aveva l’ossessione che la gente fosse religiosa. Voleva che il cieco vedesse e che l’adultera non fosse condannata. Che l’emarginato fosse messo al centro. Ecco, questo era Gesù, non regole ossessive. Nessun monopolio, ma la libertà di vivere ognuno la propria fede. Le gerarchie clericali abusano di Gesù per i propri affari e interessi. “Sentire che uno come Casini vuole incarnare i valori cristiani… dovrebbero vergognarsi. Fa orrore” aggiunge don Franco, che ci tiene a sottolineare che la sua passione per la fede non si è mai tradotta in fanatismo.
Don Franco, nella comunità cristiana di base a Pinerolo, celebra matrimoni tra chi si ama: lesbiche, gay, sacerdoti. “Ci tengo a rompere gli schemi di questa chiesa, per compiere un gesto di libertà. Molte persone mi dicono che scoprono un cristianesimo diverso. Possono dire che Dio è vicino al loro amore. Questo è importante, un Dio cupo non aiuta. Dio è amore, niente a che fare con il ghiaccio negli occhi di Ratzinger. Le persone vivono meglio se si sentono amate, essere messi ai margini non fa piacere”.
Il suo è un contributo che vuole essere anche politico. Anche se don Franco è consapevole che la lotta in Italia sarà lunga e faticosa. È spaventato dalla lobby cattolica, dagli uomini dell’Udc più che da Fini, dalla perfida religione civile. E si duole che nel PD non ci sia ancora una posizione ferma. Manca l’intelligenza del futuro, secondo lui, e la prospettiva globale dei diritti e delle persone. E poi manca soprattutto il coraggio. Nessuna lungimiranza e scarso coraggio: gli ingredienti di un fallimento. “Si discute tanto della parola matrimonio – commenta don Franco – ma è solo un retaggio linguistico che nasconde la discriminazione. Finché tutte le persone non avranno uguali e reali diritti sarà un disastro”.
Un decalogo astratto che provoca una reale sofferenza. Quando c’è da rompere le righe e da assumersi la responsabilità per le proprie scelte, manca la voce proprio in quel momento, si ha altro cui pensare. Tante coincidenze secondo don Franco. “La corte europea ha avuto dal partito socialista europeo la raccomandazione di non rendere esecutiva la sentenza sul crocifisso, siamo propri messi male…”. Imporre un valore, poi, è folle. Cosa ne rimane? “Non è più bello dire che ci siano molti modi per avere un simbolo religioso? Una bella pluralità. In una società laica non c’è bisogno di esprimere tutta la sequela dei simboli, altrimenti ne dovremmo mettere 70. Quando penso a Gesù mi piace immaginarlo vivo e sorridente. Io in casa non ho crocifissi”.

Il Mucchio Selvaggio, 667, febbraio 2010.

lunedì 3 maggio 2010

Famiglia sostantivo plurale. Non esiste un modello unico da scegliere o peggio da imporre


“Venezia è bella ma non ci vivrei”. “Non esistono più i valori di una volta”. “La famiglia si sta sgretolando”.
Forse pochi ne sono consapevoli, ma l’ultima affermazione può stare benissimo insieme alle prime due. O alle altre innumerevoli che possiamo considerare luoghi comuni, battute da bar o da ascensore, giusto per riempire quel silenzio imbarazzante. Chissà perché, poi, il silenzio è imbarazzante.
Come ogni luogo comune che si rispetta quella frase incarna alcune credenze, prive di fondamento ma diffuse, e affonda le radici in un terreno che ha una qualche percentuale di legame con la realtà. A pensarci bene quasi qualsiasi affermazione può rivendicare una percentuale di verosimiglianza.
Basta però una analisi non troppo approfondita per rendersi conto che è difficile capire che non c’è nessuna ragione per allarmarsi e per gridare “al lupo! al lupo!”.
Che cosa significa che la famiglia si sta sgretolando? E da cosa nasce una idea di questo tipo?
Intanto sarebbe interessante scoprire se è una affermazione attuale o recente come si crede. In fondo i rimpianti per una età dell’’oro che magari non è mai esistita sono una vecchia abitudine. Magari potremmo scoprire che i nostri nonni già se ne lamentavano, e ancora più indietro nei secoli tutti a inveire contro i tempi coevi in nome di un tempo che fu, famiglia compresa.
Forse dovremmo chiederci che cosa, oggi, una affermazione simile possa rispecchiare.
Una scarsa voglia di sottrarsi alla cantilena: è più facile abbandonarsi al “si dice” che fermarsi a interrogarsi sul significato di alcune affermazioni. La paura dei profondi cambiamenti sociali che inevitabilmente passano anche per un cambiamento dei ruoli familiari e della idea stessa di famiglia, e che sono l’effetto e la causa del cambiamento degli assetti politici e lavorativi. E sono strettamente connessi ai cambiamenti giuridici avvenuti in questi ultimi 40 anni anni: si pensi alla cosiddetta riforma del diritto di famiglia degli anni ’70, all’affidamento congiunto, ai congedi parentali. Leggi che, pur nella loro imperfetta applicazione, stanno delineando una struttura sociale immensamente diversa dal secolo scorso. Un secolo in cui a lungo le donne non hanno potuto fare il magistrato o votare. O potevano essere vendute come un comò (l’istituto della dote), vendute al loro carnefice (matrimonio riparatore) o finire in galera per adulterio (solo le donne, gli uomini non ci andavano e a lungo non erano nemmeno considerati adulteri ma seduttori). O ancora l’ingenua convinzione che la donna (la madre) sia intrinsecamente “più genitore” dell’uomo (il padre). I ruoli predefiniti lasciano spazio alla complessità della realtà familiare, nelle sue innumerevoli forme e nelle diversità delle organizzazioni, formali e sostanziali. Ecco perché l’insensatezza dell’affermazione “la famiglia si sta sgretolando” si nasconde anche nell’uso del singolare: esistono innumerevoli famiglie, non c’è nessuna Famiglia, unica o vera da usare come modello o, peggio, da imporre.
La definizione di famiglia può accogliere le formazioni più diverse e accettare vincoli semantici leggeri e riconducibili a un rapporto affettivo e relazionale tra le parti.
Il panorama che scegliamo come riferimento è fondamentale nel passaggio dalla famiglia alle famiglie. Panorami troppo angusti sono rischiosi: se, per conoscere la posizione degli italiani riguardo alla caccia, interpellassimo i nostri 8 più cari amici, non riusciremmo a tracciare un profilo che possa aspirare ad essere un campione davvero significativo, cioè statisticamente rilevante.
L’idea che esista una Famiglia inciampa nell’errore di prendere come panorama un tempo e uno spazio terribilmente angusti: quello delle pubblicità sceme o dei pensieri semplificanti e disinteressati alla realtà.
Panorami con informazioni sbagliate sono infatti altrettanto rischiosi. Prenderemmo sul serio uno che è convinto che la Terra sia piatta? Discuteremmo con lui di natura umana o di inquinamento ambientale?
Oggi, in Italia, c’è un fenomeno che suscita irritazione e reazioni umorali e rivitalizza il fantasma della scomparsa della famiglia: le famiglie omogenitoriali. E, soprattutto, la loro sacrosanta rivendicazione di diritti. In Italia fa ancora discutere la regolamentazione delle unioni omosessuali - che sia il matrimonio o un altro istituto giuridico equivalente - e le uniche risposte sono state solo una caricatura di una parità di diritti. Nonostante questo i fantasiosi progetti di legge dai Dico, ai DiDoCo fino ai DiDoRe, sono miseramente falliti perché troppo azzardati!
Figuriamoci quando vicino ad “omosessuale” si affianca la parola “genitorialità”, e la richiesta di diritti e di doveri. La condanna è assicurata. L’elenco dei luoghi comuni è lungo: dall’accusa di volere un figlio a tutti i costi, all’egoismo passando sempre per la difesa dell’interesse del bambino.
Ora questa ultima presunta motivazione è la più bizzarra. Se si avesse davvero a cuore il benessere dei bambini si smetterebbe di essere a favore della discriminazione e della ingiustizia. E ci si precipiterebbe a dare loro protezione tramite una legge, per esempio, che permettesse al genitore non biologico (perché in una coppia di donne o di uomini uno solo è il genitore biologico) di diventare genitore legale. Un esempio chiarisce meglio l’importanza della questione: oggi se il genitore biologico muore non esiste una garanzia che il figlio possa crescere con l’altro genitore. Oppure, in caso di separazione, che possa mantenere un rapporto nel caso in cui il genitore biologico non volesse. Lo Stato italiano condannerebbe questo bambino ad essere orfano due volte, nel primo caso, e lo condannerebbe a una separazione forzata, nel secondo.
E, se si avesse a cuore il benessere dei bambini, ci si precipiterebbe anche a sostenere l’accessibilità al matrimonio per tutti, svincolata dal sesso e dall’orientamento sessuale dei coniugi. Proprio come dice la Costituzione italiana.
Purtroppo la versione che va nei dibattiti pubblici è ancora quella che dice il contrario. E come scimmie ammaestrate tutti a ripetere che lo afferma anche la Costituzione che questi matrimoni non s’hanno da fare! Senza averla mai letta. Il tanto citato articolo 29 non impone come condizione necessaria la diversità di sesso degli aspiranti sposi. E, se non bastasse, l’articolo 3 delinea l’uguaglianza tra tutti i cittadini, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Le ragioni, presentate di recente dalla Corte, per giustificare il rigetto della questione di costituzionalità sulla presente limitazione del matrimonio ai soli eterosessuali non sono convincenti, e la compatibilità costituzionale del matrimonio omosessuale non ne è intaccata.
“«Non sono razzista, è solo che non credo sia giusto mischiare le razze in questo modo. Ho molti amici neri, vengono a casa mia, li sposo e usano il mio bagno. Li tratto come gli altri. Ma i figli dei matrimoni misti soffrono, e io devo tutelarli”». Queste le parole di un giudice di pace della Louisiana, Keith Bardwell, per giustificare il suo rifiuto di sposare una donna bianca e un uomo nero. Non è avvenuto nel 1950, ma pochi mesi fa.
I figli ne soffrono, le relazioni sono instabili: ricorda qualcosa?
Il silenzio è decisamente meno imbarazzante dele idiozie spacciate per autorevoli pareri. Sia in ascensore che altrove.

Gli Altri, 30 aprile 2010.