venerdì 9 aprile 2010

La fissa della croce

Soile Lautsi ha due figli di 11 e 13 anni. Nelle aule della scuola pubblica che i bambini frequentano è appeso un crocifisso. Come cittadina dello Stato italiano, Lautsi considera l’esposizione del crocifisso contraria alla laicità e alle libertà fondamentali. Prova a farlo presente alla scuola, ma il crocifisso rimane appeso alla parete. Allora si rivolge al tribunale amministrativo, ma si sente rispondere che il crocifisso sarebbe un simbolo della storia e della cultura italiane, dell’identità italiana e dei principi di uguaglianza, di libertà e di tolleranza - addirittura della laicità dello Stato. La controversia arriva fino al Consiglio di Stato, che nel febbraio 2006 rigetta il ricorso in quanto il crocifisso sarebbe diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresenterebbe i valori della vita civile.

Soile Lautsi non si arrende. Nel luglio 2006 si rivolge alla Corte europea dei diritti dell’uomo: la sua richiesta contro la Repubblica italiana è legittimata dall’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, secondo il quale “La Corte può essere investita di un ricorso fatto pervenire da ogni persona fisica, ogni organizzazione non governativa o gruppo di privati che pretenda d’essere vittima di una violazione da parte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli”.
Nella richiesta alla Corte la donna ribadisce le sue motivazioni: “l’esposizione del crocefisso nell’aula della scuola pubblica frequentata dai suoi bambini era un’ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e di religione e con il diritto a un’istruzione e a un insegnamento conformi alle sue convinzioni religiose e filosofiche”.
Le motivazioni della ricorrente sono chiare e ragionevoli, nonostante siano state spesso trasfigurate dalla stampa e dai tanti novelli e ipocriti idolatri. Non c’è nessun intento offensivo verso la religione cattolica, non è una battaglia anticlericale e la signora non è musulmana (si è arrivati anche a questo!, come se poi fosse rilevante).
Le motivazioni di Lautsi dovrebbero essere condivise da chiunque sia a favore della laicità dello Stato e del rispetto delle libertà dei cittadini. Cittadini, e non sudditi, che dovrebbero scegliere se e a quale religione appartenere.
La contestazione insomma riguarda la concezione confessionale dello Stato e il privilegio accordato alla religione cattolica tramite l’esposizione del crocifisso, “che si traduce in un’ingerenza dello Stato nel diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, [...] come pure con una forma di discriminazione verso i non cattolici”.
La definizione di laicità presente nella sentenza potrebbe essere considerata come esemplare: “lo Stato deve essere neutrale e dare prova di equidistanza rispetto a tutte le religioni, poiché non dovrebbe essere percepito come più vicino ad alcuni cittadini che ad altri. Lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini la libertà di coscienza, incominciando con un’istruzione pubblica atta a forgiare l’autonomia e la libertà di pensiero della persona”. Nel privato ognuno è libero di tappezzare la propria casa con i simboli religiosi che preferisce, ma nel pubblico no: e non perché si spregia la religione cattolica, ma perché è giusto considerare sullo stesso piano tutte le religioni e tutte le altre scelte, siano agnostiche, atee o dubbiose.

Il 3 novembre 2009 la Corte dà ragione a Lautsi: lo Stato ha il dovere di essere imparziale e neutrale e di “astenersi dall’imporre, anche indirettamente, credenze nei luoghi dove le persone sono dipendenti dallo Stato o anche nei posti in cui le persone possono essere particolarmente vulnerabili. L’istruzione dei bambini rappresenta un settore particolarmente sensibile poiché, in questo caso, il potere dello Stato è imposto verso coscienze che mancano ancora (secondo il livello di maturità del bambino) della capacità critica che permette di prendere distanza rispetto al messaggio che deriva da una scelta preferenziale manifestata dallo Stato in materia religiosa”.

Il governo presenta ricorso al ricorso perché, insiste, il crocifisso incarna valori laici.
Intanto pochi giorni prima Stefano Ceccanti e un po’ di laici confusi (11 senatori PD) stilano un disegno di legge che è un capolavoro di ambiguità, insensatezza e clericalismo. Basta leggere l’articolo 1 per rendersene conto: “In considerazione del valore della cultura religiosa, del patrimonio storico del popolo italiano e del contributo dato ai valori del costituzionalismo, come segno del valore e del limite delle costituzioni delle democrazie occidentali, in ogni aula scolastica, con decisione del dirigente scolastico, è affisso un crocifisso”. Nessuno ricorda che è stata una legge fascista a imporre il crocifisso, perché fa comodo affermare o lasciare intendere che nei secoli dei secoli è rimasto appeso sulle pareti scolastiche. Ma le affermazioni che seguono sono ancora più incomprensibili: in cosa consisterebbe il contributo del crocifisso ai valori del costituzionalismo? E il limite delle costituzioni democratiche? Forse che le costituzioni democratiche devono fermarsi davanti a una croce di legno?

L’ultima puntata della saga, per ora, è del 2 marzo: la Corte riconosce l’ammissibilità del ricorso del governo italiano.
Questo significa che la Corte ha giudicato di essere competente a riceverlo e ha ammesso che fosse legittimo, da parte del richiedente, spiegare le ragioni del ricorso.
Tuttavia Il Corriere della Sera titola trionfalmente: “Corte europea accoglie ricorso dell’Italia sul crocifisso”. La Repubblica in modo analogo: “Crocifisso, la corte di Strasburgo accoglie il ricorso dell’Italia”. La Stampa “Crocifisso a scuola, l’Europa accoglie il ricorso. La Cei: “Un passo avanti nella giusta direzione””.
Quanto entusiasmo per l’accoglimento della ammissibilità del ricorso e non del ricorso!, su cui si pronuncerà nei prossimi mesi dalla Grande Camera e il cui esito non è possibile sapere oggi.
Di sicuro, oggi, c’è una dimostrazione di pessimo giornalismo e di entusiasmi sproporzionati, soprattutto se non vengono dalla Cei ma, ancora una volta, da esponenti istituzionali: Franco Frattini non sta nella pelle e per Maria Stella Gelmini è “un contributo all’integrazione che non va intesa come un appiattimento e una rinuncia alla storia e alle tradizioni italiane”.
La tradizione è onnipresente anche nella felicità dei catechisti del PD: “L’accoglimento del ricorso […] ripristina anzitutto un dato di rispetto della tradizione culturale e religiosa del nostro Paese e dell’Europa occidentale”. Lo dichiara Antonio Rusconi, senatore del PD e capogruppo in Commissione Istruzione a Palazzo Madama. Che prosegue: “è un simbolo di fratellanza universale e di amore verso tutte le persone e non può quindi ritenersi offensivo verso chi liberamente segue altre religioni” (Crocifisso: Rusconi (PD), ristabilito rispetto tradizione italiana, Asca). Ringraziamo per la concessione di poter scegliere altre religioni e rimaniamo con l’atroce dubbio che tra le scelte non sia invece contemplata quella di rifiutare tutte le religioni.
La tradizione, dicevamo, è un cavallo di battaglia dei fan del crocifisso, come se la tradizione, di per sé, avesse una valore intrinseco. Come se il trascorrere del tempo bastasse a dimostrare che quanto esiste da molti anni sia moralmente ineccepibile.
Esistono tradizioni moralmente ripugnanti: il matrimonio riparatore, l’infibulazione, la tortura, la schiavitù. E per avvicinarci di più alla religione: l’eliminazione fisica delle streghe e degli eretici, l’indice dei libri proibiti o il ghetto per gli ebrei, inaugurato nel 1555 da Paolo IV con la bolla Cum nimis absurdum.

Sembra non esserci consapevolezza di tutto ciò nelle parole di quanti si scandalizzano di una regola di buon senso: un luogo pubblico dovrebbe essere libero da imposizioni (seppure simboliche) di una specifica confessione religiosa. La libertà religiosa deve essere garantita e non lo sarebbe se il cattolicesimo fosse attaccato ai muri delle scuole pubbliche. Non esiste una religione di Stato, non ci dovrebbe essere un monopolio religioso e la conseguente violazione del principio di laicità istituzionale.
Queste regole di buon senso e di giustizia sono espresse nella sentenza della Corte del novembre 2009. Il parere del terzo intervenuto, il Greek Helsinki Monitor, sottolinea ulteriormente l’infondatezza delle pretese del governo e di quanti sono a favore della presenza del crocifisso in base a funamboliche riattribuzioni semantiche. Il GHM afferma che il crocifisso non possa non essere percepito come simbolo religioso e che, addirittura, ostinarsi a considerarlo come “emblema condiviso di valori umanisti” costituirebbe una offesa per la Chiesa. Ricorda che “il governo italiano non ha indicato un solo non-cristiano che sarebbe d’accordo con questa teoria [e che] tutte le altre religioni vedono nel crocifisso niente altro che un simbolo religioso”. Ma il GHM fa di meglio: invita a cogliere tutte le implicazioni (e non solo quello che fa comodo): se “l’esposizione del crocifisso non richiede né alcun omaggio né alcuna attenzione […] occorrerebbe chiedersi allora perché il crocifisso viene esposto. L’esposizione di tale simbolo potrebbe essere percepito come una venerazione istituzionale di quest’ultimo”.
Esporre il crocifisso in una scuola pubblica, insomma, veicolerebbe inevitabilmente l’idea che la religione di cui è simbolo è la favorita. Se non l’unica.


Il Mucchio Selvaggio, 669, aprile 2010.