venerdì 5 marzo 2010

Disuguaglianze: non si rimedia solo a parole


Un tempo si usava il termine handicappati, poi portatori di handicap, disabili e oggi è politicamente corretto usare l’espressione “diversamente abili”. È indubbio che la scelta dei termini veicoli una scelta concettuale, e quindi l’attenzione alle parole è giustificata dall’attenzione al significato di quelle stesse parole. Ma è altrettanto indubbio che concentrarsi soltanto sulle parole sia insufficiente, se non ipocrita.
Difficile non pensare alle politiche scolastiche di tagli e di riduzione delle cattedre. E alla recente sentenza della Consulta che, per fortuna, ha dichiarato incostituzionale fissare un tetto numerico massimo per gli insegnanti di sostegno. Non garantire un livello di istruzione necessario all’inserimento nella vita sociale e lavorativa è ingiusto e discriminatorio. Sottrarsi dal garantire un nucleo minimo di diritti contrasta con il dovere alla solidarietà.
Nell’ultimo anno c’è stato un aumento di oltre cinquemila studenti con disabilità a fronte di una riduzione di 400 insegnanti di sostegno. Privare i bambini e i ragazzi con gravi disabilità di una assistenza necessaria significa abbandonarli, privarli del diritto allo studio, della possibilità di aspirare ad essere pienamente cittadini e di condurre una esistenza che sia il più possibile soddisfacente.
Uno dei compiti di uno Stato civile sta proprio nel cercare di riequilibrare e di rimediare alle disuguaglianze. Non solo a parole.

DNews, 5 marzo 2010.