venerdì 19 febbraio 2010

L’epidurale altro diritto non garantito

Sister's coming

Il controllo del dolore è una conquista abbastanza recente. Basti pensare a un intervento chirurgico o a una banale estrazione dentale senza anestesia per capirne la portata. Per quanto la percezione del dolore sia soggettiva, esistono varie scale di misurazione che, con una certa approssimazione, tracciano una gerarchia dei dolori. Il fenomeno fisiologico più doloroso è il parto. L’analgesia epidurale permette di ridurre di molto la sofferenza e al contempo di lasciare che il parto sia vissuto dalla donna. Ma l’epidurale non è un diritto garantito in Italia. Non esistono dati ufficiale nazionali, ma si può inferire la situazione da alcuni dettagli. Come la presenza dell’anestesista dalle 8 alle 20, o peggio fino alle 14, escluso il sabato e la domenica. L’assenza di personale esperto negli ospedali, e magari l’idea che le donne “hanno sempre partorito con dolore”, fanno sì che una altissima percentuale di donne non possa usufruire dell’epidurale. Chi vuole e può va in clinica. Per queste ragioni un gruppo di donne ha fondato l’Associazione Italiana Parto in Analgesia, www.aipa-italia.it, e promuove una petizione affinché l’epidurale possa essere davvero un diritto. È superfluo ribadire che quando si parla di diritto non si vuole imporre a nessuno una determinata scelta: chi vorrà partorire con dolore potrà sceglierlo. Ma sarebbe doveroso da parte di un Paese civile garantire alle donne che lo desiderano un parto in analgesia.

DNews, 19 febbraio 2010.

lunedì 15 febbraio 2010

Gli indifesi


(Il Mucchio Selvaggio, dicembre 2009, 665, il testo completo. Scaricabile qui)

Adele e Stefano stanno per sposarsi e vogliono dei figli. Stefano va a Nasiriya per girare un film sulla vita dei soldati in Iraq. Salta in aria il 12 novembre 2003. Adele viene portata di peso fuori dal Vittoriano durante la commemorazione ufficiale: non è sposata e quindi non ha alcun diritto, nemmeno quello di commemorare il suo uomo.

Adele Parrillo si trova suo malgrado a combattere una battaglia per molti diritti che non ci sono. Su questioni che sembrano relegate al privato di ognuno e invece fanno parte della società, della giustizia e del pubblico. I diritti mancanti riguardano molte persone. Non esiste alcun diritto per chi si ama e convive ma non ha la benedizione della legge.
Adele, secondo lo Stato italiano, è una estranea per Stefano Rolla. Dopo 12 anni passati insieme, 6 di convivenza e il progetto di avere figli. Aveva anche lasciato il lavoro per questo, avevano fatto le pubblicazioni di matrimonio e alcuni embrioni erano crioconservati in una clinica.
Nonostante ciò era una estranea invece che una moglie: nessun diritto, nemmeno al dolore, né l’onore di commemorare i morti con le altre vedove. “Non si nega a nessuno questo diritto, nemmeno a chi porta un fiore al Vittoriano o lascia un ricordo. A me neppure quello. Al Vittoriano, durante la commemorazione ufficiale dei morti di Nasiriya – ricorda Adele – mi hanno preso in tre e sbattuto fuori con la forza. Perché io e Stefano non eravamo sposati. E dentro c’erano anche le fidanzate dei militari. E il compagno della figlia di Stefano. E io fuori. Nella loro logica perversa anche lui sarebbe dovuto stare fuori. E invece?”.
Ovviamente non le spettava nemmeno alcun riconoscimento patrimoniale o vitalizio. Un fantasma, come se non fosse mai esistita. Forse anche meno. Sarebbe cambiato qualcosa se fosse stata la “vedova” di un militare invece che di un civile?
Adele non ha nemmeno diritto alle donazioni dei privati, perché finiscono su un conto corrente gestito dal Ministero dell’Interno che poi le divide tra le vedove. Solo quelle ufficiali.
Sta facendo ricorso contro il Ministero dell’Interno per averle negato l’ammissione al programma di indennizzo previsto per le vedove.
Comunque andrà l’umiliazione che ha subito non ha rimedio. “Soprattutto se penso al matrimonio “in articulo mortis” celebrato tra Lorenzo D’Auria, ferito a morte in Afghanistan due anni fa, e la sua compagna Francesca. Sono felice – chiarisce Adele – che Francesca e i suoi figli abbiano una pensione e tutti i riconoscimenti ufficiali, ma sono furibonda che il governo italiano abbia fatto ricorso a una norma del diritto canonico per garantire quei diritti che, per un convivente, non esistono. Uno Stato civile dovrebbe garantire gli stessi diritti a chi si trova nelle stesse condizioni. Invece per D’Auria è stata celebrata una cerimonia ipocrita e macabra (lui era incosciente) e a me non è stato concesso di partecipare ai funerali”.

Quando si parla e si pensa ai militari e alla guerra si mistifica spesso e ci si nasconde dietro a espressioni come “missione di pace” o altre frasi fatte, e li si identifica erroneamente con qualcosa di lontano.
“Nel mio caso specifico, nel caso di Stefano Rolla, era una vera e propria missione di guerra. Tanto che gli hanno fatto firmare il codice militare penale di guerra prima di partire. La scusa era controllare il territorio per “esportare la democrazia”. In tutto questo perché dare il patrocinio a una troupe di civili per fare un film? Cosa c’è di più civile di questo?”.
Non era un documentario, come hanno detto e scritto tutti, ma una fiction. Aggiunge Adele: “Un prodotto ludico, lontano, lontanissimo dalla guerra. Fumo negli occhi. Nasiriya è soltanto un frammento del quadro generale. A subire i danni più gravi non sono i soldati: in questa “guerra preventiva” a pagare il prezzo più alto siamo tutti noi, come nelle guerre vere, altro che missioni di pace! I civili, i bambini, le donne che sono a casa ad aspettare – ma poi ci vanno anche le donne in guerra adesso. Per me non dovrebbero proprio esistere le guerre, e mi fa anche un po’ di impressione pensare che una donna scelga di andare in guerra”.

Dare il patrocinio a una troupe cinematografica a Nasiriya era uno dei modi per nascondere la verità. “Nel momento in cui il regista – prosegue Adele – ospite della caserma White Horse, salta in aria lo si commemora per sembrare civili (nel senso di civiltà). Il governo commemora i suoi morti come degli eroi. Io l’ho sempre detto: non sono eroi, sono vittime di una grossa mistificazione. Chi parte a fare una missione, a parte qualche eccezione, perché ci va? Molti erano padri di famiglia, anche loro vittime dell’inganno della missione di pace. Non è mica un caso che moltissimi di quelli che vanno sono figli di povera gente, non certo di Berlusconi o Bossi. Ma chi ci andrebbe in quell’inferno dell’Iraq? Autorizzare un film, mandare attori e registi in una zona di guerra, fa parte della bugia e dell’inganno che hanno lo scopo di avvalorare la pace, l’atmosfera ingannevole di pace. Stefano aveva 4 militari di scorta. Se un solo regista per un sopralluogo deve uscire obbligatoriamente con 4 guardie del corpo, allora una troupe di 40 persone ha bisogno di tutto il contingente di pace per fare un film? È inverosimile!”.
Le comparse le doveva controllare il comando, non si poteva entrare nella caserma. Perché non girare a Cinecittà o in Egitto? Gli americani ricostruiscono New York a Cinecittà. “White Horse era talmente anonima da poter essere copiata facilmente! Abbiamo ricostruito Venezia e non possiamo mettere in piedi quattro casermoni grigi e squallidi? E un po’ di sabbia? Avrebbero sicuramente rimandato il film in qualche modo, per evitare che il contingente italiano diventasse la scorta di una troupe cinematografica”.

In Afganistan l’ipocrisia si annida anche nelle regole di ingaggio: i militari non possono sparare per primi ma devono aspettare di essere provocati, come se dovessero aspettare di morire.
“Se penso a Kabul – dice Adele – o all’accordo tra il governo italiano e l’Eni per il petrolio in Iraq mi chiedo: le missioni di pace sono preventive per ottenere benefici economici? O per fare accordi sulla pelle dei poveracci che lo ignorano? E il castelletto dell’amor di patria per i 6 morti di Kabul? Ma quale patria? E i civili? E i bambini e le donne afgane? Che cosa stanno difendendo questi soldati? Quali confini? O quali interessi?”.
Solo quando muoiono i militari si parla di guerra e di morte, anche se parzialmente e impropriamente. Perché non si tributano gli stessi onori ai morti a Messina o ai morti sul lavoro? Morti a causa della incuria delle amministrazioni e dei soldi spariti. Morti senza avere nessuna responsabilità né colpa. Morti e dimenticati.
Un militare, in fondo, ha scelto di fare ciò che fa. Tutti gli altri invece subiscono l’incuria e la mala amministrazione. Morti per catastrofi pseudo-naturali, perché la casa non è stata costruita in un certo modo o in un certo luogo. Nei cantieri.

L’uranio impoverito è un altro argomento messo sotto al tappeto. “Eppure – sottolinea Adele – riguarda tutti noi, non solo la Bosnia e il Kosovo. Nei poligoni di tiro della Sardegna (Perdas Defogu e Quirra, luoghi di pecore e pastori) e a Nettuno sono stati sparati proiettili all’uranio impoverito. Sotto al nostro naso, nei nostri mari e nelle nostre spiagge. La gente che vive lì non lo dice per paura che le persone non ci vadano. Nessuno ne parla per paura di perdere il posto. E così via. Bombe all’uranio buttate in mare per disfarsene – alcune sono rimaste incagliate nelle reti dei pescatori. Mangiamo il pesce all’uranio”.
Non parlano i parenti dei morti poco più che ventenni di leucemia o linfoma di Hodgkin – morti in sei mesi dopo una breve missione di pace. C’è qualcosa che non va, ma non si hanno notizie, i genitori tacciono magari per paura che non siano attribuiti loro gli indennizzi. Nessuno fa indagini serie. Si conta sulla paura di questa povera gente. Che non ha niente e se continua così avrà ancora meno.
Dal 1993 c’è una disposizione negli Stati Uniti che impone di indossare le maschere; qui si è cominciato a mandare in giro circolari dieci anni dopo. “Nessun soldato italiano indossa maschere. Vanno in giro senza protezione. Non uccide solo la guerra. E poi parlano dei 6 morti che fanno notizia, giocando sui bassi istinti: la morte e la sua spettacolarizzazione. Chi torna e muore in silenzio non merita nulla. E i figli di questi morti non meritano nulla? E i malati? Sempre noi li abbiamo ammazzati. Perché non proteggiamo i nostri soldati? Perché non li equipaggiamo con tute e maschere e guanti adatti? I nostri soldati vanno in giro a mani nude e in t-shirt”, commenta Adele con amarezza.
Tutti negano. I nessi tra uranio e tumori di cui muoiono molti militari vengono smentiti ufficialmente – e non ci sono solo i morti, ma i danni genetici e i figli nati malformati. E poi nella Finanziaria dello scorso anno compaiono due commi (legge del 24 dicembre 2007, art 2, commi 78 e 79) relativi alle polveri da uranio impoverito. Vengono autorizzati dieci milioni di euro per ogni anno (triennio 2008-2010) per infermità o patologie tumorali connesse all’esposizione e all’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e alla dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico”. Sembra proprio il sintomo di una coscienza sporca.
Tanto più che non riguarda solo i militari, ma anche i civili presenti “nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale”. E in caso di morte l’indennizzo andrà addirittura al convivente. Ma insomma, il convivente ha diritti oppure no?

martedì 9 febbraio 2010

Eluana, la vita non è solo respiro

Una rosa per Eluana Englaro
È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.

Certo Eluana Englaro, proprio a causa di quella prima morte, non era in grado di manifestare quel volere con la sua voce. Perché la voce non ce l’aveva più. La sua famiglia si è incaricata di farsene dolente interprete. E lo ha fatto pubblicamente, reclamando un diritto e rifiutando di risolvere la questione portandosela a casa, di nascosto, nell’ombra domestica. Si può essere d’accordo oppure preferire la via più comoda e privata, ma non si dovrebbero insultare i genitori di Eluana Englaro e le ragioni che li hanno spinti a percorrere questa strada. Eppure gli insulti sono ancora vivi nella memoria di molti. “Assassini”, forse, non è nemmeno quello più ripugnante.

La storia di Eluana Englaro è rimasta per anni abbastanza lontana dal clamore mediatico. Una ragazza in stato vegetativo e la sua famiglia che, dopo essersi resa conto che la condizione clinica era gravissima e irreversibile, ha deciso di rispettare quelli che sarebbero stati i suoi desideri. Nulla di straordinario: in Italia l’autodeterminazione è garantita. La difficoltà stava nel ricostruire la volontà passata di Eluana e inferire la sua presunta volontà attuale. Una ricostruzione condotta in base alle testimonianze di chi l’aveva conosciuta. Con un margine di arbitrarietà inevitabile, ma con una unica alternativa: non fare nulla.

Non ci si può illudere che non facendo nulla ci si immunizzi contro gli esiti immorali o si possano evitare sgradite conseguenze, come se fosse possibile ibernare le nostre esistenze in un limbo senza tempo e senza effetti. Non facendo nulla, infatti, si sarebbe deciso di continuare a nutrire Eluana tramite il sondino; si sarebbe scelto di non domandarsi cosa avrebbe desiderato lei, ci si sarebbe sottratti a una domanda impossibile ma doverosa. La viltà non è la soluzione. Negli ultimi anni il caso di Eluana Englaro è diventato uno dei ring in cui si combatte la battaglia tra paternalismo e autonomia; tra prepotenza e rispetto dei desideri degli individui; tra visioni del mondo inconciliabili, perché chi ha la presunzione di possedere la Verità non perde tempo ad ascoltare le “bugie” altrui. Chi ha la presunzione di possedere la Verità vuole donarcela, anche con la violenza. Per il nostro bene, si intende.

La morte di Eluana Englaro ha indurito i toni della discussione sulle direttive anticipate, esasperando l’ipocrisia e la prepotenza dei sedicenti difensori della “vita”, di quelli che l’hanno vissuta come una bruciante sconfitta e non come una legittima richiesta, senza pretesa di universalizzazione da parte della famiglia Englaro. Hanno cercato di appropriarsi del suo corpo e della sua vicenda per dimostrare di avere ragione, dimostrando soltanto di essere avvoltoi mascherati da buoni samaritani.

La carica dei paternalisti ha cavalcato l’emozione e gli umori per urlare “mai più omicidi di Stato!, mai più la crudeltà di far morire di fame e sete qualcuno!”. Le parole sono tanto più pesanti quanto più si è in mala fede. E non è solo per ragioni di coerenza (verrebbe da chiedere a queste persone di non contraddirsi, per esempio, nel fottersene della la pena di morte, nell’ignorare i tanti malati abbandonati o le migliaia di morti sul lavoro). Le ragioni sono anche quelle di una interpretazione corretta degli avvenimenti, a partire dalla possibilità – che è di ogni Paese civile – di decidere sulla nostra esistenza, almeno nei termini di non iniziare o di interrompere qualsiasi trattamento. Dalla insensatezza di usare espressioni come “morire di fame e di sete”, perché la coscienza di Eluana Englaro era stata annientata da quell’incidente. Dal dire che era una persona che avrebbe potuto “anche in ipotesi generare un figlio” – come se questo potesse implicare il dovere di tenerla in vita per contribuire alla prosecuzione della specie, magari con un accenno al patriottismo che non ci sta mai male quando si sente odore di servi e padroni. Pochi hanno taciuto, pochi si sono interrogati sulle volontà di Eluana.

Ho visto Eluana nel gennaio del 2008. Nella stanza della struttura di Lecco dove è stata ospitata per molti anni. Nella stessa struttura in cui, per una ironica sorte, era nata. In quella stanza con un letto, le foto e alcuni peluche. Oggetti stridenti con il presente: le foto sorridenti, una giovinezza spezzata, e i pupazzi come se avesse avuto 4 anni. Non scriverò di quello che ho visto e di come era Eluana Englaro, siamo stati già travolti dalla pornografia, anche quella in buona fede, quella per raccontare e far capire. Chi voleva capire e sapere ha avuto tempo per farlo. Scriverò solo che se fossi stata Eluana mi sarei molto incazzata. O più precisamente: guardandola ho pensato che se mi fossi trovata a vivere quella esperienza non avrei sopportato di essere ostaggio inerme della curiosità altrui. E che ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di decidere della propria vita e della propria morte – che può significare anche non decidere, questo è un ennesimo vantaggio della libertà: poter scegliere di rinunciarvi, poter far scegliere altri. Ma tenersela ben stretta se la si desidera. E ho pensato anche che la legge sulle direttive anticipate farà scempio di questa libertà, la irriderà e continuerà a chiamarla tale dopo averla sacrificata in nome della Vita. Come pretendere di far volare un gufo impagliato?

L’unica, amara, consolazione è che da quel gennaio 1992 Eluana Englaro non è stata più in grado di rendersi conto di quanto stava accadendo intorno a lei.

Giornalettismo, 9 febbraio 2010.

venerdì 5 febbraio 2010

La libertà d’opinione può far male


La libertà d’opinione è un diritto fondamentale. Cosa si può definire opinione e cosa invece solo pregiudizio o ridicola affermazione? È un diritto fondamentale anche dire idiozie, ma è bene soffermarsi sugli effetti e sugli anticorpi (perlopiù assenti nelle tante persone che le ascoltano come fossero un oracolo).
È una abitudine diffusa chiedere al primo che capita cosa ne pensa del nucleare o del buco nell’ozono. Intervistatore e intervistato sono quasi sempre a digiuno degli argomenti di cui blaterano, ma non è un buon motivo per tirarsi indietro!
Ai diritti GLBTQ va particolarmente male. Lorella Cuccarini, presunta icona gay, si dichiara contraria al matrimonio gay perché lei è cattolica – dimenticando che l’Italia è uno Stato laico e non il corpo della testa vaticana e che esiste il matrimonio civile che non dovrebbe discriminare nessun cittadino. Le proteste non sono abbastanza forti per contrastare l’effetto sui tanti che ne sanno ancor meno o che non se ne curano. Tanto più che il Circolo Mario Mieli la ospita giustificandone le posizioni.
Ma Lorella è in buona compagnia: Sabrina Ferilli è d’accordo nel condannare matrimonio e adozioni se non sei eterosessuale; e Lucetta Scaraffia afferma che è forse meglio nascere in seguito a uno stupro che da una coppia gay. Ovviamente senza alcuna spiegazione o argomentazione. È così perché loro pensano così. Poco importa che sia insensato, crudele e lesivo di diritti già zoppicanti.

Dnews, 5 febbraio 2010.