giovedì 23 dicembre 2010

In guerra

Cominciamo dalla guerra in senso letterale: ti sei mai sentita invadente nell’infilarti nelle vite altrui e nel loro dolore?
Qualche volta sì, ma quello che ti trovi davanti - soprattutto nelle situazioni più violente - sono persone che hanno voglia di raccontare cosa è successo loro e come vivono. Anche le donne che hanno subito atroci violenze, come le afghane o le pakistane, mi hanno sempre detto “scrivi la nostra storia nella speranza che non accada ad altre”.
Ho sempre rispettato, ovviamente, chiunque non volesse raccontare, ma non mi è quasi mai accaduto. Hanno sempre voluto parlarmi: dalla prostituta alla ragazzina che si è finta uomo durante il regime talebano per mantenere la sua famiglia.
Sono andata nel centro antiviolenza di Peshawar per raccogliere 2 o 3 storie. Tutte le donne presenti mi hanno voluto raccontare. Il fatto che ci fosse qualcuno che le avrebbe ascoltate dava loro un po’ di conforto. Donne umiliate, picchiate, terrorizzate, sopraffatte dalla sofferenza. Le ho ascoltate fino a sera inoltrata. Io sono uscita devastata.

Su Il Mucchio Selvaggio di gennaio.

domenica 28 novembre 2010

Un diritto sempre più negato: l’aborto

L’interruzione volontaria di gravidanza è un argomento moralmente molto controverso.
Fino al 1978 in Italia era illegale interrompere una gravidanza e ancora oggi in molti Paesi ci sono norme molto restrittive.
La ragione principale dei divieti è l’attribuzione dello status di persona all’embrione: come soggetto detentore di diritti la sua esistenza non deve essere interrotta.
L’attribuzione di diritti, però, non può essere una premessa apodittica, ma andrebbe sostenuta da argomentazioni forti e l’impresa non è affatto semplice. Si potrebbe discutere a lungo sulle altre ragioni che spingono alla coercizione: la concezione della donna come madre, il controllo sulle vite e sulle decisioni delle persone, una idea paternalistica e moralistica che nega ai singoli la possibilità di scelta.
Decidere di interrompere una gravidanza, seppure si rifiuti la visione personale dell’embrione, mette comunque in conflitto due visioni: quella della donna e quella dell’embrione. La sentenza 27/1975 della Corte Costituzionale esprime bene l’inevitabilità del conflitto e indica la soluzione più ragionevole: “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”.

Sul numero speciale di A.

giovedì 25 novembre 2010

Ogm e scienza


Dario Bressanini è docente di chimica presso il dipartimento di scienze chimiche e ambientali dell’università dell’Insubria, a Como.
Appassionato divulgatore scientifico, ama i Beatles, Bach e la buona cucina. Nel suo blog Scienza in cucina e nel suo ultimo libro di Pane e bugie (2010, Chiarelettere) combatte i luoghi comuni che affliggono la scienza e gli OGM.

Prima di tutto, ci puoi spiegare cosa sono gli organismi geneticamente modificati (OGM)?
La definizione di OGM è legale, non scientifica perché non sono una specie biologicamente a parte. Si usa solo in Europa, mentre negli Stati Uniti si parla di genetically engineered organisms. La legislazione europea chiama OGM quegli organismi nel cui genoma sono stati inseriti uno o più geni utilizzando la tecnica del DNA ricombinante, che permette selettivamente di scegliere quali geni spostare. La definizione di OGM si basa quindi non sul risultato finale o sulle proprietà, ma su come è stato ottenuto. Da sempre l’agricoltura è una storia di trasferimento di geni: incroci e selezioni che hanno modificato le piante, con mutazioni che si fanno ancora oggi. Molte piante che mangiamo sono modificate geneticamente, ma con altre tecniche, e non vengono chiamate OGM anche se biologicamente lo sono.
Negli anni ’70 si usava l’irradiamento nucleare: spari a casaccio per vedere l’effetto che fa e ogni tanto salta fuori una modifica genetica che fa comodo, per esempio l’altezza del grano. Un tempo ci si poteva nascondere in un campo di grano, oggi le piante sono molto più basse e nessun amante può più nascondersi. L’energia della pianta serve per farla diventare più produttiva, non sprecando nulla in altezza.

A che servono? Che vantaggio ne possiamo trarre?
Per migliorare le piante. Quando fai un incrocio standard tra padre e madre, i figli avranno il 50% dei geni da ciascun genitore. Hai un pomodoro apprezzato dai consumatori e saporito. In più vuoi renderlo resistente alla siccità o all’attacco degli insetti. Con le tecniche tradizionali puoi incrociarlo con una pianta che resiste, ma non ottieni il risultato pomodoro 1 + le proprietà desiderate che vuoi aggiungere. Rischi di perdere le caratteristiche positive di 1. Utilizzando le tecniche del DNA ricombinante puoi scegliere le caratteristiche che vuoi aggiungere e scartare quelle che non ti interessano: magari resiste a una malattia ma ha un cattivo sapore o è brutto. Puoi trovare dei geni da specie affini: per esempio Silverio Sansavini ha trovato una varietà di mela selvatica brutta ma resistente a una malattia, ha preso questi geni e li ha inseriti in una royal gala. Esiste già questa mela! Non deve essere trattata con pesticidi. Siccome i geni li puoi trasferire solo così, altrimenti perdi le caratteristiche buone della gala, questa mela è bollata come OGM e trattata come una bomba biologica: è una fuori legge. La gala che mangiamo oggi ha subito molti trattamenti, così come le mele biologiche.
A volte i geni che ti servono li trovi in un’altra specie: penso al golden rice. Il beta carotene non lo trovi in un’altra specie di riso, ma nel mais. La gente ha paura dei trasferimenti tra specie perché si è inconsciamente creazionisti, si vedono le specie a compartimenti stagni. Ma il DNA è DNA, non fa differenza di specie. Gli incroci tra specie diverse accadono anche casualmente, anche se rarissimamente. Noi riusciamo a farlo in modo mirato. La paura viene principalmente da idee ingenue.

Come ingenua è l’idea della natura o del biologico come garante di genuino?
La santificazione della natura è un fenomeno moderno. Quando le persone vivevano davvero a contatto con la natura ne avevano paura: sapevano che portava disastri e malattie. Il latte veniva bollito, si sapeva che crudo era dannoso. Con l’urbanizzazione e la scomparsa del contatto tra uomo e natura vera è comparsa una idea arcadica. Su questo si è innestato il marketing, che ti vende l’idea che un tempo era tutto armonico e perfetto. Vendi di più e a più soldi: il biologico costa quasi il doppio del non biologico. Il marketing sfrutta anche la paura della chimica, legata ad alcuni disastri industriali che non c’entrano però nulla con quanto mangiamo. È passata l’idea che l’intervento umano sia dannoso. Si è inventato un passato mitologico, in cui frutta e verdura crescevano spontaneamente. Non c’è alcun motivo scientifico per pensare che le piante lasciate a se stesse siano più sane. Anzi. Se non le proteggi dagli attacchi degli insetti producono “insetticidi naturali” - i veleni più potenti sono naturali! Eppure c’è un fiorire di cosmetica e shampoo naturali, ti fai il sapone da solo come lo faceva la nonna. E la soda fa dei danni! Qualcuno finisce in ospedale. Come chi si fa le lozioni solari con il lattice del fico: è naturale, quindi fa bene! Invece finisci all’ospedale con una naturalissima ustione...

Non è bizzarro che il principio di precauzione, onnipresente e vacuo, sia invocato quasi solo per gli OGM?
È un principio politico di gestione del rischio di fronte all’opinione pubblica. La vulgata classica è: se non siamo sicuri che x sia sicuro al 100% non possiamo mangiarlo o coltivarlo. Sembra buon senso, ma non lo è. Non esiste il rischio zero, ma una sua valutazione che si può fare considerando anche i benefici e le alternative. Un esempio: la mortalità del parto cesareo è inferiore a quello naturale. Non è zero, non può essere zero. Si dovrebbe vietare il cesareo perché non è a rischio zero? La fragola non GM contiene allergeni e ogni anno qualcuno finisce in ospedale con uno shock anafilattico. Per il principio di precauzione la dovremmo vietare perché addirittura siamo sicuri che ci sono rischi. È un principio strumentale, lo si tira in ballo spesso a sproposito. La legislazione è più complicata e richiede la misurazione e la quantificazione dei rischi.

Esiste qualche ragione o dimostrazione che gli OGM sono tossici e ci fanno male?
No. Anche perché non puoi trattarli come organismi a parte. Bisogna controllarli caso per caso: nulla in comune tra un OGM e l’altro. Quelli attualmente approvati hanno subito controlli rigidi che li rendono almeno altrettanto sicuri dei non modificati. Alcuni si è dimostrato che hanno benefici e qualità superiore. Il mais GM per esempio contiene meno microtossine di quello non modificato. Il mais non GM viene attaccato dagli insetti che si scavano gallerie, l’insetticida all’interno non arriva. In queste caverne si sviluppano dei funghi che producono delle tossine, le fumonisine, che sono sostanze pericolose, responsabili, in grandi quantità, della spina bifida o altri problemi per i nascituri. Nel mais GM, resistendo agli insetti, ci sono molte meno muffe e tossine. Dal punto di vista sanitario è meglio.
Fino a qualche anno fa buona parte della produzione italiana di mais biologico e convenzionale era fuori legge per questo motivo. Finché un parlamentare verde ha alzato i livelli burocratici di sicurezza! E ogni tanto il nostro mais viene messo sotto osservazione perché i livelli tollerati dagli altri Paesi sono più bassi.
Anche l’idea che possano contaminare le colture tradizionali circostanti è ingenua: “se coltivi un campo di mais GM come convive con le colture biologiche? Poi le infetta”. C’è questa concezione dell’OGM come virus che modifica le altre colture. Ma una pianta è un pianta. Il mais si impollina con altro mais, non con cipolle o pomodori.

Mi parli della fragola-pesce?
È una leggenda, non è mai esistita. Non si sa chi è il padre, ho provato a cercarlo ma non c’è alcuna traccia. È comparsa dal nulla, come i coccodrilli nei water. È un cavallo di battaglia dell’immaginario anti OGM. È uno spauracchio emotivo, nessuno parla della mela di Sansavini, perché non colpisce e non spaventa. Il bersaglio della letteratura anti OGM e anti scienza è il lato emotivo e non quello razionale.  Penso anche al pomodoro con dentro un feto umano. Sono tutte campagne emotive per spegnere il cervello: “ragiona con la pancia e non chiederti le ragioni”.
Un altro classico è l’argomento dell’omino di paglia: si costruisce una posizione falsa o estremizzata degli avversari per ridicolizzarla. Nessun OGM attuale serve per aumentare le rese agricole o per risolvere la fame del mondo. Si spera che possa accadere in futuro, ma oggi nessuno scienziato sensato dice questo. Gli oppositori hanno inventato questa pretesa per criticarla: “non è vero che possono risolvere la fame del mondo, quindi noi abbiamo ragione”.
Gli OGM in circolazione servono contro gli insetti e per usare meno insetticidi, o per facilitare la vita degli agricoltori con i diserbanti. Nessuna utopia salvifica. Al più gli OGM sarebbero inutili, non dannosi, e perché li vieti? Saranno affari dell’agricoltore e del consumatore in caso. L’importante è che siano sicuri per l’ambiente e per la salute umana. Questo è ciò che andrebbe dimostrato per condannarli e per vietarli.

Su Il Mucchio Selvaggio di dicembre.

giovedì 18 novembre 2010

Il bambino dimezzato



Non è certo nella speranza di aprire un dialogo con Lucetta Scaraffia che ci si avventura nel commentare il suo pezzo odierno, Omofilia, omofobia  posizioni e le disuguaglianze create in loro nome, Il Riformista, ma per cercare di bilanciare l’ingiustizia di quanto scrive, che si aggiunge a una preesistente ingiustizia giuridica.

“Sembra che ormai sia diventato tutto normale, normalissimo, e chi osa avanzare qualche dubbio è considerato un vecchio barbagianni un po’ rimbambito. Sto parlando della nascita di famiglie gay, di coppie gay che “procreano” un figlio e lo allevano nell’amore e nell’accordo, di coppie gay che si voglio sposare perché pieni di fiducia nel loro amore eterno mentre le coppie eterosessuali (questa è la parola d’obbligo, dire “normali” vuoi dire linciaggio assicurato!) sono sempre meno propense al matrimonio e alla riproduzione e vivono rapporti brevi e distratti”.

Si comincia così, con un elenco di ambiguità semantiche usate per alimentare la nebbia e l’incomprensione: normale, normalissimo? Quale significato vuole attribuire Scaraffia a “normale, normalissimo”? Forse sano, forse statisticamente rilevante, forse che si attiene a una norma - ma quale? Non si può esserne certi. Si potrebbe cominciare da qui: chiarire il significato delle parole scelte qualora non siano abbastanza intelligibili. Poi scivoliamo in una mossa retorica abbastanza trita: si ridicolizza l’avversario per dire “ma guarda che hai torto marcio”. A parte l’uso delle virgolette (“procreano”) che ammicca al lettore e che veicola l’avvertimento “ehi, questi non procreano davvero”, Scaraffia disegna il mondo che vuole criticare in modo talmente ingenuo e caricaturale che è difficile intravedere resti di verosimiglianza. A proposito di parole: meglio usare “riprodursi” invece che “procreano”, dal sapore creazionista, e meglio ricordarsi che la genitorialità non coincide con la riproduzione e con il legame genetico.
Le famiglie gay, prima di tutto, costituiscono un universo eterogeneo e complesso, non hanno i medesimi desideri e vivono - ovviamente - realtà diverse e irriducibili a un dominio compatto. Presentarle come stucchevoli e pretenziosi nuclei più finti delle famiglie che popolano le pubblicità sceme è un tentativo di screditarle e di ridicolizzare una sacrosanta richiesta: l’uguaglianza di diritti. Perché questa è l’unica differenza tra alcune famiglie e altre famiglie: non potersi sposare, non poter garantire ai figli la tutela giuridica che li proteggerebbe in caso di morte del genitore biologico o in caso di separazione, non poter risolvere con una legge tutti gli ostacoli burocratici e quotidiani che derivano dall’essere, il genitore non biologico, un estraneo. Abbandonato al buon cuore delle persone che incontra ma privo di diritti e doveri genitoriali. E così un bambino che ha due genitori, di cui solo uno biologico e riconosciuto, è un bambino dimezzato.
Anche le coppie eterosessuali, poi, vengono ridicolizzate e trasformate nel nemico retorico da contrapporre a quelle gay. Un giochino inutile e che dimentica, ancora una volta, il nodo centrale: la discriminazione.

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mercoledì 17 novembre 2010

Nessuno aveva osato tanto

Giuseppe Noia è il presidente della Associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici. Ci sarebbe forse da interrogarsi sul senso di una associazione medica cattolica, ma lasciamo correre e concentriamoci sulle ultime dichiarazioni di Noia.
Verso i medici cattolici - dice Noia in occasione di un convegno al policlinico Gemelli di Roma - ci sarebbe “un pregiudizio culturale molte forte, che in passato ha anche penalizzato nel lavoro e nella carriera. [...] Si pensa che per via della religione e dell’etica non si possa fare una buona scienza, ma è invece proprio con l’etica che si può fare una buona scienza”. Dipende da quale etica si sceglie e dipende da quali rapporti si intende mantenere tra religione e scienza. E dipende anche molto dalla religione. Essere presidente di una associazione cattolica di ginecologi e ostetrici non è incoraggiante però: la religione è quella e se è presentata come vera e infallibile c’è poco spazio per altro. La prima domanda è: in quale modo si dovrebbe distinguere un ginecologo cattolico da uno che non vuole etichettarsi pubblicamente come cattolico? Dal punto di vista professionale non dovrebbero esserci distinzioni: rivolgendosi a un medico ci si aspetta di avere a che fare con un professionista che ha determinante competenze, una formazione specifica e alcuni doveri. Il profilo confessionale, politico, i suoi gusti alimentari e sentimentali non dovrebbero riguardarci, a meno che non diventiamo amici - ma questo esulerebbe dalla richiesta professionale.
Nemmeno dal punto di vista personale dovrebbe essere rilevante per la propria professione: se sono cattolico, ma anche ateo o buddista, il mio comportamento professionale non dovrebbe risentirne. In entrambi i casi stona quella appartenenza confessionale sbandierata e usata per distinguersi da associazioni che non vogliono dirsi cattoliche, magari perché non viene in mente a nessuno di fondare una associazione spaziale protestante.
Noia lamenta poi una discriminazione verso il personale cattolico e obiettore di coscienza. Non si sofferma però sui dettagli e non abbiamo modo quindi di valutare la verosimiglianza della sua denuncia. Tuttavia la sua proposta conclusiva ci trova entusiasti: “sarebbe opportuno riservare metà dei posti disponibili a personale obiettore, e l’altra metà a chi non lo è, in modo da garantire il servizio e tutelare al contempo le posizioni di tutti”.
La metà! Sarebbe un risultato insperato. Considerando che oggi negli ospedali la percentuale degli obiettori supera il 75%, con picchi dell’85, per arrivare addirittura a forme di obiezione di struttura - proprio come nel caso del policlinico Gemelli - avere la garanzia che la metà del personale medico non si sottrae nascondendosi dietro alla propria coscienza sarebbe grandioso.

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lunedì 15 novembre 2010

Curare il nemico? È un dovere

Berlino. Un chirurgo scopre in sala operatoria che il suo paziente ha un tatuaggio del Terzo Reich sull’avambraccio. Il chirurgo è ebreo e afferma che la sua coscienza non gli permette di eseguire l’intervento. Lascia la sala operatoria. Dice alla moglie del paziente “non opererò suo marito perché sono ebreo”. Il paziente è poi operato da un altro medico. Questa è la notizia riportata dall’Ansa e da altri quotidiani qualche giorno fa.

Il comportamento del medico è ammissibile? Senza dubbio è comprensibile. La nostra pancia ci porta a giustificare il medico, ma una analisi più a freddo ci obbliga a cambiare idea. È bene innanzitutto ricordare l’età dei due soggetti coinvolti: 46 anni per il medico, 36 per il paziente. È bene anche ricordare che un medico non può decidere chi operare e chi no in base a una valutazione morale del proprio paziente: anche agli assassini o agli aggressori è garantita l’assistenza medica.

In questo caso poi ci troveremmo più davanti a un reato d’opinione che a un vero e proprio reato: il tatuaggio non implica un comportamento criminale del paziente stesso. Può indicare una adesione a idee che ci suscitano orrore e ripugnanza, ma non è una dimostrazione di null’altro. Anzi, sappiamo bene che alcuni individui scelgono di tatuarsi o di uniformarsi a canoni di abbigliamento o di acconciatura senza essere nemmeno tanto consapevoli del significato di quei simboli.

In ogni modo l’aspetto più importante è che seppure scegliessi, nella totale consapevolezza, di rasarmi i capelli e di tatuarmi aquile e facce da Hitler non significherebbe che io sia colpevole di un qualche reato. Anche lo fossi alcuni diritti mi dovrebbero essere garantiti. Il medico si è trovato in una situazione sgradevole, ma la risposta non può essere quella di sottrarsi ai propri doveri.

Se giustificassimo la sua scelta di coscienza, configurabile come una obiezione di coscienza, fin dove potremmo spingerci? Dovremmo poi essere disposti a giustificare se un medico ceceno si rifiutasse di operare un russo investito da un camion? Oppure un tutsi potrebbe incrociare le braccia davanti a un paziente hutu? Non sembra che il paziente abbia corso dei rischi e che sia stato facile trovare un altro medico disposto a eseguire l’intervento chirurgico, ma se fossero stati tutti della stessa idea quale destino avrebbe avuto il paziente?

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giovedì 4 novembre 2010

Ognuno ha l’imbarazzo che si merita

Francesco Belletti, responsabile del Forum delle famiglie, è imbarazzato da Silvio Berlusconi. Eugenia Roccella è imbarazzata da Francesco Belletti. Qualsiasi persona ragionante è imbarazzata da Eugenia Roccella. Arrampicandosi sugli specchi per l’ennesima volta il funambolico sottosegretario alla salute dichiara: “l’unica cosa che può imbarazzare chi sostiene la famiglia sono le prese di posizione e gli attivismi dei politici contro l’accoglienza della vita, a favore dei matrimoni omosessuali e delle adozioni da parte di coppie gay, per la fecondazione eterologa, le pillole abortive e l’introduzione dell’eutanasia, ovvero tutti i provvedimenti che indeboliscono la cultura della vita e la famiglia descritta dalla nostra Costituzione”.
Manca solo il terrorizzante omino Michelin di Ghostbusters per avere un elenco completo degli attentati alla cultura della vita. Peccato che Roccella non sia una promoter di Scientology perché farebbe una carriera fulminante, magari riuscirebbe addirittura a scalzare la memoria di Ron Hubbard. Nel frattempo a Eugenia Roccella si adatta perfettamente una delle regole principali di Scientology: “Le sue capacità sono illimitate, anche se non attualmente conosciute”. Si sa che ogni religione che si rispetti aspira alla eternità e che il presente aspira all’imperituro, perciò non disperiamo.

Giornalettismo.

venerdì 29 ottobre 2010

Divieto di saluto allusivo

Prostituta precaria!
“L’ordinanza - spiega [il sindaco di Genova] Marta Vincenzi - non ha contenuti moralistici e vuole mettere a disposizione della polizia urbana uno strumento più efficace che permetta ai vigili di non girarsi dall’altra parte e di intervenire”.
L’ordinanza cui fa riferimento Marta Vincenzi ha per oggetto il “divieto di esercizio della prostituzione in luoghi pubblici, aperti al pubblico o visibili al pubblico, con abbigliamento indecoroso e modalità che possono offendere la pubblica decenza ed il libero esercizio degli spazi” (ordinanza n. 31, 26 ottobre 2010).
Già questo basterebbe a far rizzare i capelli, non foss’altro per la difficoltà di intendersi sulla “pubblica decenza” e per l’ossimoro della protezione del “libero esercizio degli spazi” che compare dopo una serie di gravi violazioni delle libertà individuali.
L’offesa alla pubblica decenza, poi, riesuma un cadavere che tale dovrebbe rimanere: il reato senza vittime, tipico delle tradizioni istituzionali illiberali e moralistiche - nonostante il parere di Vincenzi.
Non serve nemmeno entrare nel merito delle questioni per rilevare l’assurdità dell’ordinanza dunque. E se vi fosse ancora qualche dubbio basta soffermarsi sull’articolo 1: “Nel territorio comunale è fatto divieto in luogo pubblico, aperto al pubblico o visibile al pubblico 1. di porre in essere comportamenti diretti in modo non equivoco ad offrire prestazioni sessuali, consistenti nell’assunzione di atteggiamenti di richiamo, di invito, di saluto allusivo, ovvero nel mantenere abbigliamento indecoroso o indecente in relazione al luogo, ovvero nel mostrare nudità”.
Basta cioè immaginarsi di essere colui investito di eseguire l’ordinanza per infilarsi in un cul de sac degno degli incubi burocratici più tetri.
Come riconoscere comportamenti volti inequivocabilmente ad offrire prestazioni sessuali? Come superare la barriera della privatezza delle nostre intenzioni? Come individuare un saluto equivoco da uno magari formulato per educazione oppure senza fini equivoci?
Per non parlare della difficoltà di barcamenarsi sul fronte abbigliamento: è vero che a Castellamare hanno deciso di vietare le minigonne e chi fa sesso in macchina finisce in galera (quindi l’ordinanza genovese è in buona compagnia!), ma almeno “minigonne” e “fare sesso in macchina” hanno la virtù di essere comprensibili, mentre “nudità” lascia il povero vigile in una incertezza irrisolvibile. Pretendere di stabilire quali siano gli abbigliamenti consoni a seconda dei luoghi è più difficile di quanto potrebbe sembrare.
Anche il “visibile al pubblico” delinea scenari grotteschi: dalle finestre di casa propria potrebbe essere visibile al pubblico una nostra nudità o un nostro comportamento equivoco.
I vigili d’ora in poi potranno anche non voltarsi dall’altra parte per merito di questa ordinanza, ma non c’è dubbio che si troveranno di fronte a difficoltà interpretative insuperabili, oltre che davanti a una ordinanza lesiva di alcuni diritti fondamentali, a cominciare dalla libertà di parola e di vestizione. La regolamentazione dello spazio pubblico è una questione seria e complessa. Questa ordinanza, invece, sarebbe un bel canovaccio per una commedia dell’arte tutta italiana.

Giornalettismo, 29 ottobre 2010.

sabato 23 ottobre 2010

L’irrespirabile aria di famiglia di Olimpia Tarzia

Olimpia Tarzia è la promotrice del disegno di legge regionale del 26 maggio 2010 per la “riforma e la riqualificazione dei consultori familiari”. Ci sarebbe molto da dire su questo disegno di riforma. Ciò che colpisce iniziando a leggere, e che forse basterebbe a mettere in discussione l’intera proposta, è l’idea di famiglia intorno a cui verrebbe a ruotare l’attività dei consultori (è necessario ricordare che i consultori familiari sono stati istituiti nel 1975 con la legge 405, legge che ha l’unico difetto di non essere applicata e che non richiede alcuna riforma).
Si comincia così, con le istruzioni per l’uso del primo (e controverso) articolo: “L’articolo 1 sottolinea la posizione dell’ordinamento regionale rispetto alla Famiglia: la Regione riconosce la dimensione socialedella famiglia fondata sul matrimonio che si pone come primaria ed infungibile società naturale e come istituzione prioritariamente votata al servizio della vita. La famiglia, riconosciuta come realtà preesistente al diritto positivo, è da quest’ultimo valorizzata e tutelata nelle sue fondamentali dimensioni dell’unità e della fecondità”. E poi si specifica nell’articolo 1, primo comma: “1. La Regione riconosce il valore primario della famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio e quale istituzione finalizzata al servizio della vita, all’istruzione ed alla educazione dei figli, e tutela la sua unità, la fecondità, la maternità e l’infanzia”. Anche il terzo comma merita di essere riportato: “3. La Regione tutela la vita nascente ed il figlio concepito come membro della famiglia”.
La vera famiglia è quella fondata sul matrimonio secondo la Tarzia e i firmatari del suo disegno di legge. D’altra parte compare al singolare e con la “F”, come potremmo confonderla con le famiglie false e imperfette? L’uso del singolare denuncia un panorama angusto e miope: esistono innumerevoli tipologie di famiglie, non c’è nessuna Famiglia, unica o vera da usare come modello o da preferire alle altre. La definizione di famiglia può (e deve) accogliere le formazioni più diverse, senza imporre vincoli semantici pesanti e prestabiliti. Basterebbe guardarsi intorno.
Molte delle definizioni più comuni di famiglia rischiano di essere anguste: si pensi alla cosiddetta “famiglia tradizionale” intesa come costituita da madre, padre e figli, uniti da un legame genetico e matrimoniale. Forse non dovrebbe essere considerata come una famiglia quella formata da un solo genitore? Quelle ricomposte? Quelle formate da due donne o da due uomini, impossibilitati a sposarsi in Italia?E allora, quale potrebbe essere la condizione necessaria per rilevare la presenza di una famiglia? Il legame affettivo, la responsabilità, la condivisione. Nulla che si possa assicurare rispettando un modello formale e strutturale. Perché escludere tutte queste famiglie?
La Famiglia, intesa come blocco di cemento armato, esiste solo nelle pubblicità sceme o nei pensieri semplificanti e disinteressati alla realtà. Ignorare la realtà è rischioso e ingiusto: prenderemmo sul serio uno che è convinto che la Terra sia piatta? Discuteremmo con lui di natura umana o di inquinamento ambientale? Appare difficile discutere e accordarsi su come tutelare le famiglie partendo da premesse tanto diverse.

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giovedì 21 ottobre 2010

Consulta eterologa: gli strafalcioni di Roccella e Giovanardi

All’inizio dello scorso ottobre il divieto di fecondazione eterologa arriva alla Corte Costituzionale: è illegittimo vietare a qualcuno di ricorrere a un gamete maschile o femminile? Questa è la domanda cui la Corte dovrà rispondere. C’è un precedente molto importante: nell’aprile 2010 due coppie austriache si erano rivolte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo chiedendo di poter effettuare una eterologa. La Corte ha dichiarato illegittimo il divieto presente nella legge austriaca e ha condannato l’Austria a risarcire i danni.
La legge 40 sulle tecniche riproduttive ha già subito un duro colpo l’anno passato riguardo all’obbligo di impianto contemporaneo degli embrioni prodotti, perché secondo la Corte quest’obbligo sarebbe insensato e contrario al diritto alla salute.
Invece di farsi qualche domanda su una legge sbagliata e piena zeppa di divieti irragionevoli e di guardare cosa accade intorno a noi, i difensori della legge 40 hanno rispolverato i loro vecchi cavalli di battaglia: dal far west agli scenari apocalittici, passando per la volontà popolare.
Il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella si distingue per fantasia: “È stato votato dal Parlamento e confermato con l’astensione al referendum, che riguardava proprio l’eterologa. L’astensione in un referendum è la risposta più chiara, è la conferma che gli italiani non volevano modifiche alla legge”.
È difficile pensare che Roccella sia tanto ignorante da non sapere che quando un referendum non raggiunge il quorum significa che è nullo, come se non si fosse mai svolto al punto che si potrebbe riproporre lo stesso quesito. Sapere le intenzioni altrui è già complicato quando si tratta di una persona che conosciamo, figuriamoci se sono milioni di sconosciuti! Magari Roccella ha la pretesa di interpretare l’astensione come se avesse la palla di vetro delle fattucchiere, ma dovrebbe comunque ricordare che giuridicamente la sua dote telepatica non ha peso.

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venerdì 8 ottobre 2010

Diario dell’Italia alla deriva


“Sapete qual è la mia ossessione più grande? Non riuscire a raccontare neanche una minima parte di tutto quello che c’è da raccontare”. Così comincia L’Italia in presa diretta di Riccardo Iacona, un viaggio nel Paese abbandonato dalla politica (come recita il sottotitolo). Iacona racconta l’Italia che respinge i migranti e le bugie del governo al riguardo, la solitudine dei magistrati e delle forze dell’ordine contro la criminalità organizzata, il disinteresse per il rapporto Barbieri che nel 2000 aveva allertato le istituzioni sui rischi sismici, i disastrosi effetti della privatizzazione dell’acqua e della cattiva gestione delle case popolari. È uno squarcio nella facciata edulcorata della informazione, costruita sull’ossessione della cronaca scandalistica e sulla propaganda e poco incline a raccontare i fatti. Stasera Iacona presenta il suo libro al Circolo degli Artisti di Roma. Lo abbiamo intervistato.

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Eterologa, parla la coppia del ricorso

“Dopo il Nobel a Edwards, che ha suscitato tanto clamore, oggi siamo noi a essere oggetto di critiche feroci. Ma quella che mi infastidisce di più è quella secondo cui vorremmo far tornare il Far West. Ma se un divieto è ingiusto, come può essere sbagliato rimediare a quella ingiustizia? E cosa c'entra il Far West?”. A Galileo parla la donna che, insieme al marito, si è rivolta al Tribunale di Firenze - tramite gli avvocati Gianni Baldini e Filomena Gallo - per veder riconosciuto il suo diritto ad avere accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (vedi Galileo). Compresa quella, oggi vietata dalla Legge 40, relativa alla fecondazione eterologa, che prevede l’uso di gameti (ovociti o spermatozoi) di donatore.
Secondo l’articolo 4, comma 3, della normativa approvata nel 2004, infatti, è “vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo”. Questo significa che chi in Italia soffre di una forma assoluta di sterilità, ha due alternative: rinunciare al proprio desiderio di genitorialità, o andare in esilio per cercare di costruire una famiglia. Oppure, e questa è la strada scelta dalla donna e da suo marito, provare a lottare per vedere riconosciuti i propri diritti.

Tutto è cominciato, racconta la coppia, dopo la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo, che nell’aprile 2010 aveva condannato un divieto analogo presente nella legge austriaca. Forte della sentenza, e dopo aver incassato un rifiuto da parte di un centro di medicina riproduttiva del nostro paese, i due si sono rivolti al Tribunale di Firenze per poter accedere alla tecnica. E ora la Corte Costituzionale si dovrà pronunciare sul suo carattere discriminatorio.
“Quando abbiamo saputo che non potevamo avere figli, perché mio marito soffre di azoospermia, la legge 40 era già in vigore” racconta ora la donna. “Volevamo moltissimo un figlio, così abbiamo cominciato ad andare nei centri di Pma di altri paesi. È stato molto stressante, e molto costoso: alcune analisi le facevo in Italia, poi volavo oltre frontiera ogni qualvolta il centro mi chiamava. Abbiamo provato in tutti i modi a ottenere una gravidanza, ma non c’è stato niente da fare. D’altra parte, non è certo questa la condizione ideale per fare un figlio”.
Viaggiare oltre confine per avere diritti che in Italia non sono garantiti fa parte del fenomeno che chiamano turismo procreativo (come se si trattasse di una gita di piacere). Fenomeno che coinvolge moltissime persone. Ma che lascia a terra molte altre, tutte quelle che non se lo possono permettere dal punto di vista economico.
“La sterilità è molto diffusa”, continua la donna. “Soltanto dove abitiamo noi, che è un piccolo paese, conosco molte persone che hanno problemi. Molte di queste coppie avrebbero bisogno di accedere alla fecondazione eterologa. Ma sanno bene che non possono far altro che tentare in un altro Paese. Oppure frustrare i propri desideri”.

Galileo, 7 ottobre 2010.

mercoledì 6 ottobre 2010

Un divieto assurdo che sta per cadere

Sono passate poche ore dalla notizia che il divieto di fecondazione eterologa è arrivato alla Corte Costituzionale: come ci si poteva aspettare si sono scatenati i commenti più insensati e del tutto fantasiosi.
Lasciamo da parte l’isterismo e concentriamoci sul significato e sulla portata della notizia seguendo la scheda tecnica riguardante l’ordinanza del Tribunale di Firenze del primo settembre 2010 che ha sollevato la questione di costituzionalità.
Che significa? Che il divieto a ricorrere alla fecondazione eterologa previsto dall’articolo 4 della legge 40 è contrario ai principi costituzionali. Tutti dovrebbero saperlo ma corriamo il rischio di essere superflui: la fecondazione eterologa è il ricorso a un gamete maschile e femminile donato alla coppia (almeno in Italia perché la legge 40 permette di accedere alle tecniche soltanto alle coppie e non alle persone singole).

La legge 40 è stata già pesantemente attaccata dalla Corte: due anni fa era stato sempre il Tribunale di Firenze ad avviare quel processo che ha portato alla dichiarazione di incostituzionalità l’articolo 14, ovvero l’obbligo di impianto contemporaneo degli embrioni prodotti, e ha aperto la strada alla crioconservazione - vietata dalla legge 40 se non in casi eccezionali ma ambigui (comma 3 dell’articolo 14: “Qualora il trasferimento nell’utero degli embrioni non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione è consentita la crioconservazione degli embrioni stessi fino alla data del trasferimento, da realizzare non appena possibile”).
Oggi il colpo è ancora più duro: “per la prima volta nel nostro Paese un giudice ordinario ritiene costituzionalmente illegittimo il divieto di procreazione assistita di tipo eterologoprevisto dall’art. 4 l. 40/04, sospende il processo e rimette gli atti alla Corte.
Lo spunto è offerto da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’aprile scorso che ha dato ragione a due coppie austriache che chiedevano di effettuare la PMA eterologa vietata dalla legge statale condannando lo Stato Austriaco oltre che al risarcimento dei danni alla necessità di eliminare tale illegittimo divieto dal sistema”.

Seguiamo la struttura dell’ordinanza attuale. Le premesse sono le seguenti: la condizione di sterilità assoluta e quindi l’impossibilità di riprodursi senza ricorrere a materiale genetico altrui; il carattere discriminatorio del divieto di accedere alle tecniche riproduttive per chi è sterile in modo assoluto; messa in discussione dei presunti diritti di discendenza genetica del nascituro e del suo diritto di essere informato, diritti che comunque vanno bilanciati con quelli alla riproduzione e alla costituzione di una famiglia; il riconoscimento che il diritti del minore di conoscere le proprie origini genetiche deve essere bilanciato con il diritto all’anonimato del donatore (proprio come accade nei casi di adozione).
Il fatto: una coppia sposata dal 2004 in cui l’uomo è affetto da azoospermia severa a causa di cure risalenti all’infanzia. È impossibile per lui avere un figlio se non ricorrendo al gamete di un donatore. In Italia ormai c’è la legge 40 e la coppia va all’estero. I tentativi sono onerosi sia economicamente che emotivamente. Quando la coppia viene a sapere della condanna austriaca si rivolge al centro Demetra di Firenze chiedendo di poter accedere alla fecondazione eterologa. Il centro si rifiuta. La coppia allora si rivolge alla Associazione Coscioni e viene assistita dagli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini. La difesa chiede al Tribunale di Firenze di dichiarare il diritto dei ricorrenti a: ricorrere alla fecondazione eterologa; utilizzare materiale genetico di un donatore anonimo; sottoporsi a un ciclo riproduttivo adeguato a garantire maggiori possibilità di successo possibile e disporre eventualmente la crioconservazione degli embrioni prodotti.

“In ogni caso, ritenuta la portata della pronuncia della Corte Europea quale canone ermeneutico generale con valore sub-costituzionale, disapplicare l’art. 4 c. 3 L. 40/04 per contrasto con gli artt. 8 e 14 della CEDU, per l’effetto dichiarare il diritto dei ricorrenti come formulato supra, e sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 c. 3 L. 40/04 per contrasto con l’art. 11 e 117 Cost. e 2,3,13,32 Cost.”.
Il giudice ritiene fondate le richieste e rimette gli atti alla Corte costituzionale.
Per prevenire eventuali critiche riportiamo la motivazione e il dispositivo della ordinanza.
“Il giudice accogliendo le motivazioni [...] ritiene di condividere le motivazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella Sentenza 1 aprile 2010 pronunciata contro l’Austria rilevante, in punto di diritto, anche per il nostro ordinamento. In particolare: premesso che, come confermato dalla Sentenza Corte cost. 311/2009 in caso di contrasto tra norma interna e norma della Convenzione europea il giudice nazionale comune deve procedere ad una interpretazione della prima conforme a quella convenzionale. Quando l’eventuale contrasto non sia componibile in via d’interpretazione deve sollevare questione di legittimità costituzionale innanzi alla Consulta.
Nel caso di specie secondo il Giudice europeo e il Tribunale di Firenze il divieto di fecondazione eterologa risulta, illegittimo, irragionevole e discriminatorio per le seguenti ragioni. A) Pur non essendovi l’obbligo per gli Stati di adottare una legislazione in materia di PMA ove questa vi sia la sua disciplina dovrà essere coerente in modo da prevedere una adeguata considerazione dei differenti interessi legittimi coinvolti; B) Il divieto assoluto di PMA eterologa configura una sproporzione fini-mezzi posto che esso non rappresenta l’unico modo per evitare il rischio di sfruttamento delle donne, di abuso delle tecniche, di realizzazioni di parentele atipiche configuardosi la scelta priva di giustificazioni ragionevoli; C) L’obiettivo di mantenere una certezza in materia di diritto di famiglia deve considerare che rapporti familiari atipici (non basati sulla discendenza biologica, come l’adozione) già sono ampiamente praticati con la conseguenza che l’ipotesi in esame dovrebbe considerarsi ex se del tutto lecita; D) Il diritto del bambino a conoscere la sua discendenza biologica non è un diritto assoluto, dovendo essere contemperato con altri interessi pubblici e privati coinvolti (diritto alla procreazione, diritto all’anonimato del donatore etc) anche attinenti alla privatezza della propria vita familiare (art. 8 CEDU e art. 2 e 30 Cost); E) È evidente l’effetto discriminatorio che il divieto assoluto è idoneo ad introdurre tra coppie affette da problematiche di sterilità/infertilità medicalmente superabili e soggetti affetti da sterilità assoluta (art. 14 CEDU e art. 3 Cost)”.

Da quanto detto appare molto inverosimile che la Consulta si ponga su un altro piano. Se questo accadesse, come sottolineano gli avvocati Gallo e Baldini, la Consulta aprirebbe un conflitto senza precedenti con la Corte Europea e con la stessa Convenzione stessa.
La legge 40 sta insomma per perdere un altro divieto assurdo e ingiustificabile.

lunedì 4 ottobre 2010

Edwards, un profeta che in Italia non avrebbe mai patria

Il premio Nobel 2010 va allo studioso di medicina riproduttiva. E Repubblica inciampa sulla legge

Va a Robert G. Edwards il premio Nobel per la medicina 2010. Edwards è stato uno dei pionieri della riproduzione artificiale e della fertilizzazione in vitro (FIV). Ha lavorato a lungo con Patrick Steptoe, morto nel 1988.

LA PRIMA FU LOUISE - Il 25 luglio 1978 presso l’Oldham General Hospital è nata Louise Brown, la prima bambina ad essere venuta al mondo con l’aiuto della medicina riproduttiva. Era quasi mezzanotte e da quel giorno milioni di bambini sono nati con l’aiuto di queste tecniche. Da allora i dibattiti sulla ammissibilità morale delle tecniche riproduttive non si sono mai sopiti e molti Paesi ne hanno regolamentato l’accesso.

ITALIA PESSIMA - L’Italia gode del primato della peggior norma al riguardo, la legge 40 del 2004. Piena di restrizioni la legge 40 parte da un sillogismo bizzarro dal quale discendono la maggior parte dei divieti: assicurare i diritti a tutti i soggetti coinvolti; i soggetti coinvolti sono delle persone, perciò anche il concepito è una persona (articolo 1). Bizzarro per varie ragioni: la prima è la difficoltà di sostenere che a partire dal concepimento ci troviamo di fronte a una persona come noi, titolare di diritti fondamentali. La seconda è dirompente: se davvero prendessimo seriamente la premessa bisognerebbe vietare in assoluto le tecniche e non limitarsi, ipocritamente, a limitarne l’uso. Mi spiego: secondo la legge 40 gli embrioni sono equiparati alle persone; è vietato e moralmente sbagliato uccidere le persone (e quindi anche gli embrioni); una percentuale molto elevata di embrioni prodotti non arriverà a nascere, cioè morirà in seguito alla decisione di ricorrere alle tecniche. Che senso ha stabilire il tetto massimo a 3? Non è abbastanza grave uccidere 3 persone (che diventa molte, molte di più se consideriamo tutti i cicli di riproduzione artificiale)?

LEGGE 40 - Nemmeno il legislatore e i sostenitori della legge 40 sembrano prendersi sul serio, o sono talmente distratti da non trarre le conseguenze coerenti con quanto stabiliscono apoditticamente per vietare la la sperimentazione embrionale o la fecondazione eterologa – secondo un altrettanto bizzarro diritto ad avere entrambi i genitori geneticamente affini (la fecondazione eterologa è il ricorso a un gamete estraneo alla coppia o alla donna, nel caso nei Paesi in cui anche la donna sola possa accedere alle tecniche). Aspettiamo con curiosità i commenti sul Nobel a Edwards da parte dei sostenitori della legge 40, con la consapevolezza che Edwards non sarebbe mai arrivato a simili risultati senza la possibilità di fare ricerca.

REPUBBLICA SBAGLIA - Nell’attesa dobbiamo constatare con amarezza che la Repubblica scriva da uno stato di profondo letargo (Medicina, il Nobel a Edwards ‘ideò’ la fecondazione in vitro, 4 ottobre 2010): “E se le reazioni in tutto il mondo a favore del premio a Edwards, un profeta che in Italia non avrebbe mai patriaEdwards sono state entusiastiche, non è scontato che anche in Italia la gioia sia unanime. Per il momento nessuna pronuncia ufficiale è arrivata da Roma. Resta il fatto che la nostra legge sulla fecondazione assistita è una delle più controverse del mondo. Impone l’impianto nell’utero della donna di tutti gli embrioni che sono stati fecondati in vitro, aumentando di molto la percentuale di faticose gravidanze trigemellari o bigemellari”.

SENTENZA 151/09 - Non è vero che sia obbligatorio impiantare contemporaneamente i 3 embrioni prodotti, fortunatamente, o meglio non lo è più da quando la Corte Costituzionale con la sentenza 151/09 ha dichiarato incostituzionale il limite dei tre embrioni e l’impianto contemporaneo degli embrioni prodotti (aprendo peraltro una deroga al divieto di crioconservazione). Cito: “[la Corte Costituzionale] dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 14, comma 3, della legge n. 40 del 2004 nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, come stabilisce tale norma, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna”. Sarebbe augurabile che chi deve fare informazione sapesse di cosa scrive.

venerdì 24 settembre 2010

Mangiar bene?


Se Slow Food si limitasse a rappresentare i buongustai non ci sarebbe nulla da ridire: che c’è di male nel voler mangiare e bere bene? Ma se vuole porsi come soluzione alla fame nel mondo e ideologia salvifica, lo scenario cambia.
L’ideologia di Slow Food è il sottotitolo del libro di Luca Simonetti Mangi chi può. Meglio, meno e piano (Mauro Pagliai, pp. 120, euro 8,00), analisi impietosa e divertente di una associazione che è sintomo e interprete della condizione politica e dell’opinione pubblica italiane.

Che rapporto ha Slow Food con il linguaggio?
Ambiguo. È tipico del degrado culturale costruire trappole linguistiche. Faccio un esempio recente: Giorgio Fidenato, agricoltore friulano, decide di piantare mais geneticamente modificato in polemica con il Governo e la Regione (ma sostenuto da una sentenza del Consiglio di Stato e dalla normativa europea). Gli attivisti di Greenpeace gli devastano il campo. Il giorno dopo Slow Food costituisce un Presidio per la Legalità e contemporaneamente elogia l’azione, palesemente illegale, di Greenpeace. “Aspettiamo che il Ministero prenda provvedimenti” avvertono “altrimenti li prenderemo noi”. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, scrive su la Repubblica del 3 agosto un pezzo intitolato Quei campi Ogm in Friuli sono un Far West da fermare, atteggiandosi a tutore della legalità. Fidenato è accusato di essere un cow boy e un delinquente perché non rispetta la legge: ma il Far West è proprio farsi giustizia da soli!

L’ignoranza è una condizione necessaria per sostenere tesi bizzarre, come quella che i fast food sarebbero figli dei tempi attuali e quindi da condannare?
Non sapere o fare finta di non sapere che il cibo “veloce” sia sempre esistito serve a giustificare la condanna della modernità e della tecnica, giudicate di per sé cattive. Slow Food ricostruisce il passato a suo piacimento ignorando la storia e occultando i reali processi di produzione: in un’inesistente età dell’oro tutti avrebbero assaporato i pasti con lentezza e in lieta compagnia, e tutti avrebbero avuto da mangiare. Ma in realtà anche i romani, i cinesi, gli aztechi mangiavano “fast food”, cioè cibi consumati rapidamente e a poco prezzo, e inoltre fino a tempi molto recenti la stragrande maggioranza della popolazione faticava a mettere insieme un pasto decente. Anche se poi fosse vero che i fast food sono innovazioni moderne, non sarebbe questa una ragione sufficiente per condannarli e per ricoprire di ingiurie i loro estimatori, da Slow Food definiti barbari, disumanizzati, stupidi e tristi.

Come far convivere l’ossessione per la produzione autoctona, come soluzione all’inquinamento e alle ingiustizie produttive, e l’esportazione del “made in Italy”? O ognuno mangia quanto prodotto dalle sue parti oppure si esporta (e si importa).
È una contraddizione molto divertente. Ce ne sono molte, anche più gravi, che mettono in luce un vizio di fondo delle teorie di Slow Food. Esisterebbe, a sentir loro, il modo per garantire alle comunità locali, anche le più arretrate, di sopravvivere degnamente grazie al sostegno di quelle più ricche. Ma come costruire un nuovo “modello di sviluppo” per superare la società attuale se poi questa nuova società potrebbe sopravvivere solo grazie al sostegno di chi ha raggiunto il benessere proprio con il modello attuale? Il marketing di prodotti di lusso viene mascherato come un tentativo di sovvertire il sistema odierno. Va benissimo dire che il mondo così com’è oggi è profondamente ingiusto e che i meccanismi economici attuali vanno riformati o anche rovesciati: ma gli strumenti concettuali e l’analisi di Slow Food sono assolutamente inadeguati.

Solo ignoranza o anche mala fede?
Nel mio libro ho scelto di usare il concetto di ideologia nel suo significato “forte”, cioè come falsa coscienza e come credenza, determinata socialmente, che nasconde agli occhi delle persone i reali rapporti e processi sociali. L’ideologia presuppone che si prescinda dalla mala o buona fede individuale.
All’inizio della mia ricerca pensavo che tutti i membri di Slow Food fossero intenzionati a migliorare la condizione dei poveri del mondo. Con il passare del tempo mi sono reso conto che, almeno alcuni, non lo sono affatto. Non si possono scrivere in buona fede certe assurdità. Come fare per eliminare la povertà e la fame nel mondo? Semplice, creando degli ecosistemi virtuosi grazie a Food Planet, una specie di guida galattica per i buongustai: le segnalazioni di alcune comunità permetterebbe loro di vivere bene perché i buongustai accorrerebbero a frotte acquistando i prodotti locali. Non si capisce però come sia possibile sostenere questa soluzione e allo stesso tempo criticare ferocemente il turismo e i trasporti. Non si capisce nemmeno come si farebbe a sostenere  le comunità povere senza l’esistenza dei consumatori ricchi e, quindi, dei paesi sviluppati - ovvero il sistema che Slow Food vuole sovvertire. Se è legittimo scrivere guide del gusto, è disonesto aspirare a risolvere i problemi del mondo grazie a quei golosi che hanno il privilegio di poter viaggiare per il mondo.

Perché è ambiguo invocare la tradizione?
Intanto perché le tradizioni culinarie odierne non sono anteriori alla rivoluzione industriale e parecchie sono molto più tarde. Petrini si indigna perché oggi i peperoni si coltivano in Olanda e i tulipani in Italia, e poi li si scambia: è il sovvertimento di tradizioni millenarie, afferma. Ma dimentica che i peperoni sono arrivati qui da poco, come il tulipano lì, importati entrambi nel Cinquecento.
E poi è fuorviante richiamare il passato come garante di ciò che è buono e giusto. Tutti gli argomenti impiegati per sostenere la bontà di ciò che è tradizionale sono stati sbugiardati da secoli. Proprio come l’invocazione del “naturale” (l’agricoltura è un’attività totalmente artificiale!). È forse un modo per opporsi al progresso e all’idea illuminista che la storia sia un prodotto dell’uomo, una creazione continua governata dalla ragione.

Perché il prezzo equo è reazionario? Cosa si nasconde sotto a questo aggettivo?
Il prezzo equo è una finzione che non può esistere perché presuppone un parametro di riferimento esterno allo scambio e alla produzione. È un concetto che potrebbe avere avuto un suo fondamento soltanto in società molto diverse dalle attuali. Ad esempio, Werner Sombart parlava della “mentalità economica precapitalistica”, in cui il consumo individuale non era una scelta soggettiva di ciascuno, ma era (doveva essere) conforme alle esigenze del proprio ceto. Oggi è assurdo parlare di prezzo equo, come se la giustizia di uno scambio potesse essere giudicata dall’esterno, in base a criteri indipendenti dallo scambio stesso, eterni e immutabili, e che prescindono dalle effettive condizioni della produzione. Se vogliamo intendere con prezzo equo il sostegno agli agricoltori, parliamo di sostegno agli agricoltori! Se si parla di iniquità dei prezzi bisognerebbe spiegare perché sono iniqui, in base a quale criterio li definiamo tali. Slow Food nemmeno ci prova. Usare le parole in modo improprio è una pessima abitudine, purtroppo tipica di Petrini e compagni. Pensiamo anche al linguaggio pseudoheideggeriano che usano sulla tecnica, o meglio contro la Tecnica. Non ha alcun senso.

Perché tanti considerano Slow Food un movimento progressista, innovatore e interessato alla giustizia nel mondo? Pigrizia o colpevolezza?
È una bella domanda, con la quale del resto il mio libro si chiude. Non so perché tanti finti profeti di un mondo migliore abbiano un’accoglienza così calorosa da parte dell’opinione pubblica. Com’è possibile che Petrini sia sempre sui giornali e in tv e nessuno controlli quello che dice? D’altra parte i quotidiani italiani raramente hanno una redazione scientifica degna di questo nome e di conseguenza Petrini ha campo libero per affermare ciò che vuole, senza alcuna voce critica. La funzione dell’informazione non è certo questa. È ormai quasi solo opinione, spacciata per informazione.
Quanto infine alla politica, è davvero una ben strana sinistra quella che rinuncia alla scienza, alla razionalità, all’universalità, al progresso per abbracciare le tradizioni, il localismo, il culto del passato e delle piccole comunità chiuse e immutabili: più che di sinistra, si tratta di una caricatura dei peggiori aspetti della destra reazionaria. Slow Food è uno degli aspetti più caratteristici di questa deriva della cultura e della sensibilità della sinistra: per questo, secondo me, non va passato sotto silenzio.

Su Il Mucchio Selvaggio di ottobre.

domenica 29 agosto 2010

Grazie, Riccardo Staglianò


“Il titolo sembra una provocazione, ma dovrebbe essere lo standard.
Ringraziarli è l’unica reazione possibile.
Se le le badanti e le babysitter
incrociassero le braccia l’Italia crollerebbe.
Queste persone hanno permesso e permettono alle donne italiane di essere libere.
Di lavorare. Di non essere più schiave”.

E se la servitù è sempre esistita, aggiunge Riccardo Staglianò, autore di Grazie (Chiarelettere, pp. 240, euro 14,60) prima era possibile solo per i ricchi. Ora c’è una servitù low cost. Il cambiamento sociale è profondo: quasi chiunque può avere il suo schiavo. Questo però è possibile grazie agli immigrati, privati dei diritti fondamentali e sottoposti a ritmi e condizioni di lavoro esasperanti.

Ci sono delle storie di virtuosa integrazione?
Vedelago è una di queste. È un caso di eccellenza, unico in Italia anzi in Europa, dove si ricicla il 90 percento dei rifiuti. San Francisco, che ha la reputazione di essere uno dei luoghi più ricicloni, arriva al 70 percento. Vedelago è diventato famoso di recente per la questione dell’inno di Mameli intonato dopo Va’ pensiero. Ma a Vedelago c’è una signora veneta, Carla Poli, che insieme ai suoi figli ha costruito una impresa da far invidia. In una zona leghistissima, con sistemi sofisticati e grazie alle braccia degli stranieri.
La tv svizzera ci ha fatto un documentario. L’attitudine laicissima della signora è stata vincente, non solo giusta. Adesso per la prima volta dopo 15 anni gli italiani sono venuti a bussare alla sua porta. E lei ha detto: “questo lavoro noi lo facciamo da sempre e gli italiani non si sono mai visti. Perché ora dovrei licenziare i miei uomini per assumere italiani? I miei sono stati formati e sono ottimi lavoratori. E poi magari gli italiani, passata la crisi, non ne vorranno sapere di stare tra i rifiuti!”. I suoi uomini fanno la cernita tra pvc, plastiche di vario tipo, vetro, selezionando nel mucchio di immondizia che scorre continuamente lungo un nastro. Bisogna essere precisi e veloci, chi si ferma rallenta il ciclo. Sono contenti di farlo, c’è una atmosfera splendida di rispetto e questo meccanismo virtuoso di legalità conviene anche economicamente.

Com’è possibile che ci siamo dimenticati di quanto è successo ai nostri nonni, di come venivano trattati? Com’è possibile che nessuno ricordi Pane e cioccolata?
Credo che questo Paese soffra di una specie di malattia neurodegenerativa.
Cancellare ricordi umilianti e dolorosi è anche un meccanismo psicologico e molto umano. È una strategia comprensibile, però c’è un salto ulteriore: questo accantonamento sembra diventare risentimento feroce verso chi ci ricorda come eravamo.
Stiamo compiendo una specie di bizzarra vendetta. Non tutti, naturalmente; ma pensiamo a come la Lega Nord investe e ingrassa la paura, a come trasforma il ricatto in strategia elettorale. Il vangelo del sospetto, ecco qual è il loro mantra politico.

Qual è uno dei luoghi comuni più resistenti?
Che gli immigrati rubino il lavoro agli italiani. La Banca d’Italia smentisce questa convinzione irrazionale: gli immigrati accettano lavori che gli italiani non vogliono più. Gli immigrati lavorano in condizioni che spesso si avvicinano alla schiavitù.
L’eurodeputato leghista Mario Borghezio ha commentato lo studio in modo apodittico e senza alcun dato: “è una balla colossale, è falso!”.
Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl, ha aggiunto la sua stroncatura: “è uno studio a bassa attendibilità”. Su quali basi? Con quali argomenti? Solo la sua parola.

Si tratta un cane come un figlio, ma un immigrato peggio di un cane randagio...
Non posso che pensare alla banalità del male. Una parte di noi, se opportunamente innescata, è capace di obnubilare ogni sentimento morale. La Lega insiste sulla paura. Il centrosinistra ha enormi responsabilità. Si limita a rivolgersi all’empatia e ai buoni sentimenti, insomma a quella parte optional degli esseri umani (penso a Giorgio Gaber: “tante cose belle/che ho nella testa/ma non ancora nella pelle”). La destra fa leva invece su un universale: la paura, più impetuosa nei momenti difficili.
Miri alla pancia più debole e retriva delle persone, aggiungi una macchina mediatica perfetta - 5 su 6 telegiornali sono controllati dal governo - e fai passare l’idea della invasione degli immigrati, anche se non è vero non importa. La totale scomparsa dei fatti. Secondo il Censis il 63,9% degli italiani si informa unicamente tramite i tg. Mostruoso. Se entri in questo outlet di informazione sarai convinto che l’Italia sia invasa e minacciata dagli immigrati.

Lo scorso aprile una bambina è morta perché non è stata soccorsa: la tessera sanitaria del padre era scaduta. L’ossessione giornalistica sembrava più concentrata sull’aggettivo “nigeriana” che sulla sua morte evitabile. A proposito di sanità pubblica, escludere i clandestini dalle cure può danneggiare anche noi?
È difficile calcolare con precisione i costi e i benefici al riguardo, però è abbastanza verosimile che una politica oppressiva sia dannosa e meno conveniente di una di accoglienza. Basti pensare al caso delle malattie infettive: siccome se vai al pronto soccorso rischi di essere denunciato, allora non ci vai finché non puoi proprio evitarlo. Per alcune malattie, appunto, è un rischio gravissimo, perché invece di circoscrivere il contagio lo lasci moltiplicare. Pensiamo ai bambini, alle scuole. La stupidità diventa molto pericolosa.
Mi viene in mente un altro esempio: la politica delle porte aperte sul versante economico nei confronti dei clandestini che vengono dal Messico. La differenza tra la politica più chiusa e quella più permissiva, in termini di ricchezza degli Stati Uniti, è stata valutata di 250 miliardi di dollari. È un altro Paese, ovviamente. Però è impressionante. E recentemente c’è stato il caso di un legal alien messicano a Harward. C’è stata una mobilitazione per tenerselo, perché è bravo, “può rendere più grande il nostro Paese”. Insomma anche in un’ottica ferocemente darwinista staremmo meglio di come siamo messi noi.

Eppure i politici sembrano non capire e fomentano l’allarme...
Nelle orride gare leghiste a chi picchia più duro, un consigliere leghista pretendeva di imporre l’esame del sangue e sanitario agli immigrati perché da quando sono arrivati ci sarebbero più casi di tubercolosi. Ho chiesto alla Asl locale se fosse vero questo paventato boom di tubercolosi. Nessuna traccia. Una ennesima bugia buttata là.
Ma pensiamo se fosse vero: che cosa produrrebbe una politica del terrore? Prendiamo cioè per buono il ragionamento del leghista: l’unica conseguenza sensata sarebbe quella di permettere a tutti di accedere alla sanità. Anche per il nostro vantaggio, non solo per filantropia. La cattiveria del leghisti è stupida, oltre a essere insopportabile.
Se incontri un leghista al bar devi affrontarlo con numeri e argomenti. Spesso non basta e non serve perché non ti ascolta. Però magari qualcun altro nel bar sente e gli viene un dubbio.

Le politiche oppressive convincono anche le persone?
Il popolo e i cittadini spesso sono meglio dei loro rappresentanti. Sono stato molto a nord est. Molti imprenditori che magari votavano Lega alla resa dei conti erano decisamente meglio dei vari consiglieri o governatori. Forse c’entra anche quell’italica doppiezza che permette a due anime profondamente diverse di convivere.
A Brescia, per esempio, in una fonderia una delle prime cose che l’amministratore delegato mi ha detto è stata: “sa qual è l’ultimo problema? Il turno di notte del venerdì”. Le fonderie sono a ciclo continuo, non possono fermarsi, ci sono 3 turni al giorno per coprire le 24 ore. Sono disperati per il venerdì sera perché i ventenni locali vogliono andare in discoteca, non c’è sovrapprezzo o incentivo che li motivi a rinunciarvi. “Se non troviamo immigrati siamo in ginocchio”.

Mi racconti un’altra storia positiva?
In Trentino c’è un signore quasi ottantenne, Lino Bergamo. È un imprenditore agricolo della Val di Non. Gagliardo e autonomo, non fa parte del consorzio Melinda che raggruppa la maggior parte degli imprenditori delle mele. Ha la quinta elementare e una naturale umanità. Da 10 anni 3 senegalesi lavorano con lui e la sua azienda di famiglia. Durante la raccolta lo incontro, mi guarda e mi dice: “prima di loro gli italiani che venivano facevano baracca, spesso imbriachi con in testa le donne e le osterie. Prendevano una mela e si mettevano seduti”. Poi sono arrivati loro e hanno permesso a Bergamo, alla moglie e ai figli una vera e propria ascesa sociale. I figli oggi trasportano le mele raccolte da altri. “Io e mia moglie la sera a letto ci guardiamo e ci diciamo: questi qua sono stati la nostra fortuna”. È un sentimento di gratitudine raro, in fondo è una dotazione semplice, accessibile a tutti. Eppure è così raro. Il discrimine non è nemmeno quello dell’istruzione. Forse c’entra più la capacità di rimanere umani.

Il Mucchio Selvaggio, 674, settembre 2010.

sabato 19 giugno 2010

C’eravamo tanto amate


Francesca e Maria stanno insieme 10 anni. Hanno 2 figli. Si lasciano e Francesca, che è la mamma biologica, impedisce a Maria di vedere i figli. Maria chiede l’affido congiunto al Tribunale dei Minori. È la prima volta che in Italia l’omogenitorialità arriva in tribunale.

In Italia due donne (o due uomini) non possono sposarsi e se fanno un figlio il genitore non biologico è, per la legge, un estraneo. Se la mamma biologica decide di allontanare l’altra mamma il diritto è tutto dalla sua parte. La conseguenza di questa disparità ricade soprattutto sui figli, che non hanno la garanzia di poter mantenere un rapporto con chi li ha desiderati, cresciuti e amati – pur non condividendone il patrimonio genetico.
Quello che è successo a Francesca e Maria ne è un esempio.
Dopo essere state insieme per quasi 10 anni e avere cresciuto due figli, nel dicembre 2003 si lasciano. La gestione della separazione è complicata. All’inizio Francesca permette a Maria di incontrare i bambini: 2 fine settimana al mese e alcuni giorni di vacanza da passare insieme. Ma presto le regole vengono cambiate.
“Non ho più potuto mettere piede in casa, nella casa che era stata anche la mia” racconta Maria. “I bambini li lasciavo al piano terra, lei scendeva con l’ascensore e salivano insieme. Dal marzo 2006 Francesca cominciò a diminuire gli incontri, finché decise di escludermi del tutto. Da giugno mi impedì di vedere e di parlare con i miei figli.
Mi ero illusa che con il tempo la situazione sarebbe migliorata. Invece è stata una totale rimozione chirurgica della mia presenza”.
Da due fine settimana al mese si passa a poche ore un sabato sì e un sabato no, poi a incontri fortuiti e “rubati” ai giardinetti. Alla fine nemmeno questo.
“Gli ultimi mesi sono stati un incaprettamento. Avevo paura che muovendomi avrei accelerato una fine ormai inevitabile, ma volevo passare tutto il tempo possibile con i bambini e non farli sentire abbandonati.
La fine della nostra relazione doveva ricadere su di loro il meno possibile. Una delle ultime immagini sono le mani di Greta sul finestrino della macchina mentre Francesca la porta via, avendomi visto arrivare al parco. Poi il finestrino che si abbassa e la voce di Francesca: ‘Voglio proprio vedere quando la pianti’. Io non la pianterò mai di sentirmi la loro madre”.
Maria si rivolge al Tribunale dei Minori e chiede l’affidamento congiunto, la possibilità e la regolamentazione degli incontri. Il Tribunale, dopo alcune udienze con le parti, non può che dichiarare la carenza di legittimazione, in quanto l’affidamento congiunto riguarda la filiazione biologica o legale (non esiste una legge, in Italia, che avrebbe permesso a Maria di adottare i figli della sua compagna, acquisendo lo status di genitore legale). Tuttavia rimette gli atti al Pubblico Ministero affinché approfondisca il vissuto dei bambini e valuti quale sia il loro miglior interesse: una decisione non dovuta e un importante segno di apertura, soprattutto perché Maria ne è ammessa come parte.
Questo procedimento si conclude nell’ottobre 2009 con un decreto a dir poco contraddittorio. O, per usare le parole di Maria, ponziopilatesco.
Nel decreto vengono fatte affermazioni coraggiose, visto l’angusto contesto normativo italiano. Si afferma che Francesca e Maria hanno vissuto “secondo uno schema tipicamente familiare” e che Maria è stata percepita dai bambini come una figura genitoriale. Si aggiunge che i bambini hanno vissuto male la separazione da Maria e la conflittualità alimentata da Francesca, e che per Greta “si può ipotizzare l’emersione di quella che comunemente viene chiamata la Sindrome di Gardner”. Questa sindrome è stata delineata da Richard A. Gardner negli anni Ottanta come un disturbo che può insorgere nelle controversie per l’affidamento dei figli. La principale manifestazione consiste in una campagna ingiustificata di denigrazione di un genitore da parte del figlio. È il risultato di una serie di indottrinamenti del genitore alienante nei confronti di quello alienato.
I periti affermano: “L’alienazione che ne è conseguita fa parte di un processo di allontanamento che (Francesca) ha posto in atto consapevolmente per quanto concerne (Maria), ma abbastanza inconsapevolmente per quanto concerne la trasformazione dei vissuti nella mente dei minori che sembrano aver aderito al pensiero materno sperimentando però la sofferenza e il dolore che comporta la negazione dei propri sentimenti”.
Tuttavia il decreto non sembra trarre le conseguenze che ci si a - spetterebbe. “Nominano la sindrome di alienazione parentale”, commenta Maria “ma poi tre righe dopo dicono che i bambini per ora non hanno sintomi e quindi non facciamo niente”.
Durante gli incontri con i periti si cerca di valutare l’effetto dell’allontanamento di Maria. Si legge ancora dal decreto: rispetto a Maria, Francesca “mette poi in atto un’equivalenza: l’esperienza dolorosa deve essere eliminata e quindi eliminata deve essere qualsiasi persona che la provoca, sia anche una persona con cui sussiste o sussisteva un legame affettivo […]. La scelta è legittima e rispettabile, se fatta per sé, ma sembra tenere in poco conto la presenza dei figli e la totalità dei loro bisogni”.
Siccome però i bambini sono “funzionanti”, il decreto stabilisce che “non vi è l’insuperabile necessità di disporre oggi la ripresa della relazione tra X e Y e la sig.ra A”. Il foglio su cui, anni prima, Francesca e Maria avevano scritto le lorocondizioni in caso di separazione
è carta straccia. I certificati di nascita - i bambini han no come secondo e terzo nome quelli di entrambe le mamme - non valgono niente. Così come tutte le altre
testimonianze di vita familiare.
“Francesca ha tagliato i ponti con me e con chiunque avesse rapporti con me. Nemmeno la sofferenza dei bambini l’ha fatta vacillare. In uno degli incontri con i periti, Greta scoppia a piangere e mi urla: ‘Tu non hai più voluto vederci!’. E Davide, di fronte alle mie sollecitazioni di ricordi dei momenti passati insieme, ha commentato: ‘Lo sapevo che non poteva essere tutto così brutto’. Un’altra volta mi ha sgridato ‘E poi tu mi hai portato la bici sul pianerottolo!’. E io gli ho risposto: ‘Ma era bellissima, gialla e c’era la faccia della tigre, ero sicura che ti sarebbe piaciuta’. Lui è rimasto perplesso: questa risposta non era stata prevista. O ancora Greta che ripete una frase che so essere suggerita da Francesca (l’aveva usata lei stessa in un precedente incontro): ‘Al cinema ci potevo andare anche con la vicina di casa’.
A volte infatti, vedendoli così poco, la via più semplice per recuperare un po’ di familiarità era quella di fare insieme qualcosa, come andare al cinema, e stare vicini vicini. Loro avevano un’immagine negativa di me, costruita da Francesca giorno dopo giorno, che si incrinava un pochino in mia presenza. Ma io non avevo più tempo”.
Maria è espulsa e la legge non può o non vuole opporsi. La legge è a favore di Francesca. “Durante gli incontri con i periti di parte”, racconta Maria “mi hanno rimproverato di essere troppo tesa a cercare una mediazione. E come avrei potuto non esserlo essendo priva di qualunque diritto? Forse in una condizione di parità sarei stata più tranquilla. Francesca aveva addirittura chiesto il mio allontanamento fisico dall’area di residenza.
Come si fa con i padri abusanti. Mi ha chiesto di restituire le foto che io avrei trafugato - erano le foto che avevamo scattato negli anni di convivenza.
Per cancellare tutto. Una rimozione totale di quella che è stata la nostra vita comune, non solo quella affettiva, ma genitoriale. Mi ha addirittura accusata di chiedere troppe volte scusa ai bambini - lo facevo se mi accorgevo di avere sbagliato.
Oppure ha detto che mi ero rivolta al Tribunale dei Minori per farle portar via i bambini in quanto mamma lesbica. Non sapevo se essere più incazzata con lei o con chi le credeva, conoscendo anche me.
Una volta ho incontrato un’amica comune che mi ha detto: ‘Certo Maria andare al tribunale...’. Io l’ho guardata e le ho chiesto: ‘Ti sembra verosimile?’. Non ho mai voluto fare una guerra, ho solo cercato di preservare il mio rapporto con i miei figli”.
Il decreto non è una sentenza, perciò Maria potrebbe ripresentare un quesito al Tribunale dei Minori, qualora ci fossero indizi di disagio da parte dei bambini.
Ma la strada è lunga e giuridicamente troppo squilibrata. Potrebbe rappresentare però un varco, per quanto angusto, per altre persone. Oggi, grazie ai pionieri e al lavoro associativo di Famiglie Ar cobaleno, chi affronta un percorso simile ha maggiore
consapevolezza. Ancora nessuna tutela legale, però.
“Io mi auguro che storie come la mia non ci siano più. Posso solo sperare che i miei bambini abbiano un dubbio prima o poi sulla versione unica che è stata raccontata loro. Hanno vissuto con me, mi conoscono. Greta mi chiedeva spesso di raccontarle la storia della nostra famiglia. Non può essere sparito questo, è stato solo sotterrato e spero che riemerga”.

Il Mucchio Selvaggio, 671, giugno 2010.

domenica 23 maggio 2010

E io la pillola non te la do

Il 21 Aprile viene presentato un disegno di legge dal titolo: “Disposizioni in materia di obiezione di coscienza dei farmacisti nella dispensa dei farmaci rientranti nella contraccezione di emergenza”. Sebbene il testo non sia ancora disponibile nel sito del Senato al momento in cui scriviamo, alcuni giornali ne hanno riportato il contenuto, d’altra parte immaginabile fin dal titolo.
È quindi possibile fare alcune considerazioni al riguardo.
Prevedere per legge l’obiezione di coscienza per la cosiddetta pillola del giorno dopo comporta una serie di problemi.
Innanzitutto la questione generale di poter ammettere per legge una eccezione bizzarra.
Bizzarra perché oggetto di una normativa positiva e perché incrina i doveri che derivano da una libera scelta. Il caso più eclatante, e affine alla pillola del giorno dopo, è quello della legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza, articolo 9. Perché un ginecologo che esercita in una struttura pubblica (compiendo 3 gradini di scelta: iscriversi alla Facoltà di Medicina, poi alla scuola di specializzazione in Ostetricia e Ginecologia e, infine, esercitare la professione in una struttura pubblica) potrebbe sottrarsi ad uno dei suoi doveri sanciti da una legge dello Stato? La domanda richiederebbe una trattazione a parte e che rimandiamo ad altra sede. Qui affronteremo aspetti che sono problematici indipendentemente dalla risposta che si abbraccia alla suddetta domanda.

Sul prossimo numero di A.

venerdì 14 maggio 2010

La terapia riparativa? Un inganno

Gay Liberation Monument
“La verità è che non si è omosessuali, ma eterosessuali latenti. Far uscire la nostra vera identità maschile è possibile: noi ci siamo riusciti e siamo qui per tenderti una mano!”.
Questa e altre chicche si possono leggere sul sito che presenta l’imminente convegno di Joseph Nicolosi a Brescia il 21 e 22 maggio.
Nicolosi è uno dei padri della terapia riparativa, ovvero quella che ripara dalla omosessualità. Meglio sarebbe chiamarla ideologia riparativa, perché è difficile definire terapia qualcosa che ha la presunzione di “curare” ciò che non è intrinsecamente una malattia - proprio come sarebbe incongruo riparare ciò che non è rotto. Gli orientamenti e le preferenze sessuali costituiscono un dominio fluido ed eterogeneo e l’eterosessualità non è il golden standard cui ispirarsi o, peggio, l’unico modo sano e giusto di amare e fare l’amore.
L’ideologia riparativa è un inganno crudele e pericoloso, in cui purtroppo si può inciampare per varie ragioni: informazioni sbagliate, paura, pregiudizi (è ancora molto diffusa l’idea che l’omosessualità sia una patologia o una perversione, un difetto nello sviluppo sessuale e affettivo). Ragioni che portano a formulare una domanda di aiuto che riceve la risposta più sbagliata.
Meglio quindi conoscere i riparatori e lasciarli alle loro farneticazioni. Tra i rappresentati italiani presenti al convegno ci sono Chiara Atzori, Roberto Marchesini e Giancarlo Ricci.

Dnews, 14 maggio 2010.