lunedì 25 maggio 2009

E il terremoto adesso minaccia anche il futuro


Di fronte a una catastrofe è difficile pensare ai dettagli; è inevitabile stilare una gerarchia di gravità. Questo vale solo per chi assiste, e non per chi ne è direttamente colpito.
La distrazione, presto o tardi, è un’altra reazione comune. Passata l’emergenza si tende a scivolare nella normalità, proprio come i giorni concitati che seguono una morte sono rimpiazzati dall’assenza e i “come stai?” si diradano fino a esaurirsi.
Anche se non c’è nulla che sia stato rimediato. Perché in parte non è rimediabile. E il peso della quotidianità opprime chi resta.
Non è più a rischio la sopravvivenza, ma l’esistenza.
L’esistenza di chi è sopravvissuto al terremoto abruzzese è quasi impossibile da immaginare: tendopoli, alloggi di fortuna, alberghi, ospitalità.
E pensare che chi alloggia in hotel è “fortunato”. Perché è ancora vivo, e perché è meglio una stanza che una tenda infuocata dal caldo di una estate ormai prossima. Qualcuno di loro lo ripete incessantemente, quasi a volersi convincere: “sono fortunato, sono fortunato”. Ma questa fortuna si sgretola al pensiero di quanto si sarebbe potuto evitare; al senso di perdita e alla difficoltà di immaginare quando si potrà tornare a vivere in una casa. Intanto le giornate trascorrono nelle hall di alberghi ancora sonnolenti, la televisione sempre accesa, per alcuni nell’impossibilità di uscire e di camminare, le piscine coperte da un tendone perché la stagione non è ancora cominciata.
Lontano da tutto, vivere in una caricatura di vacanza aggiunge un sapore grottesco alla disperazione. Mischiarsi ai turisti – o a quanti passano soltanto per un giorno o poco più – è una perfetta rappresentazione della invisibilità e della dimenticanza cui il “ritorno alla normalità” rischia di condannarli. Ma poi non è nemmeno vero che sia possibile confondersi: i volti sono segnati in modo indelebile. Nessun turista passerebbe tante ore seduto a guardare nel vuoto riempito da ricordi incancellabili.
Il terremoto ha inghiottito il passato e aggredisce il presente. È doveroso impedire che si prenda anche il futuro – lontana l’eco di una sicurezza pervertita nel suo più genuino significato.

DNews, 25 maggio 2009

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