lunedì 27 aprile 2009

Tornano i DiDoRe ma forse era meglio il vuoto legislativo

Stolen kiss
Tornano i DiDoRe, ovvero Diritti e Doveri di Reciprocità dei conviventi, dopo un lungo e inutile percorso che dall’ipotesi dei Pacs – o di un istituto analogo – ha condotto fino a una vera e propria caricatura di una normativa a tutela di chi non può sposarsi.
Il progetto di legge 1756 ha un unico pregio: è breve. Fallisce miseramente nell’intento prefissato e annunciato nella prima riga, “portare chiarezza in zone giuridicamente grigie”, anche perché muove da un principio discutibile: che la Famiglia sia quella costituita da un uomo e una donna uniti in matrimonio. Magari religioso, visto che alla undicesima riga si citano “fonti autorevoli della Chiesa cattolica” per giustificare la discriminazione di chi non corrisponde ai dettami clericali.
Citare il cardinale Carlo Martini e la sua autorità sarebbe un difetto marginale se i diritti di tutte le famiglie fossero davvero garantiti – tramite una legge che si chiami “matrimonio” o DiDore poco importa.
Vengono affermati alcuni diritti “leggeri”: quello di visitare il convivente ricoverato; di essere designato come rappresentante in materia di salute in caso di incapacità di intendere e di volere; oppure nel caso di morte rispetto alla donazione degli organi. Si dimentica però che con l’avvento della legge sulle direttive anticipate ci sarà ben poco margine decisionale. Ma soprattutto manca completamente la parte “dura” di una legislazione matrimoniale, quella tutela che oggi solo il matrimonio offre ai coniugi. In altre parole chi non può sposarsi si ritroverà ben poche briciole. Ma chi è che non può sposarsi? I gay. Delineare un istituto giuridico equivalente al matrimonio omosessuale è impensabile in un Paese ipocrita, più preoccupato di non dispiacere qualche cardinale che di calpestare i diritti di molti cittadini. E poi l’istituzione del matrimonio omosessuale aprirebbe la strada alla peggiore delle piaghe secondo questi paladini della giustizia: l’omogenitorialità!
Meglio niente di una presa in giro. Meglio niente di una legge che sancirebbe ancora una volta, e come se ce ne fosse bisogno, l’ingiustizia e la discriminazione.