domenica 16 novembre 2008

Riflessioni su alcuni amabili contraddizioni (o del gioco delle tre carte)

Concentrandomi su una (presunta) obiezione usata spesso, e con l’illusione della apoditticità, mi venivano in mente un paio di domande, o di eccezioni chiamiamole così.
La (presunta) obiezione ha a che fare con l’attualità e la validità di una volontà passata. Prende due forme.
La prima nel caso di un paziente cosciente (si pensi a Piergiorgio Welby): si dice che il paziente in quelle condizioni non può esprimere una vera volontà perché è oppresso dalla malattia e dalla morte.
La seconda nel caso di un paziente incosciente (si pensi ad Eluana Englaro): si dice che il paziente in quelle condizioni non avrebbe espresso la stessa volontà perché allora era sano, oggi è malato.

Abbiamo provato a fornire varie risposte alle suddette obiezioni, ma è difficile ragionare con chi non ne ha voglia e si rischia di farsi venire il mal di stomaco e di sembrare più irragionevoli di chi non vuole ragionare.
Stamattina pensavo a due casi che potrebbero essere scomodi per chi abbraccia quelle obiezioni lì.
Il primo riguarda la validità delle conversioni al cattolicesimo in punto di morte: si potrebbe domandare loro perché vale abbracciare la loro religione (in punto di morte, magari per una malattia, ma comunque pur sempre in punto di morte quindi non in condizioni ideali) e non esprimere una volontà su altre questioni. Se si è abbastanza in grado di intendere e di volere per convertirsi, non si è altrettanto in grado di rifiutare un respiratore o una terapia farmacologica? Perché nel primo caso la libertà di scelta vale, e nel secondo no?
Il secondo riguarda la validità di una volontà espressa in stato di coscienza e considerata ancora valida quando quella coscienza non c’è più: chi ricorda il caso di Lorenzo D’Auria, agente del Sismi sposato in articulo mortis? (Ovvero ritenendo valida una volontà pregressa, impossibile da attualizzare perché D’Auria era in come quando è stato celebrato il matrimonio?). Come mai in quel caso si è considerato valido il suo modo di vivere, ciò che aveva detto (e nemmeno lasciato per iscritto) per celebrare un matrimonio?
Qualcuno sa rispondere?