venerdì 10 ottobre 2008

Non solo so’ froci: portano pure le malattie!

Gay Pride Roma (7 giugno 2008)
Chiara Atzori è infettivologa presso l’Ospedale Sacco di Milano ed è una fanatica sostenitrice della terapia riparativa (l’omosessualità è una patologia e va curata o, meglio, riparata). Ma siccome non basta più definire gli omosessuali come malati, da riparare, da redimere, si è dedicata al “dagli all’untore”. Gaynews ha trascritto l’intervista che l’infettivologa ha rilasciato a Radio Maria (se non doveste farcela ad ascoltarla, potreste leggerla a puntate). L’unico dubbio che ho nello scrivere su questa incresciosa vicenda è quella di contribuire a dare spazio a qualcuno che non merita nemmeno una risposta, ma solo uno schifato silenzio. Una paura che potrebbe somigliare a quella di un derattizzatore se usasse una gabbia per leoni. Qualcosa del genere.

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Come essere famosi in soli tre passaggi

Vortici
Sono tanti gli aggettivi e i sostantivi che usiamo migliaia di volte senza farci troppe domande, anzi senza pensarci nemmeno, e di cui siamo certi di conoscere il significato e le sfumature. Capita spesso, però, che se dobbiamo definirli non è così semplice come avremmo creduto.
La definizione, lasciata dormiente per la maggior parte del tempo, diventa urgente nei casi di incomprensione oppure quando dobbiamo spiegare a qualcuno che ignora la nostra lingua. Il rischio di fare scena muta e di balbettare qualche insoddisfacente risposta è piuttosto alto.
Un esempio di rompicapo? “Famoso”. Come potremmo definirlo? Sembra essere un concetto relativo (famoso per chi? E per aver fatto cosa?) e scivoloso (quali sono i criteri per rilevare se qualcuno è davvero famoso oppure no?).
E poi le lingue, se non sono morte, evolvono e mutano. Insieme a loro le parole. L’illusione della possibilità di una definizione imperitura sfugge dalla mente come le ombre si dissolvono al tramonto.
Questo dilemma emerge, quasi per caso, venendo a conoscenza della recente entrata di Rossano Rubicondi ne L’Isola dei Famosi. Tra i vip, ovviamente – e il dubbio di aver capito male viene prontamente fugato: Rossano è naufrago proprio perché è famoso. E perché lo sarebbe?
Il dubbio di inadeguatezza e di scarsa conoscenza della propria lingua madre si fa bruciante.
Digitando “famoso” su google il primo url è L’Isola dei Famosi. Un corto circuito quasi escheriano: inutile forzarlo, meglio cambiare strategia.
Il secondo tentativo non offre risultati molto più soddisfacenti: cercando “Rossano Rubicondi” oltre al riferimento a L’Isola e poco altro che non soddisfa la domanda, ci ritroviamo linkati alla moglie: Ivana Trump. Dopo sei anni di fidanzamento si sono sposati a Miami; si dicono felici e i pettegoli sottolineano la differenza d’età: 35 lui, 59 lei. Ma parte la conferma del naufragio e la scoperta della consorte, il mistero della fama non è ancora svelato e la ricerca deve continuare. Perché sarebbe famosa Ivana Trump? E già si insinua il dubbio di fama indiretta: se Ivana è famosa, allora Rossano lo è di luce riflessa? Ivana, oltre ai riferimenti speculari e già detti e alla sua eredità, sembra essere nota a causa del suo ex marito (fonte principale, peraltro, della suddetta eredità): e siamo al terzo giro.
La stella di Ivana non è certo la sua carriera olimpica – che a stento qualcuno ricorda – ma Donald Trump: hanno vissuto come marito e moglie per tredici anni, hanno avuto tre figli e poi hanno divorziato – ma Ivana ancora sfoggia il cognome Trump come fosse un cervo impagliato sopra al caminetto.
Donald, miliardario e poliedrico uomo d’affari, ha avviato questa catena di celebrità che è sbarcata da poche ore in Honduras. A testimonianza della gerarchia ci si mette anche lo stesso strumento che ci ha condotto fin qui: se Ivana e Rossano non arrivano, insieme, nemmeno a 500.000 occorrenze, Donald – solo soletto – supera i 5 milioni di risultati!
Altro che sei gradi di separazione – sei “amici di amici” che collegano il più illustre sconosciuto all’uomo più potente del mondo – per essere considerati famosi ne bastano tre (e un paio di matrimoni azzeccati)!
“Godetevi il successo,/godete finché dura/ché il pubblico è ammaestrato/e non vi fa paura” canta Francesco Guccini nei panni di Cyrano e rivolto, strano a dirsi, all’amata omonima – ma irraggiungibile – del nostro: Rossana.

DNews, 10 ottobre 2008

giovedì 9 ottobre 2008

Testamento biologico: intervista col vampiro

Quando e come farlo, cosa fare nei casi “controversi”. Staccare la spina secondo Soro, rappresentante di una delle due fazioni che attualmente si battono all’interno del PD.

Antonello Soro, medico, cattolico (viene precisato) e presidente dei deputati del PD, si lascia intervistare da Stefano Brusadelli (Panorama, 3 ottobre 2008) in tema di testamento biologico. Ai più distratti ricordiamo di che si tratta: “Il testamento biologico (detto anche: testamento di vita, dichiarazione anticipata di trattamento) è l’espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.” Su Panorama si parla della validità, ma anche delle dispute all’interno del PD sulla questione che vedono contrapposto fronte cattolico e fronte “laico”. Soro risponde in modo preoccupante e insoddisfacente, ma Brusadelli perde diverse occasioni di porre le domande giuste. Magari poteva evitarne di inutili, come “A che punto è il dibattito dentro il Pd?” superata però dalla risposta, “Abbiamo costituito un comitato ristretto che deve varare un testo unificato da presentare poi agli altri gruppi. Ne fanno parte Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Livia Turco, Paola Binetti, Daniele Bosone e Maria Antonietta Farina Coscioni. Come vede, ci sono sensibilità e culture diverse.”. Un inutile spreco di inchiostro al posto del quale avrebbe tranquillamente potuto campeggiare la parola “malissimo”.

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venerdì 3 ottobre 2008

Rosa come un romanzo di poca cosa

Scalata
L’annoso e insensato dibattito tra evoluzionisti e creazionisti si arricchisce continuamente: Rosa Alberoni sembra avere le idee molto chiare sulla questione, ma probabilmente è più confusa di quel che pensa.

Se è sufficiente nominare Charles Darwin per scaldare gli animi, aggiungere all’agone Rosa Giannetta Alberoni, professore universitario di Sociologia Generale e moglie del celebre luminare Francesco Alberoni, ti porta per mano e ad occhi chiusi in una sauna scioglibudella. Antonio Gaspari ci offre una telecronaca del tutto (Quando la darwinolatria diventa intollerante. Per Rosa Alberoni la bellezza artistica conduce al Creatore, Zenit, 30 settembre 2008), anzi intervista perfino l’autrice di “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”. Libro “sul tema”, lo definisce Gaspari, proprio come “sul tema” era “Creazione ed Evoluzione” di B16 (in cui avrebbe “spiegato le sue argomentazioni”). Alle elementari ti mettevano 4 se andavi fuori tema: se dovevi scrivere “una domenica pomeriggio in casa” non c’era verso di fare passare una riflessione su Capitan Harlock – anche se lo avessi visto domenica pomeriggio. Se ti chiedevano la cronaca non potevi cavartela con la fiction – alle elementari no. Comunque Gaspari intervista Rosa “per cercare di comprendere quali siano i veri termini del dibattito”. Avrebbe dovuto immaginare che si sarebbe assestato sulla ricerca, affannosa e mal indirizzata. Della conoscenza nemmeno la traccia. Ma che ti aspetti da Rosa?

(Continua su Giornalettismo, 2 ottobre 2008)

mercoledì 1 ottobre 2008

Il motore di ricerca può essere intelligente

Nascondino
L’antropomorfizzazione è una irrefrenabile tentazione umana. Il cane e il gatto di casa sono investiti di emozioni propriamente umane; spesso si implora un computer impallato di non sprecare il nostro lavoro come se fosse un collega dispettoso; per qualcuno perfino la propria automobile merita un nome proprio e ha un’anima (a volte demoniaca: come dimenticare “Christine, la macchina infernale”?).
Addirittura il socialismo è stato definito con una espressione antropomorfica: dal volto umano.
La tecnologia, paradossalmente, si presta bene a rinforzare questa tendenza “primitiva”, perché molti oggetti sembrano animarsi e interagire con noi. Dal frullatore alla lavatrice, fino ad arrivare ad un protagonista indiscusso di questo animismo tecnologico: il motore di ricerca. E così Google viene trasformato dagli utenti in un essere senziente e in grado di capire il significato delle nostre domande. Novello e imperfetto Tiresia, il motore di ricerca si affanna – ecco in agguato la personificazione – a risponderci in modo soddisfacente. Ma la delusione è frequente (soprattutto per quanti non sanno fare le ricerche e interrogano Google come farebbero con il saggio del villaggio).
Gli attuali motori di ricerca possono rispondere rimandando tutti gli url che contengano le parole immesse nella domanda, compiendo un certo numero di operazioni e arrivando fino ad un certo grado di complessità.
Un progetto di ricerca chiamato Searching Computer (SeCo) intende realizzare una seconda generazione di motori i ricerca, in grado di integrare in una unica risposta le informazioni provenienti da più siti e risorse in rete. Il progetto ha ricevuto un advanced grant di 2,5 milioni di euro da parte dell’European Research Council (ERC), ente istituito all’interno del Settimo Programma Quadro per finanziare importanti “progetti di frontiera”. Per i prossimi 5 anni il gruppo coordinato da Stefano Ceri, del Dipartimento di Elettronica e Informazione (DEI) del Politecnico di Milano, lavorerà alla realizzazione di un motore di ricerca capace di rispondere a domande articolate come “dove posso ascoltare una conferenza interessante vicino ad una spiaggia assolata?”. La ricerca sarà multidisciplinare, e dopo una prima fase teorica sarà applicativa e svilupperà i primi prototipi di Search Computing.

DNews, 1 ottobre 2008

SeCo: seconda generazione dei motori di ricerca

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Intervista a Stefano Ceri (Professore di Information Technology al Dipartimento di Elettronica e Informazione, Politecnico di Milano)

Qual è la differenza principale tra questo progetto e gli attuali motori di ricerca?

SeCo vuole costruire una seconda generazione di motori di ricerca che utilizzi, per le ricerche sul web, altre risorse: altri motori di ricerca o altri sistemi disponibili su web.
Un esempio tipico è il seguente: “in quale ospedale si cura l’insonnia con un bravo medico?”. L’ospedale deve essere vicino all’utente, la patologia deve essere inserita tra quelle dell’ospedale e il medico deve essere valutato secondo alcuni criteri di qualità. Sono tutte informazioni presenti in rete, ma non correlate. L’utente deve mettersi con santa pazienza ed estrarle, ma per ora non esiste la possibilità di descrivere questo tipo di interrogazione e soprattutto di farla eseguire ad un utente automatico. La nostra ricerca cerca di integrare un numero elevato di dati che provengono da varie fonti.

Si potrebbe dire che SeCo fa le veci di un utente esperto?

Esperto e che svolge una ricerca complessa al tuo posto. Facciamo un altro esempio. Esistono siti e motori di ricerca esperti di un certo dominio applicativo: viaggi, voli, previsioni meteorologiche, congressi. Si vuole costruire un’unica interrogazione che tenga conto del volo, del tempo, dello svolgimento di un congresso interessante e della presenza di una bella località. L’interrogazione poi sarà scomposta, ciascuna componente verrà indirizzata ad un motore di ricerca specifico, capace di conoscere quel dominio, e poi il tutto sarà ricostruito con una operazione di integrazione dei risultati. Stiamo pensando ad una architettura in grado di esprimere una interrogazione tanto complessa, decomporla, poi ricomporla per offrire agli utenti il risultato.

Che differenza c’è rispetto al web semantico?

C’è una forte differenza: il web semantico si propone di fare qualcosa in più, dando a programmi piena responsabilità sulla scoperta, il matching, e la negoziazione tra altri programmi. Rispetto alla generalità del web semantico, SeCo è più finalizzato. Noi non prevediamo tutte queste funzioni. Io so già a priori che per rispondere ad una interrogazione sui viaggi mi rivolgerò ad un insieme di motori di ricerca. Quello che è piaciuto nella proposta è che si tratta di un progetto che va nella direzione del web semantico, ma con un taglio piuttosto concreto tipico del mondo da cui provengo, che è quello dei database. Proprio perché si è ridotta e contestualizzata meglio l’ambizione di quanto vogliamo compiere, le cose sembrano più fattibili. Abbiamo già realizzato dei prototipi che ci fanno essere ottimisti.

Gli utenti quando potranno godere di questo strumento?

A monte di questo finanziamento ne avevo ricevuto uno di molto inferiore dal Prin. Ci aveva però consentito di cominciare a studiare il progetto e a produrre già qualche risultato. Inoltre è stato positivo che sia stato un finanziamento italiano ad avviare questa ricerca.
Il finanziamento ottenuto, di 2,5 milioni di euro, potrà essere usato nei prossimi 5 anni: l’ente finanziatore, l’European Research Council (ERC, istituito all’interno del Programma Quadro della Comunità Europea per finanziare progetti di frontiera), vuole promuovere progetti di innovazione abbastanza significativa. Quindi, il progetto è a lungo termine, con diverse fasi: una prima di ricerca teorica, che prevede di coinvolgere diverse discipline, e poi una più applicativa. Ma l’ informatica ha una natura impaziente ed è probabile che prima dello scadere dei 5 anni saranno pronti dei prototipi. Ho posto una prima scadenza interna tra due anni e mezzo, entro allora si potrà dimostrare la fattibilità del progetto.

Più in generale che ne pensa della ricerca in Italia, e soprattutto del suo finanziamento?

Qui, presso il Dipartimento di Elettronica e Informazione (DEI) del Politecnico di Milano, abbiamo preso due Advanced Grants da parte dell’ERC su un totale di 7 in Informatica in tutta Europa, e ne siamo particolarmente fieri. Il DEI è un luogo dove si fa ricerca ad un livello internazionale e di altissima qualità – il finanziamento è un riconoscimento importante. Inoltre abbiamo fatto da poco una peer review del dipartimento, con un board internazionale: il giudizio è stato excellent.
Lo dico per contrastare la mancanza di fiducia alla ricerca italiana, che produce ogni tanto ottimi risultati. Pur essendoci una carenza di finanziamenti. Basti riferirsi alle ultime leggi che sottraggono ulteriormente i fondi alle università e alla ricerca; o ai ministri che pensano che l’università non serva a niente e sono ben felici di dissanguarla ulteriormente. I nostri finanziamenti, con rare eccezioni, vengono dall’Europa. Da quando esistono i Programmi Quadro e ancor prima, quando si chiamavano Esprit, ho sempre avuto un progetto europeo: è l’unico modo per finanziare il mio gruppo di ricerca. Da vent’anni, durante l’estate, vado a Stanford: ho tenuto corsi e ho avuto molti allievi. Quella, per intenderci, è la patria di Sergey Brin (l’inventore di Google) e tanti altri. Il livello dei nostri studenti è del tutto confrontabile al loro, così come le nostre ricerche e talvolta anche i finanziamenti ottenuti. Quello che manca in Italia è la disponibilità di veri capitali di rischio, capaci di investire su un’idea, e un po’ di vento positivo che sostenga la ricerca. E mancano quasi del tutto le infrastrutture: una volta che i risultati ci sono, è molto difficile trasferirli sul mercato. Per citare un’altra vicenda, otto anni or sono abbiamo aperto, con il Politecnico, una spin-off che ha un brevetto americano, un prodotto, una ventina di dipendenti e che va molto bene, ma con una dinamica diversa dalle aziende nate negli Stati Uniti. Ci sono anche tante realtà positive italiane, spesso ignorate dalla stampa, e di invece cui è bene parlare. Perché, nonostante le difficoltà, esistono molte iniziative importanti e di qualità.

Agoravox Italia, 1 ottobre 2008