domenica 28 settembre 2008

Ma sicurezza non vuol dire privacy

Astigmatismo
Il dibattito sui dati genetici è vivace quando si parla di un eventuale discriminazione da parte dei datori di lavoro e delle assicurazioni sanitarie. Sull’uso a scopo investigativo e sulla creazione di una banca dati nazionale del DNA, invece, c’è silenzio. E già questo potrebbe essere preoccupante. Come è preoccupante che il Big Brother Award Italia 2008, sezione “Tecnologia più invasiva”, sia stato assegnato proprio alla banca (abusiva) del DNA del R.I.S. di Parma. La creazione di una banca dei profili del DNA pone non solo la questione dell’informazione genetica e del suo possibile abuso; ma quella delle modalità e delle ragioni per cui si preleva un campione di DNA. Invocare l’annientamento del crimine è pretestuoso – comunque non sufficiente a sgretolare la tutela della riservatezza di ogni cittadino.
Sebbene l’informazione dei profili del DNA di per sé potrebbe non costituire un danno, la prima domanda è se ci si può rifiutare di farsi prelevare un campione di DNA. Tanto più che le informazioni genetiche trascendono il singolo, coinvolgendo tutto il suo gruppo familiare: tutte le persone legate ad un “sospetto” sarebbero esposte ad una intollerabile intrusione.
Per quali ragioni si potrebbe giustificare la violazione di un domicilio tanto privato quale il nostro profilo del DNA?
Come potrebbero essere usate queste informazioni? Le garanzie contro i possibili abusi, offerte dal disegno di legge sulla Banca dati nazionale del DNA, sembrano poco rassicuranti. Come si può giustificare la violazione di un diritto tanto fondamentale quale la tutela dei propri dati personali?
Quale “sicurezza” può spingere a violare l’intimità e la privacy? La sicurezza non può essere ridotta ad un ideale astratto cui sacrificare la vita privata di alcuni cittadini in carne ed ossa. È paradossale invocare un principio per giustificarne la violazione. È una pessima e diffusa abitudine invocare la sicurezza per annientare la libertà e la giustizia.
Le domande sono troppe, e le risposte elusive o assenti.
Colpisce, poi, come l’antiscientismo diffuso in questo caso prenda le sembianze del suo alter ego: la fiducia cieca e smisurata per la dimostrazione assoluta di colpevolezza (la “certezza” della prova) tramite il DNA, ottenuta quasi magicamente – neanche si trattasse di un episodio di CSI, celebre telefilm americano che ha reso famosa la polizia scientifica (e in cui i colpevoli sono sempre incastrati dal DNA!).

l’Unità, 27 settembre 2008