mercoledì 3 settembre 2008

I piaceri della carne tra cibo e sesso

Guinness as usual
Il rapporto tra sesso e cibo è profondo e vecchio come il mondo. Per chi crede ad un certo inizio del mondo lo è anche in senso letterale: è addirittura complice della cacciata dal paradiso terrestre. Certo la mela, ammesso che davvero di mela si parlasse, è simbolica, ma è pur sempre stato scelto un simbolo gastronomico. Non resistere ad una tentazione del palato insinua il dubbio che anche le tentazioni carnali siano difficili da contrastare per l’edonista. Il denominatore comune è il piacere che il cibo e il sesso suscitano e al quale non si vuole rinunciare, anche a costo di conseguenze sgradevoli. Piacere “affinato” dall’evoluzione: sfamarsi e riprodursi sono condizioni fondamentali per la stessa sopravvivenza. La mera necessità convive con altri significati, sempre più complessi e legati al desiderio, tanto più predominanti quanto più i bisogni primari sono soddisfatti.
E se la gola e la lussuria sono peccati affini, l’astinenza dal cibo spesso coincide con l’astinenza dal sesso.
Dai tempi della mela il panorama si è ampliato: dai numerosi cibi afrodisiaci ai giochi culinari erotici è frequente che il cibo sia collegato al sesso – “tu potresti suonare il piano, mentre io spalmo la maionese / potrei spalmartene un po’ sul collo, e leccandoti far tremare Bach”, cantava Luca Carboni in “Vieni a vivere con me”.
Se a questi due ingredienti si aggiunge l’ironia e le fotografie ecco delinearsi una nuova moda: il Food Porn. Una vera e propria cultura gastropornografica celebrata in siti, social networks, blogs e live journals.
La filosofia del Porn Food non è monolitica, ma eterogenea e duttile, sebbene accomunata da una iconografia predominante. Dal piacere visivo e dall’esaltazione estetica, fino alla dimostrazione di saper resistere. Non solo il piacere degli occhi insomma: c’è anche una vena di sfida, una dimostrazione di essere capaci di rimandare la soddisfazione – anche per un tempo indefinitivamente lungo. Fino alla sostituzione del cibo con la sua rappresentazione.
Difficile, però, trovare una differenza rilevante rispetto ai documentari stile Gambero Rosso, che di certo non si definiscono “pornografici”. Il voyeurismo culinario è solo superficialmente attenuato dalla scusa di insegnare le ricette: chi è riuscito mai a mettere in pratica quei manicaretti complicati come una combinazione di una cassaforte? La pornogastronomia è, a pensarci bene, una moda quasi retro.

(DNews, 3 settembre 2008; foto “Guinness as usual”)