domenica 28 settembre 2008

Ma sicurezza non vuol dire privacy

Astigmatismo
Il dibattito sui dati genetici è vivace quando si parla di un eventuale discriminazione da parte dei datori di lavoro e delle assicurazioni sanitarie. Sull’uso a scopo investigativo e sulla creazione di una banca dati nazionale del DNA, invece, c’è silenzio. E già questo potrebbe essere preoccupante. Come è preoccupante che il Big Brother Award Italia 2008, sezione “Tecnologia più invasiva”, sia stato assegnato proprio alla banca (abusiva) del DNA del R.I.S. di Parma. La creazione di una banca dei profili del DNA pone non solo la questione dell’informazione genetica e del suo possibile abuso; ma quella delle modalità e delle ragioni per cui si preleva un campione di DNA. Invocare l’annientamento del crimine è pretestuoso – comunque non sufficiente a sgretolare la tutela della riservatezza di ogni cittadino.
Sebbene l’informazione dei profili del DNA di per sé potrebbe non costituire un danno, la prima domanda è se ci si può rifiutare di farsi prelevare un campione di DNA. Tanto più che le informazioni genetiche trascendono il singolo, coinvolgendo tutto il suo gruppo familiare: tutte le persone legate ad un “sospetto” sarebbero esposte ad una intollerabile intrusione.
Per quali ragioni si potrebbe giustificare la violazione di un domicilio tanto privato quale il nostro profilo del DNA?
Come potrebbero essere usate queste informazioni? Le garanzie contro i possibili abusi, offerte dal disegno di legge sulla Banca dati nazionale del DNA, sembrano poco rassicuranti. Come si può giustificare la violazione di un diritto tanto fondamentale quale la tutela dei propri dati personali?
Quale “sicurezza” può spingere a violare l’intimità e la privacy? La sicurezza non può essere ridotta ad un ideale astratto cui sacrificare la vita privata di alcuni cittadini in carne ed ossa. È paradossale invocare un principio per giustificarne la violazione. È una pessima e diffusa abitudine invocare la sicurezza per annientare la libertà e la giustizia.
Le domande sono troppe, e le risposte elusive o assenti.
Colpisce, poi, come l’antiscientismo diffuso in questo caso prenda le sembianze del suo alter ego: la fiducia cieca e smisurata per la dimostrazione assoluta di colpevolezza (la “certezza” della prova) tramite il DNA, ottenuta quasi magicamente – neanche si trattasse di un episodio di CSI, celebre telefilm americano che ha reso famosa la polizia scientifica (e in cui i colpevoli sono sempre incastrati dal DNA!).

l’Unità, 27 settembre 2008

giovedì 25 settembre 2008

Salviamo il San Giacomo

12
Cosa può un concerto contro una decisione già presa secondo logiche inintelliggibili per i più? Ove non hanno potuto le proteste dei pazienti, le obiezioni dei medici e di tutto il personale sanitario. E nemmeno le questioni più “oggettive”: i milioni di euro spesi per la ristrutturazione dei reparti che andranno sprecati (sia i milioni di euro, sia i reparti); una farmacia avveniristica che sarà smantellata; una sala di rianimazione all’avanguardia che sarà rimpiazzata da non si sa bene cosa e perché. Tutto in nome di un “necessario” taglio della spesa sanitaria? Sarà interessante farsi questa domanda tra qualche mese, quando non sarà più un mistero la destinazione di una struttura gigantesca nel cuore di Roma. Cuore pulsante per speculatori e costruttori; spreco per quei malati che potranno certo fare qualche chilometro in più senza morire!
Una decisione che potrebbe essere la prima di una grande cambiamento delle strutture ospedaliere romane – chiuse o ridimensionate per questioni di bilancio. E, si sa, non necessariamente i grandi cambiamenti sono salutari e benefici; e non necessariamente si riesce a contenere le spese tagliando (serve ben altro).
Non servirà, dunque, un concerto a porre rimedio ad un destino già scritto. Ma almeno serve a testimoniare della protesta di tutti quei cittadini che subiscono l’ennesima decisione dall’alto. E non vogliono farlo passivamente.
Il 24 settembre sera il maestro Uto Ughi e il maestro Stelvio Cipriani hanno tenuto un concerto nella Chiesa di Santa Maria del Popolo a sostegno di quanti protestano.

Mercoledì 24 settembre, a Piazza del Popolo, ore 17: controlli sanitari gratuiti; ore 20: presso la Chiesa di Santa Maria del Popolo, Porta del Popolo (Roma) il concerto.
Giovedì 25 settembre, ore 14.30: manifestazione presso l’Ara Pacis.
In queste occasioni vengono raccolte le firme contro la destinazione d’uso dell’ospedale. Si può firmare in qualsiasi momento presso il cortile del San Giacomo (via Canova).

Agoravox Italia, 25 settembre 2008; altre foto qui.

lunedì 22 settembre 2008

Protestare con i fiori contro il degrado


“Per fare un tavolo / ci vuole un fio-o-re” diceva una canzone per bambini scritta da Gianni Rodari e cantata da Sergio Endrigo.
E chissà, forse un fiore potrebbe bastare per rimediare all’abbandono e al degrado degli spazi pubblici. O almeno per opporvisi e per richiamare l’attenzione sulla vivibilità delle nostre città.
Questa è l’idea alla base della Guerrilla Gardening, una singolare protesta, non violenta e verde sia in senso metaforico che letterale. I guerriglieri si armano di rastrello, semi, piante e terra e partono alla conquista di spazi soffocati dalla sporcizia e dal cemento.
Il sito www.guerrillagardening.org è un punto di incontro virtuale aperto nel 2004 da Richard Reynolds e nato per raccontare le sue coltivazioni illecite a Londra. Reynolds ha scritto anche un libro, “On guerrilla gardening”, in cui racconta come e perché le persone abbracciano questa forma di protesta e offre gli strumenti per diventare un perfetto guerrigliero.
Il sito ospita un’area di discussione che unisce persone provenienti da tutto il mondo e accomunate dalla passione per l’ambiente e da questa protesta pacifica e colorata – che quasi si fatica a considerare come una protesta: se tutti protestassero in questo modo il mondo sarebbe un posto più bello! Dove passano i guerriglieri, infatti, “nascono” fiori e piante. Oppure ortaggi, frutta o quegli odori che ormai si comprano al mercato: pomodori, mele, lavanda, basilico.
Molti assalti sono documentati da veri e propri reportage fotografici. E il confronto tra il prima e il dopo (il passaggio dei guerriglieri verdi) è impressionante e non può che suscitare simpatia verso i protagonisti del cambiamento.
Oltre al sito esiste un gruppo di sostenitori su FaceBook e diversi utenti che pubblicano le foto su Flickr – oltre all’album “ufficiale” Sunflower Guerrilla Gardening.
Dovendo scegliere un simbolo, pur faticando tra piante e fiori, si dovrebbe forse indicare proprio il girasole. Anche perché ogni primo maggio si celebra l’International Sunflower Guerrilla Day e il girasole ne è il protagonista assoluto. Nella giornata tipicamente considerata come l’inizio dell’estate e del risveglio della natura le aree urbane più desolate vengono “aggredite” con dei girasoli.
Così come i girasoli hanno aggredito l’area circostante il Parlamento londinese alla fine di agosto 2008.
Quali sono le regole del perfetto guerrigliero verde? Nel sito vengono offerti alcuni consigli nati sul campo. Non sono regole, perché ognuno può crearsi le proprie, ma frutti dell’esperienza.
Il primo passo è la scelta dell’area da attaccare – ricerca che spesso lascia emergere l’amara sorpresa dell’elevato numero di zone abbandonate. Poi pianificare la missione, anche per avere il tempo di chiamare rinforzi. Il terzo passo consiste nel cercare un vivaio o un negozio in cui acquistare – possibilmente a prezzo basso. Se si è fortunati e si ha un giardino, tanto meglio. Anche la scelta delle piante è importante: non solo per il significato, ma soprattutto per la loro resistenza. Lavanda e timo sono consigliati per una città come Londra. Munirsi di scarpe adatte – ma non troppo per non dare nell’occhio – di buste e di acqua. Una buona strategia difensiva consiste nel coinvolgere una fanciulla: è un ottimo diversivo per poliziotti curiosi! Pubblicizzare la proprio guerriglia è importante, anche come mezzo per coinvolgere altre persone.
C’è chi lo chiama giardinaggio politico (o d’assalto), chi protesta profumata o blitz floreali: il risultato è il medesimo. Zone grigie e dominate dallo smog diventano, nel giro di poche ore, colorate e lussureggianti. Quanto a lungo dipende dalla resistenza degli invasori verdi e dalle condizioni climatiche, ma ci si augura il tempo necessario a farci ricordare che l’avere cura del luogo in cui viviamo può cominciare da un fiore.

Soltanto a New York seicento community


L’espressione “guerrilla gardening” fu usata per la prima volta da Liz Christy nel 1973: insieme al suo gruppo, chiamato Green Guerrillas, trasformarono un’area malconcia di New York in un giardino rigoglioso.
Oggi questa area si chiama “The Liz Christy Garden Community” in ricordo della sua “fondatrice” e, come si legge nel sito, appartiene a tutti i cittadini (www.lizchristygarden.org). Il giardino è un luogo in cui rilassarsi in ogni momento dell’anno.
Ci sono molte piante e fiori, e si avvale del volontariato delle persone che desiderano contribuire a mantenere questa area paradisiaca e in cui si può anche affinare il proprio pollice verde. Dopo venti ore di volontariato si riceve simbolicamente una chiave del giardino.
I Green Guerrillas (www.greenguerillas.org) portano avanti ancora oggi l’idea e la battaglia di Liz Christy e dei loro predecessori guerriglieri. Insegnano a coltivare le piante e a curare i giardini; si fanno interpreti e portavoce di una battaglia a favore dell’ambiente e contro il degrado urbano. Il loro slogan è: “It’s your city. Dig it”.
Soltanto a New York ci sono 600 community gardens, vere e proprie oasi nella città. Ogni comunità è gestita da un gruppo di volontari. Ogni comunità accetta volentieri l’aiuto dei cittadini. Nel sito www.greenthumbynyc.org si può cercare il giardino più vicino in cui andare a passeggiare oppure a dare una mano. Entrare a far parte di una comunità verde è facile, e non bisogna sottostare a regole rigide. Proprio come le piante in un giardino, si legge nel loro sito, ciascun gruppo ha la sua unica e irripetibile struttura. Il futuro di ogni singolo giardino è anche parte del futuro del nostro stesso pianeta.

(DNews, 18 settembre 2008)

mercoledì 17 settembre 2008

Pandora tv: scopriamola

Lidia Ravera

Il 15 settembre si è svolta a Roma la conferenza stampa per la presentazione di Pandora Tv. Presso la Sala della Stampa Estera è stato proiettato il documentario promozionale “Pandora. Appello per un’informazione libera”, che è possibile rivedere sul sito di Pandora Tv (www.pandoratv.it).
Che cos’è Pandora? “Uno spazio di informazione e di approfondimento giornalistico che sarà trasmesso su reti satellitari, analogiche e sul web”. Pandora vuole offrire una informazione libera e pluralista, vuole cercare di raddrizzare il “mondo alla rovescia” del giornalismo italiano, come lo ha definito il direttore Udo Gümpel.
E per far questo rifiuta padroni e committenti, e cerca il finanziamento direttamente dai suoi potenziali fruitori: i cittadini.
Tramite una quota di 100 o 250 euro ogni cittadino può contribuire a finanziare Pandora, e contemporaneamente riprendersi la propria voce. Pandora vuole dare voce a chi non ce l’ha – si legge nella presentazione.
Già 3.500 cittadini hanno aderito all’iniziativa e si sono costituiti gruppi locali per sostenere la nascita di Pandora.
Tra i primi firmatari dell’appello per una libera informazione, lanciato a marzo dall’Associazione Megachip, ci sono Giulietto Chiesa, Lucio Barletta, don Aldo Benevelli, Anna Maria Bianchi, Caparezza, don Andrea Gallo, Giuliano Giuliani, Gianni Minà, Diego Novelli, Moni Ovadia, Riccardo Petrella, Carlo Petrini, Franco Proietti, Lidia Ravera, Ennio Remondino, David Riondino, Francesco Sylos Labini, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Vauro, Elio Veltri, Dario Vergassola (la lista completa è sul sito di Pandora).
Per aderire e sottoscrivere l’appello basta registrarsi; in questo modo ci si iscriverà anche alla mailing list cui verranno inviate informazioni riguardo alle iniziative e agli appuntamenti.

Il mezzo scelto, la tv, è quasi d’obbligo per cercare di contrastare i due colossi nostrani: Mediaset e Rai. Sopprattutto tenendo conto del fatto che “30 milioni di italiani non comprano giornali né libri. Da dove ricavano la loro informazione, quella con cui vanno a votare?”, (si) domanda Giulietto Chiesa all’inizio del documentario promozionale. Se non si combatte con le stesse armi la battaglia per una informazione davvero tale è impossibile da avviare.
La libertà dell’informazione italiana è fatalmente compromessa dagli interessi di bottega e da quelli politici – che spesso coincidono. E il pluralismo è troppo spesso soltanto una parola svuotata di contenuto. O, come disegna Vauro, significa soltanto ripetere la stessa cosa in modi (e su canali) diversi.
Pandora intende raccontare la realtà, come ha commentato Lidia Ravera. Chi è interessato ad ascoltare una voce non imbavagliata e non stravolta dalla ossessiva attenzione al “non dare fastidio” può contribuire a finanziare Pandora.

(AgoraVox Italia, 17 settembre 2008)

venerdì 12 settembre 2008

Elective single embryo transfer

Astinenza

La British Fertility Society (BFS) e l’Association of Clinical Embryologists (ACE) hanno introdotto delle nuove linee guida per i trattamenti di riproduzione artificiale. Per arginare il rischio di gravidanza plurime si consiglia di trasferire un solo embrione – elective single embryo transfer (eSET) – soprattutto in donne giovani. Nell’articolo pubblicato sulla rivista “Human Fertility” (Elective Single Embryo Transfer: Guidelines for Practice British Fertility Society and Association of Clinical Embryologists, 02 september 2008) si dimostra come i trattamenti di riproduzione artificiale siano responsabili dell’aumento delle gravidanze plurime negli ultimi 25 anni.
Le gravidanze plurime sono rischiose e sono spesso associate alla mortalità neonatale o a complicanze dovute alla sofferenza fetale o alle nascite premature (scarso peso alla nascita; rischio di morte entro la prima settimana e di danni cerebrali quattro volte quello esistente nelle nascite singole). I rischi esistono anche per la madre, tanto durante la gravidanza che al parto. La politica europea è di ridurre il numero di embrioni da impiantare. Europea, esclusa l’Italia. Perché la legge 40/2004, in Italia, impone di trasferire contemporaneamente i 3 embrioni prodotti. Impedendo, inoltre, di crioconservarne (i 3 embrioni sono anche il numero massimo di embrioni che è lecito produrre, e non è possibile scegliere di impiantarne in numero inferiore; producendone soltanto uno o due per sottrarsi al rischio di gravidanze plurime si riduce drasticamente la percentuale di successo).
Il documento ha lo scopo di fornire delle linee guida per l’Inghilterra – linee guida che lasciano lo spazio per una valutazione caso per caso e la piena libertà di scelta. Il dibattito è complesso e in corso, ma è possibile perché non esiste una legge, come quella italiana, che ha la pretesa di decidere per ogni donna e che non lascia alcuno spazio a possibilità diverse dall’impianto contemporaneo dei 3 embrioni e dal divieto di produrne in numero maggiore per poterli crioconservare e destinare ad un secondo tentativo (risparmiando alla donna una seconda stimolazione ormonale e un ulteriore prelievo chirurgico degli ovociti).
Anche sulla riproduzione artificiale, e soprattutto sulla salute delle donne che devono ricorrere a questa tecnica, l’Italia dimostra arretratezza e disinteresse per la salute dei suoi cittadini.

AgoraVox Italia, 12 settembre 2008

giovedì 11 settembre 2008

La pornografia necessaria (?) su Eluana Englaro

Solitudine
Il confine tra una dettagliata descrizione e la pornografia può essere labile, e un corpo ostentato (seppure a parole) è più potente di molte descrizioni impersonali.
Un giorno nella stanza di Eluana (la Repubblica, 10 settembre 2008) è solo l’ultima violazione della sua vita – o di ciò che ne resta, ormai un involucro incosciente. Una bambola di pezza in balia degli altri.
Quanto sta accadendo ad Eluana ricordal’autopsia dell’esistenza di una vittima per cercarne il colpevole: rovistando negli oggetti e nella sua vita personale si compie un secondo omicidio. Certo necessario, ma ugualmente odioso. Certo senza che il diretto interessato ne sia consapevole (anche nel caso di Eluana la ragazza non può accorgersi di quanto accade intorno a lei), ma ugualmente sgraziato.
L’attardarsi su dettagli personali e la dolente descrizione della sua “giornata” provocano sgomento, uno sgomento composto e rabbioso. Composto, forse, perché consapevole della “necessità” di un simile scempio.
Non basta elencare le condizioni di quanti si trovano in condizioni simili; non basta spiegare in cosa consiste lo stato vegetativo e quali siano le conseguenze – non basta perché per rendere un pugno allo stomaco una fredda descrizione ci vuole il caso umano, bisogna rendere carne e ossa le parole che annoiano in fretta. Non basta, evidentemente, perché troppo spesso si continua a dire e a scrivere che Eluana è in “coma”. O si giura che Eluana reagisce quando la si chiama.
Sebbene si comprenda pienamente l’intento di questa descrizione così prossima ad una fotografia, l’amarezza e l’ossessiva domanda sulla inevitabilità permangono e diventano sempre più insistenti ad ogni parola.

AgoraVox Italia, 11 settembre 2008

martedì 9 settembre 2008

Ida Magli e l’ordine segreto ma inderogabile sui trapianti

In your eyes...
Gli esseri umani devono avere una qualche passione per l’orrido – lo scriveva Lucano nella sua Pharsalia e la televisione italiana lo conferma ora dopo ora.
Gli essere umani, poi, hanno anche una spiccata tendenza alla negazione delle banali verità e barattano spesso l’attrazione per ciò che è ripugnante con il dovere di informarsi.
Dopo questa premessa necessaria passiamo all’argomento del giorno.
Due o tre cose che nessuno dice sui trapianti titola su Il Giornale un ignoto (a me) titolista per la riflessione di Ida Magli sui trapianti e sulla morte cerebrale (8 settembre 2008). E siccome la curiosità è un altro umano vizio è difficile resistere dal leggere per intero la rivelazione delle suddette due o tre cose.
L’incipit è degno di un thriller complottista in cui un piccolo gruppo paranoico e con deliri di onnipotenza cela alla ingenua (per non dire tonta) massa verità atroci, scempi inenarrabili. Tutto a discapito della massa ignara, spinta nell’angolo della privazione di cervello – non solo in senso metaforico.
“Nella questione dei trapianti i punti controversi sono talmente gravi e numerosi che non si finirebbe più di parlarne anche se la discussione fosse ammessa; in realtà, invece, esiste un ordine segreto ma inderogabile (sic) che vieta qualsiasi informazione sull’argomento, salvo qualche compiaciuta notizia che viene data su casi straordinari tesi a meravigliare l’opinione pubblica e a incitarla a mettere a disposizione senza remore tutti i corpi, quello proprio e quello dei familiari”.
Viene il dubbio che questa sia la prima cosa da sapere e che nessuno dice, e infatti subito dopo Magli scrive: “Questo è il primo dato sul quale bisogna riflettere: perché le istituzioni vogliono a tutti i costi incrementare la pratica dei trapianti e hanno impostato fin dall’inizio una campagna pubblicitaria indirizzata a convincere i sudditi in modo che non li sfiori neanche il minimo indizio negativo?”. L’inferenza scivola via, ma è piuttosto grave se le si dedica qualche minuto.
Ammesso anche che le istituzioni tramino nell’ombra – come in qualsiasi complotto che si rispetti – per estirpare i nostri organi da un corpo che lo Stato espropria (e perché non specificare “quando è ancora caldo e pulsante di vita” per aggiungere quel tratto pulp che non sta mai male); ammesso che si servano di una campagna pubblicitaria (dopo la spedizione del famoso cartellino donatore/non donatore e a parte qualche iniziativa a favore della donazione degli organi, le campagne pubblicitarie martellanti e ossessive sono ben altre); ammesso che ci sia un interesse economico (e un po’ pornografico nell’impadronirsi dei nostri involucri); insomma ammesso tutto questo panorama da Arlington Road la considerazione che dimostra di avere Magli verso i suoi compaesani è sconfortante. Sudditi, li chiama sudditi. Ci chiama sudditi. Non è solo un moto di orgoglio che ci fa inorridire, ma le conseguenze di tale definizione. Conseguenze che, come spesso accade nelle moderne Cassandre, non vengono messe sul piatto, ma scansate come un fastidioso ronzio logico.
Se siamo sudditi, se davvero lo siamo, allora il complotto dei trapianti ci dovrebbe far sorridere rispetto agli scenari politici che si dovrebbero delineare. O descrivere, perché se siamo sudditi è tutto già successo. Risparmiamo i soldi per le elezioni, per le discussioni, per la scuola pubblica (che abbiano già cominciato?). I sudditi non meritano tanta attenzione. Date loro un sovrano, e questo farà di loro schiavi felici. In fondo non è detto che l’insanabile contraddizione tra libertà e felicità debba essere risolta a favore della prima. No, non è proprio detto.

Il passo successivo dimostra – se ce ne fosse bisogno – che la logica è un orpello superfluo per Ida Magli: “continuano a non fare scalpore neanche oggi le notizie che pure si susseguono ogni giorno sul crimine più infame che l’umanità abbia mai compiuto: bambini, bambine, ragazze, rapiti e uccisi per rifornire di organi palpitanti il mercato dei trapianti. Per non parlare degli adulti, povere donne soprattutto, che in India vendono un rene per pochi dollari (condannandosi così a una morte precoce per l’impossibilità di sopravvivere con un solo rene alle gravidanze). Come mai nessuno inorridisce?”.
Cosa c’entra? Che cosa diavolo c’entra (sarebbe come criticare gli amori perché esistono i traditori; o meglio: come criticare la luce elettrica perché mia zia è morta di polmonite)? Dovremmo entrare nel merito della regolamentazione degli organi, ma abbiamo già abbastanza guai senza aggiungerne altri. Tra questi l’assurda affermazione che non si possa portare avanti una gravidanza con un solo rene: sarebbe bastato chiedere al proprio ginecologo. Ce l’avrà una ginecologo Ida Magli?
Qui basti sottolineare che rapire e uccidere (qualunque sia la ragione) sono azioni moralmente riprovevoli; ma che non sono una conseguenza necessaria del permettere il prelievo di organi da un essere umano morto cerebralmente e che vi abbia acconsentito.
Ed eccoci arrivati al cuore dello scandalo e all’apice del complotto – che coinvolge addirittura Karol Wojtila (perché, poi, sia lui ad essere nominato e non i medici è un mistero): la morte cerebrale.
“Perché la Chiesa, perché Karol Wojtyla ha dato il massimo impulso alla pratica dei trapianti presiedendo il Convegno organizzato appositamente al Gemelli? È stato in quella occasione che Wojtyla ha messo la parola fine a ogni discussione”.
La domanda è questa per Ida Magli: perché Wojtyla ha acconsentito (la ragione è molto prosaica, ma non è la risposta ad essere interessante; bensì la domanda di Magli). E si capisce, perché subito dopo si scopre l’effetto più grave, che poco ha a che fare con i poveri sudditi deprivati anche dei loro organi.
“Togliendo qualsiasi significato trascendente alla morte, la Chiesa ha compiuto un errore gravissimo, forse irreparabile. È sulla «morte» che sono state create le religioni, sull’al di là della morte che si fonda l’idea di Dio. Il trapianto di organi, nella sua brutale concretezza, ha tolto qualsiasi sacralità alla morte; e ha cancellato la trascendenza presente, con il suo immenso mistero, nel corpo del defunto. Ci si lamenta del «materialismo» del nostro tempo: l’utilizzazione come pezzi di ricambio dei corpi degli altri ne è la massima prova. Nessun materialismo può andare più in là di così. Né lo si camuffi con la terminologia del «dono»: il soggetto agente è quello che «ti pensa» come pezzo di ricambio, che «ti vede» come pezzo di ricambio, che ti utilizza come pezzo di ricambio”.
Su una questione non si può darle torto. Al mistero della resurrezione, già di per sé insondabile, si aggiunge un dettaglio: come potremo risorgere senza cuore? Come ce ne andremo in giro senza cornee e senza reni e senza fegato? Peccato che il cervello non si possa trapiantare.

(Persona e Danno, 9 settembre 2008)

mercoledì 3 settembre 2008

Food Porn

DNews, 3 settembre 2008

L’ossessione di scattare fotografie

Sul sito Food Porn (www.foodporn.com) ci sono molte sezioni tematiche, tra le quali una “hard core” e una “self pleasure”: ma non bisogna pensare male. Ci sono le fotografie – molte di funghi – e alcune ricette. E un link ad un sito in cui comprare tazze, magliette o canottiere con il cibo preferito in bella mostra (www.cafepress.com/foodporn).
Slash Food (www.slashfood.com/) ha la struttura cronologica di un blog ed è ricco di informazioni.
TasteSpotting (www.tastespotting.com/), sito nato nel gennaio del 2007, propone forse le fotografie più belle. O, come la definiscono, una collezione “ossessiva e compulsiva” di immagini che rimandano ad oggetti deliziosi.
C’è anche un gruppo su Flickr, social network di fotografie, che conta circa 11.500 membri e quasi 180.000 fotografie. Tutte all’insegna della rappresentazione di quel tempo che precede il morso, quel tempo dedicato ad assaporare l’attesa piuttosto che il cibo stesso. Proprio come l’attesa di un amore era un cardine dell’amore occidentale.

(DNews, 3 settembre 2008)

I piaceri della carne tra cibo e sesso

Guinness as usual
Il rapporto tra sesso e cibo è profondo e vecchio come il mondo. Per chi crede ad un certo inizio del mondo lo è anche in senso letterale: è addirittura complice della cacciata dal paradiso terrestre. Certo la mela, ammesso che davvero di mela si parlasse, è simbolica, ma è pur sempre stato scelto un simbolo gastronomico. Non resistere ad una tentazione del palato insinua il dubbio che anche le tentazioni carnali siano difficili da contrastare per l’edonista. Il denominatore comune è il piacere che il cibo e il sesso suscitano e al quale non si vuole rinunciare, anche a costo di conseguenze sgradevoli. Piacere “affinato” dall’evoluzione: sfamarsi e riprodursi sono condizioni fondamentali per la stessa sopravvivenza. La mera necessità convive con altri significati, sempre più complessi e legati al desiderio, tanto più predominanti quanto più i bisogni primari sono soddisfatti.
E se la gola e la lussuria sono peccati affini, l’astinenza dal cibo spesso coincide con l’astinenza dal sesso.
Dai tempi della mela il panorama si è ampliato: dai numerosi cibi afrodisiaci ai giochi culinari erotici è frequente che il cibo sia collegato al sesso – “tu potresti suonare il piano, mentre io spalmo la maionese / potrei spalmartene un po’ sul collo, e leccandoti far tremare Bach”, cantava Luca Carboni in “Vieni a vivere con me”.
Se a questi due ingredienti si aggiunge l’ironia e le fotografie ecco delinearsi una nuova moda: il Food Porn. Una vera e propria cultura gastropornografica celebrata in siti, social networks, blogs e live journals.
La filosofia del Porn Food non è monolitica, ma eterogenea e duttile, sebbene accomunata da una iconografia predominante. Dal piacere visivo e dall’esaltazione estetica, fino alla dimostrazione di saper resistere. Non solo il piacere degli occhi insomma: c’è anche una vena di sfida, una dimostrazione di essere capaci di rimandare la soddisfazione – anche per un tempo indefinitivamente lungo. Fino alla sostituzione del cibo con la sua rappresentazione.
Difficile, però, trovare una differenza rilevante rispetto ai documentari stile Gambero Rosso, che di certo non si definiscono “pornografici”. Il voyeurismo culinario è solo superficialmente attenuato dalla scusa di insegnare le ricette: chi è riuscito mai a mettere in pratica quei manicaretti complicati come una combinazione di una cassaforte? La pornogastronomia è, a pensarci bene, una moda quasi retro.

(DNews, 3 settembre 2008; foto “Guinness as usual”)

martedì 2 settembre 2008

(Capire tu non puoi) / tu chiamalo su vuoi ostracismo

Butt
Sembrerebbe uno scherzo di pessimo gusto, invece il “numero verde anticlandestini” è l’ultima trovata di Tiziana Sala, sindaco leghista di Cantù (Numero verde anticlandestini: “Quello lì non ha il permesso” , Stranieri in Italia (ancora per poco, verrebbe da aggiungere), 1 settembre 2008).

Se vedi un clandestino per strada (come si riconosce un clandestino? chi sarà il Lombroso degli immigrati irregolari?) puoi chiamare il numero 031717411 e segnalare la sua presenza.
“Un clandestino passeggia nella mia città”; oppure “sicuramente il nuovo cameriere di X non è in regola!”.
La polizia è pronta a intervenire e a rimediare alla intollerabile presenza. “Chi vorrà segnalare, anche in forma anonima, la presenza di immigrati irregolari, dovrà semplicemente alzare la cornetta e chiedere l’intervento della polizia locale. Quest’ultima, avrà anche una task force di vigili specializzata su norme e procedure che regolano la vita degli stranieri in Italia” – e menomale che almeno è specializzata su norme e procedure!
In un miscuglio di delazione e pornografia, la ridente Cantù è orgogliosa di questo nuovo ostracismo? Oppure c’è qualcuno che è schifato?
Tiziana Sala rassicura i più sospettosi: “Delazione? La definirei piuttosto partecipazione. [A Cantù ci sono] troppi immobili affittati a clandestini”, e “questo è un reato da perseguire”. (Il corsivo è mio).
Ci sono anche dei premi a punti?
Vorrei essere un clandestino anche io. Ora chiamo e mi autodenuncio (sarà prevista l’autodenuncia?). Per favore fate tutti come me.

(Persona e Danno, 2 settembre 2008)