domenica 31 agosto 2008

Umberto Bossi, Eluana Englaro, il coma e la speranza (ultima a morire)

Guardia svizzera
“Difficile arrivare ad una legge” dice Umberto Bossi (Bossi: «Capisco i genitori delle persone in coma. Anch’io pensai al peggio», Il Corriere della Sera, 31 agosto 2008). E come dargli torto se è difficile anche arrivare ad usare correttamente la lingua italiana? Non è mica una polemica tra l’Arno e la Padania, per carità. Ma l’approssimazione del senatùr aggiunta a quella del cronista e del titolista non può che provocare risultati disastrosi.
Attacca il pezzo de Il Corriere della Sera:
Umberto Bossi ha vissuto in prima persona la malattia e non si sottrae, quindi, quando gli viene chiesto di spiegare il suo punto di vista sul caso di Eluana Englaro, la giovane comasca in coma da 12 anni per la quale, da tempo, la famiglia chiede con forza il diritto a una morte dignitosa. Ma sull’eutanasia, secondo il leader leghista, «in Italia sarà molto difficile arrivare a una soluzione legislativa, almeno per adesso».
A parte i risvolti comici (vivere il proprio coma, ovvero averne in qualche misura consapevolezza; quand’è che Bossi ha pensato «al peggio»? Durante? Dopo?) che lasciamo da parte e affidiamo al mistero della medicina (per chi lo desidera al mistero della fede), Eluana Englaro non è in coma.
Perché è tanto difficile capirlo? Eluana è in una condizione di stato vegetativo.
Umberto Bossi non si è mai trovato in una condizione paragonabile a quella di Eluana Englaro: come si dice?, non l’avrebbe raccontato.
Seconda questione: la famiglia Englaro non sta chiedendo l’eutanasia, ma la possibilità di sospendere i trattamenti che la mantengono in vita. Si sta chiedendo ciò che ognuno di noi può (potrebbe) chiedere e pretendere: di non essere sottoposto obbligatoriamente e contro la propria volontà a determinati trattamenti.
Eluana non può difendere il proprio diritto di scelta; la famiglia sta cercando di farlo al suo posto, sta cercando di far rispettare le volontà della ragazza.

Ma il pasticcio è confezionato: Eluana è in coma; anche Bossi era in coma, e voleva disperarsi ma non lo ha fatto («La speranza, fortunatamente, è sempre l’ultima ad andarsene», conclude apoditticamente l’intervista Bossi), e allora perché rassegnarsi? Perché smettere di sperare che Eluana possa risvegliarsi e rilasciare una intervista a Gente?
Gli unici ad essere sul punto di rassegnarsi sono quanti si aspettano un minimo di ragionevolezza e di onestà nel parlare e nello scrivere.

(Persona e Danno, 31 agosto 2008)

giovedì 28 agosto 2008

Giornalismo o catechismo?

La storia è una storia a lieto fine: una coppia, Manuela e Massimo, vogliono dei figli (La cicogna porta 3 gemelli a una mamma talassemica, La Nuova Sardegna, 28 agosto 2008, di Silvia Sanna). Lei è talassemica: ricorrono alla riproduzione artificiale.

In casi del genere sarebbe consigliabile ricorrere alla diagnosi genetica di preimpianto che in Italia è vietata. Tanto per ripetere fino all’ossessione l’assurdità del divieto indigeno: la diagnosi genetica di preimpianto offre – offrirebbe – a quanti sono in condizioni simili a quella di Manuela la possibilità di non trasmettere la patologia al nascituro. Ma in Italia è stata vietata con la legge 40, poi le nuove Linee Guida hanno aperto una claustrofobica e controversa finestra; ma questa è un’altra storia. Nel pezzo di questo non si parla perché ci sono questioni più importanti e rimedi più efficaci.

Nascono 3 gemelli: devono stare un mese in incubatrice.
A lasciare sbigottiti è la ricostruzione del “viaggio della speranza” compiuto da Manuela e Massimo. Scrive Sanna:
non a spasso nei corridoi di prestigiose cliniche all’estero, semplicemente là dove ti guida l’istinto quando hai un favore importante da chiedere. Manuela e Massimo scelgono la Spagna e lei fa un voto alla Madonna della Moreneta. La Madonna nera di Montserrat deve avere ascoltato e preso nota delle sue preghiere, così oggi la prima dei tre gemelli si chiama Morena Maria. Ma c’era da ringraziare anche la santa Maria Francesca di Napoli, «quella delle gravidanze impossibili», - raccontano Massimo e Manuela. Ecco allora Francesco.
Beatrice, la terza, non ha preghiere o promesse alle spalle, ma ha un nome beneaugurante: dal latino beatrix, colei che dona la felicità.
Ognuno è libero di credere a ciò che vuole, anche alle ipotesi più inverosimili (sarebbe stato interessante mettere alla prova la fiducia nei miracoli qualora i gemelli fossero nati neri...). Sarebbe però augurabile che un giornalista non si limitasse a riportare soltanto una credenza eliminando i problemi medici e i rischi della vicenda. Lasciar intendere che se fai un voto alla Madonna il tuo desiderio di avere un figlio sarà coronato dal successo (e che se ti concentri eviterai anche il rischio di trasmettergli la patologia) è quasi criminale.
Un pezzo del genere non sfigurerebbe nelle pagine più retrive dell’Osservatore Romano. O in un articolo di Luca Volontè.
E non finisce qui: quando Sanna racconta che Manuela e Massimo hanno scelto di portare avanti la gravidanza trigemellare (“il numero perfetto”) nonostante i medici li avessero avvisati dei rischi, questi rischi vengono liquidati e ridicolizzati riportando la risposta dei futuri genitori:
«Ci siamo detti che quando un viaggio è già iniziato non puoi lasciare qualcuno per strada. Loro erano partiti in tre, e in tre dovevano arrivare al traguardo». Un accenno ai rischi di aborto, alla possibile sofferenza fetale e alle conseguenze di una nascita prematura sarebbe stato doveroso.
Non basta un voto alla Madonna; e alimentare una simile credenza è scellerato. Alla oscena legge 40 si aggiungono le superstizioni. Chissà quando si ritireranno fuori le sanguisughe o la bile nera!

(Persona e Danno, 28 agosto 2008; foto: Madonnina)

Los Angeles Times


Tongue

Los Angeles Times


Gull's dinner

lunedì 11 agosto 2008

Speriamo di no

Speriamo di no

L’uso ambiguo della parola “vita”

Beppino Englaro ha deciso, anni fa, di rendere la sua battaglia pubblica per opporsi a quella ipocrisia molto italiana che suggerisce di agire nell’ombra. Ha deciso di rivendicare un diritto e di rifiutare quel pietismo che trasforma la libertà in una concessione bonaria del padrone. Dopo la decisione dei giudici di Milano chiede silenzio, chiede che la vicenda di Eluana torni ad essere privata.
Non vuole replicare alla oscena iniziativa de Il Foglio di deporre bottiglie d’acqua davanti al Duomo di Milano. Alla violenta e pornografica invadenza del Vaticano risponde che per lui conta la volontà della figlia, e che Eluana non avrebbe mai voluto essere costretta a sopravvivere in queste condizioni.
Prima di rispettare il desiderio della famiglia Englaro è utile commentare alcune delle affermazioni più assurde di questi ultimi giorni.
A cominciare dall’ambiguo uso di parole come “vita” e “morte”. Concetti precisi solo in apparenza, richiedono invece qualche precisazione. “Vita” andrebbe almeno distinta tra vita biologica e vita personale: è quest’ultima che proteggiamo e tuteliamo, non la mera vita biologica. Ed è un bene fino a quando il suo possessore la ritiene tale: costringere qualcuno a vivere “per il suo bene” è la più perfida delle contraddizioni. È proprio la differenza tra l’aspetto biologico e quello personale che permette di prelevare gli organi di un individuo, che è vivo ed è umano, quando è in morte cerebrale.
Alla morte intesa come morte complessiva dell’organismo si affianca la concezione della morte cerebrale, ovvero la concezione che il cervello sia l’organo principale (e condizione necessaria della coscienza) e che si possa distinguere tra una vita organica e una vita personale. Eluana non è morta cerebralmente, ma si trova in una condizione di mera vita biologica, simile ad una narcosi profonda irreversibile.
Ma nel dibattito questa differenza è stata ignorata, fino agli estremi dell’Associazione Scienza e Vita che ha affermato che la vita biologica “è sempre e comunque una vita personale”. Così come gli stessi che ieri chiedevano a gran voce la morte “naturale” - che non si capisce cosa voglia dire - oggi sembrano averla ignorata o dimenticata. Forse perché andrebbe a rinforzare la richiesta di sospendere quella nutrizione artificiale che tiene in vita Eluana? Forse perché permetterebbe alla ragazza di sottrarsi ad una sopravvivenza “artificiale” e, soprattutto, da lei non desiderata?
Sebbene in sordina, prosegue il disonesto e sciocco dibattito riguardo allo statuto della nutrizione e idratazione artificiali: trattamenti sanitari oppure no? Disonesto perché finalizzato a sottrarre la nutrizione e l’idratazione artificiali dall’esercizio della volontà del singolo (principio affermato dalla Costituzione come libertà di autodeterminazione in materia sanitaria). Sciocco perché non basta definire un trattamento come non medico per giustificarne l’imposizione. Anche riguardo ai trattamenti non sanitari è legittimo esercitare la propria volontà.
Un ennesimo esempio di incomprensione è l’affannosa testimonianza di dichiarazioni, dirette o indirette, contrarie o diverse: “io vivo bene con il sondino”, afferma Mario Melazzini, malato di Sla dal 2002, oppure: “io avrei scelto diversamente”. C’è un equivoco pericoloso, alimentato anche dalla mala fede: una legislazione liberale garantisce a ciascuno di scegliere secondo le proprie preferenze, senza costringere nessuno. La scelta che vale per Eluana non vale (e non è imposta!) per chi la pensa diversamente. Questo è il cuore stesso della libertà: lasciare alle persone la possibilità di scegliere. Sono proprio i sostenitori della sacralità della vita a voler imporre anche a chi non ci crede di sottostare a precetti stabiliti, a costringere tutti noi a subire questo “dono” della vita che in alcune circostanze si trasforma nella condanna alla più atroce delle ingiustizie.
Oggi, dopo 16 anni, dopo numerose sentenze, sarebbe augurabile seguire il consiglio del padre di Eluana: che ritorni una faccenda privata. Soprattutto se le parole sono usate a sproposito.

(Agenda Coscioni, 3, 8, agosto 2008)

sabato 9 agosto 2008

Che la vita segua il corso naturale

Il 9 luglio 2008 la Corte d’Appello di Milano (Prima Sezione Civile) ha pronunciato il decreto sul caso di Eluana Englaro. I giudici di Milano hanno autorizzato a sospendere la nutrizione artificiale. L’autorizzazione arriva dopo molti anni di battaglie legali ed accoglie la richiesta del padre e tutore Beppino Englaro. Il decreto ribadisce principi fondamentali e costituisce una lettura interessante sia per la vicenda specifica che in generale. A cominciare dall’affermazione della libertà di autodeterminazione terapeutica, principio garantito dalla nostra costituzione. Ogni persona ha la possibilità “non solo di scegliere tra le diverse possibilità o modalità di erogazione del trattamento medico, ma anche eventualmente di rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla in tutte le fasi della vita”. Questa possibilità, correlato del consenso informato, è il “fattore di legittimazione e fondamento del trattamento sanitario”. Inoltre “il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione terapeutica non può essere negato nemmeno nel caso in cui il soggetto adulto non sia più in grado di manifestare la propria volontà a causa del suo stato di totale incapacità”. Ciò può avvenire attraverso indicazione esplicite (le dichiarazioni di volontà anticipate) oppure “al posto dell’incapace è autorizzato ad esprimere tale scelta il suo legale rappresentante (tutore o amministratore di sostegno), che potrà chiedere anche l’interruzione dei trattamenti che tengano artificialmente in vita il rappresentato”. La libertà non può essere cancellata dalla forzatura del diritto alla vita che diventa una specie di dovere alla vita: “La Suprema Corte ha voluto dunque eliminare ogni possibile fraintendimento, respingendo la contraria concezione che considera il diritto alla salute o alla vita, in certo senso, come un’entità esterna all’uomo, che possa imporsi, in questa sua oggettivata, ipostatizzata autonomia, anche contro e a dispetto della volontà dell’uomo. [...] la prosecuzione della vita non può essere imposta a nessun malato, mediante trattamenti artificiali, quando il malato stesso liberamente decida di rifiutarli, nemmeno quando il malato versi in stato di assoluta incapacità” in base al principio di uguaglianza (articolo 3 della Costituzione). I giudici sottolineano che non stanno affermando “un diritto di morire”, ma piuttosto invitano a lasciare che “la vita segua il suo corso “naturale” fino alla morte senza interventi “artificiali” esterni quando essi siano più dannosi che utili per il malato, o non proporzionati, né da lui tollerabile". Dopo avere definito la nutrizione artificiale un trattamento medico, i giudici rispondono alle due condizioni necessarie per accettare la richiesta di sospensione dei trattamenti. La prima è l’irreversibilità della sua condizione - già stabilita in precedenza (“nessun recupero della vita cognitiva è ormai possibile”). La seconda è la presunta volontà di Eluana. Alla ricostruzione della personalità di Eluana sono dedicate molte pagine e molte testimonianze: del padre, della madre, della curatrice speciale, delle amiche di infanzia. Beppino Englaro dichiara che Eluana “non avrebbe sopportato di sopravvivere in condizioni tali da dover dipendere dall’altrui costante assistenza o tali da renderla un semplice oggetto sottoposto all’altrui volontà. [...] sarebbe stato per lei inconcepibile che qualcun altro potesse disporre della sua vita contro la sua volontà e le sue scelte”. Le tre amiche la descrivono come uno spirito libero. Raccontano che più volte Eluana aveva detto loro che non avrebbe mai tollerato di galleggiare in una esistenza soltanto biologica. I giudici considerano attendibili queste dichiarazioni e concordano che Eluana sceglierebbe, se potesse avere oggi una preferenza, di sospendere i trattamenti che la mantengono in vita. Un vita priva di qualunque coscienza e di possibilità di interagire, solo “un corpo sopravvissuto alla mente”.

(Agenda Coscioni, 3, 8, agosto 2008)

martedì 5 agosto 2008

Il problema dell’aborto. Tra libertà di scelta e diritto alla vita [1]

L’ostacolo principale alla moralità e alla legalità dell’aborto è rappresentato dalla personalità giuridica e morale dell’embrione e/o del feto.

Prima di entrare nel cuore della discussione è bene chiarire, almeno brevemente, i termini della questione: moralità; legalità; embrione; diritto alla vita; concetto di persona.

La morale ha a che fare con le questioni di valore: quando domando se X è morale o immorale quali strumenti ho per rispondere? Non gli strumenti scientifici o “tecnici” (come potrei fare se domandassi se X si trova sopra a quel tavolo: in questo caso posso andare a vedere e la proposizione sarà vero o falsa – lasciando da parte in questa sede i problemi riguardo all’esistenza della verità e alla definizione della scienza). Posso avvalermi degli strumenti argomentativi: una posizione morale sarà solida e ben argomentata (o fallace e malamente argomentata), ma non potrà mai essere vera in senso stretto. La morale ha una qualche legame con la legalità: morale e legale però non possono essere coincidenti (se X è immorale, X deve anche essere automaticamente illegale?). Il rifiuto di tale coincidenza implica il rifiuto del cosiddetto moralismo legale (X è vietato perché è immorale). Sono molti gli esempi che si potrebbero fare a sostegno della opportunità di non dichiarare fuori legge ciò che giudichiamo immorale – almeno in uno Stato che voglia definirsi liberale e laico, ovvero garante di valori diversi [2]. Non fare beneficenza o non essere educati possono essere considerate azioni immorali: ma saremmo disposti a imporre per legge di fare la beneficenza e di essere educati? O ancora: esistono alcuni che ritengono immorale (contro la propria morale) sposare persone appartenenti a razze diverse. Sebbene discutibile, finché è una posizione morale dovremmo essere disposti a lasciare che ognuno la pensi come preferisce. Osceno invece trasformare una tale credenza in una legge (come tristemente è accaduto).

Quali sono allora le condizioni necessarie per giustificare la coercizione legale? Il criterio del danno a terzi: uccidere, aggredire, torturare. Il danno a terzi costituisce la violazione di un diritto (alla vita, all’integrità) e la frustrazione di un interesse [3] (di non essere uccisi, aggrediti, torturati).

Il criterio del danno a terzi rifiuta anche il paternalismo legale: X è vietato per il tuo bene. Ognuno dovrebbe essere libero di decidere sul proprio corpo e sulla propria esistenza, ammesso che non vi sia anche un danno a terzi. Un esempio classico di paternalismo legale è rappresentato dal proibizionismo (si pensi al divieto di consumare alcol in nome della salute dei potenziali consumatori).

In base a questa premessa per vietare l’aborto (in Italia permesso dalla legge 194/1978) non basta dimostrarne l’immoralità. Dobbiamo dimostrare la presenza di un danno per l’embrione e/o il feto.

La domanda diventa: abortire costituisce la violazione del diritto alla vita dell’embrione e/o del feto?

1. L’embrione possiede il diritto alla vita?

Il termine ‘embrione’ può essere impiegato con il significato generico di organismo pluricellulare in sviluppo (sia di specie umana che di altre). Pertanto sul piano lessicale, ma non scientifico, anche lo zigote (ovvero la fase iniziale in cui si uniscono i due gameti sessuali) è un embrione. Lo sviluppo embrionale [4] attraversa le fasi di zigote, morula (dopo una settimana circa), blastocisti (impianto nell’utero). A partire dal quattordicesimo giorno dal concepimento si parla di embrione (prima si parla di pre-embrione: termine proposto dalla Commissione Warnock nel 1984 e riguardante gli embrioni prodotti in laboratorio [5]).

Fino alla fine della ottava settimana si parla di embrione. Con l’inizio della nona settimana si parla di feto (in corrispondenza della undicesima di gravidanza).

Il diritto alla vita viene attribuito elettivamente alle persone. In virtù delle proprietà che rendono un organismo una persona (il dibattito su alcuni animali, a ben guardare, riguarda proprio la possibilità di riscontrare i requisiti necessari e sufficienti per rilevare la presenza di una persona. The Great Ape Project muove proprio da queste premesse: “The idea is founded upon undeniable scientific proof that non-human great apes share more than genetically similar DNA with their human counterparts. They enjoy a rich emotional and cultural existence in which they experience emotions such as fear, anxiety and happiness. They share the intellectual capacity to create and use tools, learn and teach other languages. They remember their past and plan for their future. It is in recognition of these and other morally significant qualities that the Great Ape Project was founded” [6]).

La premessa fondamentale per cui è permesso prelevare gli organi da chi è in morte cerebrale (ovvero quando il sistema nervoso centrale è irrimediabilmente distrutto) sta nella possibilità di distinguere l’essere umano (come appartenente alla specie homo sapiens) dalla persona. Chi è morto cerebralmente è senza dubbio ancora un essere umano ma non è più una persona. Ad interessarci è la possibilità di affermare che un embrione non sia ancora una persona.

Accennare alla morte cerebrale offre l’occasione per far emergere la connessione tra l’attività mentale e la personalità. E, appunto, la distinzione tra persona ed essere umano (homo sapiens).

Il concetto di persona è un concetto morale. Ha a che fare con il mondo dei valori e non con il mondo della scienza. Nessuno strumento, per quanto potente, potrà rivelarci quando un organismo sia anche una persona o quando non lo sia più. Il significato di “persona” è sempre una scelta di ordine morale (stabilita la premessa che per rilevare la presenza di una persona è necessario rilevare X, lo strumento può aiutarci a capire se quella premessa è presente oppure no). Un ulteriore problema consiste nel fatto che i processi biologici sono continui e non presentano salti significativi dal punto di vista morale. (Al fine di illustrare la durezza, la convenzionalità e le inevitabili sbavature nel segnare un momento preciso di passaggio basti pensare a quanto stabilisce il Codice Civile, all’articolo 1, circa la capacità giuridica: la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita, e i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita. L’evento “nascita” non rappresenta un evento miracoloso dal punto di vista del feto: un giorno prima della nascita il feto è molto simile a come sarà alla nascita o un giorno dopo la nascita: ma il diritto ha bisogno di definizioni certe. Si veda oltre il cosiddetto problema della soglia).

La tradizione filosofica rileva come condizione necessaria una seppur minima capacità mentale (coscienza e autocoscienza) e la capacità mentale richiede la presenza del sistema nervoso, anche se con suo minimo grado di sviluppo: se accettiamo questa premessa durante le prime fasi dello sviluppo embrionale non possiamo attribuire personalità all’embrione. Sul fatto che lo zigote e l’embrione non posseggono uno sviluppo del sistema nervoso (fino al 14° giorno non vi sono nemmeno cellule neuronali) tale da consentire attività mentale c’è abbastanza accordo. Non è in virtù del possedere oggi un’attività mentale, infatti, che si basa la condanna dell’interruzione di gravidanza. Prima di affrontare due tra gli argomenti più usati per giudicare immorale l’aborto, vediamo cosa dice la legge italiana.

La legge 194/1978 consente l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni (articolo 4). Successivamente è permessa in caso di grave pericolo per la vita della donna oppure di grave pericolo per la salute psichica o fisica della donna (nel caso si riscontrino gravi patologie del nascituro).

E veniamo ai due argomenti (potenzialità e soglia), non prima di un breve chiarimento strumentale. Userò l’analogia al fine di mettere in evidenza un aspetto paragonabile in due situazioni differenti. Un po’ come fa la similitudine: “I tuoi occhi sono luminosi come stelle”. Non si vuole intendere, ovviamente, che i tuoi occhi siano stelle. Ma ci si sofferma sul carattere luminosità e si indagano le somiglianze e le differenze tra le stelle e i tuoi occhi – in questo caso proprio la somiglianza dei tuoi occhi alle stelle (se in questo esempio sembra superfluo esplicitarlo, in molte occasioni mi è capitato di ascoltare obiezioni che avevano la forma: “ma i miei occhi non sono stelle!”).

I due argomenti contro la moralità dell’aborto mirano a dimostrare che l’embrione sia una persona e quindi detentore di un diritto alla vita che sarebbe ingiusto recidere ricorrendo alla interruzione di gravidanza. Perché l’essere in vita, unico e irripetibile non basterebbe a condannare l’aborto. Così come non basterebbe l’appartenenza alla specie umana. Non sono requisiti sufficienti per essere una persona: anche un gamete è vivo, unico e appartiene alla specie umana, ma nessuno vorrebbe attribuirgli dei diritti, né il carattere di persona. Nelle fasi iniziali non si può nemmeno invocare la presenza di un individuo: fino al quattordicesimo giorno circa è possibile la divisione gemellare. Come si spiegherebbe la trasformazione da un individuo a due (o più) individui?

2. L’argomento della potenzialità

Secondo questo argomento l’embrione è potenzialmente una persona, quindi l’embrione è una persona. Una persona possiede il diritto alla vita, quindi anche l’embrione (che sarebbe persona in potenza) possiede il diritto alla vita.

L’argomento della potenzialità inferisce l’esistenza di diritti attuali da future proprietà.

La possibilità o la certezza che in futuro un organismo acquisisca determinate caratteristiche che non possiede allo stato attuale non ci giustifica però a trattarlo come se le avesse già acquisite.

Come ci invita a riflettere John Harris, ognuno di noi è potenzialmente morto: possiamo forse attribuirci oggi lo statuto di morti (condizione sicuramente vera domani)?

Il fatto che far derivare diritti attuali da future proprietà sia una mossa accettata esclusivamente nel dibattito che riguarda lo statuto embrionale sembra suggerire una certa disonestà di questa argomentazione. Basta l’esempio suddetto, infatti, a indicare qualche crepa argomentativa. Ma se ne potrebbero fare molti altri.

Un bambino di 8 anni possiede potenzialmente il diritto di voto che acquisirà a 18 anni. Accetteremmo di farlo votare oggi in base al fatto che tra 10 anni acquisirà quel diritto (diritto che acquisirà in seguito all’acquisizione di alcuni requisiti che sono presenti a 18 anni e non a 10 anni)?

3. L’argomento della soglia

Secondo l’argomento della soglia l’embrione è una persona perché non è possibile indicare un punto preciso in cui l’embrione (inteso come pre-persona) diventa persona.

La continuità dello sviluppo embrionale disattiverebbe la possibilità di individuare delle differenze tra il prima e il dopo.

Anche in questo caso la validità argomentativa sembra applicarsi soltanto per l’embrione. Proviamo ad applicare il medesimo ragionamento alla distinzione tra giovinezza ed età adulta. È impossibile additare il momento esatto in cui un ragazzo diventa adulto (si pensi alla convenzionalità e alla arbitrarietà del compimento del diciottesimo anno di età. E si pensi anche alla sua imprecisione: un ragazzo che abbia 18 anni meno 1 giorno non è diverso da quello che diventerà qualche ora più tardi).

Tuttavia non siamo disposti a rinunciare alla differenza concettuale tra la giovinezza e l’età adulta. Potrebbe essere saggio indicare una zona piuttosto che un punto esatto, ovvero a confessare una fase di incertezza. Ma è indubbio che esista una differenza tra la giovinezza e l’età adulta.

Un altro possibile esempio è costituito dall’alternarsi del giorno e della notte. Allo stesso modo è impossibile indicare il momento esatto in cui dalla notte si passa al giorno (e viceversa). Ma allo stesso modo non rinunciamo alla differenza tra il giorno e la notte perché non esiste un interruttore come nel caso della luce elettrica, ma un lento e graduale passaggio da una condizione ad un’altra.

4. Il violinista

Esiste poi un argomento concessivo molto celebre (proposto nel 1971 da Judith Jarvis Thomson, A Defense of Abortion, “Philosophy & Public Affaire”, Vol. 1, no. 1). Pur ammettendo la personalità dell’embrione Thomson intende affermare la legittimità dell’interruzione di gravidanza.

È l’argomento del violinista: come si risolve il conflitto tra i diritti di due persone (madre ed embrione)? E quali sono i diritti che si scontrano?

Il conflitto può avvenire tra il diritto alla vita dell’embrione e il diritto di scelta della madre: sembrerebbe ammissibile che il primo sia più forte del secondo. Se infatti il diritto di scegliere del proprio corpo e della propria esistenza è un diritto importante, il diritto alla vita appare verosimilmente più forte. Ma tale presunzione si rivela fallace. E l’esempio del violinista intende dimostrarlo.

Thomson ci invita ad immaginare il seguente scenario: una mattina ci svegliamo in un ospedale e ci ritroviamo collegati al sistema circolatorio di un famoso violinista malato perché i nostri reni servono a depurare il suo sangue. Scollegarsi significa ucciderlo. La sua insufficienza renale sarà guarita in nove mesi. Il violinista è una persona e gode del diritto alla vita. Noi abbiamo il diritto di scegliere di andarcene, ma la nostra scelta ucciderebbe il violinista. “Aspettate solo nove mesi e poi potrete scollegarvi”, ci sentiamo ripetere. Il diritto alla vita del violinista è davvero più forte del nostro diritto di scelta?

Se allo scenario suddetto si aggiunge un pericolo per la nostra salute o per la nostra stessa vita come effetto del collegamento ai reni del violinista (e quindi il conflitto diventa tra il diritto della madre alla vita e il diritto dell’embrione alla vita), è ancora più difficile giustificare il dovere morale di rimanere collegati al violinista.

Questo conflitto mette in luce la fallacia della pretesa di inferire la condanna dell’aborto dalla personalità dell’embrione e la complessità del diritto alla vita.

A volte il diritto alla vita di X implica l’uso di qualcosa su cui però X non può rivendicare un diritto (nell’esempio sono i nostri reni per il violinista: ha il diritto di farne uso?). Potrebbe essere una nostra scelta, ma mai un nostro dovere [7].

L’esempio di Thomson su Henry Fonda illustra il carattere di pretesa nel rivendicare qualcosa a qualcuno in nome del nostro diritto alla vita: “Se giaccio mortalmente malata – sostiene Thomson – e la sola cosa che può salvarmi è il tocco della fredda mano di Henry Fonda sulla mia fronte febbricitante, nondimeno non ho il diritto di ricevere il tocco della fredda mano di Henry Fonda sulla mia fronte febbricitante. Sarebbe estremamente gentile da parte sua volare dalla West Coast per questo”.

Per concludere questa breve trattazione vorrei accennare ad alcune conseguenze dell’attribuzione di diritti all’embrione. Innanzitutto il rischio di criminalizzare la gravidanza. Ogni azione potrebbe essere potenzialmente dannosa per l’embrione: continuare a lavorare, guidare, avere una discussione animata, avere rapporti sessuali. Dallo stile di vita all’alimentazione (compresa la possibilità e la qualità delle cure prenatali) ogni scelta compiuta durante la gravidanza potrebbe essere “a rischio” (di reato). Regolare questo rischio tramite una legge potrebbe diventare una forma intollerabile di abuso (oltre ad essere difficile stilare un elenco di comportamenti vietati con le relative pene). Lo scenario sembra troppo ipotetico, ma in realtà esistono già leggi ispirate alla criminalizzazione della gravidanza e gli effetti sono drammatici. Nel 2001 negli Stati Uniti una legge federale equipara l’embrione alle persone. La Unborn Victims of Violence Act [8] parla, dal concepimento in poi, di unborn child (ove l’accento è sul sostantivo e l’aggettivo unborn non intacca nulla dello statuto di bambino a partire dall’unione dei due gameti, quindi di persona).

Lo scopo nobile (proteggere il nascituro nel caso di aggressioni contro una donna incinta) implica conseguenze gravi. Solo per fare un esempio: nel 2001 in South Carolina Regina McNight è condannata a 12 anni di carcere per omicidio.

Aveva partorito un bambino morto. McNight aveva fumato crack durante la gravidanza, ma nessun medico era stato in grado di dimostrare che fosse la causa della morte del neonato (spesso è molto difficile stabilire la causa dei decessi fetali). Il South Carolina è uno degli Stati che stanzia meno fondi per i programmi di disintossicazione e la prevenzione delle tossicodipendenze, ma spenderà circa 300.000 dollari per la lunga detenzione di Regina McKnight. Il South Carolina, e così anche molti altri Stati e molti difensori nostrani della sacralità della vita, è poco interessato alle cure pre e postatali, così come agli aiuti all’infanzia e ai genitori in difficoltà. Sembra che l’embrione sia sacro soltanto dal concepimento al parto.

Un’altra inevitabile conseguenza è rappresentata dagli aborti clandestini (giusto una precisazione: l’esistenza, o l’incremento, degli aborti clandestini non può rappresentare un argomento a favore della liceità e della legalità dell’aborto. Proprio come l’esistenza dei furti non potrebbe essere un argomento a favore della depenalizzazione dei furti: “dal momento che i furti esistono, e il ladro potrebbe subire qualche sgradevole conseguenze, allora aboliamo il reato di furto”. Il discorso sugli aborti clandestini è parallelo, o successivo, agli argomenti a favore della legalità dell’interruzione di gravidanza). Ebbene, secondo le stime della Fondazione International Planned Parenthood (2006) 19 milioni di donne e ragazze nel mondo avrebbero rischiato in quell’anno un aborto non sicuro; più di 70.000 sono le donne che moriranno di tali aborti. Ogni anno. Tutti gli anni.


Note
[1] Questo intervento è stato discusso in occasione dell’incontro “Il problema dell’aborto tra libertà di scelta e diritto alla vita” tenutosi a Palermo il 14 dicembre 2007 per il Ciclo di incontri di Bioetica dell’Associazione Thomas International.

[2] In altre parole di quel relativismo morale tanto vituperato e che altro non è che la possibilità di avere preferenze diverse senza che queste danneggino nessuno (ad esempio, sposarsi o non sposarsi; curarsi o non curarsi; credere nel Dio cattolico o in un altro Dio o in nessun Dio; e così via). È bene anche ricordare che l’alternativa al relativismo morale è il dogmatismo o l’assolutismo.

[3] Non ho modo di dilungarmi in questa sede sul principio del danno a terzi. Rimando alla tetralogia di Joel Feinberg (The Moral Limits of the Criminal Law, voll. 1-4; 1985, 1986, 1986 e 1988; New York, Oxford University Press).

[4] Ringrazio Antonino Forabosco per le precisazioni sulle fasi dello sviluppo embrionale.

[5] La sperimentazione embrionale è consentita sui pre-embrioni.

[6] http://www.greatapeproject.org/

[7] Thomson si dilunga su molti particolari come la volontarietà della gravidanza. Si veda http://spot.colorado.edu/~heathwoo/Phil160,Fall02/thomson.htm

[8] http://news.findlaw.com/hdocs/docs/abortion/unbornbill32504.html

(Questioni di Bioetica, 6, maggio 2008)

venerdì 1 agosto 2008

Rocco (Buttiglione) e i suoi fratelli

Eppure, proprio ieri, Rocco Buttiglione ha dichiarato che Eluana potrebbe anche svegliarsi da un momento all’altro...

Diciamo che Buttiglione crede e confida nei miracoli. Una cosa del tutto legittima quando avviene privatamente, ma che diventa grottesca e ridicola quando si parla pubblicamente e quando si ha la responsabilità di legiferare. Tutti i medici hanno affermato che le probabilità che Eluana possa uscire dallo stato vegetativo sono infitesimali. Non si parla di impossibilità perché la medicina, al contrario della religione, preferisce esprimersi in termini probabilistici.
(Una delle domande che mi ha fatto Davide Varì, «Vogliono decidere l’esistenza dei cittadini», Liberazione, 1 agosto 2008; pdf)

Il bambù, l’eleganza di un legno modesto


Se nomini il bambù ad un occidentale gli verranno in mente i chopstick che riceve al ristorante cinese e che spesso sono complici delle patacche sui vestiti dei vicini di tavolo; e che altrettanto frequentemente vengono sostituiti da una indigena forchetta. Oppure evocherà quei tavolini che si trovano nelle case al mare delle vecchie zie, insieme ad un vago odore di chiuso e al timore di appoggiarvisi per non romperli. I più animalisti penseranno ai boschetti di cui si cibano i panda giganti.
Invece il bambù è un materiale prezioso ed estremamente versatile.
Non è solo una valida alternativa al legno, ma ha delle caratteristiche che lo rendono addirittura preferibile. È duttile, leggero, bello e ecologicamente sostenibile. Perché cresce molto velocemente: alcune specie superano il metro di altezza in un solo giorno. Non impoverisce il terreno da cui viene estirpato – a condizione di eliminare i rizomi e tutti i nuovi getti. Ne esistono quasi cento generi diversi e oltre mille varietà: dai pochi centimetri che lo fanno assomigliare a un bonsai ai quaranta metri con velleità da sequoia. Per essere precisi non è un albero, ma una pianta che appartiene alla famiglia delle Graminaceae, sempreverdi e robuste. Il fusto cilindrico e il suo colore brillante rendono il bambù indimenticabile. Cresce spontaneamente nel mondo tropicale e nelle zone con climi temperati. E ci si può fare di tutto: dai piatti agli strumenti musicali; dal materiale di costruzione alla carta; dai lampadari alle sedie. Addirittura la Asus ha costruito un EcoBook: un computer portatile rivestito con un pannello di bambù, biodegradabile e sostituibile in caso di danneggiamento oltre che molto insolito. Alcune specie vengono usate a scopo alimentare e altre “diventano” creme e lozioni: la linfa è ricca di amminoacidi, vitamine e sali minerali che sono la felicità della pelle secca e dei capelli sfibrati.
E in effetti le popolazioni dell’Asia, dell’Africa e del Sud America da secoli sfruttano le sue qualità: il mondo occidentale sta cercando di rimediare al tempo perduto.
Senza giungere alla assolutezza della Great (Bamboo) Wall dell’architetto giapponese Kengo Kuma, una villa interamente costruita in bambù a Bejiing, Cina, le proprietà del bambù hanno sedotto molti designer e amanti dell’ambiente.
Nel 2004 Anthony Marschak ha fondato Modern Bamboo, azienda americana che produce molti oggetti di design in bambù. Tavoli e sedie hanno la caratteristica trama a listelli. La loro filosofia è fondata sulla bellezza e sul rispetto ambientale.
Propellor Design, studio di design sostenibile con sede a Vancouver, si spinge fino agli oggetti più piccoli: come Calvino, un grappolo di 7 lampadari che possono essere moltiplicati a piacere e hanno il colore del miele.
E Branch produce in bambù posate (anche specifiche per bambini), piatti e sottobicchieri. Negozio on line di San Francisco, si ispira a tre principi: i materiali e la lavorazione non devono essere dannosi per l’ambiente; i lavoratori devono essere protetti e garantiti nei loro diritti e nella loro sicurezza.
Spostandosi in Olanda, anche lo studio di Tejo Remy e Rene Veenhuizen usa materiali rispettosi dell’ambiente e ne ricicla di vecchi per fare tappeti e poltroncine. C’è anche il bambù: una sedia disegnata da Rene Veenhuizen è realizzata da listelli intrecciati. Come Lotte van Laatum, giovane disegner di Utrecht, che ha disegnato una sedia e l’ha chiamata Kaguya-hime, dal nome di una minuscola e splendente principessa della mitologia giapponese. Un vecchio tagliabambù senza figli la trova all’interno di un fusto reciso; la porta a casa e la alleva insieme a sua moglie. La piccola diventa una bellissima donna. Corteggiata dai più nobili giovani, tra cui l’imperatore Mikado, dopo tre anni la fanciulla torna sulla luna, la sua terra originaria.


Attenzione ai costi dei pezzi “firmati”
Le caratteristiche del bambù lo rendono affascinante e possono risvegliare l’animo consumistico assopito dal caldo dell’estate. E qui arrivano le note dolenti. Perché il listino prezzi non è “friendly” come il bambù nei confronti dell’ambiente.
Spring chair, la sinuosa sedia realizzata da Modern Bamboo, costa tra i 690 e i 710 dollari. Amuse, un imponente tavolo tutto d’un pezzo, arriva a 3500-4500 dollari.
Tuttavia, a pensarci bene, la colpa è del design, e non del bambù! In effetti la famosa sedia basculante di Le Corbusier in cuoio su uno scheletro di alluminio, arriva a costare circa 700 euro (in cavallino 750 euro) e la poltroncina Ghost di Philippe Starck – quella trasparente, in polycarbonato e prodotta da Kartell con un unico stampo – costa oltre 200 euro.
Il tavolo Husser di Frank Lloyd Wright in ciliegio va dai 5250 ai 5500 euro. Il tavolo da pranzo in alluminio cromato, disegnato da Marino Rossato per Kappaventotto, arriva a costare fino a 3450 euro.
I prodotti in bambù di Branch sono molto più abbordabili, non solo in termini assoluti: un set di 8 piatti biodegradabili nel giro di 4-6 mesi costa dai 7 ai 13 dollari – a seconda della grandezza. Comprandone 100 si risparmia: da 65 a 128 dollari. Un vassoio da portata costa circa 40 dollari.
Un set costituito da un coltello, una forchetta e un cucchiaio solo 8 dollari. Molto più convenienti dei prodotti tradizionali.
Un servizio “buono” di Richard Ginori da 40 pezzi non costa meno di 500 euro e può arrivare ad oltre 2.500 euro. Il vassoio Mao-Mao, di forma rettangolare in acciaio colorato e disegnato da Massimiliano Fuksas e Doriana O. Mandrelli per Alessi, costa oltre 200 euro. Le posate in acciaio Sambonet, modello Hannah, costano dai 25 ai 50 euro per un posto tavola. Meglio imparare a mangiare con i chopstick...