lunedì 21 luglio 2008

Quanta ignoranza nei commenti su Eluana Englaro

Peccato che l’abitudine di commentare e giudicare sia spesso orfana di una condizione necessaria: sapere cosa si sta commentando e giudicando.
Le reazioni alla decisione dei giudici di Milano sono state caratterizzate da ambiguità terminologiche e concettuali, a cominciare dall’agitare il fantasma dell’eutanasia.
Eutanasia che ritroviamo nel titolo dell’ennesimo articolo approssimativo e ignorante (ELUANA/Il caso arriva all’Ue: la magistratura non può decidere per l’eutanasia, Sussidiario.net, 21 luglio 2008) e che annuncia una interrogazione scritta (quelle orali si faceva a scuola, viene da pensare) alla Commissione europea e al Consiglio. Mario Mauro non ci dice chi ha presentato l’interrogazione.
Ma ne illustra le ragioni e la suffraga con domande retoriche che si sarebbero sgonfiate (o che avrebbero almeno cambiato formulazione) se Mauro avesse letto almeno la sentenza – sono 62 pagine, certo, ma sarebbe bastata una lettura veloce.
La sentenza della Corte d’appello civile di Milano rappresenta un pericoloso precedente volto ad orientare fatalmente il legislatore verso l’eutanasia.
La sentenza autorizza la sospensione di trattamenti sui quali è lecito e legittimo esprimere la propria volontà (e la richiesta di Beppino Englaro è di poter essere la voce di Eluana: se esiste un aspetto complesso e controverso è quello che riguarda la ricostruzione della volontà della ragazza, non la possibilità di sospendere i trattamenti che la tengono in vita).
Approfittando di un vuoto legislativo, si arroga il diritto di decidere su chi deve vivere e chi deve morire nel nostro Paese.
Niente del genere! Si cerca di stabilire che cosa avrebbe voluto Eluana e che cosa potrebbe essere nel suo migliore interesse, considerando il suo carattere e la sua personalità (di cui Mauro si disinteressa, e come i sostenitori ciechi della vita a qualunque condizione). Mai sentito parlare di libera volontà?
Cosa sappiamo noi di quello che una persona in queste condizioni sente, cosa sappiamo di cosa c’è dentro il cuore di queste persone?
Quale esperto potrebbe dichiarare, allo stato attuale, l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo? E soprattutto, come si può considerare la dichiarazione di un momento come parametro per presumere la volontà di Eluana? La vita va difesa fino alla sua naturale conclusione e con essa va difeso altresì il principio dell’indisponibilità della vita stessa.
Se avesse letto la sentenza, appunto, avrebbe le risposte che cerca. Ma è più fascinoso porsi e porre domande (scorrette) ma intrise di mistero: cosa penserà? Cosa vorrà dirci?
Sono molti gli “esperti” che hanno dichiarato ciò che Mauro domanda come un bambino incredulo.
Riguardo alla non attualità della espressione della volontà viene da domandare: ciò che io ho dichiarato ieri su di me oggi non è più simile a me di quanto potrebbe dichiarare oggi per oggi un medico o qualcun altro che magari non mi conosce? Se esiste qualcosa che può chiamarsi personalità o identità, è legittimo inferire che abbia una influenza sulle nostre decisioni. Beppino, la curatrice speciale, le amiche di infanzia di Eluana hanno tratteggiato un carattere volitivo, libero, intollerante alle imposizioni. “Eluana ha più volte espresso l’idea che sarebbe stato meglio per lei morire subito piuttosto che restare costretta ad un’indefinita sopravvivenza meramente biologica”; oppure “non avrebbe sopportato di sopravvivere in condizioni tali da dover dipendere dall’altrui costante assistenza o tali da renderla un semplice oggetto sottoposto all’altrui volontà”. Le sue dichiarazione e la sua intera esistenza dimostrano che “sarebbe stato per lei inconcepibile che qualcun altro potesse disporre della sua vita contro la sua volontà e le sue scelte”.
Una delle motivazioni che si danno in favore dell’eutanasia e al suicidio assistito è che servano per alleviare le sofferenze delle persone, ma spesso queste nascondono una richiesta d’aiuto contro la solitudine, contro il fatto di sentirsi un peso per gli altri.
Sa Mauro qual è la condizione di Eluana? Ha idea di come siano le sue giornate? Sembra proprio di no. E colpisce che dichiarazioni simili venivano rilasciate come risposta a Piergiorgio Welby. “Se non fosse stato lasciato solo”. Che ipocrisia! E quale strafottenza: parlare senza rendersi conto che Welby e Eluana potrebbero costituire esempi di come assistere malati in modo impeccabile.
Hanno bisogno di assistenza, di essere ascoltati, dell’affetto e della vicinanza dei loro cari e di un’équipe assistenziale per tollerare la loro sofferenza con dignità.
Le istituzioni, da chi fa le leggi a chi controlla la loro applicazione, dovrebbero quindi occuparsi del problema alla base, di aiutare chi soffre con cure sempre migliori, personale qualificato e sostenere le famiglie degli assistiti.
Il finale è intriso di quel buonismo approssimativo tanto diffuso: se chiedi di essere lasciato in pace devi per forza essere trascurato e maltrattato. Non si prende in considerazione che si possa rifiutare un trattamento o un farmaco perché hai una idea diversa da quella che vede la vita – a volte ridotta a mera sopravvivenza – diventare un dovere e una condanna.

(Persona e Danno, 21 luglio 2008)