mercoledì 16 luglio 2008

La scelta privata di Eluana

Beppino Englaro ha deciso, anni fa, di rendere la sua battaglia pubblica per opporsi a quella ipocrisia molto italiana che suggerisce di agire nell’ombra. Ha deciso di rivendicare un diritto e di rifiutare quel pietismo che trasforma la libertà in una concessione bonaria del padrone.

Dopo la decisione dei giudici di Milano chiede silenzio, chiede che la vicenda di Eluana torni ad essere privata.
Non vuole replicare alla oscena iniziativa de Il Foglio di deporre bottiglie d’acqua davanti al Duomo di Milano. Alla violenta e pornografica invadenza del Vaticano risponde che per lui conta la volontà della figlia, e che Eluana non avrebbe mai voluto essere costretta a sopravvivere in queste condizioni.

Prima di rispettare il desiderio della famiglia Englaro è utile commentare alcune delle affermazioni più assurde di questi ultimi giorni.
A cominciare dall’ambiguo uso di parole come “vita” e “morte”. Concetti precisi solo in apparenza, richiedono invece qualche precisazione.
“Vita” andrebbe almeno distinta tra vita biologica e vita personale: è quest’ultima che proteggiamo e tuteliamo, non la mera vita biologica. Ed è un bene fino a quando il suo possessore la ritiene tale: costringere qualcuno a vivere “per il suo bene” è la più perfida delle contraddizioni.

È proprio la differenza tra l’aspetto biologico e quello personale che permette di prelevare gli organi di un individuo, che è vivo ed è umano, quando è in morte cerebrale.
Alla morte intesa come morte complessiva dell’organismo si affianca la concezione della morte cerebrale, ovvero la concezione che il cervello sia l’organo principale (e condizione necessaria della coscienza) e che si possa distinguere tra una vita organica e una vita personale. Eluana non è morta cerebralmente, ma si trova in una condizione di mera vita biologica, simile ad una narcosi profonda irreversibile.
Ma nel dibattito questa differenza è stata ignorata, fino agli estremi dell’Associazione Scienza e Vita che ha affermato che la vita biologica “è sempre e comunque una vita personale”.
Così come gli stessi che ieri chiedevano a gran voce la morte “naturale” – che non si capisce cosa voglia dire – oggi sembrano averla ignorata o dimenticata. Forse perché andrebbe a rinforzare la richiesta di sospendere quella nutrizione artificiale che tiene in vita Eluana? Forse perché permetterebbe alla ragazza di sottrarsi ad una sopravvivenza “artificiale” e, soprattutto, da lei non desiderata?

Un ennesimo esempio di incomprensione è l’affannosa testimonianza di dichiarazioni, dirette o indirette, contrarie o diverse: “io vivo bene con il sondino”, afferma Mario Melazzini, malato di Sla dal 2002, oppure: “io avrei scelto diversamente”.
C’è un equivoco pericoloso, alimentato anche dalla mala fede: una legislazione liberale garantisce a ciascuno di scegliere secondo le proprie preferenze, senza costringere nessuno. La scelta che vale per Eluana non vale (e non è imposta!) per chi la pensa diversamente. Questo è il cuore stesso della libertà: lasciare alle persone la possibilità di scegliere. Sono proprio i sostenitori della sacralità della vita a voler imporre anche a chi non ci crede di sottostare a precetti stabiliti, a costringere tutti noi a subire questo “dono” della vita che in alcune circostanze si trasforma nella condanna alla più atroce delle ingiustizie.
Oggi, dopo 16 anni, dopo numerose sentenze, sarebbe augurabile seguire il consiglio del padre di Eluana: che ritorni una faccenda privata. Soprattutto se le parole sono usate a sproposito.

(L’Inkontro, 15 luglio 2008)