lunedì 16 luglio 2007

Intervista a Francesco Valeriani

Francesco Valeriani è psichiatra e direttore della Società Italiana per la Formazione in Psichiatria (SIFIP)


Quali sono le questioni principali nella formazione degli psichiatri?

La questione principale di una moderna formazione psichiatrica è inerente alla necessità di garantire strutture epistemiche e comunicative adeguate ad integrare diversi saperi e tecniche. Solide basi formative possono evitare tanto l’irrigidimento in modelli ideologici autoreferenziali (vecchi e nuovi), quanto la burocratizzazione dei rapporti terapeutici. La promozione tra gli psichiatri ed altri operatori della salute mentale di un Io epistemico competente ne rafforza peraltro l’identità professionale ed aumenta lo spessore etico dell’agire, garantendo una partecipazione consapevole e ben orientata ai processi decisionali della gestione terapeutica.
Viceversa fenomeni di disorientamento formativo (per sudditanza a modelli ideologici totalizzanti o a forme di esasperato riduzionismo biologico) comportano autoreferenzialità dogmatica, incapacità comunicativa e deresponsabilizzazione.
Il disorientamento formativo, peraltro, è oggi favorito anche da un altro fenomeno: quello del proliferare non solo di tante scuole e scuolette ma anche di una miriade di associazioni, di cui molte appaiono più preoccupate del potere di rappresentanza e delle prospettive di visibilità che non di perseguire un vero ed autentico mandato formativo-professionale.

La formazione è importante anche per il dialogo e il confronto tra gli psichiatri?

Solo sulla base di strutture di fondo comuni (categorie conoscitive, di pensiero e linguaggio) gli psichiatri sono tra loro simili e proprio per questo possono comunicare ed intendersi. Ma nella vita vissuta gli aspetti culturali, comuni agli altri, vengono resi attuali in modo personale, costituendo comportamenti che l’individuo riconosce come propri e nei quali si riconosce come individualità professionale, lasciando spazio all’inatteso, che è presupposto di libertà.
In questi termini si sottolinea il primato della prassi. L’azione che rivela l’individuo agli altri, che lo costituisce come essere pubblico, è naturalmente l’azione intenzionale, distinta dal mero fare. Essa si caratterizza come progetto d’interazione e richiede il discorso (nel significato classico del logos, della razionalità intenzionale). Il linguaggio non è semplicemente informazione, ma è razionalizzazione dell’esperienza ed inserimento dell’azione individuale nel contesto più ampio della vita comune.
Ognuno afferma così la continuità biografica ed i confini simbolici del sistema di personalità, tornando sempre ad attualizzare le proprie autoidentificazioni e, di conseguenza, localizzando se stesso nelle relazioni intersoggettive del suo mondo sociale in maniera univoca, cioè come insieme inconfondibile e riconoscibile. In sostanza, sostiene Habermas: “L’identità della persona è in certo modo il risultato delle prestazioni di identificazione della persona stessa”.
Invece in uno scenario in cui proliferano codici deontologici e linee guida su vari trattamenti si delinea un tentativo di loro uso surrettizio in un contesto in cui l’efficienza o peggio l’efficientismo tende a prevaricare l’efficacia in nome dei costi, mentre tende ad affermarsi la burocratizzazione dei rapporti nelle gerarchie organizzative.

Quali potrebbero essere, se esistono, le “colpe” degli psichiatri nel rinforzare lo stigma sociale verso la psichiatria?

Lo psichiatra non può non porsi continui interrogativi ed essere aperto ad una discussione critica. Non può certo accettare l’appiattimento in una “società degli impiegati”, come la chiamava Hannah Arendt quando si riferiva al modo contemporaneo di considerare l’individuo ridotto a numero, inserito in processi comportamentali meccanici descrivibili con dati statistici e misurabili in termini di produttività. In questi processi qualsiasi organizzazione sociale difficilmente sopravvive ed adempie alle proprie finalità statutarie. Dalla burocratizzazione dei rapporti e dalla routinarietà del quotidiano scaturisce spesso la violenza dei modelli di intervento e delle stesse istituzioni, che tradiscono il loro spirito originario. Si pensi alle vecchie istituzioni manicomiali, ma anche ai rischi della nuova rete di servizi psichiatrici, laddove organizzazione e procedure possono essere perseguite in modo acritico e sistematico nella banalità di un lavoro quotidiano privo di scelta individuale e responsabilità morale. Si potrebbero riproporre meccanismi non dissimili a quelli considerati dalla Arendt nel suo saggio “La banalità del male”.

(Persona e Danno, 16 luglio 2008)