giovedì 3 luglio 2008

Il bikini, protagonista indiscusso della battigia

Se c’è un capo d’abbigliamento impietoso è il costume da bagno. Difficile dissimulare le rodondità di troppo o gli assalti della perfida cellulite.
Non vale nemmeno il consiglio che “il nero sfina”, perché i centimetri di pelle coperti sono troppo ridotti per ottenere un risultato soddisfacente.
E nemmeno un revival degli anni trenta sarebbe in grado di offrire una consolazione: spesso quelle tutine soffocanti usate per andare in spiaggia peggioravano il profilo di chi le indossava. Soprattutto se la fantasia era a righe orizzontali. Bisognerebbe tornare verso la fine dell’ottocento, quando prendere il sole era volgare e le spiagge erano poco frequentate da signore vestite di tutto punto.
L’estate, ogni estate, diventa per molte donne un vero e proprio incubo. E il cruccio di quale modello scegliere è insignificante rispetto alla “prova costume”. Preoccupazione che alimenta un mercato parallelo a quello della moda da bagno: dalle palestre che moltiplicano le iscrizioni e le frequenze, alla pubblicità di cibi ipoproteici che impazzano in televisione da maggio in poi, alle creme anticellulite che agiscono durante la notte o con l’aiuto del sole.
In poche forse conoscono il colpevole: Louis Réard, che nel luglio 1946 ha presentato una collezione rivoluzionaria e sfacciata. Il bikini, protagonista indiscusso della battigia, zio del tanga e del trikini e perfino del quadranga, ha compromesso anche il costume intero, sempre più spesso intagliato e poco coprente.
Questa ansia da prestazione non riguarda tutti. C’è anche una parte dell’universo femminile che se ne infischia: perché ha altro a cui pensare, perché non ha timore di mostrare il proprio corpo, o ha compiuto una scelta drastica e naturista – indifferente anche alle nuove collezioni tempestate di finti diamanti swaroski.
(DNews, 3 luglio 2008)