martedì 22 luglio 2008

Intervista a Pino Petruzzelli

Pino Petruzzelli dirige il Centro Teatro Ipotesi ed è autore di Non chiamarmi zingaro (2008, Milano, Chiarelettere, con la prefazione di Predrag Matvejević).
«Continuo a dividere la mia vita con la paura. Devo nascondermi sempre perché qualche rom ha rubato. Ma se ha sbagliato lui cosa c’entro io? È lui che deve pagare, non io. Se lui finisce in galera, perché ci dovrei finire pure io?»

(Doro, rom rumeno, vive con la moglie e i due figli in una cascina in periferia di Milano).
Perché c’è tanto astio verso i rom? Quanto gioca l’ignoranza nella diffusa ostilità e nella perpetuazione di luoghi comuni quali “abbandonano i figli” o “sono dediti al furto”?

Alla base del razzismo di oggi c’è l’ignoranza: il fatto di non conoscere altre culture e altri mondi. Colpisce che si voglia andare in Kenya, ma poi c’è la pretesa di mangiare gli spaghetti. C’è poca voglia di confrontarsi con gli altri.
Mi ha molto colpito quanto è accaduto ad Opera, un’area vicino a Milano destinata ad accogliere alcuni rom. Dopo un presidio durato 53 giorni e la furia aggressiva di una parte di cittadini furibondi, uno dei presidianti – dopo avere urlato di tutto ai rom – scrive in una lettera: “peccato è finito tutto, era bello, eravamo tutti insieme a parlare e a fare la carne alla griglia o a guardare la partita di calcio. Adesso dobbiamo tutti tornare alla routine”.
La solitudine fa paura: andiamo a comprare le scarpe e se ci dicono che le hanno comprate in tanti ci sentiamo rassicurati. Questa solitudine, attraverso l’ignoranza, porta a considerare il diverso (il debole) come il “nemico”. Si fa un presidio davanti a un campo nomade, e non sotto casa del potente di turno, che magari ha rubato davvero!

Perché l’ignoranza non stimola la curiosità ma quasi sempre paura e condanna? L’omologazione è di una noia mortale…

C’è sempre la paura dell’ignoto che travolge la curiosità. Una volta i cattivi venivano dal mare.
Se pensiamo al proverbio “moglie e buoi dei Paesi tuoi”… Che poi i più belli e intelligenti nascono dagli incroci. C’è molta paura della novità. Abbiamo paura di metterci in gioco. C’è una insicurezza di fondo: e temiamo che gli altri ci facciano del male. Leopardi consigliava di considerare l’altro sempre come un nemico, così si possono avere solo belle sorprese. Magari invece è il contrario.
È vero che ci possono essere cattive sorprese, ma scoprire realtà nuove è sempre affascinante.

Portando alle estreme conseguenze questo ragionamento bisognerebbe chiudersi in casa (che poi non è nemmeno vero: basta leggere le statistiche degli incidenti domestici).

Infatti è consigliabile uscire! È più sicuro in giro. Che cosa hai fatto? Hai visto “Il grande fratello”, sei stato chiuso in casa, ma che cosa hai fatto in tutta la tua vita? È come avere una grande casa e vivere sempre nella solita angusta stanza. Magari non si riesce a visitarla tutta, ma almeno qualche stanza, almeno il bagno.
È inquietante non avere voglia di uscire. Sono sfinito dal sentire invocare la “sicurezza”. Sembra di vivere in una specie di coprifuoco eterno. Se chiedi “ti è successo qualcosa?” la maggior parte ti risponderà di no, però c’è una sensazione di pericolo costante e la tentazione di chiudersi in casa. Che poi, stando in casa, non avresti conosciuto la tua fidanzata. Nemmeno l’amante.
È terribile avere paura dell’incontro con culture diverse. Quale cultura è rimasta cristallizzata e ferma?

Walter, uno dei protagonisti di “Non chiamarmi zingaro”, afferma: quando 20 anni fa pensavo che gli italiani andavano in chiesa la domenica perché cattolici; oggi ho capito che invece è per chiedere perdono del male che fanno durante la settimana. Giudizio durissimo, ma difficile da contestare.

È terribile pensare che un partito ti dice “no alle moschee perché dobbiamo difendere le nostre radici cristiane”. È una contraddizione profonda con quanto dici di sostenere – cioè le radici cristiane (oltre alla discutibilità delle “radici cristiane”). Gesù avrebbe mai accettato di prendere le impronte digitali di un bambino perché appartenente ad una certa etnia. Non sono questi i suoi valori. È una insopportabile contraddizione, come tante altre. Diciamo di voler vivere nella natura e poi viviamo tutti dentro a un condominio! Parliamo a lungo di tante cose, ma poi viviamo in un modo completamente diverso.

Il paradosso di un rom responsabile della sicurezza di una banca o insegnate è tale solo per quanti accettano il luogo comune senza riflettere. Questi esempi posso essere di aiuto a combattere il pregiudizio o rischiano di attirare il sospetto sui singoli?

Parlare con chi la pensa diversamente è fondamentale – io cerco di fare questo. Gli esempi positivi sono importanti. Suscitare la sorpresa: “non sapevo che anche i rom si laureassero!”. Sembra una banalità, ma in molti non lo sanno.
È importante dirlo. Per demolire il luogo comune che il rom è quello che ruba i bambini. Io non voglio parlare di chi delinque o di chi ruba (tra l’altro spesso lo fa per sopravvivere e non per costruirsi l’ennesima villa). Se ha violato la legge è giusto che paghi (ma in quanto reo e non rom).

Impossibile non commentare la schedatura dei bambini rom nei campi nomadi.

Prima di tutto dubito che serva a qualcosa. Spesso i problemi sono di sopravvivenza, non di evitamento della galera. È una schedatura su base etnica, che altro dire? Il 70% dei rom sono italiani a tutti gli effetti. È disarmante.
Colpisce, inoltre, che ci si soffermi sulla necessità di schedare i bambini rom: con tutti i problemi che ha l’Italia, dalla disoccupazione alla penosa situazione delle scuole. È avvilente.
Non possiamo pensare ad un ritorno del nazismo o del fascismo nel modo in cui si sono manifestati: dobbiamo fare ancora più attenzione, perché il ripetersi non sarà nella forma nota, ma in un’altra. Oggi si chiede in modo gentile di prendere le impronte e non con i fucili spianati. La forma è diversa (“per favore posso farti una foto segnaletica?”), ma il contenuto è lo stesso – e questa discriminazione gentile è ancora più pericolosa. Ripeto: la forma sarà diversa. Non so quale sarà, la mia fantasia non ci arriva; ma dobbiamo stare attenti. Ognuno di noi può fare qualcosa, non è vero che siamo impotenti.

(Persona e Danno, 22 luglio 2008)

lunedì 21 luglio 2008

Quanta ignoranza nei commenti su Eluana Englaro

Peccato che l’abitudine di commentare e giudicare sia spesso orfana di una condizione necessaria: sapere cosa si sta commentando e giudicando.
Le reazioni alla decisione dei giudici di Milano sono state caratterizzate da ambiguità terminologiche e concettuali, a cominciare dall’agitare il fantasma dell’eutanasia.
Eutanasia che ritroviamo nel titolo dell’ennesimo articolo approssimativo e ignorante (ELUANA/Il caso arriva all’Ue: la magistratura non può decidere per l’eutanasia, Sussidiario.net, 21 luglio 2008) e che annuncia una interrogazione scritta (quelle orali si faceva a scuola, viene da pensare) alla Commissione europea e al Consiglio. Mario Mauro non ci dice chi ha presentato l’interrogazione.
Ma ne illustra le ragioni e la suffraga con domande retoriche che si sarebbero sgonfiate (o che avrebbero almeno cambiato formulazione) se Mauro avesse letto almeno la sentenza – sono 62 pagine, certo, ma sarebbe bastata una lettura veloce.
La sentenza della Corte d’appello civile di Milano rappresenta un pericoloso precedente volto ad orientare fatalmente il legislatore verso l’eutanasia.
La sentenza autorizza la sospensione di trattamenti sui quali è lecito e legittimo esprimere la propria volontà (e la richiesta di Beppino Englaro è di poter essere la voce di Eluana: se esiste un aspetto complesso e controverso è quello che riguarda la ricostruzione della volontà della ragazza, non la possibilità di sospendere i trattamenti che la tengono in vita).
Approfittando di un vuoto legislativo, si arroga il diritto di decidere su chi deve vivere e chi deve morire nel nostro Paese.
Niente del genere! Si cerca di stabilire che cosa avrebbe voluto Eluana e che cosa potrebbe essere nel suo migliore interesse, considerando il suo carattere e la sua personalità (di cui Mauro si disinteressa, e come i sostenitori ciechi della vita a qualunque condizione). Mai sentito parlare di libera volontà?
Cosa sappiamo noi di quello che una persona in queste condizioni sente, cosa sappiamo di cosa c’è dentro il cuore di queste persone?
Quale esperto potrebbe dichiarare, allo stato attuale, l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo? E soprattutto, come si può considerare la dichiarazione di un momento come parametro per presumere la volontà di Eluana? La vita va difesa fino alla sua naturale conclusione e con essa va difeso altresì il principio dell’indisponibilità della vita stessa.
Se avesse letto la sentenza, appunto, avrebbe le risposte che cerca. Ma è più fascinoso porsi e porre domande (scorrette) ma intrise di mistero: cosa penserà? Cosa vorrà dirci?
Sono molti gli “esperti” che hanno dichiarato ciò che Mauro domanda come un bambino incredulo.
Riguardo alla non attualità della espressione della volontà viene da domandare: ciò che io ho dichiarato ieri su di me oggi non è più simile a me di quanto potrebbe dichiarare oggi per oggi un medico o qualcun altro che magari non mi conosce? Se esiste qualcosa che può chiamarsi personalità o identità, è legittimo inferire che abbia una influenza sulle nostre decisioni. Beppino, la curatrice speciale, le amiche di infanzia di Eluana hanno tratteggiato un carattere volitivo, libero, intollerante alle imposizioni. “Eluana ha più volte espresso l’idea che sarebbe stato meglio per lei morire subito piuttosto che restare costretta ad un’indefinita sopravvivenza meramente biologica”; oppure “non avrebbe sopportato di sopravvivere in condizioni tali da dover dipendere dall’altrui costante assistenza o tali da renderla un semplice oggetto sottoposto all’altrui volontà”. Le sue dichiarazione e la sua intera esistenza dimostrano che “sarebbe stato per lei inconcepibile che qualcun altro potesse disporre della sua vita contro la sua volontà e le sue scelte”.
Una delle motivazioni che si danno in favore dell’eutanasia e al suicidio assistito è che servano per alleviare le sofferenze delle persone, ma spesso queste nascondono una richiesta d’aiuto contro la solitudine, contro il fatto di sentirsi un peso per gli altri.
Sa Mauro qual è la condizione di Eluana? Ha idea di come siano le sue giornate? Sembra proprio di no. E colpisce che dichiarazioni simili venivano rilasciate come risposta a Piergiorgio Welby. “Se non fosse stato lasciato solo”. Che ipocrisia! E quale strafottenza: parlare senza rendersi conto che Welby e Eluana potrebbero costituire esempi di come assistere malati in modo impeccabile.
Hanno bisogno di assistenza, di essere ascoltati, dell’affetto e della vicinanza dei loro cari e di un’équipe assistenziale per tollerare la loro sofferenza con dignità.
Le istituzioni, da chi fa le leggi a chi controlla la loro applicazione, dovrebbero quindi occuparsi del problema alla base, di aiutare chi soffre con cure sempre migliori, personale qualificato e sostenere le famiglie degli assistiti.
Il finale è intriso di quel buonismo approssimativo tanto diffuso: se chiedi di essere lasciato in pace devi per forza essere trascurato e maltrattato. Non si prende in considerazione che si possa rifiutare un trattamento o un farmaco perché hai una idea diversa da quella che vede la vita – a volte ridotta a mera sopravvivenza – diventare un dovere e una condanna.

(Persona e Danno, 21 luglio 2008)

venerdì 18 luglio 2008

Il caso di Eluana (lettera al Corriere della Sera)

Che sia necessario arrivare a una posizione condivisa in fatto di bioetica e diritti individuali, come afferma Eugenia Roccella nel suo intervento sul Corriere del 13 luglio, non è così scontato come sembra. In primo luogo perché ci sono questioni (i diritti civili, appunto) su cui non dovrebbe valere la regola della maggioranza come in una riunione di condominio: non accetteremmo che si reintroducesse la schiavitù, nemmeno se vi fosse una schiacciante maggioranza a votare per il sì. In secondo luogo: come si fa a discutere con quanti affermano che esistono valori non negoziabili? Come si fa a trattare con chi afferma che su alcune questioni non c’è nulla da discutere?
Su Eluana Engalro vorrei accogliere l’invito del padre Beppino: lasciare che torni una questione privata. Ma non posso non ricordare che la domanda centrale sulle questioni di fine vita è: siamo disposti a riconoscere alle persone la possibilità e la libertà di decidere della propria esistenza?
La mia risposta è sì, non solo è giusto ma doveroso. Non possiamo avere la certezza assoluta e attuale perché Eluana non può esprimere il suo parere (ma tanto venivano scritte analoghe parole quando Piergiorgio Welby chiedeva di essere lasciato morire in pace), ma abbiamo ragione di credere che Eluana non avrebbe desiderato sopravvivere in questo modo. Il volere di una persona che non può più esprimerlo può essere ricostruito dalla sua vita e dalle testimonianze di chi le voleva bene.
Per concludere: farebbe sorridere, se non fosse drammatico, che chi condanna la decisione dei giudici di Milano invochi il rispetto della morte “naturale”. Negli ultimi 16 anni la vita di Eluana è stata artificiale; senza l’intervento dell’artificio sarebbe morta poco dopo l’incidente. L’umanità che invoca Roccella è il rispetto dei desideri altrui, anche se diversi dai nostri, e non l’imposizione di una Verità che maschera la prepotenza e la presunzione.

Chiara Lalli
Docente di Logica e Filosofia della Scienza Università «Sapienza», Roma

(La versione lunga era questa).

mercoledì 16 luglio 2008

La scelta privata di Eluana

Beppino Englaro ha deciso, anni fa, di rendere la sua battaglia pubblica per opporsi a quella ipocrisia molto italiana che suggerisce di agire nell’ombra. Ha deciso di rivendicare un diritto e di rifiutare quel pietismo che trasforma la libertà in una concessione bonaria del padrone.

Dopo la decisione dei giudici di Milano chiede silenzio, chiede che la vicenda di Eluana torni ad essere privata.
Non vuole replicare alla oscena iniziativa de Il Foglio di deporre bottiglie d’acqua davanti al Duomo di Milano. Alla violenta e pornografica invadenza del Vaticano risponde che per lui conta la volontà della figlia, e che Eluana non avrebbe mai voluto essere costretta a sopravvivere in queste condizioni.

Prima di rispettare il desiderio della famiglia Englaro è utile commentare alcune delle affermazioni più assurde di questi ultimi giorni.
A cominciare dall’ambiguo uso di parole come “vita” e “morte”. Concetti precisi solo in apparenza, richiedono invece qualche precisazione.
“Vita” andrebbe almeno distinta tra vita biologica e vita personale: è quest’ultima che proteggiamo e tuteliamo, non la mera vita biologica. Ed è un bene fino a quando il suo possessore la ritiene tale: costringere qualcuno a vivere “per il suo bene” è la più perfida delle contraddizioni.

È proprio la differenza tra l’aspetto biologico e quello personale che permette di prelevare gli organi di un individuo, che è vivo ed è umano, quando è in morte cerebrale.
Alla morte intesa come morte complessiva dell’organismo si affianca la concezione della morte cerebrale, ovvero la concezione che il cervello sia l’organo principale (e condizione necessaria della coscienza) e che si possa distinguere tra una vita organica e una vita personale. Eluana non è morta cerebralmente, ma si trova in una condizione di mera vita biologica, simile ad una narcosi profonda irreversibile.
Ma nel dibattito questa differenza è stata ignorata, fino agli estremi dell’Associazione Scienza e Vita che ha affermato che la vita biologica “è sempre e comunque una vita personale”.
Così come gli stessi che ieri chiedevano a gran voce la morte “naturale” – che non si capisce cosa voglia dire – oggi sembrano averla ignorata o dimenticata. Forse perché andrebbe a rinforzare la richiesta di sospendere quella nutrizione artificiale che tiene in vita Eluana? Forse perché permetterebbe alla ragazza di sottrarsi ad una sopravvivenza “artificiale” e, soprattutto, da lei non desiderata?

Un ennesimo esempio di incomprensione è l’affannosa testimonianza di dichiarazioni, dirette o indirette, contrarie o diverse: “io vivo bene con il sondino”, afferma Mario Melazzini, malato di Sla dal 2002, oppure: “io avrei scelto diversamente”.
C’è un equivoco pericoloso, alimentato anche dalla mala fede: una legislazione liberale garantisce a ciascuno di scegliere secondo le proprie preferenze, senza costringere nessuno. La scelta che vale per Eluana non vale (e non è imposta!) per chi la pensa diversamente. Questo è il cuore stesso della libertà: lasciare alle persone la possibilità di scegliere. Sono proprio i sostenitori della sacralità della vita a voler imporre anche a chi non ci crede di sottostare a precetti stabiliti, a costringere tutti noi a subire questo “dono” della vita che in alcune circostanze si trasforma nella condanna alla più atroce delle ingiustizie.
Oggi, dopo 16 anni, dopo numerose sentenze, sarebbe augurabile seguire il consiglio del padre di Eluana: che ritorni una faccenda privata. Soprattutto se le parole sono usate a sproposito.

(L’Inkontro, 15 luglio 2008)

martedì 15 luglio 2008

Se alleggerire i piatti è troppo impegnativo


La lettura del decalogo del Wellness Gourmet suscita varie emozioni: la prima è una reazione pavloviana di ipersalivazione, soprattutto se è passato del tempo dall’ultima volta che si è consumato un pasto come si deve.
La seconda è la considerazione che nutrirsi rischia di diventare un appuntamento molto impegnativo, cui dedicare l’intera giornata per controllare la genuinità degli alimenti, la portata calorica, la qualità, la cottura giusta. A meno che non si sia dotati di cuoco personale… Per non parlare dell’opportunità di conoscere la storia e la cultura dietro ad ogni cibo per meglio assaporare i nostri pasti: “Mangiare solo con la pancia è limitativo perché è limitata la quantità di cibo che possiamo assumere”.
Chissà quanti impallidiscono, consapevoli dello sconsiderato modo di alimentarsi “mordi e fuggi”, in piedi tra una riunione e una telefonata, oppure ricorrendo a quei terribili cibi precotti e quasi predigeriti di cui ignorano perfino la composizione.
Ci sono poi spunti interessanti di riflessione più generale. Il primo principio della filosofia del Wellness, “la salute”, suggerisce la differenza tra amore e dipendenza: “chi rinuncia alla salute per amore del cibo diventa schiavo del suo oggetto d’amore” – consiglio che potrebbe essere applicato anche ad altri oggetti d’amore. I principi dal 2 al 5, “la qualità dei cibi”, si esprimono su uno dei tormentoni del momento: la presunta identificazione tra ciò che è biologico e ciò che è sano, il cui sintomo è l’invasione del suffisso bio- a garanzia di qualità e salubrità (addirittura giudicano positiva l’innovazione tecnologica applicata agli alimenti e “miope e ingiustificato” il suo rifiuto). E le cui varianti sono tradizionalità e naturalità: come se il veleno dell’Amanita virosa non fosse del tutto naturale!

(DNews, 15 luglio 2007)

giovedì 10 luglio 2008

Eluana adesso può morire in pace

“Eluana è morta il 18 gennaio 1992” afferma da tempo il papà Beppino. In seguito a un grave incidente automobilistico Eluana si trova da allora in uno stato vegetativo persistente. La decisione dei giudici della Corte d’Appello civile di Milano di ieri autorizza a interrompere la nutrizione e l’idratazione artificiali che la tengono in vita. Una vita meramente organica: Eluana non reagisce agli stimoli ambientali. La sua condizione è irreversibile. Il danno cerebrale è tale da permettere di inferire l’assenza di coscienza e di percezione: la sua condizione è simile a quella di chi si trova in una profonda narcosi da cui non è possibile tornare indietro.
La decisione della Corte è l’ennesima di una lunga e complessa battaglia legale intrapresa dal padre per garantire il rispetto della volontà della ragazza: poco prima del suo incidente un amico aveva subito lo stesso drammatico destino di Eluana. “Non vorrei mai essere mantenuta in vita se dovessi trovarmi in condizioni simili”, aveva detto Eluana.
Chi è in grado di esprimere un consenso non può essere obbligato a subire alcun trattamento sanitario, anche se il rifiuto significa una morte probabile o certa. Eluana non è più in grado, da quel 18 gennaio, di manifestare la propria volontà. Ma lo aveva fatto prima di scivolare in questo limbo creato dall’avanzamento tecnologico. Eluana sarebbe morta da tempo senza gli artifici della medicina, che hanno il potere di salvare molte vite, ma qualche volta creano situazioni drammatiche e insopportabili. Buffo che quanti si sgolano ad invocare la morte “naturale” per opporsi alla libertà di scelta delle persone si affrettino ora a rimangiarsi tutto. In questo caso ad essere naturale sarebbe proprio la morte di Eluana, e non la sua sopravvivenza. Ma la questione principale non è poi nemmeno l’ambiguo e trito richiamo alla natura, ma la volontà personale e il suo doveroso rispetto.
Il cuore di tutte le discussioni di fine vita è se esiste davvero la libertà di scelta in ambito sanitario.
I giudici di Milano hanno ricostruito il volere della ragazza e hanno deciso di rispettarlo, dopo avere verificato l’assenza di qualunque speranza di un cambiamento delle sue condizioni. Hanno fatto anche qualcosa in più, acconsentendo a spostarla in un hospice o in un altro luogo di ricovero in cui Eluana potrà essere assistita in modo adeguato. La vita di Eluana non terminerà infatti con la sospensione dei trattamenti: durante tale periodo è opportuno somministrarle qualsiasi provvedimento (come inumidire le mucose, cambiare la posizione del corpo e lavarla) per garantire un dignitoso accompagnamento alla morte. I giudici infine raccomandano la possibilità della presenza e dell’assistenza da parte dei suoi familiari.
Benché la Cassazione possa fare ricorso, la decisione dei giudici di Milano permetterebbe a Beppino di rimuovere fin da oggi il sondino nasogastrico. E rappresenta un segno importante per il rispetto di quel “purosangue della libertà” – come Beppino ricorda la figlia – e per quanti hanno a cuore la possibilità di scegliere della propria esistenza.

(DNews, 10 luglio 2008)

martedì 8 luglio 2008

Se tuo marito è il tuo gatto

Madame Adelaide Bonfamille, anziana e ricca signora parigina, decide di lasciare tutti i beni ai suoi amati gatti. Durante la stesura del testamento, però, il perfido maggiordomo Edgar è in ascolto e si indispettisce di avere solo le briciole. Decide di sbarazzarsi dei felini e di intascare il bottino. Così inizia “Gli Aristogatti” che, dopo molte peripezie di Duchessa e i suoi tre gattini, giunge al fiabesco lieto fine.
Fare testamento a favore degli animali è una scelta abbastanza familiare e l’antropomorfizzazione dei cuccioli di casa avanza con passi da gigante. Basterebbe notare l’aumento dei negozi a loro destinati e la diversificazione dei prodotti: dalle spazzole antiriccio ai collari con diamanti; dagli elenchi per gli specialisti in spleen canino ai prodotti iper o ipoproteici.
C’è addirittura un sito che organizza matrimoni: potrebbe definirsi una agenzia matrimoniale interspecie.
Si chiama “Marry your Pet” e tra il serio e lo scherzoso offre molti consigli.
Trovare l’anima gemella
Come si legge nella introduzione, se siete convinti di avere trovato il partner giusto cosa importa che sia un animale? E non nel senso metaforico, ma in quello letterale! Poco male che abbia bisogno di andare in letargo o abbia più peli e gambe di voi. L’importante è l’amore. Una volta trovato, non sarebbe meraviglioso coronare il sogno con una cerimonia nuziale?
Quante sono le persone che affermano circa il proprio animale: “nessuno mi capisce meglio di lui”, o “gli manca solo la parola”? Il passo fino al matrimonio non è poi così lungo.
Nel sito c’è anche una sezione di storie, una per valutare la compatibilità astrale, l’angolo dell’esperto (Ask Adrian), una galleria di immagini e indicazioni utili: non solo per i regali di nozze, ma per alberghi, taxi o altri servizi che non discriminano il vostro amore animale.
E un avvertimento fondamentale: sposare il vostro amato implica la condivisione della casa e dei beni e impone il rispetto e l’impegno a non metterlo in imbarazzo. “Marry your Pet” declina però ogni responsabilità sulle conseguenze del grande passo: non soltanto nel non poter garantire la felicità dell’unione. In caso di divorzio non accettano reclami, né lamentele nel caso in cui Fido mangi vostra madre.
Il matrimonio, si specifica, è una unione spirituale. Non è permesso avere rapporti sessuali con gli animali, nemmeno se vostri coniugi.
Si avverte inoltre che tale matrimonio non è riconosciuto dalla legge né dalla chiesa, ma c’è un protettore che veglia sui vostri animali: Mr. Mustofales.

(DNews, 8 luglio 2008)

lunedì 7 luglio 2008

Franco Cuccurullo: il Dio Calì del “merito” all’italiana

È Presidente del Consiglio Superiore di Sanità per il triennio 2006/2009. Dal 2001 è Presidente del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), che ha il compito di valutare i risultati della ricerca e di determinarne i criteri (rieletto nel 2003). Nel 1997 ottiene il primo mandato come Rettore della Università degli studi “G. d’Annunzio” di Chieti, dopo essere stato preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia. Oggi è ancora in carica come Rettore, alla quarta rielezione; potenzialmente rieleggibile ad aeternum contrariamente alla maggior parte di Atenei nei quali c’è un limite per la rielezione.
È Presidente della Fondazione D’Annunzio (kafkiano un eventuale accordo tra l’Università degli Studi G. D’Annunzio e la Fondazione D’Annunzio: Franco Cuccurullo si accorda con Franco Cuccurullo... E forse questo è l’aspetto meno preoccupante).
È nel consiglio di amministrazione della Università Telematica, nella duplice veste di Presidente della Fondazione e Rettore... Nonché al centro di una inchiesta sulla gestione disinvolta dell’Ateneo abruzzese e sulla abbondanza di “geni” in grado di laurearsi a tempo di record (la percentuale nazionale di laureati prima del previsto è di 5,1%, quella della D’Annunzio molto, molto più alta).
È Presidente della Commissione per l’aggiornamento delle Linee Guida sulla Legge 40/2004 sulla procreazione assistita. Tutto questo, e molto altro ancora, in una persona sola!
Ai limiti del miracolo, misterioso quasi quanto la transustantazione, è una perfetta incarnazione dell’italian way of life. Del baronato universitario, della concentrazione di poteri nelle mani di un solo uomo, della indifferenza verso quella strana bestia che si chiama conflitto di interessi: Franco Cuccurullo. È “convinto assertore dell’importanza della valutazione e della meritocrazia!”, come dichiara nella relazione inaugurale dell’anno accademico 2006/2007, “L’Università delle avanguardie”, relazione in cui annuncia orgogliosamente anche la redazione di una Carta Etica di Ateneo. Viene il dubbio che abbia una attrazione smodata per un modello tirannico di meritocrazia (nel senso letterale del termine, si intende).
Nella prolusione del 2007/2008 si spinge oltre (“De Merito” si intitola), tra citazioni dotte (che sente il bisogno di tradurre) e battute di spirito. Per usare le parole di Cuccurullo stesso il titolo si presta ad “una duplice lettura: si offre a considerazioni e riflessioni sul concetto di “merito”, (“De merito” è il modo latino di tradurre il complemento di argomento), ma al tempo stesso – facendo ricorso ad un semplice gioco di parole – esprime anche il “non merito” – quindi il “demerito” – di una visione culturale che non riesce ad elevare a sistema la cultura del merito”. Forse Cuccurullo ha prediletto il gioco di parole.
E per concludere in bellezza (sia la prolusione che questo tuffo nel mondo splendente di Cuccurullo) aggiunge che il merito – meritocrazia non gli piace, perché sarebbe una “accezione totalizzante molto in voga” – significa anche abbattimento delle barriere. “Ed è per questo che sono profondamente turbato, nel dover constatare che principi di merito, quali il pluralismo e la libertà di opinione sono stati calpestati proprio in una università. Mi riferisco chiaramente a quanto è avvenuto nei giorni scorsi all’Università La Sapienza, dove è stato negato a Papa Benedetto XVI il diritto di esporre la Sua allocuzione sul tema “Il ruolo dell’Università tra ragione e fede”. E questo, in un luogo dove il diritto di parola e di replica dovrebbe essere garantito a tutti, in un clima di costruttivo confronto, non soffocato dall’integralismo e dall’arroganza di minoranze culturali, che rifiutano il dialogo”. Amen.

(Agenda Coscioni anno III n. 07, luglio 2008 )

giovedì 3 luglio 2008

Il bikini, protagonista indiscusso della battigia

Se c’è un capo d’abbigliamento impietoso è il costume da bagno. Difficile dissimulare le rodondità di troppo o gli assalti della perfida cellulite.
Non vale nemmeno il consiglio che “il nero sfina”, perché i centimetri di pelle coperti sono troppo ridotti per ottenere un risultato soddisfacente.
E nemmeno un revival degli anni trenta sarebbe in grado di offrire una consolazione: spesso quelle tutine soffocanti usate per andare in spiaggia peggioravano il profilo di chi le indossava. Soprattutto se la fantasia era a righe orizzontali. Bisognerebbe tornare verso la fine dell’ottocento, quando prendere il sole era volgare e le spiagge erano poco frequentate da signore vestite di tutto punto.
L’estate, ogni estate, diventa per molte donne un vero e proprio incubo. E il cruccio di quale modello scegliere è insignificante rispetto alla “prova costume”. Preoccupazione che alimenta un mercato parallelo a quello della moda da bagno: dalle palestre che moltiplicano le iscrizioni e le frequenze, alla pubblicità di cibi ipoproteici che impazzano in televisione da maggio in poi, alle creme anticellulite che agiscono durante la notte o con l’aiuto del sole.
In poche forse conoscono il colpevole: Louis Réard, che nel luglio 1946 ha presentato una collezione rivoluzionaria e sfacciata. Il bikini, protagonista indiscusso della battigia, zio del tanga e del trikini e perfino del quadranga, ha compromesso anche il costume intero, sempre più spesso intagliato e poco coprente.
Questa ansia da prestazione non riguarda tutti. C’è anche una parte dell’universo femminile che se ne infischia: perché ha altro a cui pensare, perché non ha timore di mostrare il proprio corpo, o ha compiuto una scelta drastica e naturista – indifferente anche alle nuove collezioni tempestate di finti diamanti swaroski.
(DNews, 3 luglio 2008)