giovedì 19 giugno 2008

Non chiamarmi zingaro

“Non chiamarmi zingaro” è un titolo azzeccatissimo. Perché riesce a insinuarsi nei luoghi comuni e a farli saltare, a cominciare da un nome diventato stupidamente sinonimo di ogni malefatta.
Pino Petruzzelli ha rimpiazzato quel nome angusto con una sinfonia di voci: quelle di Marcela, Mauso, Walter, Unica e di tanti altri.
Voci e storie diverse, impossibili da stritolare in una categoria tanto angusta come l’appartenenza etnica (da cui deriverebbero caratteristiche prefissate e valide per tutti). Il monolito degli zingari si frantuma in due principali gruppi, rom e sinti; e in migliaia di sottogruppi e famiglie. Oltre 10 milioni di persone in Europa, tutti con un Paese natale ma non una patria, come scrive nel prologo Predragr Matvejević; parte di un popolo ma non di una nazione.
Uno dopo l’altro i pregiudizi vengono smentiti. “Per voi, noi si nasce con il fagotto in mano e con due sole strade percorribili: il furto o il violino. Il fatto che ci possano essere rom onesti e rom stonati a voi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello”, commenta sarcastico Bobby, fotografo rom.
Petruzzelli racconta le loro storie, di dolore e esclusione. Di felicità e amicizia. E racconta il rapporto con le proprie origini, portate con orgoglio o taciute, come nel caso di Anna, non per viltà, ma per non “svenderle” e non svilire la propria storia.
Nello sfondo l’olocausto – omaggio di Hitler al cittadino tedesco medio che investiva gli zingari di tutte le proprie disgrazie, con un meccanismo ancora troppo familiare. La giustizia comincia da un nome. “Non chiamarmi zingaro” (Chiarelettere) da oggi è in libreria.

(Tra le righe di un libro storie di nomadi onesti e pure stonati, DNews, 19 giugno 2008)