venerdì 6 giugno 2008

Maria Grazia Scacchetti risponde

Maria Grazia Scacchetti, avvocato specializzato in diritto di famiglia e delle persone, docente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, Facoltà di Giurisprudenza

Quali sono i punti principali della legge del 2004 sull’amministratore di sostegno?

La legge del 2004 è stata introdotta per aiutare e tutelare le persone prive, in parte o del tutto, di autonomia fisica o psichica nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana con l’obiettivo di limitare i loro diritti ed i loro poteri nella misura minima necessaria per assicurare la loro protezione. L’interesse del beneficiario costituisce, dunque, il criterio fondamentale che deve ispirare e guidare l’interpretazione e l’attuazione delle norme dalla stessa introdotte.
Prima del 2004 nel nostro ordinamento c’erano soltanto due istituti: l’interdizione e l’inabilitazione.
L’interdizione riguarda le persone che si trovano in condizione di abituale e totale infermità di mente e per le quali è necessario assicurare una protezione adeguata. L’inabilitazione riguarda invece gli infermi di mente il cui stato non è però talmente grave da rendere necessaria l’interdizione, nonché il prodigo, chi abusa di alcool e stupefacenti, il cieco ed il sordo.
Queste due misure di protezione comportano la perdita, totale o parziale, non solo della capacità di agire, ma anche la perdita di diritti personalissimi, quali il diritto di donare, di sposarsi, di disporre per testamento dei propri beni o riconoscere un figlio naturale.
Nell’amministrazione di sostegno invece la prospettiva è rovesciata: il beneficiario rimane titolare di una generale capacità di agire, tranne che per gli atti espressamente indicati dal Giudice Tutelare nel decreto di nomina dell’amministratore di sostegno.
In base all’articolo 404 c.c. il presupposto per l’istituzione dell’amministratore di sostegno è molto ampio, facendo riferimento alla persona che per effetto di una infermità o per una menomazione fisica o psichica si trovi nella impossibilità, anche parziale o momentanea, di provvedere ai propri interessi, non soltanto quelli patrimoniali, ma anche quelli personali. La ratio di questa legge è principalmente la tutela della persona (incapace) prima ancora del patrimonio, a differenza di quanto accade per l’interdizione e l’inabilitazione.

Mi sembra molto importante che si protegga prima di tutto la persona.

La persona e la sua volontà sono fortemente protette, tanto che l’articolo 408 c.c. stabilisce che è lo stesso beneficiario che può designare l’amministratore di sostegno quando ancora non si trova, ovviamente, in stato di infermità o menomazione e in previsione della propria eventuale futura incapacità.

La figura dell’amministratore introdotta dalla legge 2004 può essere paragonata al tutore (di cui si parla per le normative sulle direttive anticipate)?

Certo, può avere le stesse funzioni. La persona interessata designa il proprio amministratore con un atto pubblico o tramite una scrittura privata autenticata e può anche dare indicazioni alle quali l’amministratore di sostegno si dovrà attenere nella gestione dei suoi interessi, sia personali che patrimoniali. Il giudice tutelare, nel momento in cui nomina con decreto l’amministratore di sostegno, precisa anche i compiti ed i limiti che questi dovrà rispettare nell’esercizio dell’incarico.
Questo istituto è fortemente improntato al rispetto della volontà del beneficiario come dimostra l’articolo 410 c.c. ove è espressamente previsto che l’amministratore di sostegno deve tenere conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario e deve preventivamente informarlo prima di compiere atti che lo riguardano.

Al di là dei tecnicismi sei d’accordo che il problema davvero centrale è se si voglia lasciare alle persone la possibilità di decidere circa la propria esistenza?

Sono d’accordo. Gli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione garantiscono chiaramente il diritto a non subire trattamenti sanitari non voluti. Oggi poi nessun medico può somministrare una terapia senza il preventivo consenso informato del malato. Questo diritto all’autodeterminazione attualmente è garantito per le persone che sono in grado di intendere e di volere e di manifestare la loro volontà. Non è invece garantito per le persone incapaci che non hanno lasciato alcuna disposizione di volontà quando erano in grado di farlo. Il problema è quello di raccogliere la volontà di queste persone in una forma che sia valida e vincolante per i sanitari e per tutti gli altri soggetti.

“Vincolante” è un aggettivo molto importante: in molti disegni di legge sulle direttive anticipate (e in molte discussioni al riguardo) compare l’opportunità di assicurare carattere non vincolante del testamento biologico. Prima di una fine analisi filosofica o giuridica, è il buon senso che solleva la seguente domanda: se un testamento (patrimoniale o biologico) non è vincolante, che lo faccio a fare?

Già. Questo è un aspetto interessante perché con l’istituto dell’amministrazione di sostegno il volere del beneficiario è vincolante per l’amministratore di sostegno, che non può assumere decisioni contrarie alle volontà espresse. C’è un controllo da parte del giudice tutelare, che incarica l’amministratore di sostegno di svolgere determinate attività ben precisate nel decreto di nomina di modo che egli non si può discostare dalle direttive impartitegli. Questo garantisce che la volontà manifestata in una forma determinata (atto pubblico o scrittura privata) e poi recepita dal giudice tutelare e trafusa nel decreto di nomina dell’amministratore di sostegno sia effettivamente rispettata ed attuata.

Non è facile immaginare se vedrà mai la luce una norma sulle direttive anticipate: c’è il rischio, però, di avere una pessima legge (che causerebbe gravi conseguenze – meglio dunque nessuna legge). Possiamo considerare che la legge del 2004 funzioni in sua vece?

A mio parere sì. Questa legge ha molti aspetti positivi: elimina il problema della obiezione di coscienza, quello della commissione medica che deve dare il proprio benestare e interpretare la volontà espressa dal paziente rispetto ai nuovi risultati della ricerca medica o alle nuove terapie, così come il problema se la nutrizione e l’idratazione forzate possano essere considerate accanimento terapeutico oppure no.
Se la persona interessata, nell’atto di nomina, elenca chiaramente quali sono i trattamenti di sopravvivenza per i quali esprime diniego, l’amministratore di sostegno ed i sanitari saranno costretti a rispettare le sue direttive e sarà preclusa una diversa e contraria decisione da parte del medico.
Vorrei anche precisare che il giudice tutelare non autorizza a morire, ma dispone affinché sia data esecuzione alla volontà del malato di morire rispettando i ritmi naturali del processo biologico e senza subire terapie invasive che non vuole e che comunque non lo curerebbero ma lo sottoporrebbero ad un calvario doloroso.

Possiamo dire che la legge del 2004, al di là del contenuto specifico, sia una legge a favore della libera scelta delle persone? Ove “libera” garantisce l’estrema diversità delle possibili scelte (questa donna ha scelto di non sottoporsi a determinati trattamenti; le altre persone potranno scegliere ciò che preferiscono).

Certo. Ricorrendo all’istituto dell’amministrazione di sostegno la persona può benissimo disporre che le siano applicate tutte le terapie possibili, magari anche quelle sperimentali, con la garanzia che, in forza del provvedimento del giudice, le sue direttive anticipate saranno rispettate.

(LibMagazine, 6 giugno 2008)