martedì 17 giugno 2008

La moratoria sui cibridi

Le metafore dovrebbero servire a rendere alcuni concetti scientifici facilmente comprensibili: quando diventano uno strumento di terrore, quando sono connotate negativamente (solo e sempre negativamente) c’è davvero qualcosa che proprio non va.
Chimera era quel mostro un po’ capra un po’ leone un po’ serpente (l’iconografia è mutevole ma il risultato è sempre spaventoso), che vomitava fuoco e che non era mai un piacere incontrare.
Mostri a parte, si definisce chimera qualcosa di inesistente, di distopico, di ingannevole.
Oppure “scientificamente”, come si legge nell’ultimo documento presentato al Comitato Nazionale per la Bioetica, le chimere sono “organismi che contengono cellule con patrimonio genetico diverso, provenienti da due o più organismi geneticamente distinti appartenenti alla stessa specie o a specie differenti” .
Nello stesso documento si riconosce il peso della storia simbolica del termine (“Si può comprendere quindi come l’evocazione di un nome come Chimera generi timori profondi, che si radicano nel nostro inconscio collettivo e ci facciano pensare ad epoche lontane e minacciose, da cui l’uomo si è dovuto faticosamente affrancare”), ma si mette subito in guardia verso le derive della tracotanza umana (“Ma al tempo stesso è un termine che può, sempre a livello inconscio, suscitare ambizioni di rivalsa verso tutto quanto rimane misterioso, e non del tutto comprensibile scientificamente, come l’origine della vita”), calcandone i tratti spaventosi.
Si capisce che la preoccupazione centrale del documento riguarda l’embrione e la sua sacralità. E rinsaldare le barriere morali contro la sua manipolazione e la sua distruzione, soltanto tramite la sperimentazione embrionale o la possibilità di effettuare (di fatto) la diagnosi genetica di preimpianto (nonostante il TAR del Lazio si sia espresso a favore). Ciò che rimane infatti oscuro è l’accettazione della legge 40 del 2004 che permette il sacrificio di moltissimi di quei 3 embrioni (quanti se ne possono produrre ad ogni ciclo: di quei 3 la maggior parte non arriva alla nascita). Bisognerebbe prendere una decisione: o l’embrione è sacro e allora niente PMA; oppure non è sacro e allora perché imporre limiti tanti angusti? Non esiste la terza via che è un po’ sacro e un po’ no a seconda dell’umore.
Puntualizza il documento: “Il problema cioè non sorge quando si mischiano tessuti e cellule umani ed animali, di per sé, ma quando le chimere umano/animale sono esseri viventi di identità incerta, nei quali non è più visibile il confine fra le specie umana ed animale” (poco più avanti si legge: “Il problema dell’identità del nuovo essere vivente si pone sempre, invece, quando le chimere umano/animale vengono formate nei primissimi stadi di sviluppo embrionale”).

Ma se si mischiano, come sarebbe visibile il confine? Il mulo mica c’ha un confine tra il suo essere cavallo e il suo essere asino... Non ha due identità distinte, una cavallina e una da somaro.
Il problema non è il confine o l’identità, ma l’ossessione per l’embrione umano (e, verrebbe da aggiungere, quella di specismo e di ostinato essenzialismo).

Il documento del CNB si concentra sugli embrioni ibridi citoplasmatici (o cibridi, prodotti tramite trasferimento nucleare di cellule somatiche) perché The Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) ha concesso l’autorizzazione a procedere – e in questo modo si rischia di superare le barriere tra specie...

Perché usare i cibridi? A scopo conoscitivo (per conoscere i meccanismi di riprogrammazione cellulare) e a scopo terapeutico (producendo linee cellulari e poi tessuti umani compatibili con il ricevente).
Usare gli ovociti umani (oltre a porre un problema del loro reclutamento) per il CNB non va bene; non va bene nemmeno usare ovociti animali. Chissà perché non appare sorprendente.
Tra le ragioni della condanna troviamo anche una vecchia conoscenza: che la ricerca non avrebbe dato alcun risultato. Sono impazienti, al CNB. Viene da pensare, però, che soffermarsi sulla inefficacia della sperimentazione sarebbe ridondante se gli ostacoli morali fossero tali da giustificarne il divieto.
Invece la parte più debole è proprio quella bioetica.

“La produzione di ibridi citoplasmatici pone gravi questioni etiche in relazione ai mezzi utilizzati e agli obiettivi che si intendono raggiungere.
[...]
L’ipotesi bioetica che qui si intende avanzare è che la produzione di ibridi citoplamastici non sia assolutamente approvabile per almeno due ragioni: da una parte, infatti, essa implica una manipolazione totale dell’essere umano, dall’altra, ne programma e ne giustifica la distruzione.

La sola esistenza di un ragionevole dubbio sullo status degli ibridi citoplasmatici [come umani] dovrebbe quindi indurre gli scienziati (purché sensibili alle ragioni dell’etica) ad assumere come unico atteggiamento coerente quello di una prudenziale sospensione di ogni forma di sperimentazione su di essi. È questo uno dei casi in cui appare doveroso assumere come linea guida quel principio di precauzione da più parti invocato nella riflessione bioetica e sul quale il Cnb ha già redatto – nel 2004 – uno specifico documento dal titolo Principio di precauzione: profili bioetici, filosofici e giuridici”.

(Il corsivo è mio)

Ecco fatto: si richiama la posizione del CNB sugli embrioni umani; si invoca il principio di precauzione e il risultato è che nel dubbio che quegli embrioni siano umani è bene astenersi dalla sperimentazione. Il dubbio riguardo alla sacralità dell’embrione umano non è oggetto di discussione (d’altra parte per il CNB anche l’ootide è una persona, perché non il cibride?). Non basterebbe dimostrare che i cibridi tendono all’umano (o sono più umani) per avere dimostrato l’immoralità della sperimentazione: bisognerebbe giustificare, senza tautologie e senza ricorrere a formule vuote, il divieto alla ricerca sugli stessi embrioni umani. Né sembra bastare invocare documenti precedenti come dimostrazione.

Tuttavia il documento torna ad insistere sulla inutilità della ricerca sui cibridi: “A questa valutazione è possibile aggiungerne altre, che fanno riferimento a un criterio di valutazione delle sperimentazioni, tutto interno alla stessa logica della ricerca, il cui valore etico non può mai prescindere dal suo rilievo strettamente scientifico (in questo senso appare criticabile anche eticamente qualsiasi ricerca futile, scarsamente giustificata, altamente e inutilmente rischiosa o indebitamente costosa). Nel determinare il valore scientifico di una ricerca, bisogna valutare – oltre all’utilità o all’interesse di una ipotesi – anche il suo valore intrinseco, anche in rapporto a quanto è già scientificamente noto”.

Al di là della considerazione banale che non si farebbe ricerca se si avessero già le risposte, schiacciare la possibilità di fare ricerca sotto il peso del dover dimostrare (quasi a priori) la bontà e l’utilità della ricerca stessa appare esagerato e claustrofobico. Colpisce che la coercizione legale non deve sottostare nemmeno alla metà del peso che opprime la libertà di ricerca.
La libertà (di scienza) deve dimostrare di essere innocente!

Il documento è sintetizzato in 5 punti finali: l’ultimo chiude in bellezza.
5. il CNB, per le ragioni appena indicate, auspica una moratoria sulla produzione di ibridi uomo animale e, solo se adeguatamente giustificate, l’utilizzazione di tecniche di ricerca alternativa (ad es. concernenti l’ibridazione tra specie animali diverse).

Perché la moratoria non si propone sull’uso libero da ideologie di termini e concetti? Forse perché i proponenti sarebbero costretti a tacere?

(Persona e Danno, 17 giugno 2008).