mercoledì 7 maggio 2008

L’olio di Ortona. L’indifferenza è il fertilizzante del sopruso e dell’inganno


“Il ritorno di Attila”. Così si intitola un documentario realizzato da Antonello Tiracchia che racconta una brutta storia, costruita sull’ambiguità e sul silenzio. Una storia che il Comitato Natura Verde ricostruisce in tutti i dettagli, a cominciare da quel lontano 2001 in cui, durante una riunione tra “potenti”, si è avviato un processo di modifica della destinazione di una vasta area nel cuore dell’Abruzzo: da agricola ad industriale.

Il documentario inizia con le parole durissime dello stesso Tiracchia: “l’indifferenza è il fertilizzante del sopruso e dell’inganno”. Tiracchia sente parlare del Centro Oli di Ortona per caso, nello scorso autunno. E all’inizio pensa che si tratta di una iniziativa per promuovere l’olio d’oliva abruzzese.
Ma la realtà è molto diversa: il Centro Oli è una raffineria per la idrodesolfurizzazione del petrolio, attività industriale del comparto petrolchimico tra le più rischiose e inquinanti per il territorio e la salute dei suoi abitanti (“Oil” infatti in inglese non significa olio [d’oliva], ma petrolio).
Emergono alcuni dettagli allarmanti dalle interviste di alcuni esperti. Maria Rita D’Orsogna (fisica, esperta di modelli matematici di sistemi biologici, California State University at Northrdige di Los Angeles) spiega cosa fa una raffineria. Il petrolio è composto da idrocarburi (composti di idrogeno e carbonio) e da altre sostanze impure (zolfo, azoto, metalli, sali). Queste sostanze vanno eliminate per poter trasformare il petrolio in carburante o in plastica.
Il petrolio in Abruzzo è amaro, ovvero ricco di sostanze impure da eliminare: il 3,2% del petrolio di Ortona è costituito da zolfo. È una sostanza molto viscosa e corrosiva, il cui trasporto è difficile e rischioso: è vietato il trasporto tramite i camion; in genere si trasporta tramite oleodotti, costosi da realizzare e con un impatto ambientale devastante. Come si depura il petrolio? La prima fase (quella che si effettuerebbe ad Ortona) è quella di desolfurizzazione, che comprende vari processi chimici e termici. Durante questi processi viene prodotta una sostanza di risulta, l’idrogeno solforato: è impossibile contenere il suo rilascio nell’atmosfera. Negli USA simili strutture non si costruiscono più dal 1976 (anche in seguito ad un grave incidente nel 1975, in cui morirono 9 persone). Il Mario Negri sud ha dichiarato che la tecnologia scelta per Ortona è obsoleta. A Los Angeles o Parigi non si trivella né si costruiscono raffinerie, sebbene siano zone ricche di petrolio; così come non si trivella in Alaska, riserva naturale. Ad Ortona sorgeranno 4 torri alte tra i 20 e i 30 metri, attive 365 giorni l’anno a pieno ritmo. Le sostanze tossiche saranno rilasciate continuativamente, da ben 14 punti di emissione. Il bilancio giornaliero sarà: 1 tonnellata di nitrati; 300 chili di anidride solforosa; vari chili di composti organici volatili; particelle fini e altre sostanze inquinanti; 2 chili di idrogeno solforato – o acido solfidrico – che è una delle sostanze maggiormente tossiche, 25.000 volte più tossica dell’anidride carbonica.
L’inquinamento dovuto alla raffinazione del petrolio provoca malattie e gravi danni al territorio (le aree intorno a Falconara, Gela, Viggiano ne sono un drammatico esempio).
Gianni V. Belcaro (medico, Università di Chieti “G. d’Annunzio”) aggiunge che la tendenza dovrebbe essere di superare l’economia basata sul petrolio tramite forme energetiche alternative e che la decisione di costruire un simile mostro non è certo a vantaggio degli abitanti e del territorio. Perché proprio in Abruzzo? Perché i costruttori decidono di costruire nelle zone di minore resistenza, dove la politica è malleabile e l’opposizione dei cittadini scarsa o nulla (molte raffinerie o impianti industriali abbondano nei territori depressi e con scarsa coscienza civile, con l’eccezione di Porto Marghera, poi abbattuto).
L’impatto di una raffineria riguarda l’ambiente nel senso più ampio: un sistema complesso, una vera e propria catena (dall’erba alla singola persona). A parte l’inquinamento diretto dovuto alla dispersione di sostanze tossiche, c’è una forma di inquinamento indiretto. Chi vive vicino alla raffineria ha un’alta incidenza di tumori, leucemie e malformazioni fetali (patologie alle quali si aggiungono gli effetti sui caratteri sessuali secondari e sulla fertilità umana, come afferma Andrea Ledda – andrologo, Università de L’Aquila – che definisce il Centro Oli una follia, partorita da una mente malata). Le emissioni non sono controllabili (le piogge acide, ad esempio, che si spingono anche fino a 250-300 chilometri dal punto di emissione) e i rischi di incidenti sono elevati (anche gli impianti con tecnologia molto avanzata hanno alti tassi di incidenti: con morti e emissioni tossiche. A poche miglia da Londra l’11 dicembre 2005 è esploso l’Hertfordshire Oil Storage Terminal – conosciuto come Buncefield Depot; le foto satellitari hanno dimostrato che le ceneri inquinanti si sono spinte fino a 700 km da uno dei serbatoi di stoccaggio, interessando un’area di 150-200 chilometri. L’esplosione ha fatto segnare ai sismografi una magnitudine di 2.4 ed è stata definita come la più grande in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale).
Il primo inquinatore dell’Abruzzo è la politica. Perché non creare forme alternative di energia?
C’è anche un altro problema: il terreno in cui si vuole costruire il Centro Oli di Ortona è un formidabile produttore di vino. Un’area in cui l’agricoltura è fiorente ed è un motore economico della intera regione. La provincia di Chieti produce l’80% della produzione regionale con il 75% della superficie vitata: 800.000 hl di vino per un fatturato di oltre 400 milioni di euro.
I coltivatori sono furibondi. Spesso all’insaputa del piano dell’Eni e dei suoi irresponsabili sostenitori, sono angosciati e spaventati dalle inevitabili conseguenze. “Ci hanno presi tutti in giro i nostri politici. Siamo proprio incazzati” urla un viticoltore di Tollo, appoggiato da moltissimi altri.
Durante le vacanze pasquali sono comparse alcune piattaforme petrolifere nel mare abruzzese: tra San Vito e Rocca San Giovanni, e davanti alla spiaggia di Punta Aderci (riserva naturale).
La carta delle concessioni del 2007 annuncia la trasformazione dell’Abruzzo in area mineraria e industriale. E in poche parole si può riassumere il rischio che incombe: poche parole scritte su un cartello piazzato nel centro di Viggiano e riportato nel sito del Comitato Natura Verde.
Sotto alla scritta in maiuscolo “Idrogeno solforato” si legge: Pericolo (Velenoso, infiammabile ed esplosivo). Non respirare il gas (Non fidarsi dell’odorato per accertare la presenza di gas. Nel caso di sospetta presenza di gas indossare la maschera e dare l’allarme). Attenzione (L’idrogeno solforato paralizza il senso dell’odorato). Pronto Soccorso (Portare l’infortunato all’aria pura. Se l’infortunato non respira o respira faticosamente, applicare immediatamente a respirazione artificiale. Tenere l’infortunato al caldo). Mezzi protettivi specifici (Maschere antigas – autoprotettori).

Il 30 aprile scorso si è riunito il Consiglio comunale di Ortona. All’ordine del giorno la richiesta di abrogazione della legge approvata lo scorso 4 marzo dal Consiglio Regionale e che aveva sospeso l’attuazione del progetto dell’Eni fino a dicembre 2008.
La resistenza dei cittadini ha la meglio e l’abrogazione non viene discussa.
Il Comitato commenta: “Con quale faccia degli amministratori comunali possono chiedere l’abrogazione di una legge regionale fortemente voluta dalla popolazione? Pensano che basti fare la voce grossa per intimidire il mondo intero che osa opporsi? Pensano che basti definire tutti “sedicenti scienziati” per annullare le argomentazioni di personaggi illustri che hanno espresso i mille motivi per classificare insensato questo programma scellerato? […] Con quale arroganza si può minacciare di querelare la popolazione rea di dissentire dalle decisioni di una parte politica? Hanno forse dimenticato che il loro mandato è stato conferito da quegli stessi elettori che in massa si sono presi la briga di “obbligare” il consiglio regionale a prendere una simile drastica decisione? Pensano forse di essere i padroni di Ortona e dell’intero Abruzzo?”.
Lo stesso giorno Maria Rita D’Orsogna scrive: “sono incredula, arrabbiata, schifata di questa classe dirigente. Mentre scrivo il consiglio comunale di Ortona, la città di mia madre, la città dove per tanti anni sono andata al mare, la città che cerco di promuovere qui in America regalando vini Farnese a tutti, si sta riunendo per decidere come prendere provvedimenti legali contro di me ed altri cittadini che continuano a lottare contro il centro petroli. […] invece di stare CON NOI, a proteggere i nostri e i loro figli, ci vogliono consegnare all’ENI, alle loro bugie, alle malattie, all’inquinamento e al regresso. Il tutto in nome del dio denaro”.

A chi interessa il Centro Oli? Non certo ai cittadini, almeno a quelli consapevoli dei rischi e che stanno combattendo contro due nemici: la raffineria e il silenzio che pochi incoscienti cercano di alimentare.
E per concludere: “chi è” Attila? È lo stesso Tiracchia a raccontarlo: “una delle mie prime semideserte proiezioni raccontavo come in California il governatore Arnold Schwarzenegger (di destra, reazionario, bacchettone, pro pena di morte) avesse varato ed appoggiato leggi a difesa dell’ambiente e spinto la ricerca e l’utilizzo di energie alternative (ha tra l’altro ordinato lo smantellamento di tutti i pozzi offshore di fronte alle coste della California). Uno dei presenti è intervenuto dicendo: “è chiaro, loro hanno Terminator e noi Attila e la sua orda di barbari” riferendosi a [Ottaviano] Del Turco e compagni, tra cui l’assessore all’ambiente della Regione, [Franco] Caramanico, ridicoleggiato pubblicamente per il suo linguaggio rozzo ed ambiguo sulla vicenda, l’unica cosa che ripete continuamente è che è tutta colpa delle precedenti amministrazioni di centrodestra e che quindi lui che sta facendo molto per uno sviluppo sostenibile dell’Abruzzo non può fare nulla per colpa di quei cattivi…”.

Ma i poco lusinghieri soprannomi non finiscono qui. Continua Tiracchia: “Remo Di Martino, presidente del consiglio comunale di Ortona di centrodestra, in totale armonia con Del Turco & Co. del PD, è soprannominato IOTIDENUNCIO (infatti è avvocato). Il sindaco di Ortona Nicola Fratino (di cui i maligni dicono che sia teleguidato da Remo Di Martino, vero sindaco in pectore), che è il proprietario insieme al fratello delle attività di handling del por(www.fratino.com), fondatore e membro del Consorzio Industriale Abruzzese che si è precostituito per costruire le infrastrutture del Centro Oli, per una sua uscita infelice viene soprannominato IOTISPAROINBOCCA.problema del conflitto di interessi in questo caso non viene neppure preso in esame”.
Difficile non essere scoraggiati e amareggiati; difficile non essere sorpresi dalla cecità di quanti appoggiano il Centro Oli, che dimenticano la salute dei cittadini e trascurano che a pagare un prezzo altissimo per pochi soldi sporchi saranno tutti quanti – compresi i loro figli e le loro terre.

(LibMagazine, 7 maggio 2008)