venerdì 16 maggio 2008

“L’economia deve mirare in alto”. Intervista all’economista Andrea Saba

Docente di Economia Industriale (in pensione) alla “Sapienza” di Roma, assistente di Paolo Sylos Labini, laureato a Cambridge, autore di vari studi sullo sviluppo industriale.

Si parla molto di risanamento economico e delle difficoltà dei cittadini di sopravvivere; Silvio Berlusconi ha promesso di tagliare l’ICI sulla prima casa. Ma quei soldi poi dove li va a prendere?
L’unica soluzione giusta sarebbe quella di tagliare le spese inutili, gli sprechi enormi di soldi. Bisognerebbe avere il coraggio di intraprendere una specie di “operazione machete”: sarebbe un modo per recuperare moltissimi soldi e costituirebbe un segnale importante, anche dal punto di vista morale.

Da dove cominceresti?
Per essere credibile il governo deve “mirare in alto”.
Il primo bersaglio potrebbe essere il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL): è un organo costituzionale che non fa niente, a parte godersi la splendida sede dentro a Villa Borghese, Villa Lubin. Il CNEL è stato istituito come “Organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge”. Negli ultimi 5 anni non hanno espresso alcun parere su temi fondamentali come le pensioni o il precariato!

Il CNEL è composto da 121 consiglieri: deve costare parecchio…
Soprattutto se non produce nulla di utile. I soldi risparmiati con il suo taglio potrebbero in parte rimediare all’abolizione dell’ICI sulla prima casa (giusta, soprattutto per alcune fasce di popolazione). Bisogna prendere di mira i giganti di spreco, e non i nanetti. Proprio come chi ha ammazzato Wild Bill Hickock, famoso sceriffo del West interpretato da Gary Cooper (in “The Plainsman”, 1936, regia di Cecil B. De Mille, ndr). C’è anche un detto: “Se vuoi diventare famoso come pistolero uccidi il pistolero più importante”. In questo caso il CNEL ci sembra il maggiore caso di impiego poco produttivo di spesa pubblica. Che cosa ne pensa il CNEL sugli incidenti sul lavoro? Che cosa suggerisce ai governi? Boh!

Dopo il CNEL come proseguiresti l’“operazione machete”?
Penso a Sviluppo Italia (e che ora si chiama Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa SpA), organo nato dalle ceneri dell’EFIM, Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere, tra le peggiori partecipazioni statali (liquidato nel 1992 e chiamato “ente spazzatura”, ndr). Non basta cambiare nome e questo nuovo gigante di spreco, nato per finanziare progetti di sviluppo soprattutto nel Mezzogiorno, è in realtà un modo per tenere in vita faccendieri specializzati a prendere soldi. Quanti dei progetti finanziati sono andati a buon fine? Quanti sopravvivono senza bisogno di un ulteriore finanziamento? Sarebbe interessante consultare l’elenco dei progetti di sviluppo realizzati (l’Agenzia pubblica solo l’elenco dei progetti finanziati. E non di quelli che si reggono da soli sul mercato…).

Stai suggerendo una regola semplice e di buon senso: il controllo e il contenimento della spesa pubblica in base al merito e al lavoro effettivo svolto?
La spesa pubblica è enorme; non si può aumentare la pressione fiscale che è già opprimente. Se vogliamo rimanere nella Comunità europea dobbiamo rispettare il “vincolo di stabilità”: la questione del deficit è tra le più spinose. L’unica soluzione è controllare l’azione di ogni ente che grava sui soldi pubblici: cosa fa, quanto costa, quanto e come investe, cosa riesce a realizzare. Questo controllo deve essere effettuato sia sugli enti nazionali che regionali, soprattutto alla voce “promozione, sostegno e sviluppo industriale” – spesso organi costruiti e tenuti in vita soltanto per arricchire pochi privilegiati. L’industria italiana, poi, è molto più vitale di quanto si pensi. In Veneto ed in Emilia c’è una impresa ogni otto abitanti – e spesso queste imprese non hanno alcun bisogno di incentivazione allo sviluppo.

Un altro tasto dolente riguarda le pensioni e il peso contributivo dei lavoratori che sta diventando insostenibile.
Questa è una follia del sindacato. Il rapporto tra la popolazione attiva e quella passiva è sbilanciato. Il forte aumento dell’età media (l’indice di sopravvivenza dell’Italia è il terzo nel mondo dopo il Giappone e la Svezia) ha fatto sì che la base contributiva non ce la faccia a coprire tutti quelli che sono in pensione. Ovunque si è aumentata l’età pensionabile a 65 anni. In Italia ci sono 117 lavoratori per 100 pensionati; contro i 216 in Danimarca e contro al media europea che è di 170. Con l’euro stiamo tutti dentro lo stesso sistema economico e con il debito pubblico doppio della media europea non possiamo permetterci questo tipo di politica.

Paradossale se si pensa che l’età adolescenziale è ormai infinita: complice il precariato e l’antipatia delle classi dirigenti verso il ricambio, fino a 40-45 anni si è giovani (che poi spesso significa un ventennio di gavetta).
E significa che, ancora una volta, deve intervenire lo Stato per coprire lo scarto: un altro spreco che grava sulla spesa pubblica e che viene tolto all’avanzamento tecnologico, alla ricerca, alla università. L’unica soluzione è aumentare l’età in cui si va in pensione, a parte i lavori stressanti e pericolosi – svolti in percentuale molto alta da non italiani…

Perché è tanto faticoso decidere di aumentare l’età pensionabile?
Perché il 52% degli iscritti alla CGIL sono pensionati che automaticamente versano i contributi nelle casse della CGIL, spesso all’insaputa degli stessi contribuenti. Il sindacato vive così. Non ha alcun interesse a ridurre il numero dei suoi finanziatori – è anche l’opinione di Emma Bonino – anche se il prezzo da pagare (per gli altri) è altissimo. Difendere i propri interessi implica non difendere i lavoratori. Proprio come trattarli allo stesso modo: i metalmeccanici (quelli italiani sono i migliori al mondo), i fannulloni, gli operai non specializzati, i faccendieri e gli autisti delle auto blu (altro spreco nostrano) sono trattati allo stesso modo: e così si calpesta il merito e un minimo senso di giustizia.

(LibMagazine, 16 maggio 2008)