mercoledì 28 maggio 2008

Rete 4-Europa 7 se la giustizia tarda basta avere Fede

Ieri su Il Tempo Giuseppe Feyles faceva il punto sui rapporti tra Europa e Italia. In sintesi il suo pensiero può essere riassunto dal titolo: Dall’estero nessuna lezione, please (con tanto di ammiccamento poliglotta finale – ma il titolo non lo avrà scelto lui).
A parte i soliti e discutibili discorsi sulle radici cristiane dell’Europa e sulla necessità politica di ascoltare il Papa, Feyles liquida le critiche estere rivolte all’Italia come invidia o livore dei perdenti.
E poi inciampa nel suo capolavoro: l’Europa sarà pure importante, ma “non per forza dobbiamo stare a sentirla”. Affermazione che può valere per le critiche e i consigli (ma perché non ascoltarli se fossero sensati?), meno per le sentenze della Corte di Giustizia – sempre che ci sia interesse a far parte della Unione Europea.
Difficile, poi, non pensare ai rapporti tra Europa 7 e Rete 4, di cui Feyles è direttore.
Una odissea cominciata nel 1999, passata attraverso varie leggi e decisioni giudiziarie. Nel 2006 la Commissione Europea DG Concorrenza ha messo in mora l’Italia per la legge Gasparri e nel 2007 ha dichiarato l’infrazione dell’Italia e denunciato la Gasparri per avvantaggiare Rete 4 a danno di Europa 7.
E ancora la Corte di Giustizia Europea nel gennaio passato ha definito illegittimo il tempo (lungo) in cui Rete 4 ha usato le frequenze destinate ad Europa 7. Eppure Francesco Di Stefano, nonostante avesse vinto 9 anni fa la gara pubblica per l’assegnazione delle frequenze, aspetta ancora che Rete 4 si faccia da parte.
E se la giustizia non sembra essere garantita, forse, basterebbe avere Fede...

(DNews, 28 maggio 2008; foto di Morula)

mercoledì 21 maggio 2008

La storia riletta e aggiornata della principessa

Octavia Monaco, talentuosa e onirica illustratrice, propone un’interessante rivisitazione de “La principessa sul pisello”, celebre favola di Hans Christian Andersen. O meglio: sostiene di raccontare e illustrare la vera versione della fiaba che ha bisogno, come spesso succede ai racconti tramandati, della rettifica circa alcuni dettagli che il tempo ha confuso (“La vera principessa sul pisello”, 2008, Orecchio Acerbo editore).
La “vera” principessa non si fa intimidire dagli ostacoli frapposti tra lei e il vero amore – che non è quel principe azzurro da espugnare con condiscendenza e remissività tipicamente femminili (o solo fiabesche?). La vera principessa disegnata da Octavia è la protagonista una rilettura in chiave liberale della prova d’amore (oltre che del sangue blu) imposta alla fanciulla, costretta a dormire su un pisello nascosto sotto a una pila di materassi per verificare se la sua pelle sia tanto sensibile (quindi regale) da accorgersi dell’intruso. In entrambe le versioni la principessa passa una notte insonne: ma se nella favola tradizionale le sue occhiaie erano l’anticamera e la condizione necessaria per un matrimonio reale, nella versione “vera” la principessa se ne va sdegnata, senza risparmiare la sua collera verso lo smidollato principe e la potenziale e arcigna suocera: “Che [il principe] sia così impegnato da disdegnare una principessa come me? Così preso nelle sue occupazioni da affidare alla vecchia regina il compito di scegliere la sua futura sposa?”, si domanda la fanciulla prima di voltare le spalle al palazzo, non senza essersi presa una dispettosa vendetta.

(DNews, 21 maggio 2008)

lunedì 19 maggio 2008

L’importanza della diagnosi genetica di preimpianto (intervista a Chiara Piantelli)

Chiara Piantelli è la mamma di Paolo, nato con una malattia gravissima e morto a pochi mesi. Chiara vuole un altro figlio, ma non vuole correre il rischio di avviare una gravidanza destinata ad essere interrotta in seguito ad una diagnosi infausta. Le polemiche sulla legge 40 e sulle linee guida rischiano di far dimenticare gli effetti drammatici di questa legge assurda sulle esistenze delle persone. Sulla salute delle mamme e dei nascituri.
Chiara racconta cosa è successo e cosa vorrebbe.

Sono anche io la mamma di un angelo... Vivo a Roma con mio marito ed il nostro Paolo è volato via il 4 novembre scorso a neanche 4 mesi per una SMA 1 (la forma più grave di atrofia muscolare spinale). Non accetto l’idea che la sua vita sia persa così nel nulla; sto diffondendo nel mio piccolo, a quante più persone possibile, informazioni sulla SMA in particolare e sulle malattie genetiche in generale. Vedo con piacere che c’è chi ha fatto partire un tam tam ben più ampio del mio, Fabio e Silvia. Mi associo volentieri a loro...
Il 21 luglio scorso è nato il mio primo bambino, Paolo, con un parto rapido e fantastico. Con lui abbiamo trascorso un’estate completamente incantati, chiedendoci che avremmo fatto con lui nelle varie fasi della sua vita: quando il primo passo o il primo dentino, se la sua prima parola sarebbe stata mamma o papà, che lavoro avrebbe fatto da grande... Ovviamente (?!) nella nostra fantasia di genitori Paolo sarebbe stato un bimbo prodigio e probabilmente da grande avrebbe fatto il presidente della Repubblica. La nostra preoccupazione più grande per lui era che diventasse un bimbo, poi un ragazzetto ed un uomo intelligente, simpatico, piacente...
Io e mio marito eravamo già in piena discussione: motorino sì o no, uscite serali, fino a che ora? Illusi! A settembre le nostre domande sul suo futuro sono diventate un po’ più di basso profilo....ci domandavamo, ma quando comincerà a tirare su la testolina da solo? Perché le gambine sono così moscette? Perché ha quel rantolino quando respira e ogni tanto diventa grigetto e sudato?

Qual è stata la risposta a queste domande?
Il pediatra, rivedendolo al ritorno dalle vacanze, ha capito subito che qualcosa non andava e gli ha fatto fare una visita neurologica con prelievo di sangue annesso.
I due giorni successivi, in attesa della sentenza, sono durati due mesi. Ci dicevamo che era tutto un errore, che Paolo stava benone; siamo perfino arrivati a vedergli muovere le gambe! Ma la sentenza purtroppo è arrivata, inappellabile: atrofia muscolare spinale di tipo I...
Paolo è morto per la prima volta il 14 settembre, per poi lasciarci per sempre il 4 novembre scorso. I giorni trascorsi con Paolo dopo la diagnosi sono stati di “preparazione”: abbiamo avvertito parenti e amici, lo abbiamo fatto battezzare, con l’aiuto di Chiara Mastella del Sapre di Milano (counselor sanitario sistemico, coordinatore SAPRE – Servizio Abilitazione Precoce dei Genitori), ci siamo procurati i presidi necessari per assisterlo a casa. Per nostra fortuna Paolo ha avuto bisogno di mangiare con il sondino nasogastrico solo per un paio di settimane e le sue crisi respiratorie erano brutte ma sporadiche. Perfino il giorno prima di andarsene, anche se lo aspiravamo in continuazione, era sereno. Paolo ora è il nostro angioletto, può muoversi e respirare come qui con noi non avrebbe mai potuto fare. Siamo contenti di non aver voluto per il nostro bambino alcun tipo di accanimento terapeutico e di averlo “accompagnato” cercando di farlo stare il meglio possibile fino alla fine. È stato un gran privilegio averlo conosciuto e un grande onore essere stati i suoi genitori, il suo sarà per sempre il più bel ricordo. Ma se avessimo potuto evitargli tutte le sofferenze, lo avremmo di certo fatto, anche se questo avesse significato non conoscerlo mai.

Se avessi saputo che era malato avresti abortito?
Sì perché avrei preferito che non nascesse mai, piuttosto che malato. Avrei abortito, ma soprattutto vorrei avere avuto la possibilità di scegliere ancor prima. Ecco perché è tanto importante poter effettuare la diagnosi di preimpianto. E vorrei che ci fossero più attenzione e più informazione verso le cosiddette malattie rare: in Italia c’è 1 portatore sano di SMA su 50 individui: sembra così poco? Un altro esempio: si stima che il 5% della popolazione italiana sia portatrice sana di fibrosi cistica.
Anche riguardo alla prevenzione credo si possa e si debba fare molto. Nel sito dell’Università di Udine si parla di un progetto di ricerca sulla SMA e il vicepresidente della Uildm (Unione Italiana per la Lotta alle Distrofie Muscolari) di Udine dice a proposito della SMA: “la prevenzione rimane il mezzo migliore per limitare la diffusione della malattia, non esistendo ancora una terapia efficace”. Questo vuol dire che persone ben più competenti in materia la pensano esattamente come me: vale la pena di cercare di abbattere i costi del test del portatore sano (nella fattispecie di SMA) in modo che, in termini di rapporto costi/benefici, abbia senso proporre uno screening su larga scala, perché chiunque possa sapere se è o meno portatore sano di questa orrenda malattia mortale. Perché chiunque possa consapevolmente scegliere come comportarsi se vuole avere figli.

Fare uno screening o effettuare una diagnosi prima dell’impianto eviterebbe di abortire...
Non voglio fare polemiche, ma questa è la realtà.
Psicologicamente ed emotivamente abortire per ragioni terapeutiche fa molto effetto. Devi scegliere tra il far nascere un bambino malato, spesso gravemente e destinato a morire come Paolo, oppure l’interrompere quella gravidanza tanto voluta: è una scelta impossibile! Con la diagnosi preimpianto è possibile concepire un figlio sano.
Perché mi è concesso abortire un embrione malato, mi è concesso quindi interrompere una gravidanza in queste condizioni e, invece, non mi è permesso di non avviarla?
Inoltre la diagnosi genetica di preimpianto è a mio carico, l’interruzione di gravidanza è a carico della spesa pubblica.
Se fosse consentita la diagnosi di preimpianto non ci sarebbero tanti aborti terapeutici (al di là delle polemiche suscitate dalle linee guida del 2008 soprattutto sulla questione della diagnosi di preimpianto, in Italia l’accesso alle tecniche in generale e in particolare alla diagnosi prima dell’impianto è limitato fortemente ed esclude senza valide ragioni molte persone, ndr).

Che cosa è successo dopo la morte di Paolo?
Sono rimasta incinta 2 volte e ho avuto 2 aborti: il primo aborto è stato spontaneo e l’embrione è stato espulso automaticamente (ho avuto le mestruazione dopo 2 mesi).
Il secondo aborto è stato drammatico – e non era nemmeno un aborto terapeutico perché sono andata a fare il raschiamento sapendo che non c’era niente di vivo in me (al Policlinico Gemelli, dove fanno solo i raschiamenti e non le interruzioni di gravidanza...). Immagino chi lo fa quando l’embrione, per quanto malato, è ancora vivo. La diagnosi prenatale la fai all’epoca in cui si può effettuare il bitest, che è una analisi preamniocentesi. Ti dà statisticamente il rischio di grossolane malformazioni. A quest’epoca il tuo piccolino lo vedi sullo schermo dell’ecografo già tutto bello formato, in miniatura... Bella cosa sapere di doverlo abortire perché è malato!!!

Come ti sei accorta che qualcosa non andava nella gravidanza?
Ho fatto l’ecografia alla ottava settimana; le misure del feto erano giuste, ma non c’era il battito. Alla nona o decima settimana ho fatto il raschiamento. Ti portano in sala parto; vai nella stessa sala operatoria in cui fanno i parti cesarei. Senti i vagiti dei bambini appena nati.
Dopo l’intervento ti mettono nella stanzetta per svegliarti dalla anestesia; sei vicino al letto di una donna con un bambino tra le braccia.
Volevano farmi stare una notte ricoverata, io ho firmato contro il parere medico (l’indicazione dopo il raschiamento è di passare la notte in ospedale).
Perché non si può fare la diagnosi di preimpianto? Perché l’unica alternativa è questa. Non avrei dubbi su cosa fare, ma interrompere terapeuticamente è molto doloroso. Sarebbe meglio non avviare la gravidanza, che interromperla con un figlio voluto ma malato.
Molte persone che hanno un bambino malato (perché hanno deciso di farlo nascere o perché hanno saputo della malattia dopo la nascita) criticano chi sceglie di abortire per ragioni non terapeutiche: “c’è chi vuole tanto in figlio e chi lo butta via”, dicono. Ma io ci tengo a dire che ogni persona dovrebbe poter scegliere. In ogni circostanza. Raccontare la storia drammatica di Paolo significa anche contribuire alla informazione: i bambini con la SMA muoiono neri, soffocati.
Sono fiera di essere stata sua madre, ma vederlo morire morire nero tra le mie braccia... Non avrei mai voluto che accadesse – anche se il prezzo altissimo sarebbe stato quello di non averlo conosciuto e amato.
Mio figlio aveva gli occhi azzurri ma non muoveva le gambe, aveva un naso perfetto, era bellissimo
che fortuna!, meglio un mostro cagone che un bimbo immobile. “Speriamo che non sia brutto – pensavo durante la gravidanza – che a scuola non lo prendano in giro, che non porti gli occhiali”. Non avrei mai immaginato di dover sperare che respirasse.

(Persona e Danno, 19 maggio 2008).

venerdì 16 maggio 2008

“L’economia deve mirare in alto”. Intervista all’economista Andrea Saba

Docente di Economia Industriale (in pensione) alla “Sapienza” di Roma, assistente di Paolo Sylos Labini, laureato a Cambridge, autore di vari studi sullo sviluppo industriale.

Si parla molto di risanamento economico e delle difficoltà dei cittadini di sopravvivere; Silvio Berlusconi ha promesso di tagliare l’ICI sulla prima casa. Ma quei soldi poi dove li va a prendere?
L’unica soluzione giusta sarebbe quella di tagliare le spese inutili, gli sprechi enormi di soldi. Bisognerebbe avere il coraggio di intraprendere una specie di “operazione machete”: sarebbe un modo per recuperare moltissimi soldi e costituirebbe un segnale importante, anche dal punto di vista morale.

Da dove cominceresti?
Per essere credibile il governo deve “mirare in alto”.
Il primo bersaglio potrebbe essere il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL): è un organo costituzionale che non fa niente, a parte godersi la splendida sede dentro a Villa Borghese, Villa Lubin. Il CNEL è stato istituito come “Organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge”. Negli ultimi 5 anni non hanno espresso alcun parere su temi fondamentali come le pensioni o il precariato!

Il CNEL è composto da 121 consiglieri: deve costare parecchio…
Soprattutto se non produce nulla di utile. I soldi risparmiati con il suo taglio potrebbero in parte rimediare all’abolizione dell’ICI sulla prima casa (giusta, soprattutto per alcune fasce di popolazione). Bisogna prendere di mira i giganti di spreco, e non i nanetti. Proprio come chi ha ammazzato Wild Bill Hickock, famoso sceriffo del West interpretato da Gary Cooper (in “The Plainsman”, 1936, regia di Cecil B. De Mille, ndr). C’è anche un detto: “Se vuoi diventare famoso come pistolero uccidi il pistolero più importante”. In questo caso il CNEL ci sembra il maggiore caso di impiego poco produttivo di spesa pubblica. Che cosa ne pensa il CNEL sugli incidenti sul lavoro? Che cosa suggerisce ai governi? Boh!

Dopo il CNEL come proseguiresti l’“operazione machete”?
Penso a Sviluppo Italia (e che ora si chiama Agenzia nazionale per l’attrazione d’investimenti e lo sviluppo d’impresa SpA), organo nato dalle ceneri dell’EFIM, Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere, tra le peggiori partecipazioni statali (liquidato nel 1992 e chiamato “ente spazzatura”, ndr). Non basta cambiare nome e questo nuovo gigante di spreco, nato per finanziare progetti di sviluppo soprattutto nel Mezzogiorno, è in realtà un modo per tenere in vita faccendieri specializzati a prendere soldi. Quanti dei progetti finanziati sono andati a buon fine? Quanti sopravvivono senza bisogno di un ulteriore finanziamento? Sarebbe interessante consultare l’elenco dei progetti di sviluppo realizzati (l’Agenzia pubblica solo l’elenco dei progetti finanziati. E non di quelli che si reggono da soli sul mercato…).

Stai suggerendo una regola semplice e di buon senso: il controllo e il contenimento della spesa pubblica in base al merito e al lavoro effettivo svolto?
La spesa pubblica è enorme; non si può aumentare la pressione fiscale che è già opprimente. Se vogliamo rimanere nella Comunità europea dobbiamo rispettare il “vincolo di stabilità”: la questione del deficit è tra le più spinose. L’unica soluzione è controllare l’azione di ogni ente che grava sui soldi pubblici: cosa fa, quanto costa, quanto e come investe, cosa riesce a realizzare. Questo controllo deve essere effettuato sia sugli enti nazionali che regionali, soprattutto alla voce “promozione, sostegno e sviluppo industriale” – spesso organi costruiti e tenuti in vita soltanto per arricchire pochi privilegiati. L’industria italiana, poi, è molto più vitale di quanto si pensi. In Veneto ed in Emilia c’è una impresa ogni otto abitanti – e spesso queste imprese non hanno alcun bisogno di incentivazione allo sviluppo.

Un altro tasto dolente riguarda le pensioni e il peso contributivo dei lavoratori che sta diventando insostenibile.
Questa è una follia del sindacato. Il rapporto tra la popolazione attiva e quella passiva è sbilanciato. Il forte aumento dell’età media (l’indice di sopravvivenza dell’Italia è il terzo nel mondo dopo il Giappone e la Svezia) ha fatto sì che la base contributiva non ce la faccia a coprire tutti quelli che sono in pensione. Ovunque si è aumentata l’età pensionabile a 65 anni. In Italia ci sono 117 lavoratori per 100 pensionati; contro i 216 in Danimarca e contro al media europea che è di 170. Con l’euro stiamo tutti dentro lo stesso sistema economico e con il debito pubblico doppio della media europea non possiamo permetterci questo tipo di politica.

Paradossale se si pensa che l’età adolescenziale è ormai infinita: complice il precariato e l’antipatia delle classi dirigenti verso il ricambio, fino a 40-45 anni si è giovani (che poi spesso significa un ventennio di gavetta).
E significa che, ancora una volta, deve intervenire lo Stato per coprire lo scarto: un altro spreco che grava sulla spesa pubblica e che viene tolto all’avanzamento tecnologico, alla ricerca, alla università. L’unica soluzione è aumentare l’età in cui si va in pensione, a parte i lavori stressanti e pericolosi – svolti in percentuale molto alta da non italiani…

Perché è tanto faticoso decidere di aumentare l’età pensionabile?
Perché il 52% degli iscritti alla CGIL sono pensionati che automaticamente versano i contributi nelle casse della CGIL, spesso all’insaputa degli stessi contribuenti. Il sindacato vive così. Non ha alcun interesse a ridurre il numero dei suoi finanziatori – è anche l’opinione di Emma Bonino – anche se il prezzo da pagare (per gli altri) è altissimo. Difendere i propri interessi implica non difendere i lavoratori. Proprio come trattarli allo stesso modo: i metalmeccanici (quelli italiani sono i migliori al mondo), i fannulloni, gli operai non specializzati, i faccendieri e gli autisti delle auto blu (altro spreco nostrano) sono trattati allo stesso modo: e così si calpesta il merito e un minimo senso di giustizia.

(LibMagazine, 16 maggio 2008)

mercoledì 14 maggio 2008

Confutate Travaglio o querele e cause non hanno senso

Essere costretti ad invocare i diritti fondamentali garantiti dalla carta costituzionale ha spesso il sapore amaro di una estrema e noiosa difesa.
Vale la pena di correre il rischio richiamando la libertà di opinione e di espressione. Libertà che sancisce anche il diritto di correre il rischio di abusarne. E di subire le eventuali conseguenze in caso di reato (diffamazione o calunnia che sia) – unico limite giustificato.
Quando le parole dei cittadini sono limitate da ragioni diverse si impone la censura. Mascherata con i nomi più vari: da buon gusto a legittima punizione della provocazione, da opportunità politica a giusta condanna degli estremismi.
Quando si riportano fatti veri non può esistere calunnia, ma censura sì. E servile autocensura anche, preventiva o volta a negare complicità o consenso.
L’unico modo per “tappare la bocca” di qualcuno che pronuncia parole ruvide è dimostrare la loro infondatezza. Se Marco Travaglio ha dichiarato il falso riguardo a Renato Schifani pagherà nelle sedi stabilite. Le confutazione delle sue parole giustificherebbe la querela. Ma in caso contrario, e fino ad allora, ha detto la verità. E scandalizzarsi è sintomo di un ipocrita perbenismo, nella ipotesi più rosea.
Sono molti quelli che sono accorsi a chiedere scusa e a prendere le distanze, forse più inclini ad ascoltare pietose bugie o perifrasi barocche. Ben strana abitudine chiedere scusa per avere ascoltato la verità!
Con una compattezza e una partecipazione da stadio. Metafora, ormai, ben più invadente di una invocazione trasformata nel nome di un partito politico in quel lontano 1993.

(DNews, 13 maggio 2008)

mercoledì 7 maggio 2008

L’olio di Ortona. L’indifferenza è il fertilizzante del sopruso e dell’inganno


“Il ritorno di Attila”. Così si intitola un documentario realizzato da Antonello Tiracchia che racconta una brutta storia, costruita sull’ambiguità e sul silenzio. Una storia che il Comitato Natura Verde ricostruisce in tutti i dettagli, a cominciare da quel lontano 2001 in cui, durante una riunione tra “potenti”, si è avviato un processo di modifica della destinazione di una vasta area nel cuore dell’Abruzzo: da agricola ad industriale.

Il documentario inizia con le parole durissime dello stesso Tiracchia: “l’indifferenza è il fertilizzante del sopruso e dell’inganno”. Tiracchia sente parlare del Centro Oli di Ortona per caso, nello scorso autunno. E all’inizio pensa che si tratta di una iniziativa per promuovere l’olio d’oliva abruzzese.
Ma la realtà è molto diversa: il Centro Oli è una raffineria per la idrodesolfurizzazione del petrolio, attività industriale del comparto petrolchimico tra le più rischiose e inquinanti per il territorio e la salute dei suoi abitanti (“Oil” infatti in inglese non significa olio [d’oliva], ma petrolio).
Emergono alcuni dettagli allarmanti dalle interviste di alcuni esperti. Maria Rita D’Orsogna (fisica, esperta di modelli matematici di sistemi biologici, California State University at Northrdige di Los Angeles) spiega cosa fa una raffineria. Il petrolio è composto da idrocarburi (composti di idrogeno e carbonio) e da altre sostanze impure (zolfo, azoto, metalli, sali). Queste sostanze vanno eliminate per poter trasformare il petrolio in carburante o in plastica.
Il petrolio in Abruzzo è amaro, ovvero ricco di sostanze impure da eliminare: il 3,2% del petrolio di Ortona è costituito da zolfo. È una sostanza molto viscosa e corrosiva, il cui trasporto è difficile e rischioso: è vietato il trasporto tramite i camion; in genere si trasporta tramite oleodotti, costosi da realizzare e con un impatto ambientale devastante. Come si depura il petrolio? La prima fase (quella che si effettuerebbe ad Ortona) è quella di desolfurizzazione, che comprende vari processi chimici e termici. Durante questi processi viene prodotta una sostanza di risulta, l’idrogeno solforato: è impossibile contenere il suo rilascio nell’atmosfera. Negli USA simili strutture non si costruiscono più dal 1976 (anche in seguito ad un grave incidente nel 1975, in cui morirono 9 persone). Il Mario Negri sud ha dichiarato che la tecnologia scelta per Ortona è obsoleta. A Los Angeles o Parigi non si trivella né si costruiscono raffinerie, sebbene siano zone ricche di petrolio; così come non si trivella in Alaska, riserva naturale. Ad Ortona sorgeranno 4 torri alte tra i 20 e i 30 metri, attive 365 giorni l’anno a pieno ritmo. Le sostanze tossiche saranno rilasciate continuativamente, da ben 14 punti di emissione. Il bilancio giornaliero sarà: 1 tonnellata di nitrati; 300 chili di anidride solforosa; vari chili di composti organici volatili; particelle fini e altre sostanze inquinanti; 2 chili di idrogeno solforato – o acido solfidrico – che è una delle sostanze maggiormente tossiche, 25.000 volte più tossica dell’anidride carbonica.
L’inquinamento dovuto alla raffinazione del petrolio provoca malattie e gravi danni al territorio (le aree intorno a Falconara, Gela, Viggiano ne sono un drammatico esempio).
Gianni V. Belcaro (medico, Università di Chieti “G. d’Annunzio”) aggiunge che la tendenza dovrebbe essere di superare l’economia basata sul petrolio tramite forme energetiche alternative e che la decisione di costruire un simile mostro non è certo a vantaggio degli abitanti e del territorio. Perché proprio in Abruzzo? Perché i costruttori decidono di costruire nelle zone di minore resistenza, dove la politica è malleabile e l’opposizione dei cittadini scarsa o nulla (molte raffinerie o impianti industriali abbondano nei territori depressi e con scarsa coscienza civile, con l’eccezione di Porto Marghera, poi abbattuto).
L’impatto di una raffineria riguarda l’ambiente nel senso più ampio: un sistema complesso, una vera e propria catena (dall’erba alla singola persona). A parte l’inquinamento diretto dovuto alla dispersione di sostanze tossiche, c’è una forma di inquinamento indiretto. Chi vive vicino alla raffineria ha un’alta incidenza di tumori, leucemie e malformazioni fetali (patologie alle quali si aggiungono gli effetti sui caratteri sessuali secondari e sulla fertilità umana, come afferma Andrea Ledda – andrologo, Università de L’Aquila – che definisce il Centro Oli una follia, partorita da una mente malata). Le emissioni non sono controllabili (le piogge acide, ad esempio, che si spingono anche fino a 250-300 chilometri dal punto di emissione) e i rischi di incidenti sono elevati (anche gli impianti con tecnologia molto avanzata hanno alti tassi di incidenti: con morti e emissioni tossiche. A poche miglia da Londra l’11 dicembre 2005 è esploso l’Hertfordshire Oil Storage Terminal – conosciuto come Buncefield Depot; le foto satellitari hanno dimostrato che le ceneri inquinanti si sono spinte fino a 700 km da uno dei serbatoi di stoccaggio, interessando un’area di 150-200 chilometri. L’esplosione ha fatto segnare ai sismografi una magnitudine di 2.4 ed è stata definita come la più grande in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale).
Il primo inquinatore dell’Abruzzo è la politica. Perché non creare forme alternative di energia?
C’è anche un altro problema: il terreno in cui si vuole costruire il Centro Oli di Ortona è un formidabile produttore di vino. Un’area in cui l’agricoltura è fiorente ed è un motore economico della intera regione. La provincia di Chieti produce l’80% della produzione regionale con il 75% della superficie vitata: 800.000 hl di vino per un fatturato di oltre 400 milioni di euro.
I coltivatori sono furibondi. Spesso all’insaputa del piano dell’Eni e dei suoi irresponsabili sostenitori, sono angosciati e spaventati dalle inevitabili conseguenze. “Ci hanno presi tutti in giro i nostri politici. Siamo proprio incazzati” urla un viticoltore di Tollo, appoggiato da moltissimi altri.
Durante le vacanze pasquali sono comparse alcune piattaforme petrolifere nel mare abruzzese: tra San Vito e Rocca San Giovanni, e davanti alla spiaggia di Punta Aderci (riserva naturale).
La carta delle concessioni del 2007 annuncia la trasformazione dell’Abruzzo in area mineraria e industriale. E in poche parole si può riassumere il rischio che incombe: poche parole scritte su un cartello piazzato nel centro di Viggiano e riportato nel sito del Comitato Natura Verde.
Sotto alla scritta in maiuscolo “Idrogeno solforato” si legge: Pericolo (Velenoso, infiammabile ed esplosivo). Non respirare il gas (Non fidarsi dell’odorato per accertare la presenza di gas. Nel caso di sospetta presenza di gas indossare la maschera e dare l’allarme). Attenzione (L’idrogeno solforato paralizza il senso dell’odorato). Pronto Soccorso (Portare l’infortunato all’aria pura. Se l’infortunato non respira o respira faticosamente, applicare immediatamente a respirazione artificiale. Tenere l’infortunato al caldo). Mezzi protettivi specifici (Maschere antigas – autoprotettori).

Il 30 aprile scorso si è riunito il Consiglio comunale di Ortona. All’ordine del giorno la richiesta di abrogazione della legge approvata lo scorso 4 marzo dal Consiglio Regionale e che aveva sospeso l’attuazione del progetto dell’Eni fino a dicembre 2008.
La resistenza dei cittadini ha la meglio e l’abrogazione non viene discussa.
Il Comitato commenta: “Con quale faccia degli amministratori comunali possono chiedere l’abrogazione di una legge regionale fortemente voluta dalla popolazione? Pensano che basti fare la voce grossa per intimidire il mondo intero che osa opporsi? Pensano che basti definire tutti “sedicenti scienziati” per annullare le argomentazioni di personaggi illustri che hanno espresso i mille motivi per classificare insensato questo programma scellerato? […] Con quale arroganza si può minacciare di querelare la popolazione rea di dissentire dalle decisioni di una parte politica? Hanno forse dimenticato che il loro mandato è stato conferito da quegli stessi elettori che in massa si sono presi la briga di “obbligare” il consiglio regionale a prendere una simile drastica decisione? Pensano forse di essere i padroni di Ortona e dell’intero Abruzzo?”.
Lo stesso giorno Maria Rita D’Orsogna scrive: “sono incredula, arrabbiata, schifata di questa classe dirigente. Mentre scrivo il consiglio comunale di Ortona, la città di mia madre, la città dove per tanti anni sono andata al mare, la città che cerco di promuovere qui in America regalando vini Farnese a tutti, si sta riunendo per decidere come prendere provvedimenti legali contro di me ed altri cittadini che continuano a lottare contro il centro petroli. […] invece di stare CON NOI, a proteggere i nostri e i loro figli, ci vogliono consegnare all’ENI, alle loro bugie, alle malattie, all’inquinamento e al regresso. Il tutto in nome del dio denaro”.

A chi interessa il Centro Oli? Non certo ai cittadini, almeno a quelli consapevoli dei rischi e che stanno combattendo contro due nemici: la raffineria e il silenzio che pochi incoscienti cercano di alimentare.
E per concludere: “chi è” Attila? È lo stesso Tiracchia a raccontarlo: “una delle mie prime semideserte proiezioni raccontavo come in California il governatore Arnold Schwarzenegger (di destra, reazionario, bacchettone, pro pena di morte) avesse varato ed appoggiato leggi a difesa dell’ambiente e spinto la ricerca e l’utilizzo di energie alternative (ha tra l’altro ordinato lo smantellamento di tutti i pozzi offshore di fronte alle coste della California). Uno dei presenti è intervenuto dicendo: “è chiaro, loro hanno Terminator e noi Attila e la sua orda di barbari” riferendosi a [Ottaviano] Del Turco e compagni, tra cui l’assessore all’ambiente della Regione, [Franco] Caramanico, ridicoleggiato pubblicamente per il suo linguaggio rozzo ed ambiguo sulla vicenda, l’unica cosa che ripete continuamente è che è tutta colpa delle precedenti amministrazioni di centrodestra e che quindi lui che sta facendo molto per uno sviluppo sostenibile dell’Abruzzo non può fare nulla per colpa di quei cattivi…”.

Ma i poco lusinghieri soprannomi non finiscono qui. Continua Tiracchia: “Remo Di Martino, presidente del consiglio comunale di Ortona di centrodestra, in totale armonia con Del Turco & Co. del PD, è soprannominato IOTIDENUNCIO (infatti è avvocato). Il sindaco di Ortona Nicola Fratino (di cui i maligni dicono che sia teleguidato da Remo Di Martino, vero sindaco in pectore), che è il proprietario insieme al fratello delle attività di handling del por(www.fratino.com), fondatore e membro del Consorzio Industriale Abruzzese che si è precostituito per costruire le infrastrutture del Centro Oli, per una sua uscita infelice viene soprannominato IOTISPAROINBOCCA.problema del conflitto di interessi in questo caso non viene neppure preso in esame”.
Difficile non essere scoraggiati e amareggiati; difficile non essere sorpresi dalla cecità di quanti appoggiano il Centro Oli, che dimenticano la salute dei cittadini e trascurano che a pagare un prezzo altissimo per pochi soldi sporchi saranno tutti quanti – compresi i loro figli e le loro terre.

(LibMagazine, 7 maggio 2008)

Un vero mostro tra vigne e uliveti dell’Abruzzo

Il braccio di ferro è tra i cittadini informati (ancora pochi) e i politici dell’Abruzzo, apparentemente più interessati al petrolchimico che al patrimonio vinicolo e agricolo della terra che amministrano. Più inclini a salvaguardare gli interessi dell’Eni che la salute degli abitanti.
Il Comitato Natura Verde si è costituito per denunciare il progetto, non troppo pubblicizzato, di costruire il Centro Oli di Ortona. Che non è un centro di promozione dell’olio d’oliva, altro prodotto di punta dell’Abruzzo, ma è una vera e propria raffineria destinata alla idrodesolfurizzazione del petrolio. Operazione altamente inquinante, con un impatto ambientale che va ben oltre i confini dell’Abruzzo. Secondo il Mario Negri Sud il Centro Oli diffonderebbe quasi una tonnellata e mezzo di inquinanti, tra cui il micidiale idrogeno solforato (sostanza 25.000 volte più tossica dell’anidride carbonica).
Mentre in tutto il mondo si cercano soluzioni energetiche alternative al petrolio, per far fronte al suo inevitabile esaurimento e per arginare l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute, nel cuore di una regione che produce ottimi vini e che basa gran parte della propria economia sull’agricoltura si progetta un vero e proprio mostro ambientale.
Il 30 aprile si è riunito il Consiglio comunale di Ortona. All’ordine del giorno c’era la richiesta di abrogazione della legge approvata il 4 marzo dal Consiglio Regionale e che aveva sospeso l’attuazione del progetto dell’Eni fino a dicembre 2008. La resistenza dei cittadini ne ha impedito la discussione. Una battaglia vinta, ma la guerra è appena cominciata.

(DNews, 7 maggio 2008; qui il trailer de Il ritorno di Attila di Antonello Tiracchia)

giovedì 1 maggio 2008

Legge 40. Linee guida fuori binario

Forse una attesa troppo lunga insinua il tarlo della delusione, o forse la salute dei cittadini non è presa abbastanza sul serio. L’emanazione delle nuove Linee Guida da parte del Ministero della Salute (con quasi 9 mesi di ritardo e in un momento politico che definire poco favorevole è un eufemismo), pur aprendo uno spiraglio, non risolve i principali problemi sollevati dalla Legge 40.

Nel sito del Ministero sono elencate le principali novità:

1. la possibilità di ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) viene estesa anche alla coppia in cui l’uomo sia portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili, e in particolare del virus HIV e di quelli delle epatiti B e C, riconoscendo che tali condizioni siano assimilabili ai casi di infertilità per i quali è concesso il ricorso alla PMA. In questi casi c’è infatti un elevato rischio di infezione per la madre e il feto conseguente a rapporti sessuali non protetti con il partner sieropositivo. Un rischio che, di fatto, preclude la possibilità di avere un figlio a queste coppie;
2. l’indicazione che ogni centro per la PMA debba assicurare la presenza di un adeguato sostegno psicologico alla coppia, predisponendo la possibilità di una consulenza da parte di uno psicologo adeguatamente formato nel settore;
3. l’eliminazione dei commi delle precedenti linee guida che limitavano la possibilità di indagine a quella di tipo osservazionale e ciò a seguito delle recenti sentenze di diversi tribunali e in particolare di quella del TAR Lazio dell’ottobre 2007. Questa sentenza come è noto ha infatti annullato le linee guida precedenti proprio in questa parte, ritenendo tale limite non coerente con quanto disposto dalla legge 40.
(Il corsivo è mio).

Si ribadisce quanto affermato dalla sentenza del Tar del Lazio a proposito della possibilità di effettuare la diagnosi genetica di preimpianto: non comparendo un divieto esplicito nella legge 40, ma solo nella precedente versione delle Linee Guida, è lecito richiedere l’esame che permette di riscontrare patologie genetiche nell’embrione prima dell’impianto. Ma rimane in piedi il requisito necessario per l’accesso alle tecniche: la certificazione di infertilità o sterilità che, come stabilito dal nuovo testo, subisce un lieve ampliamento includendo le persone colpite da malattie virali.
Cade infati l’impossibilità di accedere alle tecniche per tutte le persone con malattie virali: ed è senza dubbio una buona notizia, anche se potrebbe essere discutibile la motivazione.
Nel testo delle nuove Linee Guida infatti si legge: “essendo l’uomo portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili per infezioni da HIV, HBV od HCV – l’elevato rischio di infezione per la madre o per il feto costituisce di fatto, in termini obiettivi, una causa ostativa della procreazione, imponendo l’adozione di precauzioni che si traducono, necessariamente, in una condizione di infecondità, da farsi rientrare tra i casi di infertilità maschile severa da causa accertata e certificata da atto medico, di cui all’articolo 4, comma 1 della legge n. 40 del 2004” (p. 7).

In primo luogo non è chiaro come bisogna considerare le donne portatrici di analoghe malattie. In secondo luogo si dovrebbe parlare di ostacolo ad una riproduzione responsabile, perché la riproduzione non è necessariamente impedita da una malattia virale, anche se è schiacciata dal rischio di trasmissione al partner e al nascituro. Ma questo varrebbe anche per chi è affetto o portatore di una patologia genetica (l’unica differenza è che la patologia genetica non si trasmette al partner ma “solo” al nascituro). In terzo luogo la definizione di “condizione di infecondità” per le patologie virali rischia di essere in contrasto con l’articolo 4 della legge 40 (Accesso alle Tecniche, che rimane in piedi e che non può essere scalfito da un testo, le Linee Guida, che hanno meno potere essendo soltanto applicative): “1. Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico”.
Se il rischio di trasmissione di una patologia può essere considerato come un impedimento alla riproduzione e quindi permette di far rientrare i portatori o i malati nell’insieme delle persone infertili, questa possibilità dovrebbe riguardare tutte le patologie. Perché i malati o i portatori di patologie genetiche dovrebbero essere esclusi dalla possibilità di evitare di dare alla luce un figlio ammalato?
L’unica risposta possibile potrebbe venire dal Parlamento. Benché la Suprema Corte potrebbe garantire la tutela dei cittadini (tutela che include l’uguaglianza di trattamento e la garanzia della salute e della salute riproduttiva – ed è garantita dalla Costituzione italiana), tali tutele dovrebbero essere previste dal Parlamento tramite una modifica della legge 40.
Colpisce, infatti, che la legge 40 affermi l’intenzione di tutelare il concepito, ma poi sembra non considerare seriamente il rischio determinato dalle patologie genetiche, almeno in quei casi in cui non vi sia la possibilità di certificare la sterilità degli aspiranti genitori.


(LibMagazine, 1 maggio 2008)