venerdì 25 aprile 2008

Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale

Vittorio Lingiardi
Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale
Il Saggiatore, Milano 2007
pp. 160, euro 12,00

“Dovrebbe importare qualcosa, allo Stato, dell’orientamento sessuale dei suoi cittadini?”, domanda Vittorio Lingiardi, psichiatra e docente alla “Sapienza” di Roma, nella prefazione del volume. Certo che no. Ma nella realtà non è così e non è vero che i cittadini sono tutti uguali sul fronte del riconoscimento dei diritti. Un segnale legislativo (per esempio una buona legge sulle unioni civili) sarebbe un modo per “invertire la rotta”, sostiene Lingiardi.
E aggiunge: “Come psichiatra, sono sicuro che un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una buona legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe un drastico prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia”.
Gli ostacoli da superare sono numerosi. Primo tra tutti l’idea che l’omosessualità sia qualcosa di “sbagliato” o una patologia rispetto all’eterosessualità “sana”: nonostante l’omosessualità sia stata derubricata dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) nel 1973 (così come nel 1987 è stata derubricata “la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, dove l’orientamento omosessuale è indesiderato e vissuto in modo conflittuale” aggiunge Lingiardi) è ancora resistente il pregiudizio che gli omosessuali abbiano qualcosa che non va. Oltre agli studi che dimostrano il contrario, Lingiardi richiama “semplicemente il buon senso e una visione amorevole delle differenze umane: le persone omosessuali sono sempre esistite, e hanno sempre contribuito alla costruzione della società, nonostante abbiano spesso subito persecuzioni e discriminazioni feroci. Perché mai dovrebbero essere considerati secondo leggi e parametri speciali?”.
Molte delle obiezioni contro l’omosessualità si rivelano insensate, eppure continuano ad essere ripetute con ostinazione. Basti pensare alla presunta argomentazione che l’omosessualità sarebbe contro natura, e quindi immorale. Non solo non è agevole definire cosa sia naturale e cosa sia culturale, ma identificare ciò che è naturale con ciò che è buono è ridicolo (un solo esempio: la medicina è contro natura!). Lingiardi si sofferma su queste ingenuità e ricorda che “gli affetti e la loro organizzazione sociale in nessun caso sono «naturali», perché imprescindibili dal contesto culturale in cui si sviluppano, omo o etero che siano”. Ancora più insensato si rivela l’argomento “per cui l’omosessualità non ha gli stessi diritti dell’eterosessualità in quanto non ha finalità riproduttive”: se tutti fossero omosessuali l’umanità si estinguerebbe, ci avvertono con allarme i critici. Secondo Lingiardi questo corollario è un nonsense, come lo sarebbe invocare lo scenario dell’estinzione come argomento contro i preti cattolici. Anche perché essere omosessuali non significa non avere o non desiderare figli. Ma soprattutto emerge una visione dell’amore drasticamente riduzionista: “la tendenza umana a stabilire legami affettivi è sì funzionale, ma non unicamente rivolta alla riproduzione biologica”. Senza dimenticare un paradosso che fa sorridere. Sottolinea infatti Lingiardi che “chi considera l’omosessualità contronatura, è di solito più portato a letture creazioniste, e quindi dovrebbe essere lui/lei a trovare un posto alle persone omosessuali nel disegno intelligente”.
Una riflessione molto interessante è quella che riguarda le ragioni dell’avversione verso l’omosessualità, responsabile di demolire luoghi comuni e stereotipi e per questo tanto avversata. “Un fondamento psicologico dell’omofobia - afferma Lingiardi - consiste in una polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere/disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell’uomo e di attività e autosufficienza nella donna”. Come non pensare alla ridicola e quasi automatica ridicolizzazione di una donna senza un uomo al suo fianco che la protegga? “È [definita] una suora, una zitella o una lesbica”, risponde Lingiardi, traditrice del suo ruolo di donna e madre. Così come “inutile è l’uomo che non si porta a letto una donna (un imbranato, un impotente o un finocchio)”. Questo basta a lasciar emergere, evidenzia Lingiardi, come sia profondo il legame tra il maschilismo (con i suoi modelli rigidi e patriarcali) e l’omofobia.
Una delle espressioni più belle del libro (e insieme l’aspirazione più bella) è quella di “cittadinanza morale”, che sia più dell’accettazione, più della tolleranza offensiva e ipocrita; che sia l’abolizione del ghetto omosessuale e il riconoscimento, finalmente, che le nostre scelte personali non dovrebbero essere oggetto né di proibizioni né di concessioni. Dovrebbero tornare ad essere “soltanto” il risultato delle nostre legittime preferenze.

(Sapere, aprile 2008, p. 81)