mercoledì 30 aprile 2008

Gina ci salverà niente test genetici per un posto fisso

Si chiama Gina ma non è né la Lollo nazionale né un temibile uragano. È l’acronimo per Genetic Information Nondiscrimination Act: una legge contro l’uso discriminatorio delle informazioni genetiche da parte di datori di lavoro e di assicurazioni sanitarie. Non si potranno imporre test genetici come condizione per una assunzione (o per decidere un licenziamento o un avanzamento di carriera), né inferire le informazioni dalla storia familiare rispetto ad una determinata patologia.
La prima proposta di legge risale al 1995. Più volte era stata approvata al Congresso, ma non era mai arrivata nella stessa sessione alla Camera dei Rappresentanti. Il 24 aprile, un giorno prima dell’anniversario della scoperta del DNA, ha avuto l’approvazione del Senato per 95 voti a 0 e la strada sembra in discesa.
Considerando la diffusione di test genetici, anche usa e getta (proprio in questi giorni a New York è stato aperto un negozio di kit genetici), condannare l’abuso e la discriminazione appare particolarmente importante. Già in molti Stati esiste una regolamentazione antidiscriminazione.
Gina potrebbe offrire la possibilità di combattere un altro abuso: considerare la medicina predittiva come una sorta di sfera di cristallo. Tranne che per pochissime patologie, infatti, un test genetico può informarci di una predisposizione a contrarre una malattia. Segnala un fattore di rischio, non può delineare una previsione certa dell’insorgenza di una patologia. Solo con una corretta informazione sul potere e i limiti della predizione si possono trarre vantaggi – e non illusioni – da questo formidabile strumento.

(DNews, 30 aprile 2008)

venerdì 25 aprile 2008

Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale

Vittorio Lingiardi
Citizen gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale
Il Saggiatore, Milano 2007
pp. 160, euro 12,00

“Dovrebbe importare qualcosa, allo Stato, dell’orientamento sessuale dei suoi cittadini?”, domanda Vittorio Lingiardi, psichiatra e docente alla “Sapienza” di Roma, nella prefazione del volume. Certo che no. Ma nella realtà non è così e non è vero che i cittadini sono tutti uguali sul fronte del riconoscimento dei diritti. Un segnale legislativo (per esempio una buona legge sulle unioni civili) sarebbe un modo per “invertire la rotta”, sostiene Lingiardi.
E aggiunge: “Come psichiatra, sono sicuro che un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una buona legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe un drastico prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia”.
Gli ostacoli da superare sono numerosi. Primo tra tutti l’idea che l’omosessualità sia qualcosa di “sbagliato” o una patologia rispetto all’eterosessualità “sana”: nonostante l’omosessualità sia stata derubricata dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) nel 1973 (così come nel 1987 è stata derubricata “la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, dove l’orientamento omosessuale è indesiderato e vissuto in modo conflittuale” aggiunge Lingiardi) è ancora resistente il pregiudizio che gli omosessuali abbiano qualcosa che non va. Oltre agli studi che dimostrano il contrario, Lingiardi richiama “semplicemente il buon senso e una visione amorevole delle differenze umane: le persone omosessuali sono sempre esistite, e hanno sempre contribuito alla costruzione della società, nonostante abbiano spesso subito persecuzioni e discriminazioni feroci. Perché mai dovrebbero essere considerati secondo leggi e parametri speciali?”.
Molte delle obiezioni contro l’omosessualità si rivelano insensate, eppure continuano ad essere ripetute con ostinazione. Basti pensare alla presunta argomentazione che l’omosessualità sarebbe contro natura, e quindi immorale. Non solo non è agevole definire cosa sia naturale e cosa sia culturale, ma identificare ciò che è naturale con ciò che è buono è ridicolo (un solo esempio: la medicina è contro natura!). Lingiardi si sofferma su queste ingenuità e ricorda che “gli affetti e la loro organizzazione sociale in nessun caso sono «naturali», perché imprescindibili dal contesto culturale in cui si sviluppano, omo o etero che siano”. Ancora più insensato si rivela l’argomento “per cui l’omosessualità non ha gli stessi diritti dell’eterosessualità in quanto non ha finalità riproduttive”: se tutti fossero omosessuali l’umanità si estinguerebbe, ci avvertono con allarme i critici. Secondo Lingiardi questo corollario è un nonsense, come lo sarebbe invocare lo scenario dell’estinzione come argomento contro i preti cattolici. Anche perché essere omosessuali non significa non avere o non desiderare figli. Ma soprattutto emerge una visione dell’amore drasticamente riduzionista: “la tendenza umana a stabilire legami affettivi è sì funzionale, ma non unicamente rivolta alla riproduzione biologica”. Senza dimenticare un paradosso che fa sorridere. Sottolinea infatti Lingiardi che “chi considera l’omosessualità contronatura, è di solito più portato a letture creazioniste, e quindi dovrebbe essere lui/lei a trovare un posto alle persone omosessuali nel disegno intelligente”.
Una riflessione molto interessante è quella che riguarda le ragioni dell’avversione verso l’omosessualità, responsabile di demolire luoghi comuni e stereotipi e per questo tanto avversata. “Un fondamento psicologico dell’omofobia - afferma Lingiardi - consiste in una polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere/disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell’uomo e di attività e autosufficienza nella donna”. Come non pensare alla ridicola e quasi automatica ridicolizzazione di una donna senza un uomo al suo fianco che la protegga? “È [definita] una suora, una zitella o una lesbica”, risponde Lingiardi, traditrice del suo ruolo di donna e madre. Così come “inutile è l’uomo che non si porta a letto una donna (un imbranato, un impotente o un finocchio)”. Questo basta a lasciar emergere, evidenzia Lingiardi, come sia profondo il legame tra il maschilismo (con i suoi modelli rigidi e patriarcali) e l’omofobia.
Una delle espressioni più belle del libro (e insieme l’aspirazione più bella) è quella di “cittadinanza morale”, che sia più dell’accettazione, più della tolleranza offensiva e ipocrita; che sia l’abolizione del ghetto omosessuale e il riconoscimento, finalmente, che le nostre scelte personali non dovrebbero essere oggetto né di proibizioni né di concessioni. Dovrebbero tornare ad essere “soltanto” il risultato delle nostre legittime preferenze.

(Sapere, aprile 2008, p. 81)

giovedì 24 aprile 2008

La legge 40 e la diagnosi genetica di preimpianto – la storia di Silvia e Fabio Callegari

“Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico”.
Questo afferma l’articolo 4 della legge 40 (Accesso alle tecniche). E l’articolo successivo (Requisiti soggettivi) aggiunge: “Restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.
La legge 40 impone requisiti e divieti che ledono i diritti fondamentali dei cittadini riguardo alla salute e alla riproduzione. Alcune persone sono escluse del tutto perché non sterili, ma “solo” affette o portatrici di una malattia genetica o virale. Queste persone potrebbero evitare il rischio di contagiare il nascituro (nel caso di patologie virali anche il partner) se i criteri di accesso alle tecniche non fossero tanto restrittivi e se fosse permesso effettuare la diagnosi genetica di preimpianto. Altre sono costrette a subire trattamenti evitabili (come il ripetersi dei cicli di stimolazione ormonale e il prelievo chirurgico degli ovociti, conseguenza del divieto di produrre più di 3 embrioni per ogni tentativo e del divieto di crioconservarli). Per tutti la legge 40 significa spesso inasprire un problema di salute invece di risolverlo.

Silvia e Fabio Callegari hanno avuto un figlio il 5 agosto 2007. Il piccolo Pietro è morto il 22 gennaio 2008: non aveva ancora compiuto 6 mesi. Pietro soffriva di una malattia genetica rara e incurabile: l’atrofia spinale muscolare di tipo 1 (SMA 1). Malattia incurabile, la Sma colpisce le cellule nervose delle corna anteriori del midollo spinale (che contengono motoneuroni da cui partono i nervi diretti ai muscoli e che trasmettono i segnali motori). Pietro soffriva della forma più grave, con esordio precoce e breve sopravvivenza.
Silvia e Fabio sono portatori sani: ogni gravidanza comporta un rischio pari al 25% di probabilità di trasmettere la malattia al nascituro.
Fabio e Silvia vogliono un altro figlio; per non rischiare di far nascere un altro bambino malato e destinato a morire avrebbero bisogno di effettuare la diagnosi genetica di preimpianto. Hanno deciso di rendere pubblica la loro drammatica storia per chiedere al Ministro della Salute – per loro e per tutti quelli che vivono situazioni analoghe – l’aggiornamento delle Linee Guida, scadute nel luglio passato, e la conferma della possibilità di ricorrere alla diagnosi genetica di preimpianto.
Nel gennaio del 2008, infatti, una sentenza del Tar Lazio ha annullato il divieto esplicito presente solo nelle Linee Guida e non nella legge 40, ma in Italia continua ad essere impossibile effettuare la diagnosi genetica di preimpianto (“In via conclusiva il Collegio ritiene di dover: 1) accogliere in parte il ricorso relativamente al sesto motivo di gravame e per l’effetto annullare la disposizione delle Linee Guida in materia di procreazione medicalmente assistita approvate con D.M. 21 luglio 2004 nella parte riguardante le Misure di Tutela dell’embrione laddove si statuisce che ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro, ai sensi dell’articolo 13, comma 5, dovrà essere di tipo osservazionale. 2) sospendere il giudizio e rimettere alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 14, commi 2 e 3, della legge n. 40 del 19 febbraio 2004, per contrasto con gli articoli 3 e 32 della Costituzione”).
Il divieto di effettuare la diagnosi genetica di preimpianto risulta difficilmente comprensibile se si pensa che le indagini prenatali sono permesse. La diagnosi di preimpianto offrirebbe la possibilità di conoscere lo stato di salute dell’embrione prima che questo sia impiantato – offrendo quindi la possibilità di non avviare una gravidanza invece di interromperla in seguito ad indagine prenatale con esito infausto. Oltre a costituire un vantaggio per le donne che eviterebbero di sottoporsi ad un aborto terapeutico (rischioso per la salute e possibile motivo di sofferenza psichica), il non impianto riguarderebbe embrioni di pochi giorni invece che feti di alcune settimane, quando cioè lo sviluppo embrionale è in una fase molto più avanzata. Ulteriore elemento di sorpresa riguarda la possibilità, sancita dalla legge 40, di effettuare la diagnosi osservazionale prima dell’impianto: usando un microscopio che può riscontrare anomalie morfologiche. Perché l’indagine osservazionale è permessa e quella genetica no? Pur essendo strumenti di indagine analoghi (si effettuano per conoscere lo stato di salute dell’embrione e offrono alla donna la possibilità di scegliere di non impiantare un embrione affetto da una qualche patologia, patologia che sarebbe possibile riscontrare a gravidanza avviata e che posticiperebbe la conoscenza e la conseguente decisione di interrompere lo sviluppo di un embrione malato) la prima è permessa e la seconda è condannata moralmente e vietata dalla Linee Guida. Impossibile trovare una risposta sensata e razionale. La scelta e la responsabilità riguardo alla riproduzione è amputata e fortemente ristretta.
Silvia e Fabio sottolineano anche altri aspetti crudeli della legge 40, come il divieto di crioconservazione degli embrioni e il divieto della fecondazione eterologa, e chiedono di rivedere interamente la legge 40. Perché gli effetti di discriminazione sono profondi e inammissibili. Perché chi ha la possibilità di pagare sceglie di andare in un altro Paese: è quello che viene chiamato “turismo procreativo” ma che è un ripiego doloroso e difficile. L’affermazione di una ideologia e di una visione morale, incerta e discutibile, che considera l’embrione una persona è stata giudicata più importante della possibilità di avere un figlio e della garanzia della salute dei cittadini. Di migliaia di cittadini. Che devono affrontare anche il senso di vergogna, ancora tanto diffuso, che deriva dalla sterilità o da quelle malattie che richiederebbe il ricorso alle tecniche riproduttive.
Silvia e Fabio hanno creato un blog per raccontare la loro storia e offrire informazioni: legge 40 toccala.

(LibMagazine, 24 aprile 2008)

mercoledì 23 aprile 2008

Il cattolicesimo e la libera scelta a volta convivono

Si chiamano Catholics for a Free Choice e questo basterebbe a suscitare stupore, abituati come siamo a considerare un ossimoro libera scelta e appartenenza al cattolicesimo.
La sorpresa aumenta nel leggere i principi ispiratori di questa organizzazione nata a Washington nel 1973: ricerca scientifica e riconoscimento (anche legale!) alle persone omosessuali, bisessuali e transessuali – solo per fare un esempio.
In occasione della visita di Joseph Ratzinger in terra americana pubblicano un dossier che analizza gli effetti disastrosi della condanna clericale della contraccezione da Humanae Vitae (1968) in poi. L’analisi è spietata: Catholics for Choice accusa l’enciclica e la politica vaticana di essere responsabili del grave conflitto personale che molti credenti vivono, combattuti tra l’obbedienza e i propri desideri e bisogni. La Chiesa si ostina a difendere un insegnamento già “indifendibile 40 anni fa”, oggi aggravato dall’emergenza Aids.
Secondo il dossier la Humanae Vitae ha inciso drammaticamente sulla salute di cattolici e non cattolici in tutto il mondo; il Vaticano ha alimentato la disinformazione sull’efficacia del preservativo contro la diffusione dell’Hiv.
Il mancato riconoscimento dell’importanza del preservativo (vero e proprio imperativo morale secondo gli insoliti Catholics) è un comportamento gravissimo soprattutto nei riguardi delle popolazioni più disagiate. E di quei Paesi, come l’Africa, in cui la diffusione dell’Hiv e di altre malattie virali è una piaga sanitaria e sociale.
La gerarchia cattolica, secondo il dossier, è “il principale ostacolo alla lotta conto l’Hiv/Aids”.

(DNews, 23 aprile 2008).

giovedì 17 aprile 2008

Legge 40 e diagnosi genetica di preimpianto (Intervista a Silvia e Fabio Callegari)

La legge 40 è stata approvata nel 2004. Da allora i cittadini che hanno bisogno di rivolgersi alle tecniche di riproduzione artificiale si trovano ad affrontare numerose difficoltà; alcuni sono esclusi perché non sterili, ma “solo” affetti o portatori di una malattia genetica o virale. Queste persone potrebbero evitare di correre il rischio di contagiare il nascituro (nel caso di patologie virali anche il partner non affetto rischia di essere contagiato) se i criteri di accesso alle tecniche non fossero tanto restrittivi.

Silvia e Fabio Callegari hanno avuto un figlio il 5 agosto 2007. Il piccolo Pietro è morto il 22 gennaio 2008: non aveva compiuto nemmeno 6 mesi. Pietro soffriva di una malattia genetica rara e incurabile: l’atrofia spinale muscolare di tipo 1 (o SMA 1).
Fabio e Silvia vogliono un altro figlio; per non rischiare di far nascere un altro bambino malato e destinato a morire chiedono di poter effettuare la diagnosi genetica di preimpianto.
Nonostante la sentenza del Tar Lazio del gennaio 2008 (che ha annullato il divieto esplicito presente solo nelle Linee Guida e non nella legge 40) la richiesta di Silvia e Fabio sembra cadere nel vuoto.

Che cosa chiedete e perché?
Siamo una coppia infertile e portatrice sana di una rara malattia genetica incurabile: l’atrofia muscolare spinale di tipo 1 o SMA 1 che è la principale causa di mortalità nei bambini al di sotto dei due anni. Il 22 gennaio 2008 abbiamo perso il nostro unico figlio Pietro, a causa della trasmissione di questa malattia, quando aveva solamente 5 mesi e mezzo. Effettuando visite genetiche con specialisti abbiamo scoperto che ad ogni gravidanza esiste il 25% di probabilità di trasmettere la malattia al feto.
Chiediamo al Ministro della Salute innanzitutto l’aggiornamento delle Linee Guida della legge 40 scadute a luglio 2007, aggiornamento che consenta la diagnosi genetica di preimpianto visto che la legge 40 non lo vieta e visto che a gennaio 2008 il Tar del Lazio ha annullato le Linee Guida proprio nella parte riguardante il divieto di effettuare la diagnosi di preimpianto.
Inoltre vorremmo che il Parlamento rivedesse interamente la legge 40: per permettere l’accesso alle tecniche di PMA anche alle coppie portatrici di malattie genetiche; per rimuovere l’obbligo di impianto di tre embrioni; per rimuovere il divieto di crioconservazione degli embrioni e per permettere la fecondazione eterologa.

Quali sono gli aspetti peggiori della legge 40, soprattutto alla luce del rispetto della salute e della scelta dei cittadini?
La legge 40 consente la fecondazione assistita solo a persone affette da sterilità o infertilità non altrimenti rimovibile e non alle coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche. Proibisce la fecondazione eterologa, cioè quella ottenuta con ovuli o seme non appartenenti alla coppia. Vieta il congelamento degli embrioni e impone che gli embrioni prodotti (fino a un massimo di 3) vengano impiantati contemporaneamente. Infine costringe la donna a ripetuti cicli di stimolazione ovarica.

Intervista completa.
(Persona e Danno, 17 aprile 2008)

mercoledì 16 aprile 2008

Fertilità anticipata per non rinunciare a diventare genitori

Zoe e Emmanuel Iyoha vivono a poche miglia da Manchester, Inghilterra, sono sposati da 6 anni e aspettano il loro secondo figlio. Una famiglia come tante, se non fosse che entrambi i bambini sono stati concepiti con lo sperma dell’uomo crioconservato nel 1989.
In quell’anno Emmannuel si sottopose ad una chemioterapia che rischiava di farlo diventare sterile a soli 27 anni. Le infermiere del Christie Hospital lo convinsero a congelare il seme in modo da poter concepire, una volta guarito, altri figli geneticamente propri. Emmannuel sulle prime si mostrò riluttante; la preoccupazione per il cancro aveva monopolizzato i suoi pensieri. Oggi sta bene e ringrazia con tutto il cuore il personale dell’ospedale che gli ha permesso di diventare padre ancora una volta. Usare il seme congelato 19 anni anni fa, benché sia quasi incredibile, è una realtà, un miracolo della scienza (il record mondiale risale al 2004: un bambino fu concepito con seme congelato 21 anni prima).
Non sono mancate le difficoltà: alcuni cicli di fecondazione in vitro sono falliti e Zoe, la seconda moglie di Emmannuel, ha avuto un aborto prima che nascesse la primogenita nel 2006. Dopo 4 tentativi il nuovo arrivato è atteso per i primi di luglio.
Il processo di congelamento può danneggiare il seme; ma è l’unico modo per preservare la fertilità di chi si sottopone a trattamenti chemioterapici in giovane età.
Emmanuel oggi ha preso a cuore la battaglia contro il cancro, raccogliendo quasi 6mila sterline per sostenere il Christie Hospital, e per far conoscere la possibilità e l’importanza della crioconservazione dello sperma.

(DNews, 16 aprile 2008)

giovedì 10 aprile 2008

Conservazione delle cellule staminali cordonali. Intervista ad Irene Martini

Nel gennaio 2008 è stato approvato il decreto milleproroghe sulla conservazione delle cellule staminali cordonali.

Irene Martini, direttore scientifico di SmartBank (biobanca delle cellule staminali del cordone ombelicale), risponde ad alcune domande circa l’importanza del decreto e della conservazione del cordone ombelicale.

Nel gennaio 2008 è stato approvato il decreto milleproroghe: qual è la sua importanza e che cosa manca da fare in Italia sulla conservazione del sangue cordonale?
Il milleproroghe è importante perché offre finalmente la possibilità alle coppie italiane di avere una alternativa. Parliamo di diritto della famiglia, della possibilità di scegliere se donare o conservare il cordone ombelicale alla nascita. Con la condizione, qualora il decreto dovesse essere attuato, di dover donare dove ci sia una compatibilità con una persona che ha bisogno di cellule staminali.

Si sente poche volte dire, sul sangue cordonale, che è una questione riguardante il diritto di famiglia, la possibilità di scegliere, e la salute – e non un capriccio.
È previsto dalla direttive europee. E i cittadini devono avere l’alternativa. Se è vero che oggi sono poco più di 70 le patologie (rare) per cui le staminali cordonali possono essere utilizzate, è però vero che in funzione dell’avanzamento biotecnologico le potenzialità saranno ben altre. Anche come scommessa ha un senso. Per la famiglia piuttosto che per il bimbo stesso. Infatti un terzo dei trapianti oggi viene fatto per uso intrafamiliare, tra persone imparentate, ha il doppio di possibilità di successo rispetto al trapianto tra non siblings.

Conservazione e donazione non sono in contraddizione, quindi sarebbe possibile fare entrambe le scelte.
Infatti: a condizione che una banca di tessuti abbia i sistemi di verifica e di conservazione che standardizzano i laboratori e danno un denominatore minino affinché i campioni siano ben registrati e conservati. Appartenendo ad uno di questi network si può sia donare che conservare. Dovrebbe essere una scelta consapevole della famiglie.

(Persona e Danno, 10 aprile 2008)

mercoledì 9 aprile 2008

Voto disgiunto piccolo spazio di scelta e libertà

A poche ore dal voto chissà quanti sono ancora gli indecisi nonostante i vari test “rispondi alle domande, ti dirò cosa votare”. Quanti sono increduli e confusi dalle invocazioni al voto (utile, scoraggiato, di sfiducia o contro piuttosto che a favore di qualcuno) o alla fiera astensione. Orfani del telefono cellulare, gli elettori italiani saranno soli davanti alle proprie schede.
Ognuno, poi, deciderà se credere a quanti definiscono il voto disgiunto inutile, pericoloso o l’unico spazio di espressione di una reale preferenza – con questa legge elettorale che non permette di votare per un candidato, ma per il calderone nel quale è confluito.
Il voto disgiunto non vale solo per il Senato e la Camera, ma per i comuni con più di 15.000 abitanti: si può votare per una lista e per un candidato sindaco non collegati. In altre parole si può esprimere la preferenza al proprio partito ma rifiutarla al delfino che quel partito ha candidato a primo cittadino – che è molto più di un programma, ha una storia e una faccia che incidono sulla scelta molto più di quanto possa una coalizione.
Nel caso di Roma è lampante: Francesco Rutelli mette in difficoltà molti elettori di sinistra per le sue posizioni conservatrici e filoclericali. Per questo molte associazioni laiche e GLBT invitano a dare la preferenza a Franco Grillini, indipendentemente dalla lista che si decide di votare, come baluardo della laicità e dei diritti civili – presenze evanescenti e scomode in questa campagna elettorale.
Il voto disgiunto comunale consegna agli elettori un piccolo ma significativo spazio per esercitare una scelta.

(DNews, 9 aprile 2008)

lunedì 7 aprile 2008

Presentazione di Certi Diritti

A Trieste presso la libreria Feltrinelli alle 17.30.
Con Francesco Remotti, Francesco Bilotta, Maria Antonietta Coscioni. Coordinatrice Clara Comelli.
Il video.

venerdì 4 aprile 2008

194. Non toccarla

Chi ha a cuore la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza stasera può mettere la propria pancia in sua difesa. L’appuntamento è a San Lorenzo, al Lian (via degli Enotri 8) alle dieci.
Un gruppo di creativi della Margo ha infatti ideato, promosso e organizzato una campagna “per difendere la conquista e l’applicazione di un principio di libertà”. Come? Dipingendo e fotografando la pancia di attori, cantanti, artisti con una scritta colorata e semplice: “194. Non toccarla”. L’iniziativa ha suscitato entusiasmo e adesioni al di là delle aspettative degli stessi ideatori: Martina Venettoni art director; Piergiorgio Pirrone fotografo; Roberto Miele e Stefano Coccia graphic designers; Alessandra Panaccione ufficio stampa.

Sono molte le persone che hanno messo a disposizione la pancia o che hanno aderito con disegni, testi, vignette, poesie.
Alcuni hanno inviato i propri contributi (visibili nel sito: www.nontoccarla.it). Altri sono andati agli appuntamenti nei locali di Roma e, oltre a farsi fotografare, hanno letto e discusso il testo della legge tanto contestata e oggetto di violenti attacchi. Attacchi smemorati, colpevolmente smemorati, della realtà precedente alla legalizzazione dell’aborto: quegli aborti clandestini che ancora oggi, ogni anno, significano morte e gravi danni per la salute delle migliaia di donne che li subiscono.
La campagna “194. Non toccarla” è un movimento culturale e libero da appartenenze politiche che intende “esprimere una volontà semplice”: difendere una legge equilibrata e che ha costituito un segno di civiltà.
Non bisognerebbe dimenticare che fino al 1971 gli anticoncezionali erano illegali (la propaganda e l’uso erano reato; solo nel 1976 il Ministero della Sanità ne ha autorizzato la vendita nelle farmacie) e che prima del 1975 le donne, oltre a rischiare la propria vita, rischiavano la galera (è solo in quest’anno che la Corte Costituzionale afferma che “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”). Finalmente, il 22 maggio 1978, viene approvata la legge 194.

(Persona e Danno, 4 aprile 2008).

giovedì 3 aprile 2008

A proposito di Omosessualità, Credenze Religiose, Modello Gay e Psicoterapia

Intervista a Tonino Cantelmi
(Psichiatra; Presidente della Associazione degli Psicologi e Psichiatri Cattolici)

Orientamento sessuale e patologia

L’orientamento sessuale ha una componente più genetica che culturale?
Sfortunatamente su questo abbiamo pochi dati; abbiamo un certo numero di studi, un paio molto interessanti che riguardano coppie di gemelli omozigoti adottati e che sono vissuti in situazioni familiari diverse, e il tasso di concordanza in questi studi è interessante perché sembrerebbe attribuire un certo rilievo genetico al tema della omosessualità. Però sono davvero pochi questi studi. Immaginiamo che sulla schizofrenia non sappiamo quanto pesi realmente il dato genetico costituzionale e abbiamo migliaia e migliaia di studi, e non siamo in grado di definirlo. Per quanto riguarda l’omosessualità il peso della genetica con 4 o 5 studi – per quanto un paio ben fatti – è improvvisato. E su questo ci sarebbe da discutere. Per quanto riguarda l’omosessualità mi sembra che il contributo degli studi che evidenziano un aspetto psicogenetico nello sviluppo dell’orientamento omosessuale siano un po’ più consistenti in questo momento. Tuttavia, come tutti possiamo sapere, direi che su questo non abbiamo idee chiare. Nessuno oggi può dire “l’orientamento omosessuale è legato a questo o a quest’altro”.

[...]

Terapia riparativa

Ha senso impostare una terapia specifica per persone omosessuali e in cosa consisterebbe la sua specificità?
Credo che non abbia nessun senso. Non esistono terapie specifiche per gli omosessuali, per eterosessuali o bisessuali.
Esistono dei pazienti, esistono delle domande di terapia, esistono delle attività del terapeuta che deve decodificare questa domanda, esiste una sofferenza, ed esiste la possibilità di aiutare questa sofferenza tenendo conto, ovviamente, e per me è il dato più importante, del codice valoriale dei pazienti. È su questo che secondo me occorre aprire il dibattito.

Cosa pensi delle teorie di Joseph Nicolosi (del Narth, o di organizzazioni che a queste si ispirano come Obiettivo Chaire) e della sua proposta di terapia riparativa?
Il termine “riparativa” ha una lunghissima tradizione in ambito psicoanalitico, (c’è una grossa letteratura sul termine “riparativo”), però sento il termine “riparativo” come il termine “affermativo” di per sé ideologici.
Esistono dei modelli di psicoterapia che sono convalidati, che sono molto pochi, come per esempio le terapie cognitive o quelle interpersonali. Sarebbe interessante che l’Ordine degli Psicologi affrontasse in maniera forte e scientifica il concetto di validazione della psicoterapia. Credo che pochissimi approcci psicoterapeutici abbiano una sufficiente validazione. Non esiste una psicoterapia né affermativa né riparativa, esiste la psicoterapia, la domanda di psicoterapia, il lavoro del terapeuta, la sofferenza del paziente. Le sento così ideologiche così lontane, così antiche. Anche così noiose.

Al di là del giudizio sul termine “riparativa”, come ti poni rispetto a Nicolosi?
Nicolosi è uno psicoanalista, e sviluppa il suo lavoro all’interno della psicoanalisi. Pubblica con molta onestà quello che lui fa; lo dice con chiarezza. Negli Stati Uniti ci sono stati lunghi dibattiti. Oggi è un interlocutore molto riconosciuto; io sento due differenze rispetto alla sua posizione.
Intanto l’approccio psicoanalitico, essendo io cognitivista. E poi credo che lui soffra di alcuni aspetti della americanizzazione della psicopatologia, quindi di una sorta di semplificazione, di una causalità molto semplificata. Probabilmente in Italia sono arrivati i lavori più divulgativi, quindi forse abbiamo avuto un accesso ridotto; sostanzialmente lo sento molto debole come contributo. Di cui tener conto, ma debole, sia come impostazione psicopatologica, che come trattamento psicoterapeutico. Però ne capisco alcuni aspetti: la tradizione psicoanalitica ha molto lavorato sul concetto di “riparativo” e lui probabilmente risponde a questa tradizione.

(AltraPsicologia, 3 aprile 2008).

mercoledì 2 aprile 2008

Un po’ di gioco a volte serve a difendere la 194

Una immagine è spesso in grado di veicolare una idea più velocemente e direttamente di un discorso o di una spiegazione; di fissarsi nella memoria con ostinazione e sfrontatezza. Una pancia, una maglietta arrotolata e tirata su, e una scritta colorata: “194. Non toccarla”.
Ideata e promossa da un gruppo di creativi della Margo (Martina Venettoni art director; Piergiorgio Pirrone fotografo; Roberto Miele e Stefano Coccia graphic designers; Alessandra Panaccione ufficio stampa), l’iniziativa è finita sulla pancia di molti, famosi e non, suscitando un entusiasmo e una adesione inaspettati.
Nata un po’ per gioco la campagna ha un intento serio, serissimo, come ogni gioco che si rispetti: difendere la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (“una volontà semplice”, per usare le loro parole).
Se la pancia non dovesse essere abbastanza intelligibile basta leggere le poche righe che potrebbero esserne la didascalia: “per difendere la conquista e l’applicazione di un principio di libertà”. Oppure andare agli appuntamenti nei locali di Roma per discutere sulla legge (hanno letto la legge 194, contrariamente a tanti che ne parlano a vanvera, e vogliono farla leggere) e per aderire mettendoci la propria pancia; o ancora partecipare con un disegno, una poesia, una vignetta o usando il linguaggio espressivo preferito. Tutte le pance e le informazioni sono sul loro sito: www.nontoccarla.it.
Se volete metterci la testa, pardon la pancia, il prossimo appuntamento romano è per venerdì 4 aprile a San Lorenzo, al Lian, via degli Enotri 8 alle 22.00.

(DNews, 2 aprile 2008)