mercoledì 26 marzo 2008

Talora anche il Tar può aiutare le future mamme

Si può effettuare la diagnosi genetica di preimpianto in Italia? Sì, è legale e le coppie possono richiederla ai centri di procreazione assistita. La diagnosi di preimpianto permette di diagnosticare eventuali patologie prima che l’embrione sia impiantato, evitando così di interrompere una gravidanza avviata in caso di diagnosi prenatale infausta.
Questo è l’effetto della sentenza del Tar Lazio del gennaio passato, nonostante il silenzio avvolga un risultato quasi rivoluzionario nell’immobilità che avvolge la legge 40. La sentenza ha annullato il divieto esplicito presente nelle Linee Guida – che hanno un valore solo applicativo – ma non nella legge che prevede l’indagine clinica sugli embrioni, e l’ha definito illegittimo. Girolamo Sirchia avrebbe abusato del suo potere affidando ad un atto amministrativo il potere di una legge. La sentenza del Tar ha effetto erga omnes e riguarda tutti i cittadini.
Considerando anche le risposte positive dell’ordinanza di Firenze e della sentenza di Cagliari (in risposta alla richiesta di due coppie che chiedevano la diagnosi di preimpainto), il filone di giurisprudenza positiva si applica sia nei casi specifici che in generale.
I centri possono dunque ignorare il divieto delle Linee Guida, peraltro scadute nell’agosto 2007 e in attesa di essere rinnovate per dare conto delle innovazioni tecnologiche. Si può congelare gli embrioni scartati in attesa della estinzione o di una futura terapia.
L’unico segnale positivo sul fronte della legge 40 merita di essere sottolineato: effettuando la diagnosi di preimpianto non si commette alcun reato.
(DNews, 26 marzo 2008)

giovedì 20 marzo 2008

Casual chic e disinvolti ecco il look dei politici

Pierferdinando Casini compare in abito scuro perlopiù, accanto a slogan come: “Forti delle nostre idee” e “I veri valori non sono in vendita”. Completo e cravatta austeri a garanzia del suo impegno. Però i giovani potrebbero sentirsi distanti dal leader dell’Udc. E allora eccolo in giubbotto di pelle, maglione senza cravatta, camicia con un paio di bottoni slacciati. Un tocco casual per ammiccare alla fetta meno impomatata del suo potenziale elettorato.
Daniela Santanchè, candidata de la Destra – Fiamma tricolore, dimostra un notevole buon gusto nelle scelte vestiarie: tailleur e camicie indossati con personalità e naturalezza. Tuttavia si lascia tentare dagli scatti d’autore e compare in versione anni ’30, aspirante Greta Garbo con tanto di boa o collo di pelliccia, per la gioia degli animalisti, o addirittura in calze a rete a maglia larga. Il tutto in un bianco e nero retro e con uno sguardo seduttivo.
Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No, grazie” ha minacciato di esporre le sue nudità più intime per dimostrare una presunta Sindrome di Klinefelter, in seguito smentita (la piccolezza dei genitali avrebbe dovuto esserne la dimostrazione). Scampato tale pericolo gli si perdonano volentieri i completi lievemente sformati e le giacche in velluto a coste larghe che gli cadono malamente addosso.
Silvio Berlusconi alterna volentieri avvolgenti foulard (versione invernale della bandana) ai più seriosi abiti da candidato premier, amati invece molto da Walter Veltroni, impeccabile – ma anche sportivo – perfino nell’estenuante “giro dell’Italia nuova” a bordo di un autobus verde smeraldo.
Fausto Bertinotti con il suo borsello policromatico sovrapposto e intrecciato alla cravatta, il taglio perfetto di stoffe preziose e il sigaro, spesso spento, non sarebbe fuori luogo in un romanzo di Gabriel Garcia Marquéz, in quella atmosfera resa immobile dal caldo e dal frinire incessante delle cicale.
Franco Grillini, candidato sindaco a Roma, ha come concorrenti Francesco Rutelli (immortalato da “Libero” in una tutina da far invidia a Fausto Coppi su una bicicletta con il cavalletto tirato giù) e Gianni Alemanno, rigorosamente in nero – giacca o pullover che sia. Sul fronte dello stile Grillini sbaraglia la concorrenza distinguendosi per la scelta di camicie e t-shirts, nonché per osare spesso indossare abiti rossi, anche se con qualche incertezza nell’accostamento dei colori.

Il criterio di bellezza e la scelta degli abiti
[Intervista a] Maurizio Ferraris
Professore ordinario di Filosofia Teoretica
Si potrebbe difendere il cattivo gusto nella scelta degli abiti richiamando l’importanza dell’essere rispetto all’apparire?
Sarebbe come dire che l’essere è brutto. E, se le cose stanno in questi termini, ridateci l’apparire!
Esiste un criterio di bellezza nel vestiario?
No, non credo. Immagino che l’abito non sia bello in sé, ma per come si adatta a chi lo indossa. Ed è per questo motivo che i fashion victims sono mal vestiti.
Di cosa potrebbe essere rivelatore la scelta dell’abito? Si può dire che gli abiti sono lo specchio dell’anima?
Non proprio dell’anima. Piuttosto, del compromesso tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Ed è per via di questo difficilissimo compromesso che le persone eleganti sono così rare.

Segreti di Silvio, con l’aumentare dell’età capelli sempre più neri
Berlusconi, settandadue anni, incarna un vero e proprio miracolo tricologico. I suoi capelli, infatti, non solo sono di un nero corvino da far invidia ai trentenni, ma sembrano aumentare con il passare degli anni. Il miracolo consiste in un trapianto di capelli e una più tradizionale tintura. Il cavaliere sembra propendere, nel secolare scontro tra l’essere e l’apparire, per il secondo...

(DNews, 20 marzo 2008)

mercoledì 19 marzo 2008

Ci manca soltanto lo scandaletto a sfondo sessuale

C’è un grande assente nella politica italiana: lo scandalo a sfondo sessuale. Certo non mancano gli scandali – che ormai sembrano turbare solo pochi individui, troppo legati all’ingenua idea che l’onestà non sia roba da idioti, da perdenti. Sono quelli che si mettono in fila alla poste, per intenderci, o che parcheggiano senza usare il tagliando per i disabili di qualcun altro. Animali in via d’estinzione.
Sporadiche presenze nel festival delle candidature, nazionali o comunali, sicure o solo ipotizzate. Accerchiati da varia e discutibile umanità: dai pregiudicati agli indagati, passando per la precaria che in realtà era una “simpatizzante” di An e l’editore con la passione per la truffa e la bancarotta; per le vallette con più cosce che cervello o la principessa filopapalina. E ancora i sopravvissuti della Thyssen e l’operatrice di un call center, che fa tanto buon samaritano senza affaticarsi troppo ad affrontare seriamente la morte sul lavoro e la disoccupazione.
Mancano solo, appunto, le prostitute d’alto bordo che rovinano i mariti fedifraghi – e politici in doppiopetto – come il dimissionario Eliot Spitzer (ma chissà, forse in Italia le dimissioni non sarebbero state presentate). Eppure la promiscuità sessuale e l’infedeltà sono naturali: nelle specie animali “fedeli” tra il 10 e il 70% dei cuccioli non sono figli legittimi. C’è addirittura il sesso “a pagamento”: i macachi spulciano ogni femmina sessualmente attiva, tralasciando quelle vecchiotte e la propria consorte, nella speranza di accoppiarsi. Quelli che invocano la natura come guida morale dell’agire politico denunciano tale carenza?

(DNews, 19 aprile 2008)

mercoledì 12 marzo 2008

Quei diritti negati di chi convive senza sposarsi

Gamal El Kammash e Marisa si conoscono nel 1986. Convivono per 21 anni, fino a quando Marisa si butta giù dalla finestra. Marisa, vero nome Michele Celeste, era transessuale; il suo corpo maschile non era il “suo” corpo.
Marisa soffriva per i pregiudizi delle persone, soprattutto dei suoi cari. Aveva tentato più volte il suicidio. Il 21 giugno 2007 aspetta che Gamal vada al lavoro e si uccide.
È sempre difficile comprendere a pieno le ragioni di un gesto tanto drammatico; è impossibile consolare chi rimane. “Nessuno mi ridarà Marisa, il suo amore e la sua compagnia. Nella mia vita era davvero tutto”, dice Gamal. Ma oltre al dolore ci sono le conseguenze che derivano dall’assenza di un riconoscimento giuridico per amori come quelli tra Gamal e Marisa.
Marisa era stata rifiutata dalla famiglia, anche negli ultimi, difficili, mesi della sua vita. Aveva spesso chiesto aiuto ai fratelli e alla madre. La madre non l’aveva voluta al capezzale perché in troppi l’avrebbero vista; la sorella le aveva chiesto di dimenticare il suo numero di telefono.
A due settimane dalla sua morte il Commissariato di Viareggio convoca Gamal su richiesta della Procura di Milano. Una sorella di Marisa vuole le chiavi della casa in cui Marisa viveva con Gamal. “Per ventuno anni hanno rifiutato la sorella e la nostra storia e ora pretendono l’eredità”, commenta amaramente Gamal. Marisa non lavorava da 20 anni perché era malata; solo Gamal si è occupato di lei, affettivamente ed economicamente. Una legge non riporterebbe Marisa in vita, ma almeno eviterebbe di sommare al dolore l’ingiustizia e la prepotenza.

(DNews, 12 marzo 2008)

lunedì 10 marzo 2008

Verità per Aldo Bianzino (16 marzo 1963 – notte tra il 13 e 14 ottobre 2007)

Il 12 ottobre 2007 le forze dell’ordine irrompono nella casa di Aldo Bianzino. Aldo vive con la sua donna, Roberta, la madre di lei e il figlio quattordicenne a pochi chilometri da Perugia. Vengono trovate alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti.
Aldo e Roberta vengono portati al commissariato di Città di Castello; poi alla questura di Perugia e infine al carcere di Capanne. Aldo si ritrova in isolamento e Roberta nel braccio femminile.
A casa li aspettano il figlio e l’anziana nonna.

Il 13 ottobre Aldo parla con l’avvocato d’ufficio (Edoardo Maglio) che poco dopo tranquillizza Roberta: “Aldo è tranquillo e in ottime condizioni di salute”. Questa ultima affermazione è confermata dalla visita medica e psichiatrica. Edoardo Miglio è l’ultima persona (o meglio, l’ultimo civile) a vedere Aldo vivo. Un detenuto afferma che Aldo è stato fatto uscire dalla sua cella due volte durante la notte tra il 13 e il 14 ottobre. Dai verbali si legge: “visita” – senza che siano indicate l’ora e la ragione della visita (strano: Aldo non è in albergo, ma in carcere).

Il 14 ottobre, poco dopo le 8 del mattino Aldo è morto. Il suo corpo è trascinato fuori dalla cella e lasciato per terra nel corridoio vicino all’infermeria. Un lenzuolo nasconde la scena agli occhi degli altri detenuti. I sanitari di turno (due donne) dichiarano di avergli fatto quattro iniezioni di adrenalina, di avere collegato il defibrillatore e praticato un inutile massaggio cardiaco per oltre venti minuti.

(Persona e Danno, 10 marzo 2008. Qui il pdf)

La moratoria di Giuliano Ferrara sulla legge 194

Sul prossimo numero di Reset (marzo aprile 2008) uno speciale su aborto e legge 194 (il mio pezzo è sulla proposta di moratoria di Giuliano Ferrara).

mercoledì 5 marzo 2008

I giovani dell’Udc tradizionalisti così da sitcom

A leggere lo slogan si prova una certa emozione: “La storia. Rivoluzione giovanile. Dalla rete la voce dei giovani”. Altro che apatia politica! Tale è l’emozione che passa qualche secondo prima di interrogarsi sull’oggetto di suddetta mobilitazione. “Sosteniamo Casini dell’Udc”. L’entusiasmo muta in sorpresa. Pierferdinando Casini, tra il richiamo alle radici cristiane e alla cosiddetta famiglia tradizionale con il bollino blu del matrimonio in chiesa (pur avendo preferito per sé un altro assetto familiare), non sembra proprio un leader politico rivoluzionario. Non basta opporsi al duopolio di Berlusconi e Veltroni – come dichiara lo stesso Casini – per costituire una novità. Né per assicurare quella rettitudine e quel coraggio di cui Casini infarcisce i suoi slogan: con Totò Cuffaro alla vicepresidenza del partito, lo scherno nei riguardi delle famiglie di fatto, la preferenza di una visione paternalistica, Casini cerca di rianimare lo scudo crociato, sofferente in seguito ad una lunga anossia, con un defibrillatore arrugginito.
I giovani per Casini leader incarnano bene i valori “tradizionali” che l’Udc vuole promuovere: si scagliano contro gli omosessuali, come se non fossero persone e cittadini come tutti gli altri, e il presunto ampio spazio concesso loro dal PD. Protestano contro le scelte “televisive” del PdL (“servono più lavoratori veri”), forse dimenticando di poter vantare Luca Volontè, che sarebbe un perfetto protagonista di una sitcom. Più che una rivoluzione sembra una controriforma prima che la riforma sia avvenuta.

(DNews, 5 marzo 2008).