lunedì 4 febbraio 2008

Intervista di Danilo Di Matteo

[Bioetiche] Breve conversazione con Chiara Lalli, Labouratorio del 4 febbraio 2008.

D. Ci ricordi brevemente cosa ha stabilito giorni fa il TAR del Lazio? Si tratta di un passo avanti significativo? Quali restano i principali limiti della Legge 40?

R. Il TAR del Lazio ha annullato le Linee Guida per eccesso di potere perché vietano la diagnosi genetica di preimpianto (divieto non presente nella Legge 40), ma soprattutto ha rinviato alla Corte Costituzionale il giudizio di incostituzionalità sulla Legge 40. Questa decisione ripristina la legalità e offre una corretta interpretazione della legge; inoltre costituisce un passo, sebbene piccolo, per ristabilire il diritto alla salute di ogni cittadino, riducendo quella discriminazione orribile riguardo alla possibilità di non trasmettere al nascituro malattie genetiche o virali.

D. Credi anche tu che la dicotomia bioetica cattolica-bioetica laica alla lunga non regga e che occorra piuttosto una difficile e paziente ricerca delle potenzialità e dei limiti legati al progresso della tecnoscienza?

R. Credo che non sia la differenza rilevante. Non è l’appartenenza ad una area quanto la tenuta argomentativa che distingue e caratterizza una “buona” bioetica da una bioetica “cattiva” (ovvero sostenuta da argomenti fallaci o da nessun argomento: sono i “secondo me” che diventano leggi). Credo inoltre che il punto di partenza debba cambiare: domandiamoci perché non dobbiamo usare una tecnica o condurre una sperimentazione, e non perché possiamo (la scienza dovrebbe essere innocente fino a prova contraria, proprio come i cittadini).

D. Senza essere (fino in fondo) reichiano, mi pare di scorgere nelle crociate contro l’interruzione volontaria di gravidanza, contro gli omosessuali, contro, in generale, il principio dell’habeas corpus una mentalità profondamente sessuofobica e la volontà di controllare e di reprimere. Concordi?

R. Immagino che non sia sufficiente che io risponda “sì”. Io credo che il cuore di molti “contro” sia il paternalismo: l’idea che le persone non possano e non debbano scegliere secondo le loro preferenze, a patto di non danneggiare altri (gli esempi che hai fatto rispettano questa condizione). Se si aggiunge anche un atteggiamento ipocrita e perbenista (quello del “si fa ma non si dice” e, al più, del pietismo che si sostituisce al riconoscimento di un diritto), il risultato è claustrofobico e scoraggiante.