martedì 15 gennaio 2008

Intervista di Astrid Nausicaa Maragò

Intervista di Astrid Nausicaa Maragò su LibMagazine del 15 gennaio 2008.

Provocatoria, la proposta avanzata da Giuliano Ferrara di una moratoria sull’aborto, ha riacceso il dibattito su eventuali modifiche che secondo alcuni parlamentari cattolici trasversali ai due schieramenti sarebbe opportuno apportare alla legge 194, trascorsi trent’anni dalla sua storica approvazione. Risponde alle domande di Libmagazine la dottoressa Chiara Lalli, docente di Logica e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “La Sapienza” di Roma.

A.N.M.: Oltre alla garanzia del diritto ad una procreazione cosciente e responsabile, insieme con il riconoscimento del valore sociale della maternità e l’insindacabile quanto fondamentale affermazione dell’autodeterminazione della donna, la legge 194/78 si apre con il solenne principio di tutela della “vita umana al suo inizio”. Crede che sia equilibrato, e soprattutto coerente, il bilanciamento degli interessi determinato da questa disciplina così come è oggi formulata?

C.Lalli: La legge 194 è un discreto compromesso (vista l’aria che tira dovremmo definirlo miracoloso e ineguagliabile). La legge contiene però alcune ambiguità e qualche ipocrisia. Tra le ragioni previste per abortire non compare, ecco l’ipocrisia, la libertà di scelta della donna. Le possibilità previste comprendono il pericolo per la sua salute fisica o psichica – vaghi e ampi contenitori, però, delle motivazione più eterogenee. Almeno esplicitamente, si esclude l’ipotesi che un aborto si decida perché non si desidera quel figlio o nessun figlio. Intenzione impossibile da verificare, e tuttavia ritenuta moralmente sbagliata. E allora danni psichici o fisici, questi sono i possibili motivi per abortire. Per ampliare lo spettro si aggiunge: “in relazione o allo stato di salute della donna, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. La legge 194 tutela la vita umana dal suo inizio, ecco l’ambiguità: che significa tutela? Si intende tutela giuridica, o morale? E cosa significa “vita umana”? Non sono domande oziose e maniacali, perché se non so cosa si intende per “vita umana”, “tutela” e “inizio” come faccio a tutelare la vita umana fin dal suo inizio? Quando bisogna cominciare a tutelare la vita umana, inoltre, è l’argomento centrale di tutte le discussioni non solo sull’aborto, ma anche sulla fecondazione artificiale e sulla sperimentazione embrionale. E la vita umana deve essere distinta dalla vita personale? Le teorie al riguardo propongono (con argomenti e forza argomentativa diversi) da un lato la coincidenza di concepimento e vita personale, dall’altro l’acquisizione del carattere ‘persona’ in un tempo successivo al concepimento. L’inizio della vita umana (come vita personale) secondo la 194 è da intendere come coincidente con la nascita, oppure con il concepimento? Se l’inizio corrispondesse con il concepimento, l’esercizio funambolico si complicherebbe fino a diventare impossibile da eseguire in un testo di legge per l’interruzione di gravidanza, ovvero per l’interruzione di quella nuova vita che si intende tutelare. Per questo preferisco scegliere, come esempio migliore di bilanciamento tra diritti, la sentenza 27 del 1975 quando stabilisce che “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”. L’articolo 1 della 194 si chiude così: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”. Che l’aborto non sia (e non debba diventare) un mezzo di controllo delle nascite (come lo è la contraccezione) è una premessa importante. Sia nel significato che nelle conseguenze. Per far sì che non lo sia è necessario potenziare informazione, divulgazione e contraccezione.

A.N.M.: I dati del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78 attestano che dal picco del 1982 ad oggi, gli aborti si sono dimezzati riducendosi del 45%, ed è stato praticamente cancellato l'aborto clandestino e il tasso conseguente di altissima mortalità materna. Come interpretare questi dati, volendo fare un bilancio?

C.Lalli: La eliminazione quasi totale degli aborti clandestini è senza dubbio un risultato felice. Dubito che un Paese possa ambire a definirsi civile se ignora o “causa” il ricorso agli aborti clandestini. Secondo le stime della Fondazione International Planned Parenthood nel 2006 19 milioni di donne e ragazze nel mondo avrebbero rischiato un aborto non sicuro. Più di 70.000 sono le donne che ne muoiono. Ogni anno. Tutti gli anni. A questo numero vanno aggiunte le donne che subiscono le conseguenze non mortali degli aborti clandestini. Lo strumento migliore per ridurre gli aborti legali è la diffusione della contraccezione e della informazione: ma ricordate che fine ha fatto l’opuscolo di Lupo Alberto, progettato per l’educazione sessuale e l’informazione sulla contraccezione nelle scuole? Scandaloso! Parlava di preservativi e non è mai stato diffuso.

A.N.M.: Il Ministro Livia Turco, dopo aver ribadito che la 194/78 è una legge completa e lungimirante che non necessita di essere cambiata, ha aggiunto che il Consiglio Superiore di Sanità avrà l’incarico di stabilire indicazioni più precise sui limiti di età del feto oltre i quali sia vietato abortire in caso di aborto terapeutico. Lei pensa, dottoressa, che sia realistico temere invece dei passi indietro per quanto riguarda il diritto all’autodeterminazione della donna rispetto all’interruzione volontaria della gravidanza?

C.Lalli: Temo che sia realistico. Di fatto la scelta obbligata sembra essere tra la difesa ad oltranza della 194 (difesa insensata) e il rischio di una legge ben peggiore (paura sensata) – una legge che magari manterrebbe una superficiale possibilità di fare ricorso alla interruzione di gravidanza, elencando però tanti e tali divieti da somigliare ad una proibizione (proprio come la legge 40: che avrebbe dovuto regolare la fecondazione artificiale e che di fatto l’ha limitata profondamente). Oggi non mi fiderei, qui in Italia, a far riscrivere una legge sulla interruzione volontaria di gravidanza. Non fosse altro per questioni stilistiche! A leggere le ultime normative in materia di bioetica c’è da rabbrividire: non solo la già citata legge 40, perfetto esempio di come una legge non andrebbe scritta, ma anche la normativa sullo stoccaggio e la conservazione dei tessuti e delle cellule umani (procedendo al recepimento di una direttiva europea sono riusciti a deturparla), o sui dati genetici. Insomma: la 194 sarebbe migliorabile, ma non in questo Paese e non in questo momento.

A.N.M.: Nell’ambito delle politiche di tutela della salute delle donne sono stati già vincolati 10 milioni di euro nel fondo sanitario 2007 e sono stati stanziati specifici fondi per la riorganizzazione dei consultori previsti dalla precedente finanziaria d'intesa con il Ministero della Famiglia. Come spiega le critiche di chi sostiene che la legge 194 resti in parte solo sulla carta, per quanto concerne la disciplina dei consultori familiari?

C.Lalli: Non sono in grado di spiegarlo. Ho la tentazione di rispondere: per ipocrisia. Per comodo. Perché è facile strepitare frasi brevi e orecchiabili (“la vita va difesa”; “una moratoria per l’aborto”; “la strage degli innocenti”); più difficile affrontare con serietà i problemi. È impressionante come si difenda la vita dell’embrione e si dimentichi la sua esistenza futura: appena nasce quello che era un embrione diventa poco interessante. C’è poca attenzione alle cure pre e post natali; poca attenzione, solo per fare un esempio, alle madri sole o alle famiglie che hanno problemi economici. Chi dimentica i 1000 euro del governo Berlusconi per il sostegno alle famiglie? Con 1000 euro si comprano 7 o 8 pacchi di pannolini e qualche confezione di pappette. E poi? Bel modo di sostenere una famiglia! Mi fa venire in mente il Family Day e i suoi sostenitori: tutti a difendere la cosiddetta famiglia “tradizionale” a parole, ma chi ha proposto aiuti veri alle persone in carne ed ossa? Le famiglie si aiutano attraverso i fatti, e non con gli striscioni sventolati quel 12 maggio e poi ripiegati e riposti in soffitta.

A.N.M.: Trent’anni sono comunque trascorsi, e discutere di eventuali modifiche nel senso di un aggiornamento della legge 194 per adeguarla a nuove esigenze sopravvenute nel tempo non deve essere di per sé un tabù. Non pensa ad esempio, che possa essere utile disciplinare espressamente le modalità d’impiego della pillola RU-486 presto in commercio anche in Italia, o integrare la legge con una parte dedicata ai metodi di contraccezione?

C.Lalli: Certo, in un mondo ideale. Non c’è dubbio che un aggiornamento sarebbe sensato e benefico. La domanda è: chi farà questo aggiornamento? Che direzione prenderà questo aggiornamento? Chi aggiornerebbe il proprio software un po’ vecchiotto con uno nuovo di incerta provenienza e di dubbio funzionamento?

A.N.M.: La proposta della moratoria sull’aborto avanzata da Giuliano Ferrara, è secondo lei una provocazione giornalistica destinata a rimanere confinata nell’ambito della mera polemica politica, o è al contrario suscettibile di produrre degli esiti concreti, quantomeno perché fuorviante l’opinione pubblica?

C.Lalli: La proposta di Giuliano Ferrara è una mediocre idiozia mascherata da stimolo alla riflessione. Se davvero c’è bisogno di queste squallide sfide per discutere, siamo messi peggio di quanto pensassi. Ferrara, nella sua dolente richiesta di moratoria, ha fatto il proprio gioco. Peccato che non ci sia nessuno che gioca meglio o che gli spieghi una volta per tutte le regole del gioco. Non salvo nulla nella proposta di moratoria avanzata da Ferrara; anche qualora la sola alternativa alle sue parole sia un silenzio indifferente, che rischia di farti accogliere con calore il primo discorsetto sciatto pronunciato da qualcuno. Se quando si è molto affamati anche un tozzo di pane duro ci rende felici – ed è comprensibile – è molto preoccupante compiere il passo successivo (e non necessario): spacciare quel tozzo di pane indurito come un pranzo da re. Questo tentativo di inganno e di autoinganno è misero e triste: è una sirena antiaerea fatta suonare in una città di sordi.