mercoledì 17 dicembre 2008

Caso Englaro: Sacconi… di materiale non identificato

Ieri su repubblica.it, Eluana, interviene il ministero. “Vietato interrompere la nutrizione”, si leggeva:
“Interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale. E’ quanto stabilisce un atto di indirizzo che il ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali ha inviato alle regioni sulla base di alcune indicazioni precedenti, tra cui quella del comitato nazionale per la bioetica e l’articolo 25 della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità dell’Onu. L’atto, firmato dal ministro Sacconi, di fatto renderà illegale per qualsiasi struttura pubblica e privata sul territorio nazionale l’adempimento della volontà della famiglia Englaro, e cioè il distacco del sondino che alimenta e idrata la giovane, in stato vegetativo da 16 anni”. Oggi è stato integrato anche dal commento di Carlo Alberto Defanti, neurologo e medico di Eluana da molti anni: “Mi lascia letteralmente esterrefatto. [In base a questo atto] non si fa quel che bisognerebbe fare: applicare una sentenza del tribunale della Repubblica Italiana”.

CITAZIONI SCONOSCIUTE - Ed esterrefatti siamo anche noi di fronte a questo gesto di Sacconi, spalleggiato dai sottosegretari Martini e Roccella. Un gesto di strafottenza rispetto ad una sentenza della Corte Costituzionale, di crudeltà (come lo ha definito Demetrio Neri) e di sprezzo verso i meccanismi di una democrazia. Sacconi ha la pretesa di decidere cosa sia legale e cosa no, in barba a sentenze o a (mancati) interventi parlamentari. Fregandosene del diritto di non subire trattamenti sanitari e della libertà di autodeterminazione (in questo caso complicati dalla assenza di coscienza di Eluana Englaro, ma non cancellati). Ed è anche un gesto ridicolo: non sapendo a cosa attaccarsi, Sacconi tira in ballo un parere del Comitato Nazionale per la Bioetica e la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone affette da disabilità. Sacconi però dimentica alcuni dettagli rilevanti. I pareri del CNB non hanno alcun valore legale. Se avesse perso tempo a (ri)leggere i compiti del CNB non sarebbe caduto in questo errore tanto sciocco.

(Continua su Giornalettismo).

giovedì 11 dicembre 2008

Testamento biologico una norma che vuole ristabilire la libertà

Il testamento biologico è ormai diventato familiare per i cittadini italiani. E questo è senza dubbio positivo.
Meno positivo è quanto accade – o meglio, non accade – in Parlamento. La discussione sulla legge, infatti, è arenata da anni in meandri paternalistici, imbrigliata da troppi disegni di legge, molti dei quali non sono che una caricatura di quello che una legge sul testamento biologico dovrebbe essere: una estensione della nostra libertà di autodeterminazione. Decidere se e come curarci. Deciderlo, quando siamo ancora in grado di intendere e di volere, per un futuro in cui potremmo non esserlo a causa di un incidente o dell’aggravamento di una malattia.
È importante ricordare che la libertà di decidere sui trattamenti sanitari è sancita dalla nostra Costituzione ed è l’anima del consenso informato: la decisione ultima, in un rapporto tra il medico e il paziente che si augura il più possibile di complicità, spetta al paziente. Nessuno può obbligarci, nemmeno per il “nostro bene”, a sottoporci ad un qualche trattamento.
Tutto questo è sintetizzato dall’appello lanciato all’inizio di dicembre da Ignazio Marino: “Rispettiamo l’Articolo 32 della Costituzione”.
Marino, firmatario di un ottimo disegno di legge sul testamento biologico, rivendica “l’indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie” come un diritto fondamentale di tutti i cittadini, sia per chi può “parlare e decidere [che] per chi ha perso l’integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà”.
Questo dovrebbe garantire una legge sul testamento biologico: che il diritto alla salute non si trasformi in un dovere, in un obbligo “terapeutico”.
Quando la libera scelta è garantita, ognuno può seguire le proprie preferenze. Compresa quella di non scegliere, di non redigere un testamento biologico.
In caso contrario diventeremmo schiavi del volere altrui.
I cittadini l’hanno capito: nel giro di poche ore erano migliaia le firme a sostegno dell’appello di Marino. Oggi sono quasi 25.000.
Speriamo che anche i loro rappresentanti siano in grado di comprenderlo e di rispettare le volontà di chi li ha eletti.

mercoledì 10 dicembre 2008

Un nuovo contratto per tutti (Tito Boeri e Pietro Garibaldi)

Nel loro ultimo libro, Tito Boeri e Pietro Garibaldi affrontano molti aspetti dolorosi ma fondamentali del mercato del lavoro: il precariato, la recessione, le disparità, l’inattività dello Stato.

Gli argomenti dolorosi nel libro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, Un nuovo contratto per tutti (Chiarelettere, 2008, Milano) sono davvero molti: dai giovani al precariato (oltre ai numeri del precariato bisogna considerare l’evoluzione del fenomeno), dalla scelta obbligata per moltissime donne tra l’essere madre o lavoratrice al divario tra le Italie. Argomenti che rischiano di diventare tormentoni senza soluzione. Ripetuti come una cantilena alla quale si finisce per adattarsi – proprio come le “emergenze” che durano decenni. Boeri e Garibaldi disegnano una spietata analisi delle magagne italiane, ma indicano anche alcune proposte di soluzione. Un paragrafo si intitola, significativamente, “tasse svedesi, stipendi greci”: gli ingredienti principali di questo ossimoro tutto italiano sono la bassa crescita della produttività e lo scarso investimento su ricerca, innovazione e capitale umano.

AMMORTIZZATORI SOCIALI - “Il nostro Paese sta entrando in una recessione. Sono periodi in cui vengono distrutti molti posti di lavoro. Soprattutto tra chi ha contratti temporanei, dato che non costa nulla al datore di lavoro non rinnovarli alla scadenza. In queste condizioni ci vogliono buoni ammortizzatori sociali e buoni servizi di collocamento che facilitino il compito di chi cerca un impiego alternativo. Sedici anni dopo l’ultima grave recessione, stiamo arrivando a questa crisi una volta di più impreparati. E stranamente il governo pensa a come dare più soldi all’industria dell’auto piuttosto che a riformare ammortizzatori sociali e collocamento”. E quando il lavoro non c’è servirebbe una rete di ammortizzatori sociali. Ma “da noi gli ammortizzatori sociali esistono solo per chi ha santi in paradiso”, si legge nel libro. E, verrebbe da aggiungere, chi ha i santi in paradiso o in terra non ha bisogno di ammortizzatori, o ne ha molto menobisogno di chi non ne ha. Questi disoccupati maltrattati e ignorati sono poi gli stessi precari… Qualche numero chiarisce la situazione anomala dell’Italia: in Francia il 75% dei disoccupati percepisce un qualche sussidio; in Germania si arriva all’80 e nei Paesi scandinavi al 90. In Italia si fatica a raggiungere il 20%.

CORSIE PREFERENZIALI - “Esistono trattamenti molto diversi concessi alle diverse categorie di disoccupati. Ci sono disoccupati di serie A e disoccupati di serie B. Conta il loro peso contrattuale. Ed è il Governo a decidere con chi essere più o meno generoso in base a calcoli di convenienza elettorale. Ogni volta che si profila la crisi di una grande impresa, vengono introdotti ammortizzatori sociali ad-hoc spesso varando nuove leggi. Pensiamo al caso Alitalia. Il Governo ha varato un provvedimento ad hoc garantendo ai lavoratori di Alitalia in esubero un sostegno al reddito per 7 anni, quando i sussidi ordinari didisoccupazione durano mediamente 6 mesi. I dettagli del provvedimento non si conoscono ancora, ma i costi potrebbero essere superiori a 1,5 miliardi di euro, tremila miliardi delle vecchie lire. Cifre da rabbrividire. A carico del contribuente”. Situazione ben paradossale: il sistema degli ammortizzatori sociali italiano, insomma, prevede una corsia preferenziale per i grandi rispetto ai piccoli, protegge molto più gli occupati stabili, già ipertutelati contro il licenziamento; i veri bisognosi, cioè i lavoratori a tempo o i parasubordinati, sono quasi abbandonati al loro destino. Si invocano sempre i tagli necessari e la scarsità di risorse economiche dello Stato: secondo Boeri e Garibaldi sono invece pretesti, scuse per non avviare una riforma seria sul lavoro.

IL COLLOCAMENTO - Il nostro Paese non ha neanche servizi pubblici che facilitino l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Anche di questo sono anni che se ne parla. E da anni non cambia niente. Altro esempio: “Fin quando le retribuzioni saranno principalmente legate all’anzianità aziendale, anziché alla produttività, ogni cambiamento di lavoro comporterà una perdita di reddito”. Il tempo non sembra poter essere il criterio fondamentale per valutare la “qualità” del lavoro e la performance del singolo lavoratore e dell’azienda. Fino al 1997 il collocamento è stato interamente pubblico ed ha funzionato malissimo. Poi è stato istituito il “Sistema informativo lavoro”. “Questo “Sil” – continua Boeri – doveva essere il collegamento in rete di chiunque svolga servizi di collocamento, pubblico e privato, con obbligo di comunicazione di tutte le informazioni su domanda e offerta in tempo reale. Questa norma non è mai stata attuata. Oggi gli impiegati del collocamento pubblico svolgono soprattutto mansioni burocratiche e di certificazione: sono assolutamente inadatti a trovare un lavoro ai disoccupati”.

SCARSI RISULTATI - I risultati non sono incoraggianti. “Il sito della borsa lavoro spesso è inattivo. Quando si riesce ad entrarci si scopre che riporta 1 posto vacante in Abruzzo, 0 in Basilicata, 0 in Calabria, 7 in Campania, 5 in Sicilia… come faranno i milioni di disoccupati di quelle regioni a trovare un lavoro? In tutta Italia sono state raccolte dalla borsa lavoro solo 1794 proposte di lavoro. Se si leggono gli annunci si scopre le candidature andavano presentate tra giugno e luglio 2007 e che il periodo di lavoro previsto era settembre 2007. Insomma quegli irrisori 1700 posti vacanti non sono neanche più vacanti perché nessuno si preoccupato di “pulire le liste” di controllare che gli annunci fossero ancora validi. Più che una borsa lavoro è un cimitero del lavoro. Nel Regno Unito vengono ogni mese raccolte 250.000 segnalazioni di nuovi posti vacanti. Più di 150.000 di questi vengono riempiti entro il mese in cui vengono segnalati dall’Ufficio Pubblico per l’Impiego”. Sconsolante.

TEMPO DI AGIRE - Boeri e Garibaldi, con sarcastica amarezza, definiscono “innovazione cromatiche” tutti i vari libri destinati al problema (Libro bianco, Libro verde). Ciò che davvero serve è una drastica riforma (“non crediamo che compito dei governi sia quello di scrivere libri. Ci sono già troppi professori, come noi, che fanno queste cose. Compito di chi ha responsabilità di governo è rendere operative le proposte di riforma su cui si è trovato un consenso nel Paese”), riforma che sembra dover coinvolgere anche quella mentalità molto italiana di un rassegnato familismo, di un lamento divenuto modo di vivere e di una immobilità che se non combattuta diventerà irreversibile. Nel capitolo “Il contratto unico e il salario minimo” sono elencati i punti fondamentali di una riforma operativa: il contratto unico; il tempo determinato; una fase di inserimento (3 anni); la fase di stabilità; la riassunzione del lavoratore presso la stessa azienda; il salario minimo; una commissione nazionale per il salario minimo e il contributo previdenziale uniforme. Ci sarà prima o poi un governo che darà seguito alle riforme invece di annunciarle, discuterle e poi relegarle in qualche libro insieme al futuro di una ampia percentuale di lavoratori e di cittadini italiani?

mercoledì 3 dicembre 2008

Una famiglia normale

Intervista a Stefano Bolognini sul suo ultimo libro in cui racconta la reazione della sua famiglia al suo coming out. Si intitola “Una famiglia normale” (2008, Sonda) e in effetti è molto più di un racconto, intimo e personale: è un bel calcio a molti dei luoghi comuni che affliggono i dibattiti sulle famiglie, sulla Famiglia, sui rapporti affettivi e sull’omosessualità. Attraverso le voci dei suoi familiari (mamma, papà, fratello e fidanzata, nonna, zii, cugino e fidanzata, suocera e Mauro, il suo compagno) Bolognini offre la possibilità di riflettere e di constatare che è possibile parlare di tutto questo rifiutando certe cantilene che sembrano un disco inceppato: l’omosessuale è promiscuo; l’omosessuale è instabile; l’omosessuale è così e cosà. L’omosessualità è un universo complesso ed eterogeneo, fatto da persone che, in quanto tali, hanno caratteristiche e caratteri diversi.

Su Giornalettismo, 3 dicembre 2008.

lunedì 1 dicembre 2008

Libertà di cura, la scelta del paziente

Nella ormai infinita discussione sulla opportunità o necessità di una legge sulle direttive anticipate si è arrivati ad una svolta: tutti ormai – o quasi tutti – concordano che questa legge s’ha da fare. Ma le differenze tra i vari disegni di legge sono profonde. Abissali.
E sono molto alti i rischi che una legge che dovrebbe garantire la libertà di scelta a chi non può più esprimersi si trasformi in un ennesimo giogo.
Il tentativo, per esempio, di sottrarre dalle decisioni delle persone la nutrizione e l’idratazione artificiali, di rendere non vincolanti per il medico le volontà del paziente o la possibilità di ricorrere alla obiezione di coscienza sono tutti modi per corrodere la portata liberale di una legge al riguardo.
Ecco perché è importante sottoscrivere l’appello di Ignazio Marino, in cui si chiede di non trasformare la libertà di cura (che comprende anche la libertà di non curarsi, sia detto per eccesso di zelo) in un obbligo cui tutti dovrebbero piegarsi.
Ecco perché sostenere, anche simbolicamente, il disegno di legge di Ignazio Marino.
L’appello che riportiamo di seguito si può firmare qui o qui.

Ad Ignazio Marino va tutta la nostra stima; a tutti noi l’augurio che la legge seguirà queste condizioni necessaria per essere una buona legge. In caso contrario sarebbe meglio non averne alcuna.
Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull’onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.
Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell’orientamento generale degli italiani.
Rivendichiamo l’indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.
Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l’integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.
Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.
Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.
Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.

Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.
Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.
[Bioetica]

giovedì 20 novembre 2008

(Non) affittasi a froci e a pervertiti - ma non è la stessa cosa?

- Pronto?
- Pronto buongiorno chiamo per l’annuncio della camera da affittare.
- Buongiorno a lei, mi dica.
- È ancora libera?
- Sì.
- Io sono gay.
- Ah madonna santa, che te devo di’ figlio mio… eh, è una cosa… non ti so dare una risposta… io non ho niente contro per l’amor di Dio perché sono una persona democratica… però sinceramente non ti so dare una risposta. Capito che voglio dirti?
Non è molto chiaro cosa intenda, ma andiamo avanti.
- Sei gay?
- Sì.
- Eh, penso che non va bene!
- E per quale motivo?
- Eh, perché? Vabbeh perché non va bene!
Risposta molto frequente tra i 2 e i 4 anni, può avere anche una versione affermativa: “Sì, perché è così!”.
- Chiamo per l’annuncio della camera per la coppia, è libera ancora?
- Sì, sì è libera. [Verrebbe con] la sua fidanzata?
- No il fidanzato.
- …
- Pronto?
- Sì.
- Siamo una coppia gay.
- Eh… nooo, la ringrazio, no.
- Per quale motivo?
- Eh… no. No, non è permesso, no. Perché qui abita il proprietario.
E chi è il proprietario, il cugino indottrinato di Sarah Palin?

Parole diverse per un concetto comune. La voce di chi telefona è di un uomo e all’inserzionista viene un colpo. Forse prima un dubbio di avere capito male. Ma no, ha detto proprio “fidanzato, il mio fidanzato”. O addirittura e inequivocabilmente “coppia gay” (guarda tu che sfacciato). E la voce è quella di un uomo, non c’è dubbio. Va bene che alcune donne hanno un timbro profondo e imponente, ma questo qui è proprio un uomo!
E allora comincia un balbettio imbarazzato oppure un secco rifiuto. Spesso il riso a sottolineare un imbarazzo adolescenziale e ipocrita.

Le ragioni? Una rassegna dei più banali e sciocchi luoghi comuni riguardo alla omosessualità.
“Mica vorrà farmi criticare da tutto il condominio?”.
“Senta io non voglio nessun via vai equivoco in casa mia!”.
“No, no, non so cosa penserebbero di me gli altri condomini”.
Alcuni si limitano a mettere giù il telefono, senza nemmeno salutare. Ma in effetti è proprio il meno, qui, il non rispettare le basi della buona educazione “buongiorno e buonasera”.
Chi stesse pensando che sia un riassunto di un bmovie omofobo o sarcastico, oppure di un documentario del vecchio e caro Tennessee, avrebbe preso una bella cantonata.
Non solo non è fiction, ma non è nemmeno il resoconto di un quartiere infestato dal Ku Klux Klan – almeno non ufficialmente.
No. È successo a Roma in questi giorni. E forse succede in tante altre città.
Francesco Palese, un giornalista di Retesole, si mette a caccia di annunci e di una stanza matrimoniale da affittare. Telefona, chiede informazioni e poi lancia la patata bollente.
“Coppia gay!? Fossi matto, la gente mormora e qui nel condominio si conoscono tutti”.
Il servizio andrà in onda stasera alle 20.35 nel corso della trasmissione “L’altra Inchiesta”.

Continua su Giornalettismo.

Io applico il paradosso a delle persone di carta (Silvia Ballestra)

Piove sul nostro amore

Giuliano Ferrara intervista Silvia Ballestra in Faccia a Faccia del 14 novembre scorso (RadioTre).
Le connessioni causali e logiche di Ferrara sono le solite.
“Quando un bambino viene fecondato – la scelta è se sopprimerlo oppure no” per esempio (il corsivo è mio, anche perché dal parlato era difficile farlo).
Oppure la smentita della libera scelta: pro-life o pro-death, non esiste la scelta (pro-choice) perché, tanto per capirsi, se abortisci non scegli ma uccidi e se non abortisci sei a favore della vita. Che scelta e scelta?!
Ma Silvia Balestra non fa una piega e non cade nei tranelli.
Se volete sentire con le vostre orecchie è qui (i primi otto minuti parla solo Ferrara, si può cominciare da lì).
Ballestra sottolinea alcune questioni centrali.
Se si parla tanto di maternità e di famiglia sacra Ballestra invita a parlarne a livello politico, rivedendo le politiche del welfare e la legge sull’immigrazione (già).
Ci ricorda le dimissioni in bianco (già).
Ma abortire è una questione relazionale - interviene Ferrara - perché c’è un altro.
E Ballestra prosegue nel ricordare questioni centrali.
Che esiste la scelta delle donne. Che esiste una legge che ha ridotto di molto gli aborti, oltre alle terribili conseguenze degli aborti clandestini. E che è una legge giusta.
A Ferrara risponde che non vuole convincere nessuno. E che chi non la pensa come lei è liberissimo di pensare e di agire secondo le proprie preferenze. Invece chi non vuole farlo rompe un po’ le scatole agli altri (già, crudele asimettria tra libertà e coercizione, dimenticata dai fautori della coercizione oppure mal compresa. Se esiste libertà si può scegliere di essere schiavi; se si è schiavi nessuna scelta è concessa, se non una caricatura di essa).
Ricorda gli alti tassi di obiezione di coscienza e la difficoltà della applicazione della 194 (difficoltà pericolose per le donne, per i tempi delle liste di attesa e per la difficoltà di trovare una struttura che garantisca che una legge sia applicata - già).

Oh, l’onnipresente eugenetica non può mancare dal repertorio di Ferrara (e il suo pervertimento semantico per tirare in ballo il fantasma di baffone): ne ho scritto talmente tante volte che mi sento una macchinetta inceppata e sono indecisa sul link da mettere. Alla fine scelgo questo.
“La vita in generale è un problema?” domanda in conclusione.
Intende quando finisce e quando comincia. E arriva ad Eluana Englaro: è tentato di adottare il silenzio stampa, dice, e da queste parti si trattiene il respiro dall’emozione.
Invece poi continua a parlarne con parole di pessimo gusto. Non tace. E dire che ci avevamo creduto, seppure per pochi secondi.
E Ballestra ricorda che sarebbe stato meglio iniziarlo al tempo delle bottigliette.
Poi protesta contro la rivendicazione da parte di Ferrara di brandire dei paradossi.
Io applico il paradosso a delle persone di carta non sulle persone in carne ed ossa chiarisce. E allora Ferarra prosegua pure a parlare, noi non lo ascoltiamo più.
Io applico il paradosso a delle persone di carta non sulle persone in carne ed ossa.
Grazie a Silvia Balestra per la pazienza. La capiamo bene e ha tutta la nostra stima.

Silvia Ballestra, Piove sul nostro amore. Una storia di donne, medici, aborti, predicatori e apprendisti stregoni, 2008, Feltrinelli.

domenica 16 novembre 2008

Il silenzio, vi prego, su Eluana Englaro

Il Movimento per la Vita, riunito a Montecatini, scrive al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Signor Presidente, il Movimento per la vita, con i 550 delegati riuniti a Montecatini per il XXVIII convegno nazionale dei Centri di aiuto alla vita, si permette di sollecitarle un atto straordinario con cui esercitare la sua autorità morale: le chiede di fare quanto possibile perché Eluana Englaro possa conservare la ‘grazia’ di continuare a essere curata e amata dalle Suore Misericordine che attualmente la ospitano e che in questi anni l’hanno sempre accudita amorevolmente”.

Scienza & Vita, subito dopo la decisione della Cassazione, ha dichiarato: “Chiediamo che alla lunga fine di Eluana, proprio perché si tratta di una vera e propria condanna a morte in età repubblicana, non solo assistano alcuni testimoni, ma possa essere registrata in video e messa a disposizione di quanti ne facciano richiesta. [...] Così i nostri figli e i nostri nipoti potranno scoprire come un cittadino italiano possa essere condannato da un giudice di uno Stato civile e democratico a morire di fame e di sete”.

Davanti alla clinica, in strada, c’è un uomo con un cartello bianco e la scritta: “Condanna a morte non in mio nome”.
Rappresentanti del Movimento per la Vita protestano e Paolo Gulisano (a nome del MPV) chiede indignato di far vedere Eluana Englaro, chiede di far entrare le telecamere. Chiede, chissà se come provocazione o come punizione, la pornografia più atroce immaginabile: un Truman Show per sedare il loro inestinguibile cattivo gusto. MPV dovrebbe stare per Movimento per la Vergogna – la loro, che non hanno. Nemmeno l’ombra.
Il tg1 fa il quiz sulla sentenza: “sì o no”?
Vomitevole.

Sono solo pochi esempi delle reazioni che non accennano a lasciare spazio al doveroso silenzio.
Tutti questi figuri abusano della lingua italiana e della pazienza di tutti noi.
Questi difensori della “Vita” pronunciano parole e frasi senza coglierne la violenza e l’orrore.
Sorprende, poi, che si attacchino con tanta cieca ostinazione alla vita terrena, anche quando di questa non restano che poche sembianze, anche quando (o bisognerebbe dire soprattutto?) il legittimo proprietario non la vuole più portare avanti (ma per loro la vita non è disponibile, che cosa significa poi? Dove va a finire il libero arbitrio? Non è dato sapere).
Nessuno di loro ha speso una sola parola sulla volontà di Eluana. Nessuno. I pochi che l’hanno nominata lo hanno fatto per asserire con apodittica certezza che quella di non sopravvivere in queste condizioni era la volontà “vecchia” di Eluana, e che oggi non varrebbe più. Oppure che era stata fatta in una condizione diversa – diversa da cosa? Possibile che la nostra identità e il nostro volere siano tanto labili per questi signori? Possibile che non si facciano problemi a decidere per gli altri mentre ribadiscono che il mio io di oggi non potrebbe decidere per il mio io di domani perché sarà diverso? Quanto sono diversi, loro, da me?
Quando affermano che la volontà di Eluana, espressa in condizioni di salute (perciò diverse da oggi) non vale perché non è più in salute, non si rendono conto che rischiano di vanificare tutte le confessioni in punto di morte? Perché vale abbracciare la loro religione (solo mentre si sta per morire, magari per una malattia, ma comunque pur sempre in punto di morte quindi non in condizioni ideali) e non esprimere una volontà su altre questioni? Inoltre Eluana, oggi, non ha più la possibilità di esprimere una volontà, perché non ce l’ha più una volontà. E allora sembra ragionevole seguire quella che aveva espresso, seppure in condizioni diverse, perché era pur sempre la sua volontà, e non quella di persone che non ci hanno nemmeno mai parlato con Eluana.
Non serve una intelligenza sopraffina, basterebbe un minimo di senso estetico.
Come direbbe l’ispettore Bloch a Dylan Dog: serve un antiemetico!


Ps
Questo invito al silenzio non è propriamente un appello o una petizione: è l’espressione di un senso di ripugnanza. Chi ha voglia di condividerlo e di diffonderlo è benvenuto (potete scriverci a bioetiche@gmail.com o lasciare un commento).
Per evitare una possibile contraddizione dello scrivere per invitare al silenzio (perciò rompendo quel silenzio stesso) aggiungiamo che il silenzio di cui parliamo è l’alternativa a parole oscene, offensive, intrise di crudeltà. Quelle che chiedono l’esposizione di Eluana e l’ostentazione pubblica della sua morte. Ecco: di fronte a tutto questo è meglio tacere. E permettere alla famiglia Englaro di vivere il proprio dolore senza aggiungere la vergogna di condividere la cittadinanza italiana con questa gente.

L’Inkontro, 16 novembre 2008.
AgoraVox Italia, 17 novembre 2008.

Riflessioni su alcuni amabili contraddizioni (o del gioco delle tre carte)

Concentrandomi su una (presunta) obiezione usata spesso, e con l’illusione della apoditticità, mi venivano in mente un paio di domande, o di eccezioni chiamiamole così.
La (presunta) obiezione ha a che fare con l’attualità e la validità di una volontà passata. Prende due forme.
La prima nel caso di un paziente cosciente (si pensi a Piergiorgio Welby): si dice che il paziente in quelle condizioni non può esprimere una vera volontà perché è oppresso dalla malattia e dalla morte.
La seconda nel caso di un paziente incosciente (si pensi ad Eluana Englaro): si dice che il paziente in quelle condizioni non avrebbe espresso la stessa volontà perché allora era sano, oggi è malato.

Abbiamo provato a fornire varie risposte alle suddette obiezioni, ma è difficile ragionare con chi non ne ha voglia e si rischia di farsi venire il mal di stomaco e di sembrare più irragionevoli di chi non vuole ragionare.
Stamattina pensavo a due casi che potrebbero essere scomodi per chi abbraccia quelle obiezioni lì.
Il primo riguarda la validità delle conversioni al cattolicesimo in punto di morte: si potrebbe domandare loro perché vale abbracciare la loro religione (in punto di morte, magari per una malattia, ma comunque pur sempre in punto di morte quindi non in condizioni ideali) e non esprimere una volontà su altre questioni. Se si è abbastanza in grado di intendere e di volere per convertirsi, non si è altrettanto in grado di rifiutare un respiratore o una terapia farmacologica? Perché nel primo caso la libertà di scelta vale, e nel secondo no?
Il secondo riguarda la validità di una volontà espressa in stato di coscienza e considerata ancora valida quando quella coscienza non c’è più: chi ricorda il caso di Lorenzo D’Auria, agente del Sismi sposato in articulo mortis? (Ovvero ritenendo valida una volontà pregressa, impossibile da attualizzare perché D’Auria era in come quando è stato celebrato il matrimonio?). Come mai in quel caso si è considerato valido il suo modo di vivere, ciò che aveva detto (e nemmeno lasciato per iscritto) per celebrare un matrimonio?
Qualcuno sa rispondere?

venerdì 14 novembre 2008

Oggi vince la libertà di decidere

La Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso contro la sospensione della nutrizione e della idratazione artificiali di Eluana Englaro.
La volontà della ragazza, che è in stato vegetativo permanente e persistente dal 1992, può essere finalmente rispettata. È stato il padre Beppino a prestarle la sua voce, la sua ostinazione e il suo profondo senso di giustizia. Era intollerabile, per Beppino, che allo straziante destino della figlia si aggiungesse l’umiliazione della volontà di Eluana, ricostruita meticolosamente dal decreto della Corte d’Appello di Milano la scorsa estate. Eluana non avrebbe voluto sopravvivere in queste condizioni di totale incoscienza e in assenza di una qualsiasi speranza di cambiamento del suo stato, che quello stesso decreto definiva come irreversibile.
Ha dovuto aspettare centinaia, migliaia di giorni: il padre ne ha tenuto il conto come fanno i carcerati. Ieri erano 6.145.
In nome della Vita e di altre parole, svuotate del loro significato originario o forzate fino all’assurdo, in molti hanno cercato di calpestare Eluana e i desideri che aveva espresso prima dell’incidente.
Ieri, finalmente, è stato ribadito un principio fondamentale: la libertà di decidere della propria vita.
Ieri, finalmente, il clamore e la battaglia possono lasciare spazio al silenzio. La vicenda della famiglia Englaro può tornare privata. Il dolore, inestinguibile, può almeno abbandonare la rabbia della rivendicazione di un legittimo volere. Fino ad oggi ignorato. Un volere che è personale, soggettivo: non c’è alcuna aspirazione universalizzante.
Speriamo che anche i difensori della sopravvivenza a tutti i costi e contro il volere di chi non vuole sopravvivere scelgano il silenzio. In caso contrario, che parlino pure, se non hanno alcun senso dell’osceno; si abbandonino pure ai commenti più inappropriati e disumani, loro che si dichiarano difensori dei valori con la “V” maiuscola dimostrano una totale assenza di decenza.

DNews, 14 novembre 2008

giovedì 13 novembre 2008

Dell’amore e della morte (a Nassiriya)

Fight

Uomini caduti in nome dell’Italia. E donne la cui attesa non finirà mai. Oltre al danno, poi, l’umiliazione di vedersi sbattuto in faccia un amore senza carta e che dunque, non vale niente.

Sono passati cinque anni dalla morte di 19 italiani a Nassiriya, in quella missione di pace sporcata da sangue e rimpianti. Cinque anni ricordati, ieri, con una targa di ottone inchiodata sul muro di sinistra della Sala Conferenze del Senato. E denudata dal drappo rosso cupo che la copriva nel corso della commemorazione ufficiale. Alla presenza, tra gli altri, di Renato Schifani, presidente del Senato, Gianfranco Fini, presidente della Camera, Maurizio Gasparri; uniformi e occhi lucidi. Tutti in piedi, stretti, ammassati.

ONORE E UMILIAZIONE - È Schifani a prendere la parola alle 11,45, mentre una bambina di circa un anno piange e piange. Impettiti tutti si alternano sul pulpito. Alcuni sembrano distratti dall’idea del prossimo appuntamento, ma per lo meno nessuno ride come in altre occasioni. “La memoria di chi ha dato la vita per il nostro Paese non appartiene alle Forze Armate, né alle istituzioni, né ad una parte politica, ma è patrimonio indissolubile dell’intera collettività”, dice. Poi tocca a Ignazio La Russa, il quale sottolinea che “la morte ha dato alla loro vita [quella dei morti o la loro?] un significato profondo”. Chissà se c’è qualcuno che abbocca ancora a questa retorica. Intanto la bimba urla e urla a squarciagola. Peccato non si possa chiedere a quelli che sono morti. Anche se chi sceglie la carriera militare non può non mettere in conto il rischio di morire. Ma è pur vero che ci sono molti modi di morire, sebbene nella livella della morte è possibile distinguerli. Sarebbe doveroso riconoscere e distinguere la responsabilità. E poi magari per qualcuno è la vita a dare un significato profondo; un po’ meno la morte. C’erano poi due civili italiani: Stefano Rolla e Marco Beci. Anche per loro vale la profondità del significato della morte? E c’erano anche nove civili iracheni. E ci sono parole, tante parole che non smettono di rimbombare, fino a coprire quelle ufficiali e di circostanza: “Ma lei che lo amava aspettava il ritorno d’un soldato vivo/d’un eroe morto che ne farà?”. Il cerimoniale non è in grado di rimediare o di cancellare l’ingiustizia: non solo per un destino mortale (evitabile?) ma per quanto quelle morti hanno causato. Anzi: soprattutto per quanto una di quelle morti ha causato. Quella di Stefano Rolla. L’ingiustizia e la discriminazione oltre al dolore. E l’assenza di comprensione umana. Verso la compagna Adele Parrillo. E se il dolore è privato e inestinguibile, l’umiliazione pubblica era ed è evitabile. È un crudele carico che non è alleggerito dall’invito ufficiale alla cerimonia di ieri, né a tutte quelle che seguiranno foss’anche in eterno. L’umiliazione di un mancato riconoscimento pubblico, nel suo valore simbolico e in quello pratico.

(Continua su Giornalettismo, 13 novembre 2008)

mercoledì 12 novembre 2008

Obama e l’assisted suicide

L’entusiasmo italiano per la vittoria del candidato democratico in Usa non sembra poter portare a interventi concreti simili a quelli americani. Dove, ad esempio, il suicidio assistito è già una realtà.

L’entusiasmo obamiano ha travolto tutti – almeno molti. Feste, bandierine, facce inebetite. L’augurio, adesso, è che tutto questo invocare il nuovo, “we can”, i diritti civili e i cambiamenti non rimangano vuote parole, dimenticate e rimpiazzata dalla palude indigena. Certo la figura barbina del cavaliere e di altri stimabili rappresentati del nostro Paese non va in questa direzione. Basterebbe che una parte della sentita partecipazione alla vittoria di Barack Obama fosse trasformata in azioni per rimediare al paternalismo e al clima illiberale. Ma i segnali sono sconfortanti. L’esempio più significativo è la discussione sul testamento biologico: verosimilmente uscirà dal Parlamento una legge profondamente lesiva dell’autodeterminazione e del buon senso (perché si vuole rendere il testamento non vincolante; si vuole sottrarre alla decisione la nutrizione e l’alimentazione forzata; si vuole introdurre l’obiezione di coscienza – si vuole, in un parola, mangiare dall’interno il corpo normativo e consegnare una carcassa in putrefazione).

(Continua su Giornalettismo, 12 novembre 2008)

martedì 11 novembre 2008

Lucetta sul Corriere della Sera

Baby
Grazie alla selezione dell’ovocita materno, veniamo a sapere dai giornali, è nata una bambina “sana, libera dalla grave malattia che rischiava di ereditare dalla madre”. Si tratta di una bimba “politicamente corretta”, scrive la Stampa, perché “non c’è stata quell’indagine sull’embrione che fa accapponare la pelle al mondo cattolico”. Certo, si può ben comprendere la felicità e il sollievo dei genitori. Tutto bene allora? Non direi. Infatti, se proviamo a guardare la cosa con un occhio meno limitato ai desideri umani, vediamo che si tratta anche in questo caso di una selezione che rischia di aprire le porte ad una mentalità eugenetica. Anche in questo caso, quindi, il progresso tecno-scientifico ci impone di riflettere sul senso delle conseguenze che comporta, cioè di ciò che troveremo davanti a noi. “La risposta ci porrà di fronte a una decisione – scrive il filosofo Romano Guardini – e io non so ciò che in essa prevarrà: se il fatto in se stesso con la sua inevitabilità e coercizione, oppure l’intelligenza e la nostra capacità di dominare le cose”.
Questo è quanto scrive oggi Lucetta Scaraffia sul Corriere della Sera – che se uno non lo sapesse penserebbe che è frutto di un generatore casuale di parole e frasi dal senso solo apparente. Anzi, di nessun senso nemmeno apparente.
Siccome il principio di autorità (persone o quotidiani che siano) non è un argomento solido il giudizio, però, non può che rimanere di insensatezza. Anzi di stupefacente insensatezza.
Verrebbe da chiederle: “Lucetta cara, ma cosa vai blaterando? Hai dormito male? O ti stai prendendo giuoco di noi?”. Ecco, forse questa è la chiave. Lei scherza, e noi la prendiamo sul serio.
Cerchiamo di venirne a capo: è nata una bambina, è sana, i genitori sono felici, e addirittura i cattolici perché non hanno fatto la diagnosi genetica di preimpianto. Cosa diavolo ci sarebbe che non va?
Lucetta si limita a negare che sia tutto a posto, senza portare alcun argomento e considerandoci più intelligenti di quanto non siamo. Perché non si capisce la ragione per cui non va bene. Quale sarebbe “un occhio meno limitato ai desideri umani”? E poi se “rischia di aprire le porte” significa forse che per ora sono ancora chiuse? Non solo non ci dice il perché, ma sembra che soltanto il rischio di aprire alla eugenetica sia sufficiente per condannare e magari per vietare per legge.
Inutile ribadire per l’ennesima volta che dietro alla parola “eugenetica” ci sono una serie di imprecisioni – e stupisce, da parte di una storica, tanta superficialità. Che giochi appositamente su tale terreno insidioso?
Ma vediamo di chiarire almeno qualche pensiero sull’eugenetica, usata come una clava contro le tecniche di procreazione assistita o il “progresso tecno-scientifico” in generale.
Il richiamo è sbagliato storicamente e scorretto concettualmente, perché il sottinteso è che “eugenetica” sia quella politica razziale nazista che eliminava quanti non corrispondeva ad un certo standard. Ma quella eugenetica non ha nulla a che fare con le possibilità che la scienza oggi offre – e che potremmo chiamare manipolazione genetica migliorativa per liberarci del peso dei ricordi.
L’eugenetica della politica nazista di miglioramento della razza, e da quel movimento eugenetico che si sviluppa alla fine dell’ottocento e si diffonde in Paesi insospettabili come Inghilterra e Stati Uniti, è giustamente condannata. Seppure in contesti molto dissimili, lo scopo comune dell’ideologia eugenetica consisteva nel “migliorare” la razza, attraverso l’eliminazione di tutti gli elementi difettosi: mascalzoni, prostitute, criminali, ma anche insufficienti mentali, pazzi, poveri o appartenenti a presunte razze inferiori dovevano essere eliminati, o almeno dovevano essere cancellati dai processi riproduttivi al fine di estirpare i loro geni difettosi. Il fantasma dell’eugenetica nazista è ben conosciuto; forse è meno noto quello che accadde negli Stati Uniti all’inizio del novecento. Tra il 1907 e il 1940 la caccia agli indegni (“the hunt of unfit”) causa la sterilizzazione forzata o la castrazione di migliaia di esseri umani: la maggior parte di essi erano deboli di mente, malviventi oppure considerati moralmente degenerati; 700 furono classificati come “altro”.
La differenza questa eugenetica e l’eugenetica attuale, però, è profonda, e l’assoluta condanna della prima non può essere trasferita, totalmente o parzialmente, sulla seconda.
Confonderle, giocare con le ambiguità è disonesto; e pericoloso.
Nel caso di questa bambina, perdipiù, non si può nemmeno tirare in ballo la questione degli embrioni sacri e inviolabili: e allora?
Il filosofo citato a conclusione spero sarà clemente con chi filosofo non è, ma non si capisce bene manco lui. Forse è una rimodernizzazione del “non so” socratico, dimenticando un pezzo, anzi due: la consapevolezza del non sapere e l’ironia.

AgoraVox Italia, 11 novembre 2008

mercoledì 5 novembre 2008

Cantelmi, Binetti e la terapia che “riaddrizza i froci”

Il 23 dicembre 2007 Davide Varì racconta sulle pagine di Liberazione il suo percorso di riparazione dall’omosessualità (“Gli ho detto: «Sono gay». Mi hanno risposto: «La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene…»): si finge omosessuale in crisi e tramite Don Giacomo arriva a Tonino Cantelmi, psichiatra e presidente dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici (AIPPC).

Dopo avere accertato se il paziente avesse avuto rapporti completi e fosse stato “anche passivo”, il primo colloquio con Cantelmi si chiude con un nome di una psicologa e l’indicazione di sottoporsi a un test sotto la sua supervisione: «Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa». Dopo aver fatto il test Minnesota e avere risposto per la terza volta (dopo Don Giacomo e Tonino Cantelmi) alla domanda “attivo o passivo?”, Varì torna per un secondo colloquio da Cantelmi. “Mi regala un libro: “Oltre l’omosessualità” di Joseph Nicolosi. Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo – mi dice – troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l’hanno fatta»”. L’articolo di Varì ha scatenato le ire di Cantelmi che lo ha querelato. Ma la vicenda non è finita qui.

“Dopo il tuo pezzo e le vicende legali non hai mai risposto pubblicamente a Cantelmi: perché, e perché hai deciso di farlo ora?“. “Quando ho iniziato la mia inchiesta non sapevo neanche chi fosse Cantelmi. Un giovane prete (Don Giacomo, ndr) mi ha indicato lui come referente della terapia riparativa. Una volta finita l’inchiesta, e arrivato il momento di scriverla e pubblicarla, ci siamo chiesti se era il caso o meno di mettere il suo nome. Non è nostra abitudine condurre battaglie ad personam, ma in quel caso ci siamo resi conto che era inevitabile – soprattutto per il ruolo pubblico di Cantelmi come presidente dell’AIPPC. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta abbiamo deciso di non rispondere alle sue provocazioni e gli abbiamo dato possibilità di replica pubblicandola su Liberazione con ampio risalto. Io stesso gli ho chiesto un’intervista, ma lui ha preferito declinare l’invito. A questo punto, dopo mesi di illazioni nei miei confronti, ho deciso di rispondere alle sue continue provocazioni. Lo devo alla serietà del mio giornale e alle migliaia di omosessuali che hanno subito questo genere di terapie. Detto questo, ho saputo che il Professor Cantelmi ha scritto un libro sull’intera vicenda. Forse i suoi continui attacchi servono per fare pubblicità alla sua opera. Nessun problema, lo aiutiamo. Il libro si chiama: Cattolici e psiche. Sottotitolo: La controversa questione omosessuale. Costa circa undici euro e si trova nelle librerie del Vaticano”.

“Cosa ti è rimasto più impresso del periodo in cui ti sei finto omosessuale e sei stato paziente di Cantelmi e dei suoi collaboratori?“. “È passato molto tempo ma la sensazione di claustrofobia emotiva temo che mi rimarrà addosso per molto tempo. Non solo: dopo la mia inchiesta sono stato tempestato da chiamate, da lettere e da mail di persone che hanno subito questa terapia da altri psichiatri e psicologi. Alcuni ragazzi hanno addirittura subìto esorcismi da parte di preti che considerano l’omosessualità come una manifestazione del demonio. Questo mondo va spazzato via! Ci sono centinaia di genitori in buona fede che vivono l’omosessualità dei propri figli al pari di un tumore o di una grave disabilità mentale. Un’idea alimentata da molti ambienti della nostra società”.

“Cosa succede sul piano legale (della sua querela)?”. “Sul piano legale c’è una querela le cui accuse non fanno alcun riferimento alla terapia riparativa ma si riferiscono ad alcune mie espressioni, assolutamente secondarie. Cantelmi si sentirebbe diffamato per il fatto di aver chiamato il suo studio un porto di mare («Lo studio del professor Tonino Cantelmi – Presidente dell’Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c’è scritto nella targhetta – è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne»). Bizzarro no? È strano che Cantelmi parli della querela come se fosse una condanna passata in giudicato. È strano che un professore della sua statura non conosca la differenza tra condanna e querela. C’è un detto tra i giornalisti: non sei un buon giornalista se non hai almeno tre querele. Io per ora ne ho una, quella di Cantelmi, che rivendico con molto orgoglio. Certo, chi fa inchieste si espone, ma chi non si espone è davvero un bravo giornalista?”.

“Ma è vero che la senatrice del PD Paola Binetti ha difeso pubblicamente la pratica di Cantelmi?”. “Certo. Io non so se la senatrice Binetti conosca il Cantelmi ma la sua dichiarazione, all’indomani della mia inchiesta, è inequivocabile: «Cantelmi svolge un lavoro eccellente. Fino agli Anni Ottanta nei principali testi scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia, poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario». Insomma, chiaro no? La senatrice dice che Cantelmi fa benissimo a guarire i gay perché sono persone malate. Fossi Cantelmi querelerai davvero la Binetti, oggettivamente la sua accusa è molto più esplicita e diretta della mia inchiesta.

 “L’Ordine degli Psicologi è mai intervenuto sulla vicenda?”. “L’Ordine degli Psicologi ha ufficialmente preso distanza dalla terapia riparativa diffidando chiunque la utilizzi («Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio/economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. È evidente quindi che lo psicologo non può prestarsi ad alcuna ‘terapia riparativa’ dell’orientamento sessuale di una persona»). Sono stato ascoltato dalla Commissione dell’Ordine degli Psicologi di Roma che non può intervenire sul professor Cantelmi per il fatto che è psichiatra. In ogni caso vorrei ribadire che non ho mai voluto ingaggiare una battaglia personale contro il professor Cantelmi, ma soltanto denunciare una pratica inutile e dannosa. Per quanto mi riguarda considero una vittoria del giornalismo d’inchiesta la dichiarazione pubblica di molti psicologi che hanno definitivamente delegittimato la terapia riparativa”. “Anche Leonardo Ancona, psichiatra e psicanalista cattolico di grande fama ha contestato Cantelmi dalle pagine di Repubblica (Cattolici e psiche. Polemiche. Parla lo Psichiatra Leonardo Ancona, la Repubblica R2, 14 gennaio 2008): Di Cantelmi, tendo a contestare già la qualifica. Perché qualificare degli operatori psicologici o psichiatrici come cattolici? La trovo una dizione ridondante: una persona per bene non deve qualificarsi come cattolica, altrimenti implicitamente le persone non cattoliche sarebbero per male… Io non ho mai capito l’utilità e neppure la convenienza di un raggruppamento come quello che presiede Cantelmi. Avrei potuto farlo io, ma non mi è mai venuto in mente di farlo…”.

“A parte l’onore della prima querela, cosa ti è rimasto di positivo di questa inchiesta?”. “Devo dire che questa esperienza mi ha dato l’opportunità di conoscere il mondo gay. Prima dell’inchiesta la mia era una adesione di principio alla battaglia per i diritti civili. Asettica. Ora conosco le persone che stanno dietro quella battaglia e mi sento uno di loro a tutti gli effetti. D’altra parte questa è una battaglia che investe ognuno di noi perché è in grado di rovesciare il nostro mondo, le nostre pigrizie intellettuali. Perché, come diceva don Milani: mi riguarda è il contrario di me ne frego”.

(Intervista a Davide Varì su Giornalettismo)

lunedì 3 novembre 2008

venerdì 10 ottobre 2008

Non solo so’ froci: portano pure le malattie!

Gay Pride Roma (7 giugno 2008)
Chiara Atzori è infettivologa presso l’Ospedale Sacco di Milano ed è una fanatica sostenitrice della terapia riparativa (l’omosessualità è una patologia e va curata o, meglio, riparata). Ma siccome non basta più definire gli omosessuali come malati, da riparare, da redimere, si è dedicata al “dagli all’untore”. Gaynews ha trascritto l’intervista che l’infettivologa ha rilasciato a Radio Maria (se non doveste farcela ad ascoltarla, potreste leggerla a puntate). L’unico dubbio che ho nello scrivere su questa incresciosa vicenda è quella di contribuire a dare spazio a qualcuno che non merita nemmeno una risposta, ma solo uno schifato silenzio. Una paura che potrebbe somigliare a quella di un derattizzatore se usasse una gabbia per leoni. Qualcosa del genere.

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Come essere famosi in soli tre passaggi

Vortici
Sono tanti gli aggettivi e i sostantivi che usiamo migliaia di volte senza farci troppe domande, anzi senza pensarci nemmeno, e di cui siamo certi di conoscere il significato e le sfumature. Capita spesso, però, che se dobbiamo definirli non è così semplice come avremmo creduto.
La definizione, lasciata dormiente per la maggior parte del tempo, diventa urgente nei casi di incomprensione oppure quando dobbiamo spiegare a qualcuno che ignora la nostra lingua. Il rischio di fare scena muta e di balbettare qualche insoddisfacente risposta è piuttosto alto.
Un esempio di rompicapo? “Famoso”. Come potremmo definirlo? Sembra essere un concetto relativo (famoso per chi? E per aver fatto cosa?) e scivoloso (quali sono i criteri per rilevare se qualcuno è davvero famoso oppure no?).
E poi le lingue, se non sono morte, evolvono e mutano. Insieme a loro le parole. L’illusione della possibilità di una definizione imperitura sfugge dalla mente come le ombre si dissolvono al tramonto.
Questo dilemma emerge, quasi per caso, venendo a conoscenza della recente entrata di Rossano Rubicondi ne L’Isola dei Famosi. Tra i vip, ovviamente – e il dubbio di aver capito male viene prontamente fugato: Rossano è naufrago proprio perché è famoso. E perché lo sarebbe?
Il dubbio di inadeguatezza e di scarsa conoscenza della propria lingua madre si fa bruciante.
Digitando “famoso” su google il primo url è L’Isola dei Famosi. Un corto circuito quasi escheriano: inutile forzarlo, meglio cambiare strategia.
Il secondo tentativo non offre risultati molto più soddisfacenti: cercando “Rossano Rubicondi” oltre al riferimento a L’Isola e poco altro che non soddisfa la domanda, ci ritroviamo linkati alla moglie: Ivana Trump. Dopo sei anni di fidanzamento si sono sposati a Miami; si dicono felici e i pettegoli sottolineano la differenza d’età: 35 lui, 59 lei. Ma parte la conferma del naufragio e la scoperta della consorte, il mistero della fama non è ancora svelato e la ricerca deve continuare. Perché sarebbe famosa Ivana Trump? E già si insinua il dubbio di fama indiretta: se Ivana è famosa, allora Rossano lo è di luce riflessa? Ivana, oltre ai riferimenti speculari e già detti e alla sua eredità, sembra essere nota a causa del suo ex marito (fonte principale, peraltro, della suddetta eredità): e siamo al terzo giro.
La stella di Ivana non è certo la sua carriera olimpica – che a stento qualcuno ricorda – ma Donald Trump: hanno vissuto come marito e moglie per tredici anni, hanno avuto tre figli e poi hanno divorziato – ma Ivana ancora sfoggia il cognome Trump come fosse un cervo impagliato sopra al caminetto.
Donald, miliardario e poliedrico uomo d’affari, ha avviato questa catena di celebrità che è sbarcata da poche ore in Honduras. A testimonianza della gerarchia ci si mette anche lo stesso strumento che ci ha condotto fin qui: se Ivana e Rossano non arrivano, insieme, nemmeno a 500.000 occorrenze, Donald – solo soletto – supera i 5 milioni di risultati!
Altro che sei gradi di separazione – sei “amici di amici” che collegano il più illustre sconosciuto all’uomo più potente del mondo – per essere considerati famosi ne bastano tre (e un paio di matrimoni azzeccati)!
“Godetevi il successo,/godete finché dura/ché il pubblico è ammaestrato/e non vi fa paura” canta Francesco Guccini nei panni di Cyrano e rivolto, strano a dirsi, all’amata omonima – ma irraggiungibile – del nostro: Rossana.

DNews, 10 ottobre 2008

giovedì 9 ottobre 2008

Testamento biologico: intervista col vampiro

Quando e come farlo, cosa fare nei casi “controversi”. Staccare la spina secondo Soro, rappresentante di una delle due fazioni che attualmente si battono all’interno del PD.

Antonello Soro, medico, cattolico (viene precisato) e presidente dei deputati del PD, si lascia intervistare da Stefano Brusadelli (Panorama, 3 ottobre 2008) in tema di testamento biologico. Ai più distratti ricordiamo di che si tratta: “Il testamento biologico (detto anche: testamento di vita, dichiarazione anticipata di trattamento) è l’espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.” Su Panorama si parla della validità, ma anche delle dispute all’interno del PD sulla questione che vedono contrapposto fronte cattolico e fronte “laico”. Soro risponde in modo preoccupante e insoddisfacente, ma Brusadelli perde diverse occasioni di porre le domande giuste. Magari poteva evitarne di inutili, come “A che punto è il dibattito dentro il Pd?” superata però dalla risposta, “Abbiamo costituito un comitato ristretto che deve varare un testo unificato da presentare poi agli altri gruppi. Ne fanno parte Umberto Veronesi, Ignazio Marino, Livia Turco, Paola Binetti, Daniele Bosone e Maria Antonietta Farina Coscioni. Come vede, ci sono sensibilità e culture diverse.”. Un inutile spreco di inchiostro al posto del quale avrebbe tranquillamente potuto campeggiare la parola “malissimo”.

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venerdì 3 ottobre 2008

Rosa come un romanzo di poca cosa

Scalata
L’annoso e insensato dibattito tra evoluzionisti e creazionisti si arricchisce continuamente: Rosa Alberoni sembra avere le idee molto chiare sulla questione, ma probabilmente è più confusa di quel che pensa.

Se è sufficiente nominare Charles Darwin per scaldare gli animi, aggiungere all’agone Rosa Giannetta Alberoni, professore universitario di Sociologia Generale e moglie del celebre luminare Francesco Alberoni, ti porta per mano e ad occhi chiusi in una sauna scioglibudella. Antonio Gaspari ci offre una telecronaca del tutto (Quando la darwinolatria diventa intollerante. Per Rosa Alberoni la bellezza artistica conduce al Creatore, Zenit, 30 settembre 2008), anzi intervista perfino l’autrice di “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”. Libro “sul tema”, lo definisce Gaspari, proprio come “sul tema” era “Creazione ed Evoluzione” di B16 (in cui avrebbe “spiegato le sue argomentazioni”). Alle elementari ti mettevano 4 se andavi fuori tema: se dovevi scrivere “una domenica pomeriggio in casa” non c’era verso di fare passare una riflessione su Capitan Harlock – anche se lo avessi visto domenica pomeriggio. Se ti chiedevano la cronaca non potevi cavartela con la fiction – alle elementari no. Comunque Gaspari intervista Rosa “per cercare di comprendere quali siano i veri termini del dibattito”. Avrebbe dovuto immaginare che si sarebbe assestato sulla ricerca, affannosa e mal indirizzata. Della conoscenza nemmeno la traccia. Ma che ti aspetti da Rosa?

(Continua su Giornalettismo, 2 ottobre 2008)

mercoledì 1 ottobre 2008

Il motore di ricerca può essere intelligente

Nascondino
L’antropomorfizzazione è una irrefrenabile tentazione umana. Il cane e il gatto di casa sono investiti di emozioni propriamente umane; spesso si implora un computer impallato di non sprecare il nostro lavoro come se fosse un collega dispettoso; per qualcuno perfino la propria automobile merita un nome proprio e ha un’anima (a volte demoniaca: come dimenticare “Christine, la macchina infernale”?).
Addirittura il socialismo è stato definito con una espressione antropomorfica: dal volto umano.
La tecnologia, paradossalmente, si presta bene a rinforzare questa tendenza “primitiva”, perché molti oggetti sembrano animarsi e interagire con noi. Dal frullatore alla lavatrice, fino ad arrivare ad un protagonista indiscusso di questo animismo tecnologico: il motore di ricerca. E così Google viene trasformato dagli utenti in un essere senziente e in grado di capire il significato delle nostre domande. Novello e imperfetto Tiresia, il motore di ricerca si affanna – ecco in agguato la personificazione – a risponderci in modo soddisfacente. Ma la delusione è frequente (soprattutto per quanti non sanno fare le ricerche e interrogano Google come farebbero con il saggio del villaggio).
Gli attuali motori di ricerca possono rispondere rimandando tutti gli url che contengano le parole immesse nella domanda, compiendo un certo numero di operazioni e arrivando fino ad un certo grado di complessità.
Un progetto di ricerca chiamato Searching Computer (SeCo) intende realizzare una seconda generazione di motori i ricerca, in grado di integrare in una unica risposta le informazioni provenienti da più siti e risorse in rete. Il progetto ha ricevuto un advanced grant di 2,5 milioni di euro da parte dell’European Research Council (ERC), ente istituito all’interno del Settimo Programma Quadro per finanziare importanti “progetti di frontiera”. Per i prossimi 5 anni il gruppo coordinato da Stefano Ceri, del Dipartimento di Elettronica e Informazione (DEI) del Politecnico di Milano, lavorerà alla realizzazione di un motore di ricerca capace di rispondere a domande articolate come “dove posso ascoltare una conferenza interessante vicino ad una spiaggia assolata?”. La ricerca sarà multidisciplinare, e dopo una prima fase teorica sarà applicativa e svilupperà i primi prototipi di Search Computing.

DNews, 1 ottobre 2008

SeCo: seconda generazione dei motori di ricerca

02

Intervista a Stefano Ceri (Professore di Information Technology al Dipartimento di Elettronica e Informazione, Politecnico di Milano)

Qual è la differenza principale tra questo progetto e gli attuali motori di ricerca?

SeCo vuole costruire una seconda generazione di motori di ricerca che utilizzi, per le ricerche sul web, altre risorse: altri motori di ricerca o altri sistemi disponibili su web.
Un esempio tipico è il seguente: “in quale ospedale si cura l’insonnia con un bravo medico?”. L’ospedale deve essere vicino all’utente, la patologia deve essere inserita tra quelle dell’ospedale e il medico deve essere valutato secondo alcuni criteri di qualità. Sono tutte informazioni presenti in rete, ma non correlate. L’utente deve mettersi con santa pazienza ed estrarle, ma per ora non esiste la possibilità di descrivere questo tipo di interrogazione e soprattutto di farla eseguire ad un utente automatico. La nostra ricerca cerca di integrare un numero elevato di dati che provengono da varie fonti.

Si potrebbe dire che SeCo fa le veci di un utente esperto?

Esperto e che svolge una ricerca complessa al tuo posto. Facciamo un altro esempio. Esistono siti e motori di ricerca esperti di un certo dominio applicativo: viaggi, voli, previsioni meteorologiche, congressi. Si vuole costruire un’unica interrogazione che tenga conto del volo, del tempo, dello svolgimento di un congresso interessante e della presenza di una bella località. L’interrogazione poi sarà scomposta, ciascuna componente verrà indirizzata ad un motore di ricerca specifico, capace di conoscere quel dominio, e poi il tutto sarà ricostruito con una operazione di integrazione dei risultati. Stiamo pensando ad una architettura in grado di esprimere una interrogazione tanto complessa, decomporla, poi ricomporla per offrire agli utenti il risultato.

Che differenza c’è rispetto al web semantico?

C’è una forte differenza: il web semantico si propone di fare qualcosa in più, dando a programmi piena responsabilità sulla scoperta, il matching, e la negoziazione tra altri programmi. Rispetto alla generalità del web semantico, SeCo è più finalizzato. Noi non prevediamo tutte queste funzioni. Io so già a priori che per rispondere ad una interrogazione sui viaggi mi rivolgerò ad un insieme di motori di ricerca. Quello che è piaciuto nella proposta è che si tratta di un progetto che va nella direzione del web semantico, ma con un taglio piuttosto concreto tipico del mondo da cui provengo, che è quello dei database. Proprio perché si è ridotta e contestualizzata meglio l’ambizione di quanto vogliamo compiere, le cose sembrano più fattibili. Abbiamo già realizzato dei prototipi che ci fanno essere ottimisti.

Gli utenti quando potranno godere di questo strumento?

A monte di questo finanziamento ne avevo ricevuto uno di molto inferiore dal Prin. Ci aveva però consentito di cominciare a studiare il progetto e a produrre già qualche risultato. Inoltre è stato positivo che sia stato un finanziamento italiano ad avviare questa ricerca.
Il finanziamento ottenuto, di 2,5 milioni di euro, potrà essere usato nei prossimi 5 anni: l’ente finanziatore, l’European Research Council (ERC, istituito all’interno del Programma Quadro della Comunità Europea per finanziare progetti di frontiera), vuole promuovere progetti di innovazione abbastanza significativa. Quindi, il progetto è a lungo termine, con diverse fasi: una prima di ricerca teorica, che prevede di coinvolgere diverse discipline, e poi una più applicativa. Ma l’ informatica ha una natura impaziente ed è probabile che prima dello scadere dei 5 anni saranno pronti dei prototipi. Ho posto una prima scadenza interna tra due anni e mezzo, entro allora si potrà dimostrare la fattibilità del progetto.

Più in generale che ne pensa della ricerca in Italia, e soprattutto del suo finanziamento?

Qui, presso il Dipartimento di Elettronica e Informazione (DEI) del Politecnico di Milano, abbiamo preso due Advanced Grants da parte dell’ERC su un totale di 7 in Informatica in tutta Europa, e ne siamo particolarmente fieri. Il DEI è un luogo dove si fa ricerca ad un livello internazionale e di altissima qualità – il finanziamento è un riconoscimento importante. Inoltre abbiamo fatto da poco una peer review del dipartimento, con un board internazionale: il giudizio è stato excellent.
Lo dico per contrastare la mancanza di fiducia alla ricerca italiana, che produce ogni tanto ottimi risultati. Pur essendoci una carenza di finanziamenti. Basti riferirsi alle ultime leggi che sottraggono ulteriormente i fondi alle università e alla ricerca; o ai ministri che pensano che l’università non serva a niente e sono ben felici di dissanguarla ulteriormente. I nostri finanziamenti, con rare eccezioni, vengono dall’Europa. Da quando esistono i Programmi Quadro e ancor prima, quando si chiamavano Esprit, ho sempre avuto un progetto europeo: è l’unico modo per finanziare il mio gruppo di ricerca. Da vent’anni, durante l’estate, vado a Stanford: ho tenuto corsi e ho avuto molti allievi. Quella, per intenderci, è la patria di Sergey Brin (l’inventore di Google) e tanti altri. Il livello dei nostri studenti è del tutto confrontabile al loro, così come le nostre ricerche e talvolta anche i finanziamenti ottenuti. Quello che manca in Italia è la disponibilità di veri capitali di rischio, capaci di investire su un’idea, e un po’ di vento positivo che sostenga la ricerca. E mancano quasi del tutto le infrastrutture: una volta che i risultati ci sono, è molto difficile trasferirli sul mercato. Per citare un’altra vicenda, otto anni or sono abbiamo aperto, con il Politecnico, una spin-off che ha un brevetto americano, un prodotto, una ventina di dipendenti e che va molto bene, ma con una dinamica diversa dalle aziende nate negli Stati Uniti. Ci sono anche tante realtà positive italiane, spesso ignorate dalla stampa, e di invece cui è bene parlare. Perché, nonostante le difficoltà, esistono molte iniziative importanti e di qualità.

Agoravox Italia, 1 ottobre 2008

domenica 28 settembre 2008

Ma sicurezza non vuol dire privacy

Astigmatismo
Il dibattito sui dati genetici è vivace quando si parla di un eventuale discriminazione da parte dei datori di lavoro e delle assicurazioni sanitarie. Sull’uso a scopo investigativo e sulla creazione di una banca dati nazionale del DNA, invece, c’è silenzio. E già questo potrebbe essere preoccupante. Come è preoccupante che il Big Brother Award Italia 2008, sezione “Tecnologia più invasiva”, sia stato assegnato proprio alla banca (abusiva) del DNA del R.I.S. di Parma. La creazione di una banca dei profili del DNA pone non solo la questione dell’informazione genetica e del suo possibile abuso; ma quella delle modalità e delle ragioni per cui si preleva un campione di DNA. Invocare l’annientamento del crimine è pretestuoso – comunque non sufficiente a sgretolare la tutela della riservatezza di ogni cittadino.
Sebbene l’informazione dei profili del DNA di per sé potrebbe non costituire un danno, la prima domanda è se ci si può rifiutare di farsi prelevare un campione di DNA. Tanto più che le informazioni genetiche trascendono il singolo, coinvolgendo tutto il suo gruppo familiare: tutte le persone legate ad un “sospetto” sarebbero esposte ad una intollerabile intrusione.
Per quali ragioni si potrebbe giustificare la violazione di un domicilio tanto privato quale il nostro profilo del DNA?
Come potrebbero essere usate queste informazioni? Le garanzie contro i possibili abusi, offerte dal disegno di legge sulla Banca dati nazionale del DNA, sembrano poco rassicuranti. Come si può giustificare la violazione di un diritto tanto fondamentale quale la tutela dei propri dati personali?
Quale “sicurezza” può spingere a violare l’intimità e la privacy? La sicurezza non può essere ridotta ad un ideale astratto cui sacrificare la vita privata di alcuni cittadini in carne ed ossa. È paradossale invocare un principio per giustificarne la violazione. È una pessima e diffusa abitudine invocare la sicurezza per annientare la libertà e la giustizia.
Le domande sono troppe, e le risposte elusive o assenti.
Colpisce, poi, come l’antiscientismo diffuso in questo caso prenda le sembianze del suo alter ego: la fiducia cieca e smisurata per la dimostrazione assoluta di colpevolezza (la “certezza” della prova) tramite il DNA, ottenuta quasi magicamente – neanche si trattasse di un episodio di CSI, celebre telefilm americano che ha reso famosa la polizia scientifica (e in cui i colpevoli sono sempre incastrati dal DNA!).

l’Unità, 27 settembre 2008

giovedì 25 settembre 2008

Salviamo il San Giacomo

12
Cosa può un concerto contro una decisione già presa secondo logiche inintelliggibili per i più? Ove non hanno potuto le proteste dei pazienti, le obiezioni dei medici e di tutto il personale sanitario. E nemmeno le questioni più “oggettive”: i milioni di euro spesi per la ristrutturazione dei reparti che andranno sprecati (sia i milioni di euro, sia i reparti); una farmacia avveniristica che sarà smantellata; una sala di rianimazione all’avanguardia che sarà rimpiazzata da non si sa bene cosa e perché. Tutto in nome di un “necessario” taglio della spesa sanitaria? Sarà interessante farsi questa domanda tra qualche mese, quando non sarà più un mistero la destinazione di una struttura gigantesca nel cuore di Roma. Cuore pulsante per speculatori e costruttori; spreco per quei malati che potranno certo fare qualche chilometro in più senza morire!
Una decisione che potrebbe essere la prima di una grande cambiamento delle strutture ospedaliere romane – chiuse o ridimensionate per questioni di bilancio. E, si sa, non necessariamente i grandi cambiamenti sono salutari e benefici; e non necessariamente si riesce a contenere le spese tagliando (serve ben altro).
Non servirà, dunque, un concerto a porre rimedio ad un destino già scritto. Ma almeno serve a testimoniare della protesta di tutti quei cittadini che subiscono l’ennesima decisione dall’alto. E non vogliono farlo passivamente.
Il 24 settembre sera il maestro Uto Ughi e il maestro Stelvio Cipriani hanno tenuto un concerto nella Chiesa di Santa Maria del Popolo a sostegno di quanti protestano.

Mercoledì 24 settembre, a Piazza del Popolo, ore 17: controlli sanitari gratuiti; ore 20: presso la Chiesa di Santa Maria del Popolo, Porta del Popolo (Roma) il concerto.
Giovedì 25 settembre, ore 14.30: manifestazione presso l’Ara Pacis.
In queste occasioni vengono raccolte le firme contro la destinazione d’uso dell’ospedale. Si può firmare in qualsiasi momento presso il cortile del San Giacomo (via Canova).

Agoravox Italia, 25 settembre 2008; altre foto qui.

lunedì 22 settembre 2008

Protestare con i fiori contro il degrado


“Per fare un tavolo / ci vuole un fio-o-re” diceva una canzone per bambini scritta da Gianni Rodari e cantata da Sergio Endrigo.
E chissà, forse un fiore potrebbe bastare per rimediare all’abbandono e al degrado degli spazi pubblici. O almeno per opporvisi e per richiamare l’attenzione sulla vivibilità delle nostre città.
Questa è l’idea alla base della Guerrilla Gardening, una singolare protesta, non violenta e verde sia in senso metaforico che letterale. I guerriglieri si armano di rastrello, semi, piante e terra e partono alla conquista di spazi soffocati dalla sporcizia e dal cemento.
Il sito www.guerrillagardening.org è un punto di incontro virtuale aperto nel 2004 da Richard Reynolds e nato per raccontare le sue coltivazioni illecite a Londra. Reynolds ha scritto anche un libro, “On guerrilla gardening”, in cui racconta come e perché le persone abbracciano questa forma di protesta e offre gli strumenti per diventare un perfetto guerrigliero.
Il sito ospita un’area di discussione che unisce persone provenienti da tutto il mondo e accomunate dalla passione per l’ambiente e da questa protesta pacifica e colorata – che quasi si fatica a considerare come una protesta: se tutti protestassero in questo modo il mondo sarebbe un posto più bello! Dove passano i guerriglieri, infatti, “nascono” fiori e piante. Oppure ortaggi, frutta o quegli odori che ormai si comprano al mercato: pomodori, mele, lavanda, basilico.
Molti assalti sono documentati da veri e propri reportage fotografici. E il confronto tra il prima e il dopo (il passaggio dei guerriglieri verdi) è impressionante e non può che suscitare simpatia verso i protagonisti del cambiamento.
Oltre al sito esiste un gruppo di sostenitori su FaceBook e diversi utenti che pubblicano le foto su Flickr – oltre all’album “ufficiale” Sunflower Guerrilla Gardening.
Dovendo scegliere un simbolo, pur faticando tra piante e fiori, si dovrebbe forse indicare proprio il girasole. Anche perché ogni primo maggio si celebra l’International Sunflower Guerrilla Day e il girasole ne è il protagonista assoluto. Nella giornata tipicamente considerata come l’inizio dell’estate e del risveglio della natura le aree urbane più desolate vengono “aggredite” con dei girasoli.
Così come i girasoli hanno aggredito l’area circostante il Parlamento londinese alla fine di agosto 2008.
Quali sono le regole del perfetto guerrigliero verde? Nel sito vengono offerti alcuni consigli nati sul campo. Non sono regole, perché ognuno può crearsi le proprie, ma frutti dell’esperienza.
Il primo passo è la scelta dell’area da attaccare – ricerca che spesso lascia emergere l’amara sorpresa dell’elevato numero di zone abbandonate. Poi pianificare la missione, anche per avere il tempo di chiamare rinforzi. Il terzo passo consiste nel cercare un vivaio o un negozio in cui acquistare – possibilmente a prezzo basso. Se si è fortunati e si ha un giardino, tanto meglio. Anche la scelta delle piante è importante: non solo per il significato, ma soprattutto per la loro resistenza. Lavanda e timo sono consigliati per una città come Londra. Munirsi di scarpe adatte – ma non troppo per non dare nell’occhio – di buste e di acqua. Una buona strategia difensiva consiste nel coinvolgere una fanciulla: è un ottimo diversivo per poliziotti curiosi! Pubblicizzare la proprio guerriglia è importante, anche come mezzo per coinvolgere altre persone.
C’è chi lo chiama giardinaggio politico (o d’assalto), chi protesta profumata o blitz floreali: il risultato è il medesimo. Zone grigie e dominate dallo smog diventano, nel giro di poche ore, colorate e lussureggianti. Quanto a lungo dipende dalla resistenza degli invasori verdi e dalle condizioni climatiche, ma ci si augura il tempo necessario a farci ricordare che l’avere cura del luogo in cui viviamo può cominciare da un fiore.

Soltanto a New York seicento community


L’espressione “guerrilla gardening” fu usata per la prima volta da Liz Christy nel 1973: insieme al suo gruppo, chiamato Green Guerrillas, trasformarono un’area malconcia di New York in un giardino rigoglioso.
Oggi questa area si chiama “The Liz Christy Garden Community” in ricordo della sua “fondatrice” e, come si legge nel sito, appartiene a tutti i cittadini (www.lizchristygarden.org). Il giardino è un luogo in cui rilassarsi in ogni momento dell’anno.
Ci sono molte piante e fiori, e si avvale del volontariato delle persone che desiderano contribuire a mantenere questa area paradisiaca e in cui si può anche affinare il proprio pollice verde. Dopo venti ore di volontariato si riceve simbolicamente una chiave del giardino.
I Green Guerrillas (www.greenguerillas.org) portano avanti ancora oggi l’idea e la battaglia di Liz Christy e dei loro predecessori guerriglieri. Insegnano a coltivare le piante e a curare i giardini; si fanno interpreti e portavoce di una battaglia a favore dell’ambiente e contro il degrado urbano. Il loro slogan è: “It’s your city. Dig it”.
Soltanto a New York ci sono 600 community gardens, vere e proprie oasi nella città. Ogni comunità è gestita da un gruppo di volontari. Ogni comunità accetta volentieri l’aiuto dei cittadini. Nel sito www.greenthumbynyc.org si può cercare il giardino più vicino in cui andare a passeggiare oppure a dare una mano. Entrare a far parte di una comunità verde è facile, e non bisogna sottostare a regole rigide. Proprio come le piante in un giardino, si legge nel loro sito, ciascun gruppo ha la sua unica e irripetibile struttura. Il futuro di ogni singolo giardino è anche parte del futuro del nostro stesso pianeta.

(DNews, 18 settembre 2008)

mercoledì 17 settembre 2008

Pandora tv: scopriamola

Lidia Ravera

Il 15 settembre si è svolta a Roma la conferenza stampa per la presentazione di Pandora Tv. Presso la Sala della Stampa Estera è stato proiettato il documentario promozionale “Pandora. Appello per un’informazione libera”, che è possibile rivedere sul sito di Pandora Tv (www.pandoratv.it).
Che cos’è Pandora? “Uno spazio di informazione e di approfondimento giornalistico che sarà trasmesso su reti satellitari, analogiche e sul web”. Pandora vuole offrire una informazione libera e pluralista, vuole cercare di raddrizzare il “mondo alla rovescia” del giornalismo italiano, come lo ha definito il direttore Udo Gümpel.
E per far questo rifiuta padroni e committenti, e cerca il finanziamento direttamente dai suoi potenziali fruitori: i cittadini.
Tramite una quota di 100 o 250 euro ogni cittadino può contribuire a finanziare Pandora, e contemporaneamente riprendersi la propria voce. Pandora vuole dare voce a chi non ce l’ha – si legge nella presentazione.
Già 3.500 cittadini hanno aderito all’iniziativa e si sono costituiti gruppi locali per sostenere la nascita di Pandora.
Tra i primi firmatari dell’appello per una libera informazione, lanciato a marzo dall’Associazione Megachip, ci sono Giulietto Chiesa, Lucio Barletta, don Aldo Benevelli, Anna Maria Bianchi, Caparezza, don Andrea Gallo, Giuliano Giuliani, Gianni Minà, Diego Novelli, Moni Ovadia, Riccardo Petrella, Carlo Petrini, Franco Proietti, Lidia Ravera, Ennio Remondino, David Riondino, Francesco Sylos Labini, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Vauro, Elio Veltri, Dario Vergassola (la lista completa è sul sito di Pandora).
Per aderire e sottoscrivere l’appello basta registrarsi; in questo modo ci si iscriverà anche alla mailing list cui verranno inviate informazioni riguardo alle iniziative e agli appuntamenti.

Il mezzo scelto, la tv, è quasi d’obbligo per cercare di contrastare i due colossi nostrani: Mediaset e Rai. Sopprattutto tenendo conto del fatto che “30 milioni di italiani non comprano giornali né libri. Da dove ricavano la loro informazione, quella con cui vanno a votare?”, (si) domanda Giulietto Chiesa all’inizio del documentario promozionale. Se non si combatte con le stesse armi la battaglia per una informazione davvero tale è impossibile da avviare.
La libertà dell’informazione italiana è fatalmente compromessa dagli interessi di bottega e da quelli politici – che spesso coincidono. E il pluralismo è troppo spesso soltanto una parola svuotata di contenuto. O, come disegna Vauro, significa soltanto ripetere la stessa cosa in modi (e su canali) diversi.
Pandora intende raccontare la realtà, come ha commentato Lidia Ravera. Chi è interessato ad ascoltare una voce non imbavagliata e non stravolta dalla ossessiva attenzione al “non dare fastidio” può contribuire a finanziare Pandora.

(AgoraVox Italia, 17 settembre 2008)

venerdì 12 settembre 2008

Elective single embryo transfer

Astinenza

La British Fertility Society (BFS) e l’Association of Clinical Embryologists (ACE) hanno introdotto delle nuove linee guida per i trattamenti di riproduzione artificiale. Per arginare il rischio di gravidanza plurime si consiglia di trasferire un solo embrione – elective single embryo transfer (eSET) – soprattutto in donne giovani. Nell’articolo pubblicato sulla rivista “Human Fertility” (Elective Single Embryo Transfer: Guidelines for Practice British Fertility Society and Association of Clinical Embryologists, 02 september 2008) si dimostra come i trattamenti di riproduzione artificiale siano responsabili dell’aumento delle gravidanze plurime negli ultimi 25 anni.
Le gravidanze plurime sono rischiose e sono spesso associate alla mortalità neonatale o a complicanze dovute alla sofferenza fetale o alle nascite premature (scarso peso alla nascita; rischio di morte entro la prima settimana e di danni cerebrali quattro volte quello esistente nelle nascite singole). I rischi esistono anche per la madre, tanto durante la gravidanza che al parto. La politica europea è di ridurre il numero di embrioni da impiantare. Europea, esclusa l’Italia. Perché la legge 40/2004, in Italia, impone di trasferire contemporaneamente i 3 embrioni prodotti. Impedendo, inoltre, di crioconservarne (i 3 embrioni sono anche il numero massimo di embrioni che è lecito produrre, e non è possibile scegliere di impiantarne in numero inferiore; producendone soltanto uno o due per sottrarsi al rischio di gravidanze plurime si riduce drasticamente la percentuale di successo).
Il documento ha lo scopo di fornire delle linee guida per l’Inghilterra – linee guida che lasciano lo spazio per una valutazione caso per caso e la piena libertà di scelta. Il dibattito è complesso e in corso, ma è possibile perché non esiste una legge, come quella italiana, che ha la pretesa di decidere per ogni donna e che non lascia alcuno spazio a possibilità diverse dall’impianto contemporaneo dei 3 embrioni e dal divieto di produrne in numero maggiore per poterli crioconservare e destinare ad un secondo tentativo (risparmiando alla donna una seconda stimolazione ormonale e un ulteriore prelievo chirurgico degli ovociti).
Anche sulla riproduzione artificiale, e soprattutto sulla salute delle donne che devono ricorrere a questa tecnica, l’Italia dimostra arretratezza e disinteresse per la salute dei suoi cittadini.

AgoraVox Italia, 12 settembre 2008

giovedì 11 settembre 2008

La pornografia necessaria (?) su Eluana Englaro

Solitudine
Il confine tra una dettagliata descrizione e la pornografia può essere labile, e un corpo ostentato (seppure a parole) è più potente di molte descrizioni impersonali.
Un giorno nella stanza di Eluana (la Repubblica, 10 settembre 2008) è solo l’ultima violazione della sua vita – o di ciò che ne resta, ormai un involucro incosciente. Una bambola di pezza in balia degli altri.
Quanto sta accadendo ad Eluana ricordal’autopsia dell’esistenza di una vittima per cercarne il colpevole: rovistando negli oggetti e nella sua vita personale si compie un secondo omicidio. Certo necessario, ma ugualmente odioso. Certo senza che il diretto interessato ne sia consapevole (anche nel caso di Eluana la ragazza non può accorgersi di quanto accade intorno a lei), ma ugualmente sgraziato.
L’attardarsi su dettagli personali e la dolente descrizione della sua “giornata” provocano sgomento, uno sgomento composto e rabbioso. Composto, forse, perché consapevole della “necessità” di un simile scempio.
Non basta elencare le condizioni di quanti si trovano in condizioni simili; non basta spiegare in cosa consiste lo stato vegetativo e quali siano le conseguenze – non basta perché per rendere un pugno allo stomaco una fredda descrizione ci vuole il caso umano, bisogna rendere carne e ossa le parole che annoiano in fretta. Non basta, evidentemente, perché troppo spesso si continua a dire e a scrivere che Eluana è in “coma”. O si giura che Eluana reagisce quando la si chiama.
Sebbene si comprenda pienamente l’intento di questa descrizione così prossima ad una fotografia, l’amarezza e l’ossessiva domanda sulla inevitabilità permangono e diventano sempre più insistenti ad ogni parola.

AgoraVox Italia, 11 settembre 2008

martedì 9 settembre 2008

Ida Magli e l’ordine segreto ma inderogabile sui trapianti

In your eyes...
Gli esseri umani devono avere una qualche passione per l’orrido – lo scriveva Lucano nella sua Pharsalia e la televisione italiana lo conferma ora dopo ora.
Gli essere umani, poi, hanno anche una spiccata tendenza alla negazione delle banali verità e barattano spesso l’attrazione per ciò che è ripugnante con il dovere di informarsi.
Dopo questa premessa necessaria passiamo all’argomento del giorno.
Due o tre cose che nessuno dice sui trapianti titola su Il Giornale un ignoto (a me) titolista per la riflessione di Ida Magli sui trapianti e sulla morte cerebrale (8 settembre 2008). E siccome la curiosità è un altro umano vizio è difficile resistere dal leggere per intero la rivelazione delle suddette due o tre cose.
L’incipit è degno di un thriller complottista in cui un piccolo gruppo paranoico e con deliri di onnipotenza cela alla ingenua (per non dire tonta) massa verità atroci, scempi inenarrabili. Tutto a discapito della massa ignara, spinta nell’angolo della privazione di cervello – non solo in senso metaforico.
“Nella questione dei trapianti i punti controversi sono talmente gravi e numerosi che non si finirebbe più di parlarne anche se la discussione fosse ammessa; in realtà, invece, esiste un ordine segreto ma inderogabile (sic) che vieta qualsiasi informazione sull’argomento, salvo qualche compiaciuta notizia che viene data su casi straordinari tesi a meravigliare l’opinione pubblica e a incitarla a mettere a disposizione senza remore tutti i corpi, quello proprio e quello dei familiari”.
Viene il dubbio che questa sia la prima cosa da sapere e che nessuno dice, e infatti subito dopo Magli scrive: “Questo è il primo dato sul quale bisogna riflettere: perché le istituzioni vogliono a tutti i costi incrementare la pratica dei trapianti e hanno impostato fin dall’inizio una campagna pubblicitaria indirizzata a convincere i sudditi in modo che non li sfiori neanche il minimo indizio negativo?”. L’inferenza scivola via, ma è piuttosto grave se le si dedica qualche minuto.
Ammesso anche che le istituzioni tramino nell’ombra – come in qualsiasi complotto che si rispetti – per estirpare i nostri organi da un corpo che lo Stato espropria (e perché non specificare “quando è ancora caldo e pulsante di vita” per aggiungere quel tratto pulp che non sta mai male); ammesso che si servano di una campagna pubblicitaria (dopo la spedizione del famoso cartellino donatore/non donatore e a parte qualche iniziativa a favore della donazione degli organi, le campagne pubblicitarie martellanti e ossessive sono ben altre); ammesso che ci sia un interesse economico (e un po’ pornografico nell’impadronirsi dei nostri involucri); insomma ammesso tutto questo panorama da Arlington Road la considerazione che dimostra di avere Magli verso i suoi compaesani è sconfortante. Sudditi, li chiama sudditi. Ci chiama sudditi. Non è solo un moto di orgoglio che ci fa inorridire, ma le conseguenze di tale definizione. Conseguenze che, come spesso accade nelle moderne Cassandre, non vengono messe sul piatto, ma scansate come un fastidioso ronzio logico.
Se siamo sudditi, se davvero lo siamo, allora il complotto dei trapianti ci dovrebbe far sorridere rispetto agli scenari politici che si dovrebbero delineare. O descrivere, perché se siamo sudditi è tutto già successo. Risparmiamo i soldi per le elezioni, per le discussioni, per la scuola pubblica (che abbiano già cominciato?). I sudditi non meritano tanta attenzione. Date loro un sovrano, e questo farà di loro schiavi felici. In fondo non è detto che l’insanabile contraddizione tra libertà e felicità debba essere risolta a favore della prima. No, non è proprio detto.

Il passo successivo dimostra – se ce ne fosse bisogno – che la logica è un orpello superfluo per Ida Magli: “continuano a non fare scalpore neanche oggi le notizie che pure si susseguono ogni giorno sul crimine più infame che l’umanità abbia mai compiuto: bambini, bambine, ragazze, rapiti e uccisi per rifornire di organi palpitanti il mercato dei trapianti. Per non parlare degli adulti, povere donne soprattutto, che in India vendono un rene per pochi dollari (condannandosi così a una morte precoce per l’impossibilità di sopravvivere con un solo rene alle gravidanze). Come mai nessuno inorridisce?”.
Cosa c’entra? Che cosa diavolo c’entra (sarebbe come criticare gli amori perché esistono i traditori; o meglio: come criticare la luce elettrica perché mia zia è morta di polmonite)? Dovremmo entrare nel merito della regolamentazione degli organi, ma abbiamo già abbastanza guai senza aggiungerne altri. Tra questi l’assurda affermazione che non si possa portare avanti una gravidanza con un solo rene: sarebbe bastato chiedere al proprio ginecologo. Ce l’avrà una ginecologo Ida Magli?
Qui basti sottolineare che rapire e uccidere (qualunque sia la ragione) sono azioni moralmente riprovevoli; ma che non sono una conseguenza necessaria del permettere il prelievo di organi da un essere umano morto cerebralmente e che vi abbia acconsentito.
Ed eccoci arrivati al cuore dello scandalo e all’apice del complotto – che coinvolge addirittura Karol Wojtila (perché, poi, sia lui ad essere nominato e non i medici è un mistero): la morte cerebrale.
“Perché la Chiesa, perché Karol Wojtyla ha dato il massimo impulso alla pratica dei trapianti presiedendo il Convegno organizzato appositamente al Gemelli? È stato in quella occasione che Wojtyla ha messo la parola fine a ogni discussione”.
La domanda è questa per Ida Magli: perché Wojtyla ha acconsentito (la ragione è molto prosaica, ma non è la risposta ad essere interessante; bensì la domanda di Magli). E si capisce, perché subito dopo si scopre l’effetto più grave, che poco ha a che fare con i poveri sudditi deprivati anche dei loro organi.
“Togliendo qualsiasi significato trascendente alla morte, la Chiesa ha compiuto un errore gravissimo, forse irreparabile. È sulla «morte» che sono state create le religioni, sull’al di là della morte che si fonda l’idea di Dio. Il trapianto di organi, nella sua brutale concretezza, ha tolto qualsiasi sacralità alla morte; e ha cancellato la trascendenza presente, con il suo immenso mistero, nel corpo del defunto. Ci si lamenta del «materialismo» del nostro tempo: l’utilizzazione come pezzi di ricambio dei corpi degli altri ne è la massima prova. Nessun materialismo può andare più in là di così. Né lo si camuffi con la terminologia del «dono»: il soggetto agente è quello che «ti pensa» come pezzo di ricambio, che «ti vede» come pezzo di ricambio, che ti utilizza come pezzo di ricambio”.
Su una questione non si può darle torto. Al mistero della resurrezione, già di per sé insondabile, si aggiunge un dettaglio: come potremo risorgere senza cuore? Come ce ne andremo in giro senza cornee e senza reni e senza fegato? Peccato che il cervello non si possa trapiantare.

(Persona e Danno, 9 settembre 2008)