mercoledì 14 novembre 2007

L’Europa deve unirsi anche in laboratorio

(con Piergiorgio Strata)

Nel «Green paper» dello scorso aprile la Commissione europea aveva individuato come uno dei punti deboli dell’Europa proprio la scarsa mobilità dei giovani ricercatori, che al momento necessitano di una formazione multidisciplinare che si può acquisire soltanto frequentando laboratori con competenze differenti. Ma oggi la mobilità incontra molti ostacoli per l’eterogeneità delle condizioni di lavoro dei vari Paesi. Per questo, già nel marzo 2005, con la «Carta dei diritti dei ricercatori» la stessa Commissione si era preoccupata di raccomandare alle varie nazioni di varare norme uniformi, affinché la mobilità non sia scoraggiata dall’insufficienza e dalla diversità delle retribuzioni e delle coperture previdenziali. Una vera e propria guida pratica ed etica che tutti i Paesi hanno almeno in principio adottato. Peraltro, la Carta definisce «ricercatore» chi svolge attività di ricerca nell’ambito universitario, a partire dal dottorato di ricerca, e, dunque, lungo gli anni degli assegni di ricerca o delle borse post-dottorato, fino ai vertici della carriera universitaria. Un modo di venire incontro a queste esigenze europee ci sembra quello che nell’Università venga istituita per questi ricercatori precari una figura di lavoratore vero e proprio con regolare contratto a tempo determinato e con un salario minimo di livello europeo indipendentemente da chi è il finanziatore. A questo punto, sempre per allinearci all’Europa, si dovrà affrontare il problema se ha ancora senso la posizione di ricercatore di ruolo.

(Tuttoscienze, la Stampa, 14 novembre 2007)