giovedì 4 ottobre 2007

Se il diritto alla vita diventa un dovere

Respinto il ricorso in Cassazione del padre della ragazza in stato vegetativo permanente dal 1992

Il sondino nasogastrico non può essere staccato. Questa, in sintesi, la risposta del procuratore generale di Cassazione Giacomo Caliendo alla richiesta di Beppino Englaro e di Franca Alessio, rispettivamente il padre e la curatrice speciale di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente dal 1992 per un incidente stradale. Il tentativo di opporsi al decreto della Corte d’Appello di Milano del 16 dicembre 2006, che aveva disposto il mantenimento del sondino, si è scontrato con un ennesimo diniego.

Caliendo ha sostenuto che il trattamento cui è sottoposta Eluana non può essere considerato un atto medico: secondo il procuratore si tratterebbe soltanto della somministrazione del nutrimento, e non ci sarebbero quindi gli estremi per parlare di accanimento terapeutico. Ma per chi era ricorso contro il decreto è difficile accettare questa conclusione, e ricorda che le maggiori associazioni scientifiche si sono espresse chiaramente sulla natura medica della nutrizione artificiale. E che, anche se così non fosse, resta il fatto che persino l’alimentazione naturale può essere oggetto di legittimo rifiuto. Così come possono essere rifiutati, in generale, i trattamenti non medici (di assistenza, di sostegno, e così via), in nome della nostra libertà di scelta, protetta dalla Costituzione.

Il cuore del problema è la volontà di Eluana Englaro, controversa perché non esiste una dichiarazione scritta. Secondo Caliendo il volere della ragazza è insondabile e oscuro e le testimonianze delle sue amiche non sarebbero rilevanti né attuali perché sebbene riportino il desiderio di Eulana di non voler vivere nel caso si fosse trovata in simili condizioni, nulla dicono sullo specifico aspetto della nutrizione tramite il sondino. Secondo il padre e chi la conosceva, invece, è possibile inferire, dalla volontà generale di rifiutare la vita artificiale, la volontà particolare rispetto a un mezzo specifico per mantenerla.
La decisione del procuratore si basa anche sulla considerazione che il nostro ordinamento tutela come valore supremo il bene della vita. Ma questo, ricorda l’avvocato Alessio, rischia di andare a detrimento della dignità umana: la contraddizione tra i due diritti fondamentali - difesa della vita e difesa dell’autodeterminazione - è insanabile. Se a predominare è il primo, il diritto alla vita rischia di trasformarsi in qualcosa di molto somigliante al “dovere alla vita”.

(Galileo, 4 ottobre 2007)