sabato 6 ottobre 2007

Con gli occhi chiusi

La mattina del 23 luglio 2007 è stata per molti una giornata di festa: il giudice Zaira Secchi ha deciso il non luogo a procedere per Mario Riccio, l’anestesista che lo scorso dicembre esaudì la richiesta di Piergiorgio Welby. Dopo averlo sedato, Riccio lo scollegò dal ventilatore meccanico che simulava il suo respiro. L’autopsia confermò che Welby era morto in seguito ad arresto respiratorio e non alla somministrazione del sedativo. L’8 giugno scorso, però, il giudice Renato Laviola rifiutò l’archiviazione delineando una ipotesi di reato che prevede dai 6 ai 15 anni di reclusione: omicidio del consenziente (articolo 579 del Codice Penale). Il giudice Secchi, dopo avere ascoltato Mina, ha invece ritenuto la richiesta di Welby legittima e il comportamento di Riccio l’adempimento di un preciso dovere medico: rispettare le volontà del paziente. La decisione del giudice Secchi, che ribadisce la libertà di scelta e l’autodeterminazione del malato, conclude la vicenda di Welby ma non la sua battaglia, cominciata tanti anni prima e non riducibile alla sola richiesta di morire. Welby ha combattuto per garantire il diritto di voto ai malati intrasportabili e ai disabili difficilmente trasportabili; per la libertà di parola, per le tecnologie che possono ridare voce a chi non ce l’ha più (come i sintetizzatori vocali); in una parola, per i diritti civili, ancora più fragili per quanti non sono autosufficienti e indipendenti. Welby è arrivato alla richiesta di morire dopo molti anni di malattia e dopo un grave peggioramento delle sue condizioni. Il silenzio della politica non stupisce se si pensa agli interminabili dibattiti e alle polemiche sul testamento biologico. Ormai da oltre un anno in discussione in Commissione Igiene e Sanità del Senato, la genesi di una legge si scontra con un problema fondamentale: l’ostilità verso la libertà di scegliere del paziente. La ritrosia nell’ammettere l’autodeterminazione è ben illustrata dalla polemica riguardo alla natura della nutrizione e della idratazione artificiali, che non sarebbero atti medici, secondo quanti vorrebbero escluderli dai trattamenti che è possibile rifiutare. Seppure si concedesse questa premessa, non ne seguirebbe la legittimità dell’imposizione. Anche l’alimentazione naturale può essere rifiutata senza la possibilità di obbligare il paziente (la legge italiana non consente l’alimentazione forzata, al di fuori di casi specifici) come molti altri atti non medici: carità, beneficenza e così via. Proprio come un atto medico può essere rifiutato senza che vi sia la possibilità di coercizione (a meno che non ci sia un danno per qualcun altro: questo è il motivo alla base degli interventi coercitivi per le malattie infettive). La natura della nutrizione e della idratazione artificiali non incide sulla discrezionalità. Piergiorgio non avrebbe mai accettato un sondino per la nutrizione artificiale. Come obbligarlo? Welby ha esercitato la sua libertà di scelta quando ha chiesto di interrompere la ventilazione. Quello stesso 23 luglio, meno di 12 ore dopo la notizia della saggia decisione del giudice Secchi, è morto Giovanni Nuvoli. Di fame e di sete. Da mesi chiedeva di poter morire senza soffrire, stremato da oltre sette anni da una malattia che condanna alla totale immobilità. Dopo aver trascorso più di un anno nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale di Sassari, ad aprile era tornato a casa. Il medico Tommaso Ciacca si era detto disponibile a rispettare le sue richieste e il 7 luglio informò la Procura di Sassari della decisione presa insieme al paziente. La mattina del 10 luglio Ciacca stava preparando le procedure del distacco del ventilatore e della contestuale sedazione (per evitare a Nuvoli ulteriori sofferenze) quando, verso mezzogiorno, i carabinieri di Alghero lo convocarono per consegnargli una notifica della Procura: «Il pubblico ministero nel fasc. n. 3/2007 mod. 45 preso atto della comunicazione preventiva del dott. Tommaso Ciacca di data 7 luglio 2007, relativa al distacco del ventilatore artificiale al sig. Nuvoli Giovanni, preso atto che con tale comunicazione il dott. Ciacca manifesta la sua intenzione di procedere al distacco del suddetto ventilatore, salva diversa indicazione di questa Procura della Repubblica ritenuto che si tratti di comunicazione non prevista dall’attuale diritto e che si riferisce a condotta in astratto costituente delitto ritenuto che quindi la Procura della Repubblica non debba, né possa fornire alcuna indicazione in ordine a quanto esposto nella comunicazione, senza che ciò significhi in alcun modo tacita acquiescenza da parte di questa Procura a quanto oggetto d’intenzione del dott. Ciacca e quindi fatta salva l’adozione di qualunque provvedimento di competenza ritenuto pertanto che vada dichiarato il non luogo a provvedere per tali ragioni dichiara il non luogo a provvedere». Come ha riferito in una lettera aperta, direttosi verso l’abitazione di Nuvoli per informarlo personalmente dell’accaduto, il medico fu intercettato dal capitano dei carabinieri di Alghero, Francesco Novi: «Mi ha chiesto cosa intendessi fare precisando che comunque lui non si sarebbe mai allontanato da me. Io pur riconoscendo la sua cortesia, gli ho fatto sapere che non avrebbe potuto impedire il mio dovere deontologico di comunicare con il paziente». Nuvoli intanto aspettava pensando di essere sul punto di vedere esaudita la sua richiesta. Ciacca fu infine lasciato entrare per leggergli l’ordinanza del magistrato, guardato a vista dal capitano dei carabinieri e obbligato a rimanere dal lato del letto opposto al respiratore. Nuvoli piangeva e annunciò che avrebbe smesso di mangiare e di bere, e dal 16 luglio cominciò quello che è stato definito uno sciopero della fame, ma che forse non era che l’estrema e unica possibilità di reazione da parte di un uomo immobilizzato e inascoltato. Dopo una settimana di agonia, la sera del 23 luglio morì. Anche dopo la sua morte, anche dopo la certificazione ufficiale nessuno tra il personale medico della ASL ebbe il coraggio di staccare il respiratore, che rimase a pompare ossigeno nei polmoni di Nuvoli per più di tre ore dopo la sua morte, fino all’intervento di Demetrio Vidili, il primario. «Era un fagottino sul letto: sembrava che stessero gonfiando un canotto», ha dichiarato la moglie Maddalena Soro all’Unione Sarda lo scorso 13 agosto. Le storie di Welby e Nuvoli sono profondamente intrecciate. A Nuvoli è successo ciò che a nessuno dovrebbe succedere: è morto in “clandestinità”, nella solitudine della sua casa, nel silenzio che era l’ultima possibilità per sottrarsi a un vero e proprio tormento. Difficile non ripensare alla richiesta di Welby di avviare una indagine sull’eutanasia clandestina. E difficile anche non ripensare alla risposta politica e istituzionale: «Non esiste alcun fenomeno di eutanasia clandestina!». Come se bastasse chiudere gli occhi per far scomparire qualcosa di sgradito. Questa negazione della realtà prende anche la forma di un baratto tra una libertà rivendicata, non taciuta e cercata privatamente, e una concessione pietistica: se proprio non si sopportano più le sofferenze di una malattia è concesso cercare di porvi fine, ma che non sia una gesto di libertà - è soltanto una eccezione che lo Stato padre e padrone dispensa al malcapitato. Nuvoli, come prima di lui Welby, ha pagato il tentativo di far aprire gli occhi. È arrivato a smettere di mangiare e di bere per esaudire il suo desiderio. È stato sedato, ma ha avuto tempo e modo di sperimentare anche questa oscena condanna, immotivata, insensata, e soprattutto evitabile. Al contrario della malattia, infatti, una morte orrenda era eludibile, la possibilità di morire decentemente esisteva. Ma forse chiedere una morte decente è considerato un inammissibile atto di tracotanza.

(Sapere, 73, 5, ottobre 2007)