giovedì 25 ottobre 2007

Omosessualità, rimane un tabu cattoborghese

La campagna della Regione Toscana contro la discriminazione sessuale ha suscitato un putiferio. Il neonato ha scritto al polso “homosexual” sulla fascetta in genere usata per il nome. Accanto la didascalia: “l’orientamento sessuale non è una scelta”. Il livello delle critiche e la tenuta delle accuse degli insorti sono davvero pietosi. E il loro numero è preoccupante. Emerge l’animo di un Paese omofobo, perbenista e affezionato al motto cattoborghese del “si fa ma almeno non si dice”, che è la versione volgare del dichiararsi disposti a concedere per pietà e compassione, ma non a riconoscere un sacrosanto diritto. Che in questo caso sarebbe quello di vivere secondo le proprie preferenze, comprese quelle sessuali, in assenza di danni a terzi.
L’intento della campagna è lodevole. Purtroppo anch’essa rimanda l’immagine di un clima preoccupante. Prima di tutto – questo è evidente – perché in un “mondo migliore” non ci sarebbe bisogno di simili campagne. Ma soprattutto perché, al di là del dibattito sull’origine dell’omosessualità, sembra suggerire che non bisogna prendersela con gli omosessuali perché la loro non è una scelta. E anche se lo fosse?
Speriamo che sia solo una strategia per abbattere il muro resistente di pregiudizi e isteriche condanne contro le scelte diverse delle altre persone, qualunque esse siano. Perché, è necessario e al contempo assurdo ricordare, gli omosessuali non sono né fenomeni da baraccone, né malati da compatire. Sono persone, poco importa di quale inclinazione sessuale. Per rispettare una persona gli chiediamo forse in che modo preferisce fare l’amore?

(E Polis, 25 ottobre 2007)

giovedì 18 ottobre 2007

Cossiga single e il suo ridicolo escamotage

Francesco Cossiga è nuovamente scapolo. Non è chiaro se d’oro o di piombo, tuttavia è scapolo. E visti i tempi, un senatore a vita potrebbe essere un buon partito.
Sembra che la Sacra Rota abbia annullato il matrimonio con Giuseppa Sigurani, sposata nel 1960. Francesco e Giuseppa hanno avuto due figli, Francesca e Giuseppe (chissà il terzo come lo avrebbero chiamato); si sono separati nel 1993 e cinque anni più tardi hanno divorziato. Cattolico (una volta si è definito “cattolico infante”, non si sa se in senso letterale o metaforico), sostenitore della cosiddetta famiglia tradizionale, pare si sia avvalso del procedimento di nullità matrimoniale per difendersi dalla indissolubilità del sacramento nuziale.
Sebbene la religione cattolica e i singoli credenti spesso non brillino per coerenza, i processi di nullità matrimoniale aspirano ad essere l’ossimoro più ridicolo. Secondo il diritto canonico le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità. Ma i tribunali ecclesiastici, composti quasi esclusivamente da giudici sacerdoti, hanno la facoltà di rendere nullo un matrimonio, ovvero come mai esistito. Questa negazione della realtà prende volgarmente il nome di annullamento. Le conseguenze comprendono la possibilità di (ri)sposarsi in Chiesa e di ricevere i sacramenti. Se la sentenza viene delibata dall’ordinamento italiano il risultato sarà la cessazione dell’assegno di mantenimento o la scomparsa di eventuali diritti ereditari del coniuge.
Ebbene Cossiga dopo 33 anni di matrimonio e 2 figli potrà legittimamente far finta che tutto ciò non sia mai accaduto.

(E Polis, 18 ottobre 2007)

giovedì 11 ottobre 2007

Quante cellule gettate al vento dell’imperizia

Il sangue del cordone ombelicale contiene cellule staminali potenzialmente utili in caso di gravi malattie future. Donazione e conservazione sono regolate dalla direttiva europea 2004/23/CE. La direttiva viene introdotta in modo rocambolesco nel nostro ordinamento tramite uno schema di decreto legislativo con l’aggiunta della distinzione tra strutture sanitarie private e pubbliche, che di fatto permette la conservazione soltanto a ospedali pubblici o a strutture sanitarie senza fini di lucro. In Italia funzionano solo 5 delle 15 banche pubbliche esistenti, e 4 sono al nord. La percentuale di cordoni conservati è molto bassa; molti si sono rivolti a centri esteri.
Oltre ad essere un recepimento non corretto della direttiva, l’esclusione dei centri privati entra in contrasto con la legge 219 del 2005 che non prevede distinzione tra pubblico e privato nel definire gli istituti dei tessuti. Ma non finisce qui. La Commissione Igiene e Sanità del Senato, il 4 ottobre scorso, esprime parere favorevole al recepimento con alcune osservazioni. Alla lettera b) si suggerisce di fare salve “le disposizioni della legge 19 febbraio 2004, n. 40, in particolare quelle relative all’importazione ed all’esportazione delle cellule embrionali”. Peccato che la legge 40 non si esprima al riguardo. Forse qualcuno non ha ripassato la legge in materia di procreazione assistita, e l’intera Commissione non si è presa la briga di verificare.
Sarebbe utile, tuttavia, che una commissione parlamentare chiamata a relazionare su un argomento fosse informata circa l’argomento stesso e le eventuali norme nominate.

(E Polis, 11 ottobre 2007).

mercoledì 10 ottobre 2007

Laico, fatti più in là

Sono oscure le ragioni del “dimissionamento” dei tre vicepresidenti Cattaneo, Caporale e Marini. Ma una spiegazione c’è

Dopo i rumors che nei giorni scorsi vagheggiavano di un cambiamento dei tre vicepresidenti del Comitato nazionale di Bioetica (Cnb), il 9 ottobre si è arrivati fulmineamente alle nuove nomine. E senza nemmeno informare i “dimissionati”: Cinzia Caporale, Elena Cattaneo e Luca Marini hanno infatti appreso dai giornali che sarebbero stati sostituiti da Lorenzo D’Avack, ordinario di filosofia del diritto nell’Università degli studi Roma Tre, Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, e Laura Palazzani, ordinaria di filosofia del diritto nella Libera Università Maria Ss. Assunta (Lumsa).

Se l’effetto dell’avvicendamento è abbastanza evidente – un indebolimento della componente laica (o laicista?) del comitato - il perché è a dir poco oscuro. Secondo Gilberto Corbellini, ordinario di storia della medicina alla Sapienza e membro del Cnb, la sostituzione è un “atto di rappresaglia per dare una lezione a chi ha osato mettere in discussione il potere assoluto del presidente [Francesco Paolo Casavola] e i modi di gestire il Comitato”. Una vera e propria “vendetta trasversale perché non poteva chiedere di mandare a casa chi l’ha criticato”.

Ma chi e cosa avrebbe suscitato l’irritazione del presidente Casavola, tanto da spingerlo alla rappresaglia? Facciamo un passo indietro: il 29 settembre scorso tre membri del CNB, Carlo Flamini, Demetrio Neri e lo stesso Corbellini, scrivono una lettera pubblica al presidente del Cnb manifestando insoddisfazione per la gestione del Comitato, e in particolare alcune nomine effettuate da Casavola negli ultimi mesi. Secondo i tre membri le modalità presidenziali “oltre ad essere state talora non rispettose del regolamento vigente, e comunque difformi da prassi ormai consolidate e persino dissonanti rispetto agli impegni” dichiarati dallo stesso Casavola nell’assumere la carica, “penalizzino valori e punti di vista morali che in democrazia hanno la stessa dignità culturale e politica” di quelli privilegiati dal vertice. La lettera si chiude con l’augurio di un serio e imminente dibattito al fine di sottrarre il CNB a eventuali strumentalizzazioni ed evitare il suo snaturamento.

I giorni che seguono la lettera sono abbastanza movimentati, anche se gli avvenimenti rimangono difficilmente intelligibili. Comincia a circolare la notizia della richiesta di Casavola a Romano Prodi di effettuare modifiche nel CNB. Modifiche che assumono la forma della sostituzione forzata dei tre vicepresidenti in nome di un “più funzionale assetto dell’Ufficio di Presidenza del Comitato Nazionale per la Bioetica” – motivazione che implica inevitabilmente che l’assetto precedente non fosse abbastanza funzionale: ma le ragioni di questa presunta inefficienza non vengono chiarite. Romano Prodi esprime comunque solidarietà a Casavola e lo invita a proseguire nel lavoro intrapreso.

l mistero diviene quasi grottesco perché passano molti giorni senza che sia data comunicazione ai dimissionati. Luca Marini, in un comunicato stampa del 5 ottobre, manifesta la propria sorpresa per la rimozione, ricordando che i tre vicepresidenti “anche se portatori di idee diverse, hanno peraltro unanimemente sostenuto fino in fondo il Presidente Casavola”.

Il 9 ottobre, finalmente, c’è la nomina ufficiale dei sostituti. E si rimane sorpresi nel venire a sapere delle modalità della comunicazione tardiva ai tre ormai ex vicepresidenti. La lettera ufficiale, infatti, attacca così: “Care colleghe [Cinzia Caporale e Elena Cattaneo], caro Luca [Marini]” e getta luce sulla vicenda e sulla spinta di Casavola. “Due di loro – prosegue Corbellini – erano evidentemente schierate con i suoi accusatori”. A tutti gli altri membri del CNB la comunicazione è giunta 3 ore dopo che era stata diffusa dalle agenzie di stampa. “Questo è lo stile di Casavola”, commenta Corbellini, “due donne di indubbio valore scientifico rimosse dal loro incarico per non avere ossequiato il presidente; che è un uomo – difficile non pensarci! – e che è impreparato sulla materia che dovrebbe governare”.

(Galileo, 10 ottobre 2007)

sabato 6 ottobre 2007

Con gli occhi chiusi

La mattina del 23 luglio 2007 è stata per molti una giornata di festa: il giudice Zaira Secchi ha deciso il non luogo a procedere per Mario Riccio, l’anestesista che lo scorso dicembre esaudì la richiesta di Piergiorgio Welby. Dopo averlo sedato, Riccio lo scollegò dal ventilatore meccanico che simulava il suo respiro. L’autopsia confermò che Welby era morto in seguito ad arresto respiratorio e non alla somministrazione del sedativo. L’8 giugno scorso, però, il giudice Renato Laviola rifiutò l’archiviazione delineando una ipotesi di reato che prevede dai 6 ai 15 anni di reclusione: omicidio del consenziente (articolo 579 del Codice Penale). Il giudice Secchi, dopo avere ascoltato Mina, ha invece ritenuto la richiesta di Welby legittima e il comportamento di Riccio l’adempimento di un preciso dovere medico: rispettare le volontà del paziente. La decisione del giudice Secchi, che ribadisce la libertà di scelta e l’autodeterminazione del malato, conclude la vicenda di Welby ma non la sua battaglia, cominciata tanti anni prima e non riducibile alla sola richiesta di morire. Welby ha combattuto per garantire il diritto di voto ai malati intrasportabili e ai disabili difficilmente trasportabili; per la libertà di parola, per le tecnologie che possono ridare voce a chi non ce l’ha più (come i sintetizzatori vocali); in una parola, per i diritti civili, ancora più fragili per quanti non sono autosufficienti e indipendenti. Welby è arrivato alla richiesta di morire dopo molti anni di malattia e dopo un grave peggioramento delle sue condizioni. Il silenzio della politica non stupisce se si pensa agli interminabili dibattiti e alle polemiche sul testamento biologico. Ormai da oltre un anno in discussione in Commissione Igiene e Sanità del Senato, la genesi di una legge si scontra con un problema fondamentale: l’ostilità verso la libertà di scegliere del paziente. La ritrosia nell’ammettere l’autodeterminazione è ben illustrata dalla polemica riguardo alla natura della nutrizione e della idratazione artificiali, che non sarebbero atti medici, secondo quanti vorrebbero escluderli dai trattamenti che è possibile rifiutare. Seppure si concedesse questa premessa, non ne seguirebbe la legittimità dell’imposizione. Anche l’alimentazione naturale può essere rifiutata senza la possibilità di obbligare il paziente (la legge italiana non consente l’alimentazione forzata, al di fuori di casi specifici) come molti altri atti non medici: carità, beneficenza e così via. Proprio come un atto medico può essere rifiutato senza che vi sia la possibilità di coercizione (a meno che non ci sia un danno per qualcun altro: questo è il motivo alla base degli interventi coercitivi per le malattie infettive). La natura della nutrizione e della idratazione artificiali non incide sulla discrezionalità. Piergiorgio non avrebbe mai accettato un sondino per la nutrizione artificiale. Come obbligarlo? Welby ha esercitato la sua libertà di scelta quando ha chiesto di interrompere la ventilazione. Quello stesso 23 luglio, meno di 12 ore dopo la notizia della saggia decisione del giudice Secchi, è morto Giovanni Nuvoli. Di fame e di sete. Da mesi chiedeva di poter morire senza soffrire, stremato da oltre sette anni da una malattia che condanna alla totale immobilità. Dopo aver trascorso più di un anno nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale di Sassari, ad aprile era tornato a casa. Il medico Tommaso Ciacca si era detto disponibile a rispettare le sue richieste e il 7 luglio informò la Procura di Sassari della decisione presa insieme al paziente. La mattina del 10 luglio Ciacca stava preparando le procedure del distacco del ventilatore e della contestuale sedazione (per evitare a Nuvoli ulteriori sofferenze) quando, verso mezzogiorno, i carabinieri di Alghero lo convocarono per consegnargli una notifica della Procura: «Il pubblico ministero nel fasc. n. 3/2007 mod. 45 preso atto della comunicazione preventiva del dott. Tommaso Ciacca di data 7 luglio 2007, relativa al distacco del ventilatore artificiale al sig. Nuvoli Giovanni, preso atto che con tale comunicazione il dott. Ciacca manifesta la sua intenzione di procedere al distacco del suddetto ventilatore, salva diversa indicazione di questa Procura della Repubblica ritenuto che si tratti di comunicazione non prevista dall’attuale diritto e che si riferisce a condotta in astratto costituente delitto ritenuto che quindi la Procura della Repubblica non debba, né possa fornire alcuna indicazione in ordine a quanto esposto nella comunicazione, senza che ciò significhi in alcun modo tacita acquiescenza da parte di questa Procura a quanto oggetto d’intenzione del dott. Ciacca e quindi fatta salva l’adozione di qualunque provvedimento di competenza ritenuto pertanto che vada dichiarato il non luogo a provvedere per tali ragioni dichiara il non luogo a provvedere». Come ha riferito in una lettera aperta, direttosi verso l’abitazione di Nuvoli per informarlo personalmente dell’accaduto, il medico fu intercettato dal capitano dei carabinieri di Alghero, Francesco Novi: «Mi ha chiesto cosa intendessi fare precisando che comunque lui non si sarebbe mai allontanato da me. Io pur riconoscendo la sua cortesia, gli ho fatto sapere che non avrebbe potuto impedire il mio dovere deontologico di comunicare con il paziente». Nuvoli intanto aspettava pensando di essere sul punto di vedere esaudita la sua richiesta. Ciacca fu infine lasciato entrare per leggergli l’ordinanza del magistrato, guardato a vista dal capitano dei carabinieri e obbligato a rimanere dal lato del letto opposto al respiratore. Nuvoli piangeva e annunciò che avrebbe smesso di mangiare e di bere, e dal 16 luglio cominciò quello che è stato definito uno sciopero della fame, ma che forse non era che l’estrema e unica possibilità di reazione da parte di un uomo immobilizzato e inascoltato. Dopo una settimana di agonia, la sera del 23 luglio morì. Anche dopo la sua morte, anche dopo la certificazione ufficiale nessuno tra il personale medico della ASL ebbe il coraggio di staccare il respiratore, che rimase a pompare ossigeno nei polmoni di Nuvoli per più di tre ore dopo la sua morte, fino all’intervento di Demetrio Vidili, il primario. «Era un fagottino sul letto: sembrava che stessero gonfiando un canotto», ha dichiarato la moglie Maddalena Soro all’Unione Sarda lo scorso 13 agosto. Le storie di Welby e Nuvoli sono profondamente intrecciate. A Nuvoli è successo ciò che a nessuno dovrebbe succedere: è morto in “clandestinità”, nella solitudine della sua casa, nel silenzio che era l’ultima possibilità per sottrarsi a un vero e proprio tormento. Difficile non ripensare alla richiesta di Welby di avviare una indagine sull’eutanasia clandestina. E difficile anche non ripensare alla risposta politica e istituzionale: «Non esiste alcun fenomeno di eutanasia clandestina!». Come se bastasse chiudere gli occhi per far scomparire qualcosa di sgradito. Questa negazione della realtà prende anche la forma di un baratto tra una libertà rivendicata, non taciuta e cercata privatamente, e una concessione pietistica: se proprio non si sopportano più le sofferenze di una malattia è concesso cercare di porvi fine, ma che non sia una gesto di libertà - è soltanto una eccezione che lo Stato padre e padrone dispensa al malcapitato. Nuvoli, come prima di lui Welby, ha pagato il tentativo di far aprire gli occhi. È arrivato a smettere di mangiare e di bere per esaudire il suo desiderio. È stato sedato, ma ha avuto tempo e modo di sperimentare anche questa oscena condanna, immotivata, insensata, e soprattutto evitabile. Al contrario della malattia, infatti, una morte orrenda era eludibile, la possibilità di morire decentemente esisteva. Ma forse chiedere una morte decente è considerato un inammissibile atto di tracotanza.

(Sapere, 73, 5, ottobre 2007)

giovedì 4 ottobre 2007

Se il diritto alla vita diventa un dovere

Respinto il ricorso in Cassazione del padre della ragazza in stato vegetativo permanente dal 1992

Il sondino nasogastrico non può essere staccato. Questa, in sintesi, la risposta del procuratore generale di Cassazione Giacomo Caliendo alla richiesta di Beppino Englaro e di Franca Alessio, rispettivamente il padre e la curatrice speciale di Eluana Englaro, la ragazza in stato vegetativo permanente dal 1992 per un incidente stradale. Il tentativo di opporsi al decreto della Corte d’Appello di Milano del 16 dicembre 2006, che aveva disposto il mantenimento del sondino, si è scontrato con un ennesimo diniego.

Caliendo ha sostenuto che il trattamento cui è sottoposta Eluana non può essere considerato un atto medico: secondo il procuratore si tratterebbe soltanto della somministrazione del nutrimento, e non ci sarebbero quindi gli estremi per parlare di accanimento terapeutico. Ma per chi era ricorso contro il decreto è difficile accettare questa conclusione, e ricorda che le maggiori associazioni scientifiche si sono espresse chiaramente sulla natura medica della nutrizione artificiale. E che, anche se così non fosse, resta il fatto che persino l’alimentazione naturale può essere oggetto di legittimo rifiuto. Così come possono essere rifiutati, in generale, i trattamenti non medici (di assistenza, di sostegno, e così via), in nome della nostra libertà di scelta, protetta dalla Costituzione.

Il cuore del problema è la volontà di Eluana Englaro, controversa perché non esiste una dichiarazione scritta. Secondo Caliendo il volere della ragazza è insondabile e oscuro e le testimonianze delle sue amiche non sarebbero rilevanti né attuali perché sebbene riportino il desiderio di Eulana di non voler vivere nel caso si fosse trovata in simili condizioni, nulla dicono sullo specifico aspetto della nutrizione tramite il sondino. Secondo il padre e chi la conosceva, invece, è possibile inferire, dalla volontà generale di rifiutare la vita artificiale, la volontà particolare rispetto a un mezzo specifico per mantenerla.
La decisione del procuratore si basa anche sulla considerazione che il nostro ordinamento tutela come valore supremo il bene della vita. Ma questo, ricorda l’avvocato Alessio, rischia di andare a detrimento della dignità umana: la contraddizione tra i due diritti fondamentali - difesa della vita e difesa dell’autodeterminazione - è insanabile. Se a predominare è il primo, il diritto alla vita rischia di trasformarsi in qualcosa di molto somigliante al “dovere alla vita”.

(Galileo, 4 ottobre 2007)

E così Gesù fa da sponsor (occulto) al pc

Si chiama “Gesù al centro, Missione dei Giovani ai Giovani” l’iniziativa della Diocesi di Roma che è iniziata lo scorso 28 settembre e si concluderà domenica 7 ottobre.
A suscitare qualche malumore è l’itinerario: oltre alle piazze, alle Chiese, agli ospedali (quelli del centro storico) dall’1 al 6 ottobre il programma prevede “visite nelle scuole” (sempre del centro storico). Non è specificato se le scuole siano pubbliche o private; nel primo caso – ipotesi abbastanza probabile – non sarebbe rispettata l’intesa che la Repubblica italiana ha stabilito con tutte le altre confessioni religiose di minoranza.
Tuttavia l’elemento che colpisce maggiormente è il logo della kermesse: la scritta “Gesù al centro”, infatti, è di un blu molto somigliante (ma questa potrebbe essere una coincidenza cromatica) al logo della Intel Corporation, azienda multinazionale e leader dei processori e altre diavolerie informatiche – chiunque abbia un computer, o l’abbia almeno guardato con un po’ di attenzione, ricorderà l’ellissi blu con la scritta “intel” all’interno. E qui la sorpresa aumenta (e diminuisce la percentuale di coincidenza): perché anche la scritta “Gesù al centro” è inserita all’interno di un’ellissi terribilmente somigliante al logo dell’azienda tecnologica. Che cosa si vorrebbe suggerire, che Gesù è il microprocessore dell’universo? A 8 oppure 64 bit? Già, perché la tecnologia avanza e la metafora è oscillante. Per non parlare dei rapporti tra software e hardware: ma è probabile che si tratti proprio di una somiglianza fortuita e non di una analogia voluta, che sarebbe blasfemo declinare.

(E Polis, 4 ottobre 2007)