giovedì 28 giugno 2007

In nome di una battaglia ancora aperta

Stamattina il X Municipio di Roma intitola un giardino a Piergiorgio Welby. È il “suo” giardino, nel quartiere dove Welby viveva; ed è lo stesso che è stato riempito la vigilia di Natale da migliaia di persone che volevano ricordarlo e salutarlo. Persone che lo conoscevano personalmente oppure che avevano letto i suoi scritti, o ancora che lo avevano visto per la prima volta quando aveva chiesto di essere lasciato morire in pace.
Il Presidente del X Municipio, nello spiegare le ragioni dell’iniziativa voluta dal Consiglio comunale e municipale, tocca alcuni nodi fondamentali della richiesta di Welby – divenuta una vera e propria battaglia civile e politica – quali il doveroso rispetto della coscienza individuale e l’autodeterminazione personale. Welby avrebbe potuto esaudire le sue volontà semplicemente, senza clamore, come in molti fanno nella propria casa o in ospedale. Senza disturbare. Ma il suo desiderio, oltre che porre fine a quella caricatura di esistenza cui la malattia lo aveva condannato, era di avviare un dibattito sulle scelte di fine vita e di ottenere una risposta istituzionale non ambigua riguardo al diritto di non avviare o di interrompere trattamenti medici. Oggi, ad oltre sei mesi dalla morte di Welby, la risposta è intrappolata nelle sabbie mobili del testamento biologico e compromessa dal rinvio a giudizio di Mario Riccio.
Non ci sono che le parole del Presidente del Municipio X in ricordo di Welby, “una persona che riusciva a sorridere anche nel dolore”. E un giardino che da oggi porta il suo nome. Troppo poco per chi amava tanto la libertà e la politica.

(E Polis, 28 giugno 2007)

giovedì 21 giugno 2007

Questa legge che non tutela donne e salute

Le tecniche riproduttive comportano un rischio di gravidanze plurime. Pericolose per la salute della madre e degli embrioni, dipendono dall’impianto di più di un embrione nell’utero materno. L’incidenza è di circa il 25% dei trattamenti contro l’infertilità. Solo in Inghilterra sono morti 126 bambini che sarebbero vissuti nel caso di una gravidanza singola. Il trasferimento di più di un embrione è finalizzato ad aumentare le possibilità di avviare una gravidanza. Ma secondo una ricerca di Yacoub Khalaf, del Guy Hospital di Londra, aspettare che l’embrione si sviluppi fino a diventare blastocisti (5 giorni invece che 3) garantirebbe una percentuale di successo elevata, evitando di correre il rischio di gravidanza plurime. In un colpo solo verrebbe abbattuta la credenza che impiantando un solo embrione non si abbiano molte possibilità di avviare una gravidanza e il rischio di nascite premature e di neonati gravemente sottopeso.
Addirittura lo Human Fertilisation and Embryology Authority sta valutando se intraprendere azioni disciplinari contro quei centri in cui le gravidanze multiple occorrano in oltre il 10% delle fecondazioni artificiali.
E in Italia? La legge 40 impone di trasferire 3 embrioni, non importa la costituzione della donna, il suo stato di salute e la sua età. È la legge, e non il medico, a decidere. Suscita poi una certa perplessità la ritrosia da parte delle istituzioni di comunicare i dati del registro sulla PMA, che verosimilmente stonerebbero con il tentativo di convincere che la legge 40 sia una buona legge e che non abbia causato danni superflui ed evitabili.

(E Polis, 21 giugno 2007)

giovedì 14 giugno 2007

La sentenza è «condannati» a sopravvivere

Nell’ordinanza su Mario Riccio il Gip Renato Laviola ricorda che il diritto all’autodeterminazione di ogni cittadino è garantito dalla Costituzione italiana, affermato in convenzioni internazionali e sancito dal Codice di Deontologia Medica. Il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, il medico non può legarlo al letto e somministrarglielo per “il suo bene”. Il paziente ha dunque la piena libertà di decidere riguardo alla propria salute, anche qualora le decisioni prese implichino la sua morte. Fin qui nulla di sorprendente: è il cuore concettuale del consenso informato che ha sostituito il paternalismo medico.
A sorprendere invece è il richiamo di Laviola al diritto alla vita, sacra e indisponibile, come limite al diritto di autodeterminazione attuato tramite una omissione (distacco del respiratore o interruzione di una terapia avviata) e non una omissione (rifiuto di una terapia o di un macchinario). In altre parole: esisterebbe il diritto di rifiutare una cura sì, ma di interromperla no! Se il diritto alla vita è inviolabile, non dovrebbe avere questo andamento oscillatorio. Se la vita è sacra e indisponibile, come sostiene Laviola, sarebbe necessario ricorrere a qualsiasi mezzo per proteggerla: anche al costo di violare la volontà delle persone. Costringere Piergiorgio Welby a vivere, così si sarebbe rispettato quel diritto alla vita che somiglia pericolosamente a un dovere alla vita.
Mario Riccio, a differenza di molti, ha rispettato il volere di Welby e non si è nascosto dietro all’ipocrita e fallace differenza tra azione ed omissione. Questo è il suo reato.

(E Polis, 14 giugno 2007)

giovedì 7 giugno 2007

Ogni famiglia è una famiglia a modo suo

Sabato 9 giugno ci sarà a Firenze il convegno della Lega italiana nuove famiglie (LINFA), che sostituirà la Lega italiana famiglie di fatto (LIFF). Difficile non pensare alla Conferenza Nazionale della Famiglia, svoltasi alla fine di maggio nella stessa città. Impossibile però conciliare lo spirito delle due iniziative, sebbene la protagonista sia sempre la stessa: la famiglia. Perché sebbene Rosy Bindi abbia insistito che “sulla famiglia il Paese non si può dividere, si deve unire” il concetto di famiglia emerso dalla Conferenza è tanto angusto da rendere inevitabile una divisione. Come unirsi intorno a una concezione discriminatoria e anacronistica di famiglia? L’unica possibilità sarebbe uniformarsi e omologarsi (in quei casi ove sarebbe possibile) a quel modello familiare che pone come condizioni necessarie il matrimonio e l’eterosessualità. In caso contrario, nessuno merita il nome sacro di “famiglia”. Non gli omosessuali (nemmeno a dirlo!), non i conviventi, non le famiglie ricomposte, non i transgender, ma nemmeno le famiglie nucleari, anche quelle non determinate dalla cattiva volontà bensì dalla morte di uno dei due partner. L’idea sottostante più pericolosa e sciocca è che le nuove famiglie minaccino la cosiddetta famiglia tradizionale, mentre rappresentano solamente modi diversi di condividere tutta o parte della propria esistenza. Questa diversità è una ricchezza, non una minaccia.
Si potrebbe aggiungere al celebre incipit tolstojano “tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” che ogni famiglia è famiglia a suo modo.

(E Polis, 7 giugno 2007)