martedì 1 maggio 2007

Vanessa Russo: cronaca di una morte insensata

Sono state arrestate mentre guardavano la propria fotografia su un giornale. Chissà se con paura o con quel distacco che nasce dal non avere più nulla da perdere; quella sensazione da animale braccato che fa compiere gesti avventati, come andare in un centro commerciale sebbene le forze dell’ordine siano sulle tue tracce. Oppure con lo stesso sangue freddo che fa brandire un ombrello sul volto di una ragazza che ha la tua stessa età e che forse ha l’unica colpa di avere reagito con impeto a una provocazione – reazione che molti testimoni smentiscono. Che trasforma un alterco stupido in una tragedia incomprensibile.
“Forse se fosse rimasta con me a quest’ora sarebbe ancora in vita”, ha detto il fratello di Vanessa Russo, l’ultimo a incontrarla poco prima che la giovane fosse infilzata da una punta di un oggetto banale divenuto un’arma mortale. Sono troppi e insopportabili i controfattuali di questa morte che non potrà mai avere un senso, ammesso che qualche morte ne abbia.
Doina Matei, quasi coetanea di Vanessa, ha detto che non voleva uccidere. E chissà, forse è vero. Ma viene da domandare: che importanza ha? Che importanza può avere ora che Vanessa è morta in una circostanza tanto assurda, per una spropositata reazione di violenza, per una rabbia cieca che – tragica ironia – si è scatenata sul suo volto e sui suoi occhi?
Per il processo e per la pena sarà senza dubbio importante analizzare la premeditazione, distinguere un incidente da un omicidio volontario. Ma se anche fosse possibile dimostrare la non volontarietà dell’uccidere, se anche Vanessa fosse morta per una inammissibile incapacità, emotiva e razionale, di valutare le conseguenze di un gesto brutale rimane il fatto che una ragazza è morta. E a questo nulla potrà offrire un rimedio.
Tre vite spezzate. Una per sempre. Le altre due schiacciate dall’esilio, dalla prostituzione, dalla disperazione. Esistenze disgraziate che forse privano di significato anche le esistenze altrui.
Cercare di capire non ha di certo nulla a che vedere con la giustificazione o con la cancellazione o l’attenuazione della gravità di quanto è accaduto. Può forse servire ad evitare che non accada più. Può contribuire almeno a non trasformare la morte di Vanessa in un fantasma impossibile da scacciare, che sussurra nelle nostre orecchie “potrebbe succedere a te” tutte le volte che scendiamo nelle viscere della città per tornare a casa.

(E Polis Roma, 1 maggio 2007)