giovedì 19 aprile 2007

Quel razzismo che non passa mai di moda

Il 19 aprile di 70 anni fa vede la luce il decreto regio n. 880/37 che vieta il madamismo e il matrimonio con donne di colore. Soprattutto per proteggere il buon nome del patrio esercito, per carità!, evitando ai soldati di mischiarsi alla popolazione indigena e di far nascere meticci. Una gran scocciatura. Ma il sapore dell’editto, più che garantire il prestigio dei colonizzatori italiani in Etiopia, è decisamente razzista. E ciò che segue negli anni successivi è indubbiamente razzista, a cominciare dal tristemente famoso Manifesto della Razza (1938). O per essere meno brutali, “discriminatorio”.
È una ricorrenza amara, ancora più amara quando si percepisce una certa “aria di famiglia” con dichiarazioni e umori attuali. Con le invocazioni delle radici identitarie di un popolo, cristiane e non, con lo sbandieramento di nazionalismi mascherati da coscienza di appartenenza. Con il tentativo di imporre una certa visione del mondo o con le celebrazioni della Famiglia, oggetto di una imminente manifestazione che ha del grottesco, il Family Day (ma perché in inglese poi?).
Forse oggi è imbarazzante essere razzisti nel modo tradizionale: contro i negri, gli ebrei, gli asiatici o gli zingari. Ma si può esserlo agevolmente con i non sposati, con gli omosessuali o con quanti vorrebbero crepare in pace. Soprattutto se questi non chiedono pietà, ma diritti. A cosa serve un anniversario? A mettere sulla difensiva chi ha dimenticato, a tenere viva la memoria. Non un rituale formale di commemorazione, quanto l’avvertimento che certi errori sono stati già compiuti e che i risultati sono stati vergognosi.

(E Polis, 19 aprile 2007)