giovedì 12 aprile 2007

Connivenza clericale, cosa c’è di peggio?

È un’idea piuttosto diffusa che compiere un’azione ingiusta sia più grave di non impedire che sia compiuta. Ma basta poco per concludere che sia un mostro morale tanto chi compie un’azione turpe quanto chi se ne sta a guardare senza intervenire. O chi tace per coprire il malfattore.
Di Lelio Cantini sarebbe difficile prendere le difese. La Procura fiorentina ha aperto una inchiesta ed è augurabile che le sue responsabilità siano accertate. Dopo il misero fallimento della giustizia “cristiana”, della giustizia sulla Terra che si dice interprete di quella divina, è intervenuta (e per fortuna!) la giustizia umana.
Che dire di quanti lo avrebbero protetto? Se per chi commette un crimine (e un crimine tanto meschino come la pedofilia) è forse sempre possibile chiedersi quanta parte sia determinata da una psicopatologia, senza che questo alleggerisca il peso della colpa, in chi se ne sta a guardare non è possibile nemmeno questa “scusante”. Le dichiarazioni di Silvano Piovanelli, ex arcivescovo di Firenze, lasciano senza fiato. Venuto a conoscenza di almeno un caso (Piovanelli dice “soltanto un caso”) aveva ritenuto sufficiente fare una ramanzina a Cantini, come se avesse rubato un vasetto di marmellata. E non perché ci fossero dubbi sulla veridicità del racconto della vittima. No. Perché era “un solo errore”.
Un rimbrotto per un abuso prolungato e compiuto in nome di Cristo, in nome della Vera Chiesa, e perpetrato con la minaccia del castigo divino?
La connivenza clericale è ancora più schifosa perché intessuta di parole come carità, benevolenza, perdono. Ma in realtà non è altro che favoreggiamento.

(E Polis, 12 aprile 2007)