venerdì 27 aprile 2007

Giovanni ha deciso

Tornato a casa, l’arbitro sardo malato di sclerosi laterale amiotrofica ha ribadito la sua volontà di morire. E ha annunciato di aver trovato un medico disponibile ad addormentarlo

Giovanni Nuvoli è stanco e consumato dalla sclerosi laterale amiotrofica, ma lucido e determinato. È tornato a casa il 6 aprile dopo avere trascorso più di un anno nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari; il 25 aprile scorso ha convocato i giornalisti nella sua casa di Alghero. “Non ho mai cambiato idea e voglio morire senza soffrire, addormentato”, ha detto loro avvalendosi del sintetizzatore vocale con il quale ha preso abbastanza confidenza. Ovvero, Nuvoli vuole essere sedato e vuole che il ventilatore meccanico che lo tiene in vita sia staccato.

Ha poi aggiunto di avere anche trovato un medico disposto ad aiutarlo, anche se non ha voluto rivelare la sua identità. Inutile insistere per saperne di più. Maddalena Soro, la moglie, ha risposto a chi le chiedeva la ragione del mistero sul nome dell’anestesista: “In passato le mie parole sono state accolte spesso con dubbio. La gente ha insinuato più volte che io travisassi le parole di Giovanni, perciò d’ora in poi sarà lui, e solo lui, a comunicare direttamente con voi”. E poi ha fatto cenno a un documento che Giovanni starebbe scrivendo (o meglio, dettando usando il sintetizzatore vocale) e che sarà reso noto nei prossimi giorni. Maddalena ha solo aggiunto che il marito è convinto, e che tutte le notti prima di addormentarsi le ripete che desidera morire in pace.

Nemmeno sui tempi si sa nulla di preciso: Nuvoli ha detto che saranno i medici a deciderlo. Nonostante l’incertezza rispetto all’identità del medico e al momento in cui il desiderio di Nuvoli sarà esaudito, la sua dichiarazione, come prevedibile, ha scatenato polemiche mai del tutto sopite. Lo scontro inconciliabile è tra chi considera la sua richiesta legittima e tutelata dalla Costituzione e chi invece una vera e propria richiesta di omicidio.

“È un suo diritto, garantito dalla Costituzione. Vorremmo davvero che non si aprisse ora il festival di chi, in nome della “Vita”, vorrà che la vita di Nuvoli, il suo corpo ridotto a uno scheletro, continuino ad essere torturati per mesi”, ha dichiarato Marco Cappato, eurodeputato e segretario dell’Associazione Luca Coscioni. E ha ricordato che è anche grazie a Giovanni Nuvoli, a Piero Welby e a Luca Coscioni che il ministro Livia Turco si è impegnata a investire 10 milioni di euro nelle tecnologie per la “libertà di parola”, ovvero per ridare la facoltà di parlare a chi l’ha perduta per una disabilità.

“Se qualcuno pensa di staccare la spina, chiederemo l’avvio del procedimento per omicidio”, ha minacciato invece la senatrice dell’Udc Sandra Monacelli. E ha aggiunto: “Perché la famiglia naturale di Nuvoli continua a non essere considerata e non viene fatto loro accedere al malato? La volontà espressa dal Nuvoli è la sua oppure è quella maturata in conseguenza di altre situazioni?”.
Maddalena le ha risposto dichiarando all’Agi: “Giovanni non può uscire di casa per vedere chi vuole. I suoi familiari naturali non si sono presentati, e se lo facessero io non mi opporrei a una loro visita. Ogni volta che qualcuno vuole avvicinarlo non faccio altro che chiedere a mio marito se ha piacere di riceverlo o no”, ritenendo, forse, che alla questione sulla volontà del marito avesse già risposto lui.

(Galileo, 27 aprile 2007)

Ma il Vaticano dimentica gli altri aborti

“Vi esorto a difendere con ferma decisione il diritto alla vita di ogni essere umano dal primo istante del suo concepimento, di fronte a qualsiasi manifestazione della cultura della morte”. Questo il testo del telegramma che Benedetto XVI ha inviato ai vescovi messicani tramite il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone.
Perché ribadire la difesa della vita a partire dal concepimento? Perché è stato approvato dall’Assemblea legislativa del Distretto federale di Città del Messico un progetto di legge per depenalizzare l’aborto entro le prime 12 settimane di gestazione. Approvazione sostenuta da 46 voti contro i 19 contrari e una astensione. Finora, come in molte legislazioni restrittive sulla possibilità di interrompere una gravidanza, era consentito abortire soltanto nei casi di stupro, di malformazione del feto o di rischio per la vita della madre. Eccezioni a ben guardare contraddittorie, almeno le prime due: se infatti la vita è sacra a partire dal concepimento, come può una violenza carnale indebolire tale sacralità? Il concepito (che è una persona in base a questa visione) non è responsabile dello stupro, e dovrebbe essere trattato come gli altri concepiti. Proprio come un concepito malformato (non uccidiamo, infatti, i malati!).
Quella di Benedetto XVI non è stata l’unica voce contraria. Gli antiabortisti hanno sfilato portando piccole bare bianche, dimentichi insieme alle gerarchie ecclesiastiche, che le stime ottimistiche parlano di 100.000 aborti clandestini ogni anno. E dovrebbe essere superfluo ricordare che, forse, anche la vita delle donne andrebbe difesa.

(E Polis, 27 aprile 2007)

giovedì 19 aprile 2007

Quel razzismo che non passa mai di moda

Il 19 aprile di 70 anni fa vede la luce il decreto regio n. 880/37 che vieta il madamismo e il matrimonio con donne di colore. Soprattutto per proteggere il buon nome del patrio esercito, per carità!, evitando ai soldati di mischiarsi alla popolazione indigena e di far nascere meticci. Una gran scocciatura. Ma il sapore dell’editto, più che garantire il prestigio dei colonizzatori italiani in Etiopia, è decisamente razzista. E ciò che segue negli anni successivi è indubbiamente razzista, a cominciare dal tristemente famoso Manifesto della Razza (1938). O per essere meno brutali, “discriminatorio”.
È una ricorrenza amara, ancora più amara quando si percepisce una certa “aria di famiglia” con dichiarazioni e umori attuali. Con le invocazioni delle radici identitarie di un popolo, cristiane e non, con lo sbandieramento di nazionalismi mascherati da coscienza di appartenenza. Con il tentativo di imporre una certa visione del mondo o con le celebrazioni della Famiglia, oggetto di una imminente manifestazione che ha del grottesco, il Family Day (ma perché in inglese poi?).
Forse oggi è imbarazzante essere razzisti nel modo tradizionale: contro i negri, gli ebrei, gli asiatici o gli zingari. Ma si può esserlo agevolmente con i non sposati, con gli omosessuali o con quanti vorrebbero crepare in pace. Soprattutto se questi non chiedono pietà, ma diritti. A cosa serve un anniversario? A mettere sulla difensiva chi ha dimenticato, a tenere viva la memoria. Non un rituale formale di commemorazione, quanto l’avvertimento che certi errori sono stati già compiuti e che i risultati sono stati vergognosi.

(E Polis, 19 aprile 2007)

giovedì 12 aprile 2007

Connivenza clericale, cosa c’è di peggio?

È un’idea piuttosto diffusa che compiere un’azione ingiusta sia più grave di non impedire che sia compiuta. Ma basta poco per concludere che sia un mostro morale tanto chi compie un’azione turpe quanto chi se ne sta a guardare senza intervenire. O chi tace per coprire il malfattore.
Di Lelio Cantini sarebbe difficile prendere le difese. La Procura fiorentina ha aperto una inchiesta ed è augurabile che le sue responsabilità siano accertate. Dopo il misero fallimento della giustizia “cristiana”, della giustizia sulla Terra che si dice interprete di quella divina, è intervenuta (e per fortuna!) la giustizia umana.
Che dire di quanti lo avrebbero protetto? Se per chi commette un crimine (e un crimine tanto meschino come la pedofilia) è forse sempre possibile chiedersi quanta parte sia determinata da una psicopatologia, senza che questo alleggerisca il peso della colpa, in chi se ne sta a guardare non è possibile nemmeno questa “scusante”. Le dichiarazioni di Silvano Piovanelli, ex arcivescovo di Firenze, lasciano senza fiato. Venuto a conoscenza di almeno un caso (Piovanelli dice “soltanto un caso”) aveva ritenuto sufficiente fare una ramanzina a Cantini, come se avesse rubato un vasetto di marmellata. E non perché ci fossero dubbi sulla veridicità del racconto della vittima. No. Perché era “un solo errore”.
Un rimbrotto per un abuso prolungato e compiuto in nome di Cristo, in nome della Vera Chiesa, e perpetrato con la minaccia del castigo divino?
La connivenza clericale è ancora più schifosa perché intessuta di parole come carità, benevolenza, perdono. Ma in realtà non è altro che favoreggiamento.

(E Polis, 12 aprile 2007)

giovedì 5 aprile 2007

Caso Riccio: una battaglia per la civiltà

La ragione che ha mosso il Gip Renato Laviola a respingere l’archiviazione proposta dalla Procura per Mario Riccio va oltre l’interpretazione tecnica delle norme giuridiche. È una scelta implicata da valori e da idee che propendono per una interpretazione restrittiva di un atto medico e umano irreprensibile: l’interruzione della ventilazione meccanica chiesta da Piergiorgio Welby, implorata da Piergiorgio Welby, e la sedazione per non imporgli la sofferenza di una morte per soffocamento.
Per il Gip ha più senso invocare l’articolo 575 del Codice Penale piuttosto che altri articoli normativi che sosterrebbero la richiesta di Welby e la scelta di Riccio. Per Laviola vi sono gli estremi per delineare l’ipotesi di omicidio del consenziente: da 6 a 15 anni la pena prevista.
Nonostante l’autopsia abbia confermato che la morte sia avvenuta per insufficienza respiratoria, nonostante la legittimità di rifiutare qualsiasi trattamento medico (anche se tale rifiuto comportasse la morte), nonostante esista un valore fondamentale che si chiama libertà individuale.
La questione non è chiedersi se noi avremmo fatto la stessa cosa (sia nei panni di Welby che in quelli di Riccio); la questione è se vogliamo vivere in un Paese in cui sia garantita la dignità e la libertà di scegliere delle persone. Welby e Riccio sono oggi i simboli di questo dilemma. L’Associazione Luca Coscioni ha scelto di stare dalla loro parte fin dall’inizio, dalla parte della libertà: non è mai tardi per unirsi ad una vera e propria battaglia di civiltà. Chiunque non voglia girarsi dall’altra parte può contribuire: www.lucacoscioni.it.

(E Polis, 5 aprile 2007)

Caso Riccio: una battaglia per la civiltà

La ragione che ha mosso il Gip Renato Laviola a respingere l’archiviazione proposta dalla Procura per Mario Riccio va oltre l’interpretazione tecnica delle norme giuridiche. È una scelta implicata da valori e da idee che propendono per una interpretazione restrittiva di un atto medico e umano irreprensibile: l’interruzione della ventilazione meccanica chiesta da Piergiorgio Welby, implorata da Piergiorgio Welby, e la sedazione per non imporgli la sofferenza di una morte per soffocamento.
Per il Gip ha più senso invocare l’articolo 575 del Codice Penale piuttosto che altri articoli normativi che sosterrebbero la richiesta di Welby e la scelta di Riccio. Per Laviola vi sono gli estremi per delineare l’ipotesi di omicidio del consenziente: da 6 a 15 anni la pena prevista.
Nonostante l’autopsia abbia confermato che la morte sia avvenuta per insufficienza respiratoria, nonostante la legittimità di rifiutare qualsiasi trattamento medico (anche se tale rifiuto comportasse la morte), nonostante esista un valore fondamentale che si chiama libertà individuale.
La questione non è chiedersi se noi avremmo fatto la stessa cosa (sia nei panni di Welby che in quelli di Riccio); la questione è se vogliamo vivere in un Paese in cui sia garantita la dignità e la libertà di scegliere delle persone. Welby e Riccio sono oggi i simboli di questo dilemma. L’Associazione Luca Coscioni ha scelto di stare dalla loro parte fin dall’inizio, dalla parte della libertà: non è mai tardi per unirsi ad una vera e propria battaglia di civiltà. Chiunque non voglia girarsi dall’altra parte può contribuire: www.lucacoscioni.it.

(E Polis, 5 aprile 2007)

lunedì 2 aprile 2007

La follia di morire per voler essere più belli

Ogni morte non augurata trascina chi sopravvive in domande alle quali non c’è risposta. In scenari alternativi e allucinatori delineati da controfattuali crudeli: se avesse preso una strada diversa, se fosse stato in ritardo come sempre, se fosse rimasto a casa. Mondi paralleli e irreali che si moltiplicano esponenzialmente. E che possono risalire indefinitamente il tempo passato.
Anche quando le morti sono annunciate e comprensibili – ammesso che esistano morti comprensibili. Una morte dopo una vita lunga e intensa, una morte non dolorosa. Anche una morte del genere suscita domande ossessive, come a chiedere anche un solo giorno in più o poche ore. Ancora qualche parola, taciuta o rimandata. E per difendersi da una realtà inaccettabile: l’altrui morte che impietosamente ci fa pensare alla nostra, oltre a privarci di una persona cara.
Il tormento è acuito quando la morte ha le sembianze di una morte stupida, evitabile, quasi ridicola. Morire strozzati da un proprio respiro o per un filo scoperto. Morire per una allergia non diagnosticata o scivolando sull’asfalto bagnato. O per una circostanza inconsueta: morire colpiti da un fulmine o per l’esplosione di un ordigno bellico sepolto 60 anni fa.
Morire per un intervento chirurgico abbastanza banale, morire per la voglia di essere più magre. Per un desiderio considerato, forse troppo frettolosamente, frivolo: ridurre il tessuto adiposo per motivi estetici.
È questa la ragione per cui la morte di Claudia Caldironi è scandalosa: perché è stata causata da un intervento chirurgico che non aveva ragioni mediche, un intervento volontario (e per nulla necessario) e letteralmente futile.
Inoltre la sua morte rientra in quella minima percentuale di rischio vissuto come estraneo (“è così raro morire per una liposuzione, non può succedere a me!”) ma ineliminabile: perché ogni intervento chirurgico, ogni farmaco e perfino ogni azione banale e quotidiana implica una percentuale di rischio che non è possibile azzerare. Spesso la percezione del rischio è più emotiva che razionale, e oscilla dall’annullamento del rischio stesso al suo ingigantimento: un caso tragico (la morte di Claudia) investe la valutazione della sicurezza dell’intervento stesso (la liposuzione, cui circa 60.000 persone si sottopongono in un anno, e il cui tasso di mortalità è molto basso). Forse non è solo la drammatica fatalità che ha colpito Claudia Caldironi a rendere la sua morte inaccettabile, quanto il fatto che non sembra nemmeno possibile, al momento delle indagini, individuare una responsabilità medica, un errore umano. Non che individuare un “colpevole” basterebbe a rendere la sua morte meno dolorosa. Ma probabilmente la renderebbe più comprensibile.

(E Polis, 2 aprile 2007)