sabato 3 marzo 2007

Intervista ad Alessandro Zan

L’anagrafe comunale di Padova inizia a rilasciare i primi certificati di riconoscimento anagrafico di “famiglia fondata su vincoli affettivi”

Il percorso per arrivare a questo riconoscimento rivoluzionario è molto interessante. Promossa da Alessandro Zan, consigliere comunale DS, la mozione ha fatto leva su un regolamento attuativo del 1989 - a firma di Francesco Cossiga, allora capo dello Stato, e di Giulio Andreotti, allora capo del Governo - di una legge apparentemente innocua e democristiana, la 1228 del 24 dicembre 1954, intitolata “Ordinamento anagrafico della popolazione residente”.

Cosa è successo a Padova?

Il provvedimento di Padova è stato preso nell’ambito delle competenze comunali; non è una legge di Stato. Soltanto il Parlamento potrebbe attuare un istituto giuridico tutelativo. Come provvedimento comunale abbiamo voluto riconoscere l’esistenza delle coppie di fatto, attraverso una attestazione che potesse valere per tutti i cosiddetti statuti giuridici e che non c’è per la convivenza su base affettiva. Il proponimento della delibera, frutto di un faticoso lavoro di mediazione, è quello di affermare e di ottenere la possibilità di un riconoscimento formale di una esistenza comune e della dignità di questa esistenza comune, sia omosessuale che eterosessuale.

Padova ha già i primi certificati?

La delibera è esecutiva dalla fine di dicembre (è stata approvata il 4 dicembre): gli uffici stanno predisponendo i documenti e in un paio di settimane ci dovrebbe essere la possibilità di rilasciare il primi certificati. Il certificato sarà compilato dai due conviventi - già prima l’anagrafe riconosceva lo status di convivenza, ma i conviventi non potevano avere un pezzo di carta che lo attestasse e che potesse essere utilizzato all’esterno per dimostrare la convivenza ufficialmente. Una situazione da mondo incivile, apprezzata dagli incivili e dai clericali. Gli usi del certificato sono numerosi. Si pensi ai congedi parentali (la Legge 53 del 2000) o alla possibilità di usare alcuni giorni lavorativi per assistere il proprio compagno per problemi di salute. Alle decisioni sanitarie in condizioni di emergenza da prendere al posto del proprio compagno che in quel momento non può esprimere un parere. Ancora: il Codice Penale consente al coniuge di un indagato di non testimoniare; questa possibilità deve essere garantita anche ai conviventi. Nel caso delle adozioni, la Corte Costituzionale ha dichiarato che nel conteggio dei 3 anni necessari per fare domanda valgono anche gli anni di convivenza prima del matrimonio. Come dimostrare gli anni di convivenza per il conteggio complessivo?

Qual è il primo argomento assurdo contro i Pacs che ti viene in mente?

Che distruggono la famiglia. È una sciocchezza sia culturale che fattuale. Oggi ci sono meno matrimoni e più convivenze di un tempo. Aumentano i matrimoni civili. Anche in assenza dei Pacs, molte persone hanno già scelto. Non si può imputare a qualcosa che non c’è la responsabilità della distruzione della famiglia tradizionale o la sua detronizzazione dalla condizione di realtà maggioritaria. Tutte queste persone che hanno scelto una strada diversa dal matrimonio rimangono scoperte su alcune garanzie fondamentali. È giusto offrire loro sicurezza e tutela. Per smentire la condanna dei Pacs come “rovinafamiglia” è utile fare l’esempio della Francia, in cui i Pacs esistono dal 1999: i matrimoni sono in aumento. Questo dimostra che in presenza della possibilità di scelta tra varie opzioni, senza attribuire loro un significato religioso o assoluto, le persone scelgono più consapevolmente. E in maniera diversa a seconda delle preferenze. Introdurre un altro istituto giuridico non allontana di per sé da quello precedente.

Non è anche una forma di sfiducia verso il matrimonio questo timore verso i Pacs?

Inoltre, affermare la libertà di scegliere tra diverse opzioni non significa svalutarne una a scapito di un’altra; e soprattutto non significa imporre agli altri una propria scelta personale. La libertà lascia alle persone la possibilità di scegliere. E se il matrimonio fosse davvero giudicato come l’unica forma “vera” di convivenza, non dovrebbe spaventare l’istituzione di una forma alternativa: il matrimonio rimarrebbe la scelta migliore e preferibile. Io credo che i Pacs rappresentino una forma alternativa legittima e che non arreca danno a nessuno; di conseguenza deve essere tutelata dal legislatore in quanto realtà esistente.

Qual è stato l’ostacolo politico più difficile?

Il fatto che la classe politica escluda i giovani; che sia pavida. Sembra avere paura della propria ombra. Ha una ingiustificabile terrore di perdere l’elettorato cattolico sostenendo l’istituzione dei Pacs, e dimentica che molti sondaggi dimostrano che i cattolici sono disponibili e aperti verso i cambiamenti sociali e che il loro giudizio e le loro scelte sono autonomi rispetto ai diktat della Chiesa.

Quali sono le ragioni del tuo strappo rispetto ai DS?

Non ho ancora preso la decisione di lasciare il partito. Sono convinto che questa sinistra abbia preso una via pericolosa, perché sta abdicando a molti degli ideali tipici della socialdemocrazia, dalla laicità dello Stato alle battaglie sui diritti civili. È come se l’obiettivo prioritario sia di arrivare ad un accordo sul contenitore (il Partito Democratico) anche al prezzo di rinunciare alla discussione sui temi che dividono e che causano fratture negli schieramenti. È inaccettabile che in tema di diritti avvenga una mediazione al ribasso, si sta giocando sulla pelle della gente. Io ho sempre considerato il partito politico come uno strumento e non come il fine. Se il fine viene mortificato e misconosciuto, lo strumento diventa inadatto. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a valutare la possibilità di lasciare il partito.

Non credi che la posizione “alla Fassino” sia anche diseducativa? Un politico non dovrebbe favorire la laicità delle istituzioni?

Sono convinto che intervenire a gamba tesa con un giudizio tranciante su temi che richiedono cautela sia irresponsabile e controproducente. È necessario un confronto sereno e sgombro da pregiudizi; fare terrorismo è disastroso e inutile. Il giudizio di Fassino sulle adozioni è stato un atto politico imprudente e gratuito. Purtroppo è faticoso arginare le conseguenze dannose. Una volta dette simili parole, la frittata è fatta. Difficile tornare sui propri passi, e come leader del socialismo europeo è un autogol clamoroso, oltre che diseducativo regala una immagine pessima della sinistra italiana. Avrebbe dovuto dire: sul tema delle adozioni per gli omosessuali non si può parlare per slogan, bisogna evitare considerazioni affrettate e cercare argomentazioni valide, professionalità e cautela. Oltre ad essere state irresponsabili e diseducative, le parole di Fassino sono state offensive.

Cosa pensi succederà sul fronte nazionale?

Spero che il dibattito si affronti in Parlamento attorno a una proposta che trovi la convergenza più trasversale possibile, ma che sia una mediazione verso l’altro. Che non sacrifichi il senso della richiesta dei Pacs. Spero che non ci siano forzature per accontentare i conservatori o i rappresentati della Margherita, perché in questo caso ci sarebbe un compromesso al ribasso che svuoterebbe di significato una legge sui patti civili di solidarietà. Mi auguro che il Parlamento discuta per arrivare ad una legge che soddisfi i bisogni e che non sia gravata dalle ideologie. Io continuerò a usare la mia voce per raggiungere questo risultato.

(Agenda Coscioni, II, 3, marzo 2007)