mercoledì 7 febbraio 2007

Il concepito è una persona?

La scienza non fornisce la soluzione. Stabilire l’inizio della vita è questione morale

La questione concettualmente più significativa che anima la Legge 40 è l’identificazione tra concepito e persona. Prendere una posizione al riguardo condiziona infatti la valutazione morale della sperimentazione embrionale o della crioconservazione degli embrioni fecondati. È evidente che considerare il concepito come una persona implica la condanna automatica ogni manipolazione su di esso. Possiamo considerare il concepito come una persona, intendendo per persona un soggetto titolare di diritti, in primo luogo del diritto alla vita? La risposta non può essere rintracciata nella scienza; non serve perfezionare gli strumenti tecnologici o aspettare l’avanzamento della conoscenza scientifica, perché dobbiamo compiere una scelta morale. Quando ci troviamo di fronte a una persona? La condizione necessaria per essere una persona è la presenza di stati mentali e la capacità di apprezzare la propria esistenza; in altre parole, di una aurorale autocoscienza. L’embrione non possiede tale requisito, e di conseguenza non è affatto una persona, sebbene potrebbe diventarlo se il suo sviluppo non è interrotto. L’embrione non è una persona anche se non è possibile individuare l’esatto momento in cui lo diventerà (=acquisirà quei requisiti per essere una persona). Il fatto che l’embrione sia vita e vita umana non è sufficiente per considerarlo anche una persona: molte cose sono vita (rane e lucertole, fegato e pancreas) e molte altre sono umane (spermatozooi e ovociti appartenenti alla nostra specie) ma non sono persone. Ancora, nemmeno l’unicità del patrimonio genetico di un certo embrione implica che quell’embrione sia una persona: la presenza di un patrimonio genetico, seppure unico e irripetibile, non soddisfa il criterio dell’autocoscienza, non è il sintomo della presenza di un qualche stato mentale. Il concepito diventerà una persona: l’argomento della potenzialità È un argomento spesso usato a sostegno del conferimento di diritti all’embrione: il concepito ha gli stessi diritti di una persona perché è una persona in potenza. Questo argomento inferisce l’esistenza di diritti attuali da future proprietà. La possibilità o la certezza che in futuro un organismo acquisisca determinate caratteristiche che non possiede allo stato attuale non ci giustifica però a trattarlo come se le avesse già acquisite. Altrimenti andremmo incontro a grottesche conseguenze: siamo autorizzati a trattare gli altri come se fossimo morti, dal momento che lo saranno sicuramente prima o poi? Siamo disposti a permettere a un bambino di otto anni di votare in base al fatto che tra dieci anni avrà quelle caratteristiche che giudichiamo necessarie per il conferimento del diritto di voto? Certamente non lo siamo; allo stesso modo, non siamo autorizzati a conferire all’embrione diritti attuali in virtù del fatto che l’esito del suo sviluppo, se non interrotto, sarà una persona. Il fatto che al concepimento si formi una identità genetica non è significativo per il conferimento di una identità personale, perché i geni non sono che istruzioni per sviluppare in futuro quelle caratteristiche necessarie per essere una persona: abbiamo nuovamente a che fare con l’argomento della potenzialità. È abbastanza inverosimile attribuire a un essere vivente (sebbene umano e geneticamente irripetibile, e sebbene potenzialmente personale) quelle caratteristiche minime per rilevare la presenza di una persona; quindi, non è ammissibile considerarlo come una persona attuale e come titolare di pieni diritti. Non è possibile stabilire il momento esatto in cui si diventa persone, quindi lo si è da subito: l’argomento della soglia Stabilire l’inizio della vita personale è una questione morale, e indicarne i criteri presenta alcune difficoltà. Queste difficoltà, tuttavia, non devono scoraggiarci nel cercare una risposta. Il processo evolutivo che ha inizio con il concepimento è continuo e privo di scosse; non c’è modo di individuare un salto che abbia una rilevanza morale, proprio come in una scala cromatica è impossibile individuare il punto in cui un colore sfuma nell’altro. Questo è il cosiddetto problema della soglia: individuare quando una pre-persona diventa persona. La difficoltà di stabilire una soglia, secondo alcuni, è sufficiente per dimostrare che il concepito è persona, perché in futuro sarà sicuramente una persona e allora, procedendo a ritroso in un percorso senza fratture, deve essere persona anche adesso. Sebbene non sia possibile individuare il momento esatto in cui una pre-persona diventa persona, come non lo è stabilire il momento cruciale in cui il nero diventa grigio, la differenza concettuale permane. La graduale trasformazione da uno stadio al successivo non può giustificare la negazione della differenza tra una pre-persona e una persona, o tra il nero e il grigio. Tutte le fasi evolutive umane presentano questo problema, e ogni classificazione costringe l’incessante fluire dell’esistenza in categorie severe e dai contorni inevitabilmente sfumati: è impossibile additare il momento esatto in cui un ragazzo diventa adulto, vi sarà una fase di dubbio e l’impercettibile e inarrestabile mutamento si sottrarrà a rigidi confini. Tuttavia, non siamo disposti a rinunciare alla differenza tra giovinezza e maturità basandoci sulla considerazione che la prima si trasforma nella seconda dolcemente. Né saremmo disposti a sostenere che, dal momento che è impossibile indicare un punto preciso di passaggio, l’adulto non sia mai stato ragazzo. Se riteniamo assurdo questo ragionamento, dovremmo ritenere altrettanto assurdo affermare che si è da sempre e da subito persone in base al fatto che il carattere personale non si manifesta come la luce elettrica dopo avere acceso l’interruttore, e piuttosto somiglia al sorgere dell’aurora. Conseguenze filosofiche e giuridiche dell’identificazione tra concepito e persona Il conferimento di diritti al concepito implica conseguenze gravi sia sul piano filosofico che su quello legale. Se il concepito è equiparato a una persona si delinea inevitabilmente un conflitto tra i suoi diritti e quelli della madre. Che succede nel caso in cui sia possibile assicurare soltanto la sopravvivenza di uno a discapito dell’altra? Non solo: in presenza di un diritto alla vita conferito al concepito, sarebbe ragionevole giudicare più deboli altri diritti, come quello di scegliere del proprio corpo oppure quello di scegliere il modo in cui condurre la propria vita. Questa gerarchia di diritti rischia di trasformare ogni donna incinta in un organismo deputato a portare a termine la gravidanza ad ogni costo, in nome dei diritti attribuiti al concepito. E rischia di trasformare quasi ogni sua azione in un atto potenzialmente criminale, in quanto violazione dei diritti del concepito. Gli obblighi morali che ogni donna ha nei confronti del concepito non possono implicare una qualche attribuzione di diritti al concepito, se non al prezzo di una violazione intollerabile dei diritti di una persona attuale per preservare quelli di una persona potenziale. Inoltre, l’attribuzione di diritti al concepito costituirebbe una insanabile contraddizione con la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Se il concepito gode di diritti, tali che non possa essere crioconservarto né soppresso, allora come può quello stesso soggetto essere distrutto dalla madre che decide di abortire? Il concepito avrebbe diritto all’inviolabilità nella fase iniziale della sua esistenza; tale diritto sarebbe revocato nel periodo di tempo tra l’impianto e il termine per interrompere la gravidanza concesso per legge (periodo in cui il concepito si trova in una fase di sviluppo più avanzata rispetto alla prima); poi gli sarebbe riconsegnato al terzo mese, sebbene vincolato al diritto alla salute della donna; infine, gli sarebbe restituito alla nascita nella sua inviolabilità. Questo andamento oscillatorio è palesemente assurdo. La donna si troverebbe nelle condizioni di poter interrompere la vita del concepito nel suo ventre, ma non di poter rifiutare l’impianto o deciderne l’eliminazione. Paradossalmente, la donna sarebbe punibile se distruggesse la provetta in cui è conservato il suo concepito, ma non se abortisse – in entrambi i casi, è evidente, l’esito dell’azione della donna è l’interruzione della vita biologica del concepito. Il rimedio alla contraddizione consiste nella cancellazione dei diritti del concepito, oppure nella cancellazione della possibilità di ricorrere all’interruzione di gravidanza. Non esiste una soluzione intermedia, e non esiste la possibilità di conciliare la frattura in altro modo. Paradossalmente, poi, è la legge 40 a non prendere sul serio la personalità del concepito. La difesa che è giusto tributare alle persone dovrebbe escludere anche la possibilità di produrre quei 3 embrioni che la Legge 40 permette. La limitazione è giustificata in base al fatto che il concepito è una persona e deve essere tutelato e protetto dalla distruzione. Ma sarebbe forse ammissibile esporre al pericolo di morte 3 persone (=embrioni) piuttosto che un numero più elevato.

(Agenda Coscioni, II, 2, febbraio 2007)